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Una consuetudine natalizia, cinque libri fotografici che possiamo regalare o regalarci.
Partiamo subito!

    1. Annie Leibovitz – Ritratti 2005 – 2017
      leiboviotz
      Il seguito alla famosissima prima raccolta di ritratti. Un libro ricco di idee meno convenzionali e più creative, che mi sento di consigliare anche a chi non ama particolarmente la fotografa americana.
    2. 50 icone della fotografia – Le storie dietro le fotografia
      Una raccolta davvero interessante – e a prezzo contenuto, come tutte le edizioni Taschen. 50 icone della fotografia di sempre corredate di spiegazioni e commenti.
    3. Magnum Magnum – a cura di Lardinois
      Per chi non ha investisto nella versione “de luxe”, ecco la versione alla portata di tutti.
    4. Henri Cartier-Bresson – Lo sguardo del secolo
      Di nuovo Herni Cartier-Bresson? E come farne a meno, siamo fotografi!
    5. In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana – Gianni Berengo Gardin

Io Gianni Berengo Gardin lo consiglierei  in tutte le salse, soprattutto natalizia.

Ecco dunque la mia personalissima lista di libri per natale e con questo colgo l’occasione per farvi i miei migliori auguri.


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Bimbo nel parcheggio di Fatehpur Sikri

La fotografia, si dice,  sia il geniale prodotto di tecnica e creatività e, come, per tutti i processi creativi, è costruita attraverso scelte, più o meno consapevoli, più o meno esplicite, da parte dell’autore.
Scelte che determinano un percorso indicato dalle risposte ad una serie di domande che l’autore si pone in modo più o meno consapevole. Per cui, la dinamica domanda/risposta è fondamentale.
Molti penseranno immediatamente che, in una del tutto ipotetica scala di qualità della fotografia, chi possiede più risposte, occuperà il posto più alto.
A me invece piace pensare in modo diverso e cioè che fotografi meglio chi ha imparato a porsi le giuste domande, piuttosto di chi ha tutte le risposte.

Non lasciatevi spiazzare, non è un’apologia dell’ignoranza, le risposte ci servono, eccome se ci servono. Quello che intendo dire è che, da sole, le risposte, rischiano di restare un bagaglio di conoscenze teoriche, per quanto vasto, piuttosto arido.
Troppo spesso, la colpa di fotografie mediocri, o di scatti banali, non è da cercare nel fatto che “non sapevamo cosa fare o come farlo” (e cioè non possedevamo  le risposte), ma al fatto che “non ci siamo posti le giuste domande” (!).
Sì, mi piace pensare che la differenza tra un fotografo normale (o scarso, via…) ed uno bravo, sia proprio la capacità di porsi le domande giuste, più che quella di portarsi dietro un pesante fardello di risposte, spesso inutili.

IMPARIAMO A PORCI LE DOMANDE GIUSTE e, naturalmente, a rispondere a queste domande, perché  saranno le risposte che daremo alle domande giuste a fare la differenza.
Se invece ci concentriamo solamente sul memorizzare le risposte, più risposte possibili,  e non impariamo a capire chiederci prima di scattare, difficilmente porteremo a casa risultati memorabili o, in ogni caso, assottiglieremo moltissimo la nostra capacità di migliora.

Un’altra cosa che amo pensare è che NON ESISTONO RISPOSTE CORRETTE, MA SOLTANTO RISPOSTE POSSIBILI  e che, ad ogni risposta possibile, corrisponda un risultato, più o meno significativo,
Qualcuno vorrebbe ridurre la fotografia ad un corpus di regole da seguire alla lettera, per fortuna non è così.

Attenzione! Imparare a porsi le giuste domande è un ottimo esercizio anche per chi non si sente più alle prime armi.

Due tipi di domande: quelle verso l’esterno e quelle verso l’interno

Il numero di domande che potremmo porci è pressoché infinito, ma il nostro scopo è imparare a capire quali sono le domande corrette che dobbiamo porci, corrette  in stretta relazione a quello che stiamo scattando, mentre lo stiamo per scattare.
Delle altre, in quel momento, possiamo tranquillamente infischiarcene (!).

Mi piace pensare che ci sia una tipologia di domande che fa riferimento al mondo esterno e, invece, altre che si concentrano sul processo creativo e sulla tecnica. In questo modo, procedere, mi pare un poco più semplice.
Naturalmente, più il nostro approccio alla fotografia è sofisticato e più il numero di possibili domande crescerà.
In questo post, ne sceglierò dieci dalla categoria delle domande verso l’esterno, riferite cioè alla scena.
In un secondo post, ne sceglierò altrettante verso l’interno, cioè domande legate al processo creativo e alla tecnica.
Partiamo…

10 domande verso l’esterno

  1. Perché voglio scattare questa scena?
    È inevitabilmente la domanda dalla quale dobbiamo partire e la domanda che dovremmo porci SEMPRE prima di scattare. Cosa mi ha spinto a inquadrare la scena? Cosa ci ho visto? Cosa voglio che ci vedano gli altri? Qual è il mio intento?
    Ricordiamoci che qualsiasi risposta vale, anche “boh, ero curioso di vedere come veniva…”, chiaramente ogni risposta indirizzerà in modo preciso il percorso creativo a seguire, la sua realizzazione e, ovviamente, la sua riuscita.
    Tra rispondere “boh, così per fare…” e “voglio denunciare il degrado etico e morale degli slum” c’è tutto l’Universo  Fotografia.
  2. Qual è il  vero soggetto della nostra foto?
    I più attenti avranno notato il corsivo su “vero”. Infatti questa domanda non si riferisce al soggetto come elemento compositivo, ma al soggetto a livello rappresentativo, come simbolo di altro (o per dirla come quelli seri, linguaggio plastico visivo).

    Provo a fare chiarezza con un esempio: qual è il vero soggetto di questo scatto? I due bimbi o “il gioco”?
    Il bello che siamo noi, in quanto autori, a decidere la risposta da dare a questa domanda. La domanda fa semplicemente riferimento alla scena, in questo caso due bimbi intenti a giocare in un prato.
    Sto usando i due soggetti in modo simbolico per rappresentare “il gioco”, come concetto più esteso? Sto rappresentando altro?
    Questa domanda è fondamentale quanto la precedente, perché è strettamente legata al mio intento creativo, a quello che voglio dire memorizzando la scena su una card e facendola diventare una fotografia.
    Una volta risposto alla domanda, Chiediamoci se  ho raccontato la mia storia (il gioco, in questo caso) nel modo migliore, sempre in relazione alla scena? Ci sono abbastanza elementi per rendere esplicito la metafora visiva? Ce ne sono troppi? Il messaggio è chiaro o confuso? Il simbolismo è evidente? È banale o scontato? Oppure troppo sofisticato? O non abbastanza? Ci sono elementi che riconducono ad un altro simbolismo e il rischio è quello di confondere il messaggio e la storia?
  3. Che tipo di luce illumina la scena?
    Eccoci! La luce! Girateci attorno come vi pare, ma non si può prescindere dalla luce e porsi una domanda su come la luce impatti sulla scena è più che legittimo, è doveroso.
    Ci siamo chiesti cosa ci ha spinto a inquadrare la scena, ci siamo chiesti qual è l’intento e il vero soggetto, ora è il momento di domandarci se la luce che illumina la scena è adeguata a quello che vogliamo raccontare con quello scatto.
    Che sensazione ci dà la luce?  Com’è il contrasto? Che ruolo giocano le ombre? E il colore? C’è una dominante? È quella che vogliamo? E siccome le qualità della luce varia a seconda dell’ora, nel corso della giornata, se diamo per scontato di trovarci al posto giusto, lo è anche il momento?

