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Oltre la sabbia, c’è di più

 

“Il Marocco!? Uff, è tutto uguale. Solo sabbia e rocce!”

È questo,  quello che si è superficialmente portati a credere, se non ci si è mai stati in Marocco.
Ed è quello che ho fatto anch’io prima di metterci piede la prima volta. Nonostante partissi con molte aspettative, come sempre, mi ero come consegnato ad un pregiudizio, infondato ed immediatamente sfatato.
L’equazione mi pareva esplicita: Marocco uguale deserto, Marocco uguale Sahara, Marocco uguale caldo asfissiante.

Mi è bastato lasciare Marrakech e prendere la strada che attraversa le montagne del Grande Atlante per rendermi conto di quanto superficiale e banale era stata la mia supposizione e quanto invece il Marocco offrisse una varietà di panorami inaspettata.

Era metà marzo e la campagna appena fuori Marrakech mi ha salutato con campi coltivati, ulivi e colline erbose.
Quando poi la strada che mi avrebbe portato a Ouarzazate ha cominciato ad affrontare le prime salite e i primi tornanti, ecco che mi sono ritrovato in valli coperte di boschi e solcate da ruscelli. Soltanto qualche ora più tardi, puntando verso sud est, a perdita d’occhio, boschi di conifere. Tutt’attorno pini, abeti e larici, e valli strette. Sognavo!? Era il Marrocco o la Valle d’Aosta!? Era il Marocco. Marrakech, i suoi souk, la medina, la kasbah e le case nei toni dell’ocra sembravano lontanissime,  quasi  poco più di un ricordo, eppure Mustapha aveva guidato per  meno di 150 chilometri.

Il cielo era terso, di un azzurro intenso e quasi fastidioso da quanto fosse sgombro di nubi.
In lontananza, mentre salivamo lungo la strada che tagliava la catena montuosa del Grande Atlante, verso Ouarzazate, si stagliavano le cime più alte. Innevate! Sì, non credevo ai miei occhi! Quella era neve! E quelle cime non erano neppure così lontane. E quando sono sceso per una breve sosta, non potevo credere che mi stessi infilando una felpa.
Ma non doveva essere Marocco uguale caldo torrido!?

Poi la strada ha preso a scendere, si è fatta meno tortuosa, abbiamo scollinato, attraversando un paesaggio brullo, tipicamente alpino,  di quando si flotta attorno alla linea degli alberi (i nostri 2000 metri sul livello del mare, per intenderci).
Scendendo, ci siamo in un’ampia vallata, costeggiata da prati del colore dello smeraldo – tanto che mi sono detto se l’ente del turismo nazionale non avesse  fregato quella tinta all’Irlanda, perché non mi pareva plausibile lo scenario che mi srotolava davanti agli occhi, anche se dopo decine e decine chilometri ho dovuto cedere e convincermene. Anche quello era Marocco! Soprattutto quello era Marocco!

Via via i prati irlandesi hanno lasciato il posto ad un interminabile e stupendo canyon lunare. Mese e torri di roccia ci hanno accompagnato per chilometri, mentre puntavamo al deserto, al Sahara. Guardavo fuori dal finestrino e mi domandavo che fine avessero fatto i campi verde smeraldo e come avevo fatto ad accorgermi quasi che il van era trasmigrato in Arizona! No, nessuna Arizona, soltanto la valle del Dràa, appunto, Marocco! Ed era soltanto il primo giorno!

Le sorprese non sembravano avere fine.

Organizzare un photo tour in Marocco è un’esperienza incredibilmente piacevole, che lascia ricordi indelebili, proprio perché il Marocco è capace di sorprenderci con la sua varietà di scenari.
Oasi e colline dolci. Montagne impervie si contrappongono a valli aperte. E poi, aspri canyon e gole fresate dal vento, che sa essere anche gelido. Un continuo alternarsi.
Valli di rose, valli di datteri, valli di ulivi e di alberi di argan. Gli scenari si sostituiscono più rapidamente di quanto possiamo immaginare. Ci assopiamo qualche decina di minuti, ci lasciamo rapire lo sguardo per qualche mezz’ora, ed ecco che fuori, oltre il finestrino il Marocco già si trasforma.

E poi il deserto.
Parlare del deserto, raccontare il Sahara, è quasi banale, quasi scontato – anche se il Sahara mette davvero d’accordo tutti.
Ma non è possibile non  parlare del Sahara, se si va in Marocco. Perché il Sahara è un’emozione de facto.

E tornandoci, tornandoci con compagni di viaggio diversi ogni volta, ho capito che il Sahara, per ognuno di noi, è qualcosa di diverso, di molto personale.

Per me il Sahara è il cielo trapuntato di milioni di stelle.  È un orlo di dune scure nella notte, mentre al caldo, nei nostri cento grammi, smanettiamo con gli scatti remoti e cerchiamo di rendere in pixel l’immensità della natura. È rendersi conto di quanta superbia  caratterizzi noi fotografi, che pensiamo di riuscire a rendere il grande disegno a qualcosa che stia dentro un perimetro 24×36.
Per me il Sahara è il profumo della legna che arde nel falò al centro del campo tendato, il beccheggio del dromedario che senza fretta mi porta tra le dune, il sapore del cous cous, che sarà anche uguale a qualsiasi altro cous cous marocchino, ma lì, nel deserto, ha un gusto tutto suo. Per me il Sahara è quell’arancio, che è solo delle dune. Per me il Sahara è il secondo movimento del Quintetto in la maggiore K581 di Mozart, il “larghetto”.
Per me il Sahara è qualcosa che ancora non riesco a spiegare a qualcun altro.

Ma il bello è che il Marocco non è soltanto il Sahara.

Il Marocco è anche Essaouira, la sua kasbah fortificata sull’atlantico, i suoi pescatori e il loro pescato, che regala gioia alla gola e all’anima, da consumarsi rigorosamente svaccati all’ombra di una chiglia, nel porto, affumicati dalle griglie, bevendo acqua minerale e immaginare che sia vino bianco.

Il Marocco è la confusione dei souk di Marrakech.
È il girone dantesco di Jama El Fnaa, la sera, dove, per un centinaio di dirham o poco più, si mangia tutti assieme, all’aperto. Italiani accanto a spagnoli, a marocchini, a tedeschi,  accanto ad americani. Cristiani accanto ad ebrei, a musulmani, ad atei. Tutti lì, a spartire pane poco lievitato e harira.
Il Marocco è il profumo dell’ambra, originale o contraffatta per qualche turista meno attento. È l’aroma del tè alla menta, una menta il cui profumo va alla testa. È il profumo delle arance, della mirra e del muschio bianco.
Il Marocco è il rosa delle kasbah, il blu del Majorelles, il bianco della Medersa, l’arcobaleno dei souk.

Il Marocco è altro ancora…  molto altro ancora e, se solo cominciassi a parlare dei  volti e dei sorrisi  che si incontrano in Marocco, degli sguardi… beh

“Ok, ma non hai parlato di fotografia! Hai parlato di tutt’altro, ma non di fotografia!”
Già vi sento. Avete ragione.
Vi faccio una domanda, allora.
Ma secondo voi, un Paese come questo, che ho maldestramente riassunto… secondo voi,  un Paese così quali occasioni fotografiche uniche potrà mai regalarvi!?
Qualsiasi cosa vi rispondiate, preparatevi a farvi sorprendere.


Io in Marocco, a fotografare – ma anche a mangiare agnello e prughe, a bere tè, a comprare nei bric-a-brac, a…, a…, a… – ci torno a marzo. Ci vuoi venire anche tu? Non è difficile, clicca qui, non è difficile.


 

Giada, in uno scatto per un progetto personale durante lo shooting per Tucano Urbano

Una delle regole auree della fotografia di ritratto insegna che gli occhi del soggetto DEVONO sempre essere a fuoco.
Naturalmente, come tutte le regole, può benissimo venire superata, nel nome della creatività, ma prima di farlo, io invito sempre tutti ad imparare a metterla in pratica, a riempire card (una volta avrei detto rullini) con ritratti dove gli occhi sono a fuoco e, soltanto dopo, darsi alla “ricerca” – come piace tanto dire oggi a molti (troppi).

Per cui, in questo post, proverò a buttar giù qualche consiglio pratico per aiutare ad ottenere ritratti dove gli occhi del soggetto risultino a fuoco.

Dove sta il problema!? Vi domanderete…
Il problema sta tutto nel fatto che i ritrattisti solitamente scelgono aperture significativa, come f/1.4 o f/1.8, difficilmente si spingono oltre f/2.8, per sfruttare il massimo del bokeh e la minima profondità di campo, in modo da esaltare il soggetto ritratto.  Ma, come sappiamo tutti, lavorare con il diaframma così aperto implica una certa difficoltà a tenere a fuoco le cose che contano e per farlo serve una certa pratica.