  4. Com’è  sfondo?
    Dobbiamo imparare a concentrarci sullo sfondo tanto quanto facciamo per gli elementi in primo piano.
    Uno sfondo poco azzeccato può rendere mediocre anche il soggetto più memorabile.
    Troppo spesso ci concentriamo soltanto su quello che compare in primo piano nella nostra scena, salvo poi accorgerci quando ormai è troppo tardi dello sfondo e del suo ruolo nell’inquadratura.
    Interroghiamoci dunque se lo sfondo della nostra inquadratura è funzionale, se abbiamo modo di limitarne il peso, nel caso fosse troppo ingombrante, o di dargli maggior spazio, in caso contrario – e questo molto spesso lo possiamo fare semplicemente spostandoci un poco o modificando l’inquadratura, o modificando la focale dell’obiettivo.
    Non accontentiamoci, muoviamoci attorno la scena, spostiamoci, alziamoci, abbassiamoci, allarghiamo il campo, o stringiamolo… fino a quando non troviamo uno sfondo che davvero, secondo noi, funziona davvero.
  5. Cos’ho in primo piano?
    Molto spesso gli elementi in primo piano coincidono con il soggetto della fotografia. A volte però, soprattutto quando abbiamo a che fare con campi larghi o addirittura larghissimi non è così. Ad esempio, nella fotografia paesaggistica, quasi sempre il soggetto è sullo sfondo, ma è proprio in questi casi che dobbiamo porre maggior attenzione a cosa compare in primo piano.
    La scelta azzeccata di elementi in primo piano, in uno scatto dove il soggetto è sullo sfondo, rende la nostra fotografia più interessante, meno scontata, più dinamica. Per cui, una volta trovato un soggetto sullo sfondo che secondo noi funziona, chiediamoci se quello che compare in primo piano è funzionale.

    La kasbah di Ait Ben Haddou. I sassi nel fiume hanno un peso importante, in questo scatto

  6. Come interagiscono sfondo e primo piano?
    All’interno dell’inquadratura, tutti gli elementi interagiscono tra loro e quindi,  ovviamente, anche sfondo ed elementi in primo piano.
    Lo sfondo è troppo presente? C’è modo per renderlo meno protagonista? L’interazione cromatica tra sfondo e primo piano è quella che cerchiamo? Oppure, lo sfondo dà abbastanza supporto al primo piano?
    Come si modifica la relazione sfondo/primo piano se cambiamo focale o punto di ripresa, se modifichiamo l’inquadratura?
  7. Che colori presenta la scena e come interagiscono tra loro?
    Osserviamo la scena e analizziamo i colori presenti e come questi interagiscano tra loro.
    La palette è estesa? È armoniosa? Oppure siamo in presenza di colori complementari capaci di creare una maggiore tensione?
    Il colore veicola emozioni. I colori presenti veicolano le emozioni corrette per quello che stiamo raccontando? Abbiamo modo di escludere i colori che pensiamo non siano adatti, magati stringendo il campo?
  8. C’è contrasto nella scena?
    I contrasti creano tensione. Cerchiamoli o escludiamoli, ma evitiamo le indecisioni.
    I contrasti possono essere di vario tipo, ad esempio. I contrasti possono essere relativi alla forma degli elementi, ad esempio  grande/piccolo; o relativi al colore, ad esempio due colori complementari (cioè opposti tra di loro sulla ruota cromatica); ma possiamo anche cercare contrasti ad un livello più concettuali, ad esempio dolce/salato, duro/morbido, liscio/rugoso, leggero/pesante; e l’astrazione può aumentare, ad esempio ordine/disordine, caldo/freddo,  nord/sud, est/ovest, sacro/profano, odio/amore, uomo/donna, giovane/anziano, nuovo/vecchio, bello/brutto, innocente/malizioso.
    Impariamo ad individuare l’eventuale contrasto tra gli elementi presenti e impariamo a sfruttarne la forza evocativa e la tensione che aggiunge allo scatto. Esaltiamo i contrasti, se è tensione il risultato che vogliamo, o escludiamoli, se pensiamo che il nostro intento necessiti di altro.
  9. E fuori dall’inquadratura?
    Quello che non inquadriamo, non esiste. La frase non è mia, è di David duChemin, un fotografo canadese, ma la condivido totalmente.
    Quando inquadriamo, siamo chiamati a fare un’operazione di esclusione, decidendo quale porzione di scena verrà inclusa nel nostro scatto e quale invece verrà esclusa. A volte però l’inquadratura che scegliamo non riesce a conservare la forza o la chiarezza del messaggio che ci parevano così evidenti al momento del click. Questo succede perché noi stessi siamo parte della scena e qualche volta questo coinvolgimento non ci fa valutare in modo obiettivo il reale apporto significativo del contesto e di ciò che stiamo lasciando fuori dalla nostra inquadratura.
    Stiamo lasciando fuori qualche elemento fondamentale? E se allargassimo al massimo, usando una focale piccola? E se stringessimo, invece?
  10. È il momento giusto?
    Se si tratta di panorami, il momento giusto è strettamente legato alla qualità della luce e, con buona pace degli amanti di questo tipo di fotografia, piuttosto facile da prevedere e pianificare.
    Quando scattiamo persone o animali, le cose si complicano e il momento giusto è soltanto quel momento che, secondo noi, riesce a catturare l’essenza della storia, quello che Henri Cartier-Bresson chiamava “il momento decisivo” e non a casa, perché riuscire a catturare quel momento, significa raccontare al meglio una storia.
    Spesso si tratta di un gesto, altre volte si tratta di una coincidenza.
    Chiediamoci quale potrebbe il momento decisivo della nostra storia e quali caratteristiche lo renderebbero tali, quali soggetti, quali gesti. E prepariamoci a coglierlo – oltre che a raccogliere numerosi e frustranti niente-di-fatto.
    Impariamo ad anticipare mentalmente i gesti dei nostri soggetti, ad anticipare le situazioni, i movimenti e chiediamoci se quello che abbiamo scattato fino a quel momento davvero ha catturato l’essenza della storia.

Spero di non avervi annoiato oltre modo, in caso contrario, vi dò appuntamento al prossimo post e alle prossime 10 domande.

 


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Ci siamo! Il conto alla rovescia è entrato nella sua fase calda: meno di un mese a Natale!
… giusto il tempo per prepararci e farci trovare pronti con uno degli appuntamenti fotografici per antonomasia, dettati dal calendari: le festività natalizie!