Il mio 85mm (re incontrastato per i ritratti), ad una distanza di 1 metro e mezzo, con diaframma f/1.8, mi dà una profondità di campo di circa 3 cm (!!!), che si riducono drasticamente a poco più di 1 (!!!!!!!), se mi avvicino a circa un metro dal soggetto.
Capite che con numeri di questa portata, la certezza di avere gli occhi a fuoco richiede molto cura.

Che fare allora?
Intanto ci si interroga se è davvero così necessario e vitale scattare con una profondità di campo così ridotta e, magari, scopriamo che, tutto sommato, non lo è.
A questo punto, possiamo scegliere un’apertura meno azzardata, magari salendo a f/3.5, con il quale il circolo degli elementi a fuoco, per lo meno raddoppia, dandoci un po’  di agio in più. Quando avremo finalmente  preso la mano con il fuoco chirurgico possiamo anche avventurarci tra aperture estreme.

Sono un fanatico del bokeh e della scarsa profondità di campo, ma credetemi, molto spesso può risultare fastidiosa, e, se il soggetto ritratto non è perpendicolare all’asse di ripresa, aprire troppo, può rischiare di gettare drasticamente fuori fuoco gran parte del volto, con un risultato finale, magari creativo, ma discutibile. Certo, può darsi  che siamo riusciti a tenere gli occhi a fuoco, ma il resto è sfocato, solo perché abbiamo insistito a scattare a f/1.4! Non la trovo granché come strategia. Meglio allora chiudere un po’ e lavorare con diaframmi meno spinti, con la certezza di ottenere un risultato più piacevole.

Se poi siamo alle prese con ritratto che include più soggetti, meglio darsela a gambe levate dai diaframmi troppo aperti e scegliere di non scendere mai sotto f/8, che con un 85mm, a 5 m dal soggetto, ci regala un metro e mezzo abbondante di profondità di campo, ad esempio, sufficiente perché due soggetti possano posare uno accanto all’altro senza rischiare che uno dei due risulti sfocato. Teniamo a mente, più soggetti abbiamo, più profondità di campo ci serve, a meno che non si decida di schierarli in riga, stile condannati al plotone d’esecuzione o a meno che non si tratti di una squadra di calcio, in ogni caso, perché rischiare!?

Sgombrato il campo per ciò che concerne il ruolo (fondamentale) del diaframma, prendiamo in considerazione il tempo di posa.
Direte, “beh, il tempo di posa non è così rilevante in un ritratto!”… vero, ma non va sottovalutato, perché cadere nell’errore di scegliere un tempo di posa troppo lento, può introdurre del mosso e non basta assicurare la macchina ad un cavalletto per risolvere l’empasse, perché il mosso potrebbe essere legato ad eventuali movimenti, anche minimi, del nostro soggetto – non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non con oggetti inanimati.

E sarebbe un peccato non ottenere gli occhi del soggetto perfettamente a fuoco, una volta risolto l’aspetto diaframma, solo perché il tempo scelto è troppo lento.

A proposito di tempo.
Una buona regola pratica è quella che ci consiglia di non scendere mai con il tempo di scatto sotto il doppio della focale usata. Ad esempio, se monto il mio 85mm, sarebbe buona pratica cercare di non scattare mai con tempi più lunghi di 1/170″, che qualcuno sceglierà di arrotondare ad 1/125″, ma che io consiglio di portare ad 1/180″, se non ad 1/250″.
Chiaramente è tutto molto soggettivo.
Dal lato fotografo la regola del doppio della focale può essere un’ottima indicazione, anche se poi molti di noi riescono a mantenere una presa salda anche con tempi attorno a 1/15″ , se non addirittura 1/8″.
Dal lato soggetto, tutto dipende dalla posa e dalla situazione. E ogni volta dobbiamo essere bravi a valutare entrambe.
Una posa semplice o naturale, o un soggetto abituato a posare, ci permettono di osare anche con tempi lunghi.
D’altro canto, una posa più complicata, o un ambiente meno riservato, o, ancora, un soggetto in imbarazzo o poco abituato a posare, ci devono immediatamente suggerire di scegliere un tempo più rapido.
Nel dubbio, piuttosto che sacrificare il tempo, alziamo gli ISO.