In questa manciata di settimane che ci separa dal fatidico venticinque, vi invito a fare un gioco, che, nella mia speranza, cela delle ottime possibilità per farci crescere come fotografi. Ci state!? Bene!
Si tratta di un gioco molto semplice: FINGIAMOCI DEI PROFESSIONISTI e proviamo ad impegnare il tempo che ci separa dalle festività come farebbero i professionisti alle prese con un progetto da svolgere – quello che nel jargon anglofilo si chiama assignment e cioè un lavoro assegnato al fotografo da un cliente o dal suo giornale: l’incarico.
Nel nostro gioco, l’incarico che ci è stato assegnato  è questo: FOTOGRAFARE IL NATALE.

Diamoci da fare, perché tutto sommato il tempo a disposizione non è mai abbastanza.
E ricordiamoci: siamo professionisti e non possiamo permetterci di bucare l’ìncarico – che in parole povere significa, “far cagare” (!!!).

Al lavoro, dunque!

Assignment: FOTOGRAFARE IL NATALE
Consegna: 6 gennaio 2018

Pianifichiamo il progetto

Solitamente il cliente passa al fotografo quello che viene chiamato brief, un documento nel quale esprime il tipo di progetto che si attende, il numero di scatti, il mood, e cose simile. Qualche volta, però, capita che il cliente lasci carta bianca al professionista – “fa come credi, ma portami qualcosa di nuovo/emozionante/personale” e, quando questo capita, il fotografo, da un canto, si rallegra perché non ha paletti o imposizioni da rispettare, da un’altro canto, è cosciente di prendersi un grandissimo rischio, caricandosi sulle proprie spalle tutto il peso del successo finale del progetto.
Nel nostro gioco, il cliente ci ha dato carta bianca, per cui, sarà meglio avere le idee chiare.
Pianifichiamo il nostro assignment.
Muniamoci di carta e penna o di tablet o di qualsiasi altra cosa e cominciamo a buttare giù tutto ciò che può darci una mano per mettere a fuoco il tipo di progetto che andremo a realizzare.
Prendiamo nota di cosa intendiamo fotografare (di quello che considereremo il nostro soggetto principale), del mood generale che vogliamo dare al nostro progetto, appuntiamoci il tipo di linguaggio che pensiamo di usare e il numero di scatti finale.
Poi, più sotto, elenchiamo le eventuali complicazioni legate alla logistica – luoghi e spostamenti – e poi fissiamo l’agenda del progetto, quando pensiamo di scattare, quando inizieremo a scegliere gli scatti buoni, magari a post-produrli, tenendo bene in mente le festività e la “data di consegna” – che introduce sempre un sano briciolo di ansia.
Nel buttare giù l’agenda del nostro progetto, teniamo conto di tutte le variabili possibili.
L’agenda del progetto ci deve aiutare a non imbarcarci in qualche cosa che ha bisogno di dieci giorni pieni di scatti fotografici, se tra una visita ai parenti e una recita a scuola del figlio, non che la messa di mezzanotte del 24, di giorni a disposizione ne abbiamo soltanto sei.
Consideriamo spostamenti e tempi per gli spostamenti. Documentiamoci su ciò che ci aspettiamo di trovare e sulla sua effettiva possibilità di fotografarlo.  Non c’è nulla di più frustrante arrivare sul posto e, di fronte al nulla, sentirsi dire, “ah, ma quello che vuole lei, c’era ieri”. Il web è una risorsa incredibile e va sfruttata per evitare fallimenti di proporzioni tragiche.
Ricordiamoci però che, anche la pianificazione più dettagliata, può saltare per colpa di una variabile del tutto al di fuori del nostro controllo, per cui, teniamoci sempre pronti ad essere costretti a cambiare in corso. Pensiamo sempre ad un piano B – soprattutto se il nostro progetto è fortemente legato alle condizioni meteorologiche.

Facciamo una lista, la lista delle idee

Chiediamoci cosa faccia Natale…

  • albero e/o presepe
  • luminarie
  • processione
  • candele
  • regali
  • dolci tipici
  • pupazzi di neve
  • agrifogli

Magari ci vengono anche altre idee… meglio ancora.
Buttiamole giù! Da questa lista, prenderà forma il nostro incarico.
Potremo scegliere un solo punto o due, tre, anche quattro o cinque… dipende soltanto da noi e da cosa intendiamo mettere nel nostro progetto. Ma, credetemi, vedere le idee una sotto l’altra, aiuta molto.

E ora… un’altra lista! La shot list.

Già vi sento… questo è fissato con ‘ste liste. Un po’, ma credetemi, aiutano davvero…
La seconda lista che vi consiglio di compilare e quella che i professionisti chiamano shot list.
La shot list mette in fila gli scatti che (come minimo) contiamo di portarci a casa per chiudere il progetto.
Nella nostra shot list elencheremo gli scatti che intendiamo realizzare, aggiungendo qualche indicazione tecnica (primo piano, istantanea, campo largo, ecc.) o qualche indicazione relativa a luoghi o alla logistica.
La shot list è uno strumento semplice, ma molto potente con il quale moltissimi professionisti riescono a definire con cura e precisione l’entità del progetto, il numero di scatti, gli eventuali ostacoli.
Non significa che se non è sulla lista, allora non lo scattiamo. Piuttosto, significa: ho scattato tutto quello che avevo messo in lista!?

 

Controlliamo l’attrezzatura

Puliamo o portiamo a pulire la nostra macchina fotografica e gli obiettivi., tenendo bene a mente che il tempo potrebbe rivelarsi particolarmente tiranno.
Proviamo tutti gli accessori di cui disponiamo, se alcuni di questi sono alimentati a batteria, acquistiamo le varie batterie di ricambio. Arrivare sul posto, montare la macchina sul cavalletto, magari in una fredda sera di dicembre per poi scoprire che le batterie CR25 del nostro intervallometro sono completamente scariche, significa una cosa soltanto: dietro front, si torna a casa!
Acquistiamo le card necessarie e le eventuali batteria di ricambio.
Recuperiamo i vari manuali e diamo nuovamente un occhio a quei comandi o a quelle modalità che ancora non ci entrano nella testa o rispolveriamo come impostare i parametri di accessori che magari usiamo meno di altri.
È frustrante non ricordarsi come impostare il numero di scatti e l’incremento in EV, se abbiamo deciso di fotografare le festività in HDR, per colpa di quel maledetto manuale, che non leggiamo mai, ci tocca fare tutto a mano, quando la nostra reflex potrebbe fare più rapidamente e in automatico.
Controlliamo di possedere l’attrezzatura necessaria per fare quello che ci siamo appuntati in fase di pianificazione.
È perfettamente inutile aver scelto un progetto che si basa sui dettagli, se poi non possediamo un obiettivo in grado di esaltare i dettagli.