La post-produzione non compierà il miracolo!
Chi spera di salvare uno sguardo sfocato in post, si metta il cuore in pace: ci riuscirà soltanto parzialmente e con il rischio di dare al ritratto un tocco drammaticamente artificiale. La post-produzione non è la via da seguire, per cui: gli occhi a fuoco IN MACCHINA!

Nonostante la posa frontale, è necessario prendere in considerazione i volumi occupati da volto e corpo del soggetto e scegliere un’apertura di diaframma  adeguata. Giada – progetto personale all’interno dello shooting per Tucano Urbano

Sfruttiamo la luce!
Cerchiamo di fare in modo che gli occhi del soggetto siano illuminati – su come farlo, ci sono milioni di post e tutorial un po’ ovunque e qualcuno anche qui, negli articoli dedicati al ritratto o alla tipologia di luce.
Personalmente mi piace quando la luce colpisce, di riflesso o direttamente, gli occhi del soggetto dall’alto, con un’inclinazione tra i 45° e i 10°, e possibilmente un po’ disassata rispetto al soggetto stesso, diciamo tra i 20° e i 70° (destra o sinistra, secondo il gusto). Restando all’interno di questo range di angoli, riusciamo a dar vita allo sguardo, infatti nelle pupille del soggetto compaiono i cosiddetti catchlight – quelle lucine, che altro non sono che il riflesso della fonte luminosa nelle pupille.
Avendo cura di illuminare la zona degli occhi – posizionando con attenzione i flash o  spostando il soggetto affinché ciò accada, nel caso stessimo scattando soltanto con la luce ambiente – ci aiuterà a mettere a fuoco con precisione e darà al ritratto una forza maggiore, legata anche alla definizione.

Usiamo un cavalletto!
Ci verrà incontro, anche se solo parzialmente. Dobbiamo sempre fare i conti con i movimenti del nostro soggetto.

Controlliamo le diottrie del nostro mirino!
Può sembrare banale, ma molti non lo fanno mai – alcuni addirittura nemmeno sanno della possibilità di farlo.
Le diottrie del mirino VANNO impostate in base alla nostra vista e lo si fa attraverso una rotellina solitamente posta a fianco del mirino. Può sembrare banale o ovvio, ma non è raro, quando ad esempio si passa alla messa a fuoco manuale, che i nostri scatti risultino sfocati perché il mirino non è tarato correttamente per la nostra vista.

Scegliamo il pattern di autofocus giusto!
… o addirittura passiamo alla messa a fuoco manuale.
Nel caso  invece decidessimo di  lasciar fare alla macchina, selezioniamo il pattern di autofocus a punto singolo.
Se il soggetto posasse in modo non completamente frontale, scegliamo l’occhio più vicino.
Assicuriamoci di non avere attivati algoritmi di messa a fuoco dinamici – per capirci, quei pattern assistiti dal computer della macchina che inseguono in maniera intelligente soggetti in movimento, o che determinano al posto nostro qual è il soggetto da mettere a fuoco. Queste diavoleria – indispensabili nella caccia fotografica o nella fotografia sportiva – possono giocarci brutti tiri, come ad esempio modificare il punto di messa a fuoco, in seguito ad un cambio, anche non significativo, di inquadratura.

Bene, siamo arrivati in fondo. Forse questo post non ci avrà trasformati in Richard Avedon o Annie Leibowitz, ma spero almeno che queste mille e quattrocento parole ci abbiano indotto  a pensare un po’ e che, la prossima volta che decidiamo di scattare un ritratto a qualcuno, ci possano tornare in qualche modo utili per non fallire.

 


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La kasbah di Ait Ben Haddou. La foto all’alba era una voce “obbligatoria” nella shot list che ho preparato per il photo tour del Marocco dello scorso anno e doveva incastrarsi perfettamente nella logistica di tutto il viaggio

Alzi la mano (virtuale) chi di noi è tornato da un viaggio o da un weekend fotografico e si è reso conto solamente una volta a casa di non aver fotografato questo o quel soggetto, magari anche soltanto perché, preso dal sacro fuoco creativo, se ne è semplicemente scordato, o perché, soverchiato dalle emozioni e dalle novità dei luoghi, ha posticipato, posticipato, posticipato… fino a che poi non è stato troppo tardi.

La mia mano è alzata! Lo ammetto, con più o meno imbarazzo.