E ora qualche idea, per il nostro assignment natalizio…

Le luminarie.
Le luci di Natale offrono una grande opportunità fotografica e tra l’altro, ormai, compaiono sempre prima e questo potrebbe giocare a nostro favore. Vediamo come possiamo sfruttarle.
Possiamo farle diventare le protagoniste del nostro progetto, se ci piace e quindi trattarle come i soggetti principali. In questo caso, dovremo essere abili nel trovarne di interessanti e diverse tra loro.
Possiamo impiegarle come caratteristici elementi di sfondo. Le luci di natale, come ideali complementi il cui compito è quello di influenzare l’atmosfera dei nostri scatti – il mood.
Se pensiamo di fotografare le luminarie natalizie, prepariamoci a scattare poco prima dell’imbrunire, quando il cielo, cioè, conserva ancora un po’ di colore e ricordiamoci di portare il cavalletto, perché potrebbe quasi sempre essere necessario scattare con un tempo lungo.
Le luci di natale offrono la possibilità di scatti molto grafici, grazie al loro ripetersi e al loro essere segni grafici luminosi su uno sfondo, solitamente, scuro.
Componiamo con cura. Simmetria, ripetizione e cornici potrebbero essere le regole con le quali costruire le nostre inquadrature, senza però dimenticare l’impiego delle immagini sovrapposte (juxtapposition) o del riflesso. Qualunque sia il tipo di composizione che decideremo di usare, COMPONIAMO CON CALMA e CURA.
Per quanto riguarda l’esposizione, consiglio di leggerla su tutta la scena e di sovraesporre rispetto ai parametri consigliati – da 1/2 EV ad 1 EV o stop. Se scattiamo in manuale, basta aprire il diaframma, se invece stiamo scattando in una delle due modalità semi-automatica (priorità di tempo o priorità di diaframma), usiamo il tastino di compensazione dell’esposizione.
L’esperienza, mi dice che ci porteremo a casa un ricordo del Natale molto classico.
Portiamoci un cavalletto e, a meno che il tipo di scatto non sia costruito per avere uno sfondo completamente sfocato, impostiamo un diaframma piuttosto chiuso (f/ grande, per intenderci), in modo da garantirci la profondità di campo massima.
Una volta assicurata la macchina sul cavalletto e impostato un diaframma chiuso, verrà normale trovarsi a lavorare con tempi piuttosto lunghi. Se non possediamo uno scatto remoto, impostiamo l’autoscatto e… click!

L’albero di Natale
Per cogliere lo spirito delle festività, però, non è per forza necessario uscire nel freddo della sera. Nel caldo e nella comodità della nostra casa, l’albero e le sue luci ci offre un’ottima possibile alternativa.
Come per le luminarie, anche il nostro albero casalingo, può venire trattato come soggetto principale o come elemento accessorio, per raccontare le piccole grandi storie che vanno in scena tra le pareti di casa nostra – e credetemi, possono davvero essere moltissime: i nostri figli, la nostra compagna, i regali, nostro marito o nostra moglie, i nostri gatti o cani.
Qualsiasi siano le storie familiari che decideremo di raccontare, NON cediamo alla tentazione di spegnere tutte le luci della stanza e di lasciare solo il nostro albero, assicuriamoci invece che l’albero non diventi la fonte di luce principale, soprattutto se pensiamo di trattarlo come soggetto principale: rischieremmo di ottenere una serie si scatti male illuminati e poco suggestivi.
Se l’albero di natale fosse il nostro soggetto principale, consiglio a tutti di assicurare la macchina al cavalletto e sperimentare inquadrature alternative e spinte.
Se invece l’albero sarà soltanto un elemento accessorio dei nostri scatti, delle nostre storie fotografiche, tutto dipenderà da cosa abbiamo deciso di immortalare. Per qualche scatto posato, il cavalletto può tornare ancora molto utile, per il resto dovremo cavarcela scattando a mano.
Riuscire ad immortalare i nostri figli o nostra moglie o il nostro compagno, mantenendo tutta la naturalezza del momento, è una questione di rapidità, a questo proposito consiglio di impostare la macchina in una delle due modalità di scatto semi-automatiche – avremo un parametro in meno da impostare.
Ricordiamoci che l’esposimetro ci consiglierà, un tempo e un diaframma, ad un dato valore ISO, per ottenere uno stupendo grigio medio. Per cui, se vogliamo ottenere un mood più intimo, compensiamo sottoespoespondo, mentre se la gioia delle luci dell’albero, potrebbero voler richiedere una compensazione positiva. La scelta è SEMPRE nostra, ma è importante non dimenticare per cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: il grigio medio (!).
Attenzione al bilanciamento del bianco, soprattutto per chi di noi sceglierà di scattare in JPEG e non in RAW.
Le luci di casa sono generalmente luci calde, per cui premuriamoci di impostare il nostro punto di bianco su valori bassi, in modo che la macchina fotografica riesca a neutralizzare le dominanti eccessivamente rosse o arancio.
Controlliamo il manuale e impostiamo il bilanciamento del bianco corretto. I modelli più sofisticati permetto di impostare la temperatura in gradi Kelvin voluta, i modelli più economici offrono una o due impostazioni per neutralizzare le dominanti introdotte dalle lampade di casa: leggiamo per bene il manuale!

 

Proviamo a raccontare piccole storie
Non dimentichiamoci che le fotografie che restano nella memoria sono quelle che raccontano storie.
Immortaliamo la preparazione dei dolci, i regali sotto l’albero. Scattiamo quando i nostri figli sono intenti a scartare i doni, magari cercando di essere il più invisibili possibile.
Ragioniamo in termini di storia. Scegliamo quello che sarà il nostro scatto principale, magari un ritratto e poi corrediamolo di qualche scatto più ampio, che documenti l’atmosfera, e di qualche dettaglio stretto su oggetti particolari (i biscotti, i disegni della carta da regalo, i fiocchi, le palline dell’albero, ecc.).
Per gli scatti ampi, scegliamo un grandangolo e un diaframma chiuso. Per i dettagli, preferiamo  una focale maggiore, aperta al massimo.
Le storie natalizie casalinghe sono ovunque: l’apertura dei doni, la famiglia a cena, la famiglia che cuoce i biscotti e molte altre ancora. Ogni casa ha le sue tradizioni e il fotografo di casa ha il compito di documentarle.

Il fotoreporter di casa

Ecco l’incarico nell’incarico! Perché no!?
Perché non improvvisarci fotoreporter e realizzare un reportage, squisitamente cronologico che documenti il Natale in famiglia, dalla sera della vigilia, alla sera del 25!?
Potrebbe regalarci un Natale diverso dal solito.
Come si fa!?
Documentiamoci. Diamo un occhio a qualche rivista o a qualche periodico, per farci un’idea di come sia costruito un reportage, in modo poi da essere in grado di cotruirne uno tutto nostro – il mio consiglio è una ventina al massimo di foto, da usare per documentare l’attesa, gli addobbi, la cena del 24 o l’apertura dei regali, il pranzo del 25, i parenti, la tombola, i dolci, le carte colorate e tutto quello che tradizionalmente succede nelle nostre case, tra la vigilia e il giorno di natale.
La cronologia potrebbe essere l’asse principale sul quale sviluppare il nostro personale reportage natalizio.
Concentriamoci sul creare un ritmo narrativo, questo riusciamo a farlo variando le inquadrature, alternando primi piani a campi allargati, scattando foto posate e scatti rubati, cogliendo qualche dettaglio molto stretto e, perché no, anche qualche ritratto.
Sono certo che non saranno le solite foto di Natale


A marzo, noi andiamo a fotografare in Marocco… vieni con noi!
Scopri qui come.


 

Bangla Sahib, nel cuore di Delhi, scattata all’inizio della golden hour serale

Per molti di noi, la luce ambiente è la luce  con la quale ci misuriamo per la quasi totalità dei nostri scatti e credo sia fondamentale, soprattutto per coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia, capire alcuni concetti legati alla luce ambiente.

Non dobbiamo mai dimenticare che fotografare significa scrivere con la luce, per cui la luce è il nostro strumento principale, ancora più importante del modello di macchina che impieghiamo, ecco perché imparare a familiarizzare con la luce ambiente e con le diverse tipologie di luce ambiente lo considero un momento fondamentale della nostra formazione di fotografi.

Quanti di noi hanno sentito altri fotografi, magari più esperti, parlare della fatica luce giusta? Immagino molti.
In effetti il concetto di luce giusta NON esiste, o, quanto meno, è assolutamente soggettivo e legato al senso creativo del fotografo e al messaggio che si vuole legare allo scatto.
Personalmente, al concetto di luce giusta, io contrappongo quello, INOPINABILE, di luce piatta, che nel mio modo di intendere la fotografia, è la luce che non dovremmo mai e poi mai impiegare.
Detto questo, passiamo a vedere come la luce ambiente varia durante le ore della giornata, in modo da comprendere quando è meglio farsi trovare pronti.

 

Il ciclo solare per il fotografo
Ecco il ciclo completo della luce ambiente durante la giornata:

  • blue hour mattuttina
  • alba
  • golden hour mattutina (30’/60′ dopo l’alba)
  • sole alto pre-meridiano
  • massima altezza – sole di mezzogiorno
  • sole alto post-meridiano
  • golden hour serale (30’/60′ prima del tramonto)
  • tramonto
  • blue hour serale (30’/60′ dopo il tramonto)
  • buio

Come vediamo il ciclo della luce si estende da poco prima dell’alba a dopo il tramonto. La posizione del sole nel cielo influenza sia l’intensità della luce, sia la sua direzione, temperatura e qualità, tutte caratteristiche che dobbiamo imparare a riconoscere e sfruttare al meglio per i nostri scatti.
Soprattutto se ci dedichiamo alla fotografia di paesaggio, è necessario comprendere che il momento in cui scattiamo – e quindi la luce legata a quel particolare momento della giornata – influenza in maniera molto importante il nostro scatto.
In parole semplici: scattare all’alba non è come scattare poco prima del tramonto o con il sole a picco di mezzogiorno.

 

Qualità e caratteristiche della luce durante il ciclo solare

Blue hour
Direzione:  non specifica
Intensità:  bassa
Colore:  molto freddo (nella blue hour serale) – freddo (nella blue hour mattutina)
Contrasto: basso
Durezza: nessuna

Golden hour
Direzione: molto specifica
Intensita: da moderata a bassa
Colore: da molto caldo a caldo
Contrasto: moderato, ma presente
Durezza: moderata

Sole di mezzogiorno
Direzione: specifica
Intensità: da alta a molto alta
Colore: neutro
Contrasto: estremo
Durezza: molto dura

Il contrasto cresce dalla golden hour mattutina fino al sole a picco di mezzogiorno, per poi decrescere fino alla golden hour serale.


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Si fotografa assieme

“Ma non ci sono lezioni!?” oppure “Ah, ma io pensavo fossero la stessa cosa!” e ancora “Ma se non sono previste lezioni, scusi, ci posso pure andare per i fatti miei!”…

E queste sono soltanto alcune domande o commenti che ho raccolto da quando organizzo workshop fotografici e photo tour, o viaggi fotografici. Per cui mi sono detto, forse non è proprio così chiara la differenza tra le due attività… forse varrebbe la pena provare a spiegarla una volta per tutte, in modo che scegliere serenamente e avere ben chiaro quello che ci aspetta sia alla portata di tutti.

C’è un’enorme differenza tra un workshop e un photo tour – anche se poi, coloro che arriveranno fino in fondo a questo post scopriranno che io non la metto giù così dura… ma torniamo a noi…

Le differenze tra un workshop e un photo tour

  • un workshop è un evento che mira ad affrontare un argomento specifico, solitamente attraverso una sessione teorica, supportata da una sessione pratica.
    In realtà anche qui c’è un po’ di confusione e alcuni di noi organizzano e vendono workshop dove l’attività formativa (la lezione, per intenderci) non c’è e tutto si svolge in un “momento collettivo” dove il gruppo dei partecipanti viene stimolato dal fotografo che tiene il workshop a mettere in pratica le proprie conoscenze o ad affrontare un “compito” particolare. Questo è molto diffuso negli workshop di ritratto, di boudoir, di glamour o di moda, deve è presente una modella (di solito), un’attrezzatura fissa e una location (studio o altro). Questa tipologia di workshop si rivolge a fotografi che già hanno dalla loro una certa esperienza, ma che, per ragioni più o meno evidenti, non si mai cimentati, ad esempio, nel fotografare una modella nuda in pose glam. Il workshop fornisce loro la possibilità di provare, guidati dai consigli di un professionista. Tutti affrontano lo stesso esercizio e la parte formativa è spesso relegata ad una rapida sessione di coda, durante la quale si commentano i vari scatti prodotti nella corso del workshop.
    Altre tipologie di workshop, invece, assumono una veste più vicina ad mini-corso e si pongono come obiettivo principale quello di insegnare e lo fa attraverso sessioni teoriche ed esercizi pratici di gruppo, sempre sotto la guida di un professionista. Questa tipologia di workshop, naturalmente a seconda dell’argomento affrontato, si rivolge a chi, magari, quell’argomento non lo conosce nello specifico, o lo vuole approfondire. Anche in questo tipo di workshop, l’argomento affrontato è solitamente piuttosto specifico, proprio per non riuscire a raggiungere un certo livello di approfondimento.
  • un photo tour è invece un viaggio fotografico studiato e organizzato in modo che i partecipanti possano cogliere il meglio delle opportunità fotografiche che l’itinerario offre. Nonostante un fotografo professionista accompagni il gruppo per tutto il viaggio, solitamente nel corso di un photo tour non sono previste lezioni.
    Un photo tour, se studiato bene, ha tempi e logistica pensati per la fotografia. Si tratta di un viaggio, ma non va confuso con un normale viaggio turistico. Un photo tour può prevedere sessioni fotografiche all’alba o al tramonto o sessioni notturne, a seconda di dove ci si trovi. Sempre perché non si tratta di un viaggio turistico, un photo tour solitamente non prevede la presenza di una guida turistica, ma di un fotografo – naturalmente nulla vieta che ci sia anche una guida fissa o che più guide completino l’esperienza del tour.

In soldoni, queste sono le differenze.

Cosa scegliere

Cercate delle lezioni mirate? Volete approfondire un aspetto della fotografia che non vi è ancora familiare?
La risposta è semplice: workshop.
Volete finalmente fotografare in viaggio, senza dovere sottostare a tempi dettati da chi con la fotografia non ha nulla a che fare? Volete viaggiare, fotografare e confrontarvi con altri fotografi? Volete viaggiare e non posare mai la macchina fotografica per tutto il tempo?
La risposta è: photo tour – e non serve che siate esperti, anzi, spesso è proprio chi è alle prime armi che ottiene il massimo da un photo tour, perché ha la possibilità di fotografare molto e di confrontarsi con il resto del gruppo.

Io non ci sono. Non ci sono perché sono loro, il gruppo, il vero soggetto di un photo tour

Come la vedo io

Io non riesco a vedere tutta questa divisione netta, gli workshop da una parte, i photo tour dall’altra.
Personalmente penso che un workshop debba avere una forte componente formativa… in poche parole: un workshop deve fornire una serie strumenti pratici e teorici perché i partecipanti possano crescere, fotograficamente parlando.
Sono anche convinto che un workshop, solitamente, debba occuparsi di un argomento molto specifico e che debba concentrarsi in un tempo breve. Vedo un workshop come un corso concentrato e focalizzato su un argomento preciso e delimitato, dove la teoria possa trovare il suo giusto spazio, ma dove la pratica sappia far apprezzare la teoria, oltre che a consolidarla.
Nei miei workshop, lo dico sempre, nessuno porterà mai a casa scatti di cui andarne fiero. E dovreste vedere la faccia delusa, quando se lo sentono dire. Ma è così! Nei miei workshop, mediamente, gli scatti del gruppo sono mediocri, ma non perché i partecipanti ai miei workshop siano scarsi, tutt’altro, ma perché non è quello l’obiettivo che mi pongo.
Io VOGLIO che vadano a casa con qualcosa di concreto, sia nei concetti, sia nella pratica, da poter impiegare poi, ancora e ancora e ancora, e scattando foto memorabili ancora e ancora e ancora.

Un photo tour, invece, secondo me, deve saper privilegiare i luoghi e le genti che abitano quei luoghi.
Credo che un photo tour debba essere soprattutto un’esperienza di viaggio. Sono anche però assolutamente convinto che un photo tour debba sempre avere la fotografia al centro, la fotografia come attività cardine e scopo finale e questo credo sia possibile soltanto attraverso la conoscenza dei luoghi che si attraversano e un’organizzazione attenta agli spostamenti, agli orari e ai tempi.
Non potrei mai proporre un photo tour lungo un itinerario che non ho mai percorso, che non ho mai fotografato.
Forse questo un po’ limiterà la mia offerta, ma sono certo che ne guadagnerà la qualità.

Io mi conosco e conosco quanto mi appassioni, per cui il rischio che un mio photo tour si trasformi in una sorta di workshop itinerante e sempre molto presente.

Sono convinto che il fotografo professionista che accompagna il gruppo debba sempre essere a disposizione del gruppo, di tutto il gruppo e non soltanto di alcuni, magari quelli che fotografano meglio. Anzi io credo che il fotografo che accompagna il gruppo debba dedicare più tempo ed energie a chi ha meno esperienza, all’interno del gruppo.
E poi che debba anche  mostrarsi estremamente proattivo, e cioè stimolare i partecipanti a cimentarsi in aspetti della fotografia che magari sentono meno loro o che non affrontano frequentemente. Ovvio che il rischio di diventare pedanti c’è, ma basta ricordarsi che, comunque, chi si iscrive e partecipa a un photo tour, vuole soprattutto due cose: stare bene e sentirsi in vacanza, con la macchina fotografica in mano – ma niente imposizioni, niente obblighi, niente imposizioni assurde stile naja.

Io mi impegno ad accompagnare il gruppo da dentro il gruppo.
Mi spiego, mentre negli workshop difficilmente fotografo e preferisco dare consigli e assistere, durante i photo tour mi carico il mio zaino sulle spalle e fotografo con il resto del gruppo e sottolineo con il gruppo, non prima del gruppo, pessima abitudine di alcuni miei colleghi, anche più rinomati, che accompagnano i gruppi, ma, una volta sul posto, prima si occupano dei loro scatti e poi tolgono l’embargo al luogo. Onestamente non ne capisco il senso. Perché non andarci da soli, allora!? Per andarci a spese di un gruppo di entusiasti che hanno soltanto voglia di imparare!? Per paura che poi qualcuno possa rubare loro trucchetti e segreti!? Bah… non li capisco e basta. Ho sentito una volta di troppo di professionisti che riservano per loro stessi l’ora giusta e lo spot giusto e, soltanto dopo aver portato a casa i loro scatti giusti, lasciano al gruppo ciò che resta del divertimento. Bah…
Sarà, ma se siamo in 12, indovinate un po’ che scatta per dodicesimo nei miei photo tour…

Il compito di chi guida il gruppo è quello di mettere tutti nelle condizioni di fotografare al meglio, di essere presente e farsi trovare pronto per un consiglio, per una dritta, per un commento. Chi guida il gruppo non deve imporre tediose lezioni se non sono gradite, ma non deve sottrarsi nel momento in cui gli venissero chiesto, certo un photo tour, teoricamente non prevederebbe lezioni, ma… ma un chissenefrega non ce lo vogliamo mettere!?
Chi guida un gruppo non deve nutrire gelosie per i suoi segreti, io li considero un po’ come i segreti di Pulcinella, ognuno di noi ha personalità, visioni e ragioni diverse per fotografare e i nostri segreti sono davvero piccoli piccoli.
Chi guida un gruppo non deve nutrire invidie e non deve avere preferenze e cocchi… il rompicoglioni precisino deve tornare a casa con la stessa soddisfazione del bravo fotografo diligente che non apre bocca e assorbe conoscenza per osmosi.
Chi guida un gruppo deve farlo perché ha la passione per farlo, perché prova gioia nel vedere i partecipanti soddisfatti, perché anche se sono convinto che la fotografia sia un’attività per solitari, deve sentire che insegnarla è una cosa gratificante.

Hey, ma non ci sono macchine fotografiche!
Eggià… e in questa ci sono pure io.

 


Qui quello dove andiamo l’anno prossimo…


 

Al di là dell’esposizione, al di là della composizione, al di là dell’evidente colpo di culo, questa foto serve e soddisfa l’intento che mi ero prefissato prima di scattare: fare emergere l’umanità varia che vive e rende vivi i treni locali indiani.

Una delle domande che spesso mi sento rivolgere durante gli workshop o durante i photo tour, soprattutto da chi si è avvicinato alla fotografia da poco è: “ma questa come va fotografata?”.
Ecco, questa è una di quelle domande alle quali non si può rispondere, tant’è  vero che finisco quasi sempre col rispondere che non ho idea, gettando nella confusione e nello sconforto chi mi ha posto la domanda e si aspettava una ricetta pronta all’uso, una sorta di soluzione liofilizzata per lo scatto d’effetto.

In realtà, la mia risposta è onesta solo in parte – mentre ciò che mi spinge a rispondere in questo modo è onestà al 100%.
Mi spiego. Non è vero che non abbia idea di come fotografare quello che mi viene indicato in quel momento, anzi, quasi sempre ho almeno un paio di idee che magari possono trasformarsi in scatti interessanti, ma quelle sono soltanto le mie idee, cioè, riflettono come fotograferei io la scena e non come va fotografata, semplicemente perché non esiste un modo corretto e unico per scattare una scena.

Sviluppiamo la nostra visione personale

Soprattutto chi si è avvicinato da poco alla fotografia si pone moltissime domande.
È una cosa perfettamente normale fino a quando non subentrano certi automatismi dati dalla pratica.
Alcune delle domande che ci poniamo sono lecite e ci aiutano a fare scelte ponderate, altre non fanno altro che confonderci le idee e altre ancora sono SEMPLICEMENTE MAL POSTE… sì, in parole povere: sbagliate!
Ed una su tutte, è proprio quella con cui ho aperto il post: “ma questa come va fotografata?”.

Facciamo un passetto indietro…
… ognuno di noi fotografa per ragioni personali e inseguendo obiettivi altrettanto personali.
C’è chi si accontenta di ottenere fotografie ben esposte, chi insegue maniacalmente la composizione, chi vuole esprimere un proprio lato creativo, chi invece vuole raccontare la realtà… vabbè, insomma credo abbiate capito quello che intendo dire… qualunque sia la ragione che ci fa prendere in mano una macchina fotografica e ci fa uscire a fotografare rappresenta quello che io chiamo l’intento.
È appunto questo intento che ci prefiggiamo di soddisfare che determina in qualche modo la fastidiosa dicotomia giustosbagliato. L’intento ha a che fare con la nostra visione della fotografia e soltanto in relazione a questo possiamo ragionare in termini di giustosbagliato.
In tutti i processi autorali consapevoli alla base di tutto c’e sempre l’intento e cioè quello che l’autore vuole dire. Lo si ritrova nella letteratura, nella composizione musicale, nella pittura e nella scultura. Intento e visione.

Tutto gira attorno a quello che vogliamo dire intentovisione. La nostra visione e cioè il nostro personalissimo modo di vedere le cose, il mondo. Per questo dobbiamo imparare a svilupparla e dobbiamo imparare a rifletterla nel nostro modo di fotografare.

Per cui, tornando alla domanda incriminata, dovremmo provare a riformularla e a chiederci: “qual è il modo migliore per riflettere il mio intento, la mia visione?”.
Potrebbe sembrare un tantino roboante messa in questi termini, ma soltanto così riusciremo fare le scelte corrette.

Ovviamente arrivare ad una visione coerente con tutto ciò che scattiamo non solo è un lavoro metodico e lungo, ma spesso non è neppure quello che fa per noi, soprattutto se non siamo dei fotografi professionisti.
Ad esempio, se siamo in viaggio, possiamo ragionare sull’intento che ci spinge a ritrarre le persone, che potrebbe essere diverso da come ci poniamo nei confronti, ad esempio, della natura o di un panorama.
Spero di non avervi confuso, ma quello che voglio dire è che, a diversi livelli di fotografia, corrispondono diversi livelli di coerenza di visione e che molto spesso possiamo anche accontentarci di avere un intento specifico, semplicemente legato alla scena che stiamo per scattare.

La cosa fondamentale è intuire il nostro intento, dichiararlo e cercare di capire come tecnica e composizione possano venire impiegate per trasmetterlo in maniera soddisfacente. 

Ogni volta che ci riusciamo, ogni volta che il nostro scatto riflette il nostro intento, abbiamo fotografato la scena come va fotografata.

Personalmente lego l’intento alla specificità di uno scatto e la visione più all’omogeneità di quell’intento nel corso di vari scatti, di progetti diversi e nel corso del tempo – ma non voglio annoiarvi con un pistolotto di semantica della fotografia.

Intento, visione, voce dentro di noi

Chiamiamolo come meglio crediamo, ma è questo il punto di partenza ed ha a che fare soltanto con noi stessi, con la nostra personalità, con la nostra cultura, con la nostra educazione e con il compito che assegniamo alla fotografia (altra questione assolutamente personale, se non addirittura intima).
C’è chi ha uno spiccato senso per l’ironia, tra i mostri sacri Erwitt, ad esempio, chi, invece, dà precedenza ai colori, chi fotografa per scioccare, ad esempio La Chapelle, o chi ancora si sente molto ispirato dal linguaggio didascalico e documentaristico, Robert Capa, per citare il primo, o Don McCullin.

Ognuno di noi ha caratteristiche peculiari diverse e sono appunto queste che ispirano e contraddistinguono – o dovrebbero farlo – il modo che abbiamo di fotografare.
Smettiamo di chiederci “come” e cominciamo a domandarci “perché” – anche se il come è fondamentale, ma subordinato al perché.

La visione non è rigida

Impariamo a sviluppare una nostra visione personale, ma non diventiamone schiavi.
È bello anche fare qualche deviazione, provare ad uscire dal nostro consueto modo di vedere le cose qualche volta.
Questo però non significa fotografare senza intento. Cerchiamo di avere sempre un intento chiaro alla base di ogni nostro scatto, anche potrebbe essere a volte meno in linea con la nostra visione generale, ma evitiamo di scattare senza intento.
Soprattutto non pensiamo alla visione come ad un concetto rigido e fisso nel tempo.
Se guardo le foto che ho scattato negli anni, mi accorgo di come il mio modo di fotografare sia cambiato nel corso del tempo, è vero, riconosco un certo percorso, che contribuisce continuamente a formare la mia personalissima visione. Non si tratta di incoerenza, credo, ma di crescita o quanto meno di cambiamento. Cambiavo io, cambiava con me il mio modo di fotografare, anche se in realtà, l’intento di base è rimasto pressoché immutato.
Questo per dirvi, soprattutto se avete ancora poca esperienza alle spalle, di non cercare la rigidità, ma di accettare il viaggio che farete, e soprattutto capire da subito che la meta di questo viaggio è il viaggio stesso.

Giusto per essere chiari

Qualunque sia la ragione per la quale fotografiamo, qualunque sia il nostro intento e la nostra visione, dobbiamo capire che ogni foto che scatteremo sarà sempre e soltanto il nostro modo di vedere il mondo e non il mondo – perché questo è il più grande paradosso della fotografia, nata per documentare la realtà, ma che invece si è trovata a crearne un’altra, personale e parallela.

Senza visione non c’è storia

Questo per me è un diktat: se non ci poniamo un intento, non riusciremo a raccontare proprio nulla con i nostri scatti, non faremo che riempire card di fotografie mediocri, magari anche ben esposte o ben composte, ma nessuna storia.
E sono le storie che appassionano la gente, indipendentemente che per raccontarle noi usiamo le immagini.

Spero di non avervi annoiato, anzi spero di avervi in qualche modo stimolato.
Torneremo ancora sulla narrazione fotografica o story telling fotografico.


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In viaggio, soltanto quello che davvero pensiamo di usare

La questione è più complessa di quello che potrebbe sembrare.
Sono fermamente convinto che non esista il cavalletto ideale e, ancora di più, che non esista il cavalletto ideale per la fotografia di viaggio.
Il miglior cavalletto è quello che risponde alle nostre necessità e qui entriamo in una sfera decisamente personale.
Fotografare in viaggio comporta una scelta molto precisa dell’attrezzatura che porteremo con noi, determinata dalla meta, dal modo in cui ci si sposterà, dalle nostre abitudini di viaggiatori e fotografi.
Un cavalletto è un accessorio importante e spesso costoso e per non cadere in errore e scegliere un cavalletto che non fa quello che serve, dobbiamo rispondere ad una serie di domande.
Per cui, abbandoniamo la speranza di comprare il miglior cavalletto in assoluto e prendiamo in considerazione l’idea che, ad un certo punto, saremo chiamati a fare delle scelte e che il nostro cavalletto sarà il miglior compromesso possibile.
CI SERVE DAVVERO UN CAVALLETTO IN VIAGGIO?
Ecco la prima cosa da chiederci.
Dipende tutto da quello che intendiamo fotografare e dal linguaggio che sentiamo più nostro.
Se la nostra travel photography è più vicina alla street photography, la risposta è NO.
Se non siamo interessati a time lapse o lunghe esposizioni, ma puntiamo tutto sul reportage nudo e crudo, la risposta è ancora NO. Se siamo allergici al peso e non siamo intenzionati a caricarci, perché siamo fotografi leggeri, la risposta è nuovamente NO.

Molti, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo, si portano in viaggio un cavalletto soltanto per qualcuno gli ha detto che non può partire senza. Spesso questa è un’idiozia, che ci costringe a mettere in valigia un aggeggio pesante e ingombrante, che finiamo col non utilizzare mai, o perché non è nelle nostre corde, o perché ci manca tutta una serie di altri accessori, ad esempio. Se viaggiamo da soli e il nostro modo di fotografare non prevede l’uso di un cavalletto, NON lasciamoci convincere a comprarne uno e a portarlo con noi. NON LO USEREMO MAI! E questo me lo ha insegnato l’esperienza pratica.
Diverso invece se viaggiamo in gruppo, in quel caso potrebbe darsi che qualcuno più esperto di noi ci possa aiutare a crescere fotograficamente e magari farci apprezzare quanto possa tornare utile anche un cavalletto.
Supponiamo, invece, di aver risposto SÌ alla prima domanda, questo punto possiamo passare ad una serie di domande un po’ più specifiche per individuare il compromesso ideale in termini di cavalletti, il modello, cioè, che quasi sempre riuscirà a fare quello che ci aspettiamo faccia – ho scritto quasi sempre, sì, dobbiamo mettere in conto sin da subito che ci si presenteranno situazioni dove anche il nostro cavalletto ci deluderà.
E ora, risposto  alla prima domanda, passiamo oltre e vediamo quali sono le caratteristiche che dobbiamo prendere in considerazione nell’acquisto di un cavalletto.
DIMENSIONI
Le dimensioni contano – ah ah ah!
Eccome se contano e in particolare modo quando si parla di cavalletti.
Domandiamoci se il modello di cavalletto che abbiamo individuato, una volta chiuso, entra in valigia – vi ricordo che la maggior parte delle compagnie aeree non ammette cavalletti a bordo, ma quello che lo consentono, non ammettono cavalletti che chiusi misurino più di 60 cm.
Chiediamoci inoltre se le misure del cavalletto chiuso permettono di trasportarlo con facilità attaccato al nostro zaino, che è poi come lo trasporteremo per la maggior parte del tempo in viaggio.
PESO
In viaggio, per la maggior parte del tempo, ci portiamo tutta la nostra attrezzatura sulle spalle, ecco perché il peso è fondamentale.
Personalmente viaggio con uno zaino che pesa circa 11 kg, cavalletto escluso, per cui non sono mai stato impressionato dal peso, ma chiaramente, alla fine di una giornata di fotografia, la stanchezza può farsi sentire.
Ragioniamo sempre tenendo in conto onestamente le nostre abitudini e attitudini. Fotografare in viaggio può risultare molto stancante e farlo con più chili di quelli che siamo in grado di portare quotidianamente può farcelo odiare.
PORTATA
La portata è una delle caratteristiche fondamentale da prendere in considerazione per la scelta di un cavalletto.
Ci indica quanto possiamo caricare, in termini di peso, e questo naturalmente è importantissimo.
Dobbiamo sempre consultare le specifiche tecniche di ogni modello e individuare i modelli che sono in grado di supportare il peso della nostra attrezzatura – ricordiamoci che dobbiamo sempre fare i conti con peso del corpo macchina, sommato al peso della nostra ottica più spinta e a questo risultato, sommare il peso di qualche altro possibile accessorio.

ROBUSTEZZA
Altro aspetto fondamentale.
La robustezza è data dal materiale con cui il cavalletto è costruito e anche, ma soltanto in parte, dal numero di sezioni che compone ogni staffa.
I materiali impiegati nell’ultima generazione di cavalletti, come ad esempio il carbonio o il basalto, combinano estrema robustezza a leggerezza, ma purtroppo, anche ad un prezzo piuttosto altro.
Chiediamoci per cosa useremo il nostro cavalletto principalmente. Time lapse da ore? Star trailing da ore? o più semplicemente qualche lunga esposizione al tramonto o all’alba? Questo ci aiuta a capire se abbiamo bisogno di un cavalletto super robusto o se possiamo accontentarci di qualcosa di meno strabiliante.

ALTEZZA
Ed eccoci ad una caratteristica a doppio taglio: l’altezza del cavalletto completamente esteso e quella del cavalletto chiuso.
Sono due aspetti importanti.
Il primo perché determina il massimo punto di ripresa consentito – purtroppo i modelli più economici si fermano abbastanza prima dell’altezza occhi – e il secondo determina quanto compatto può diventare il nostro cavalletto.

PREZZO
Agh! Le note dolenti. Il prezzo di solito riassume le caratteristiche. Un cavalletto robusto, leggero, alto, ma compatto e che possa venire caricato con svariati chilogrammi di attrezzatura… COSTA!
Io sono dell’idea che non convenga MAI risparmiare troppo, soprattutto se confidiamo molto nell’uso del cavalletto, ma neppure gettare i nostri soldi.

… e ricordiamoci, non esiste il cavalletto ideale, ma soltanto quello che fa quello che ci serve.


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