Esiste un metodo per evitare di scoprire a casa, quando cioè è troppo tardi, che abbiamo dimenticato di fotografare qualche soggetto al quale, magari, tenevamo: quelli veri la chiamano SHOT LIST  (elenco degli scatti) e noi possiamo rubare un po’ il mestiere e cominciare a familiarizzare con questo semplice, ma efficace concetto, soprattutto quando stiamo per affrontare un viaggio irripetibile e non vogliamo cadere in frustrazione, una volta tornati.

La shot list altro non è che l’elenco degli scatti – ma farei meglio dire, nel nostro caso,  dei soggetti, o delle categorie – che ci prefiggiamo di portare a casa, per ritenerci soddisfatti del nostro personale reportage.
La shot list può essere più o meno dettagliata e cioè possiamo corredare ogni scatto inserito nell’elenco con dettagli più specifici (ad es. l’ora del giorno preferibile, la località precisa, l’inquadratura, ecc.). Può sembrare pedanteria di poco conto, ma spesso, soprattutto quando i giorni a disposizione sono contati e l’aspetto logistico (spostamenti, pernottamenti, tempi di trasferimento) è soverchiante.

Per i professionisti, le shot list, rappresentano una risorsa fondamentale che solitamente viene concordata con il cliente in fase di briefing, e cioè prima di affrontare il lavoro vero e proprio. Le shot list dei professionisti in genere sono molto dettagliate e offrono per ogni scatto indicazioni molto precise – dobbiamo tener presente che ad uno shooting prende parte un nutrito team di professionisti e tutti devono essere consapevoli del risultato che ci si prefigge e di quali sono i compiti di ognuno per raggiungerlo.
Nel caso di una sessione fotografica di moda, ad esempio, di solito le shot list indicano il capo o i capi da scattare, i modelli da usare, l’orientamento dello scatto, l’importanza dello scatto nell’economia del servizio, eventuali accessori noleggiati da utilizzare, i professionisti che vengono coinvolti e altre informazioni che hanno a che fare con la logistica, oltre ad indicazioni generali, come ad esempio il mood (l’atmosfera) e le aspettative del cliente per quel particolare scatto.

Quando ad esempio ho affrontato il mio progetto editoriale “So Special” avevo una necessità diversa, trattandosi di un libro fotografico. In quel caso dovevo essere certo che gli undici team di preparatori Triumph che fotografavo su e giù per l’Italia godessero tutti dello stesso trattamento, per cui ho preparato una shot list che mi guidasse in modo blindato e mi aiutasse  a portare a casa, per ognuno dei team le foto che mi servivano per completare la sezione a loro dedicata, all’interno del libro:  “una foto orizzontale passante per le aperture”, almeno “tre foto accessorie”, almeno cinque “contributi” e una “foto verticale per la chiusura” – credetemi, quando tutto dev’essere fatto in modalità “buona la prima”, avere una guida solida è una manna.

Senza diventare dei maniaci compulsivi dell’elenco, ognuno di noi può beneficiare di un po’ di pianificazione.
Come spiego sempre negli workshop che dedico allo storytelling fotografico, il successo di un reportage, e non importa se si tratta delle nostre vacanze in riviera o dell’attraversamento in piroga del Mekong, dipende largamente dalla nostra capacità di pianificare, sia l’aspetto logistico, sia l’aspetto esecutivo.
Imparare a compilare una shot list, senza esagerare con la meticolosità, va in questa direzione e non può che farci crescere come fotografi.

Ad esempio, un buon inizio potrebbe essere quello di raggruppare i “generi”  che vogliamo fotografare, ad esempio “monumenti”, “mercati”, “paesaggi”, “eventi pubblici”.  Piano piano, possiamo imparare ad essere più specifici e ad entrare più nel dettaglio.

Se stiamo preparando un viaggio fotografico che ricopre una certa importanza, compilare una shot list che includa  luoghi precisi, ore del giorno e indicazioni sugli spostamenti, ci aiuterà a pianificare meglio il viaggio e a non dover rinunciare a qualche scatto che riteniamo fondamentale, solo perché “pensavamo di riuscirci, ma poi siamo dovuti salire sul treno…”
Sappiamo bene tutti che alcune fotografie vanno realizzate in ore specifiche della giornata, come ad esempio l’alba o i tramonto, e inserire queste indicazioni di fianco ad alcuni scatti, ci aiuta a pianificare con maggior precisione gli spostamenti e il nostro viaggio in generale – può sembrare banale, ma fidatevi non è così, contare “di quante albe o di quanti tramonti abbiamo bisogno” ci dà immediatamente un’idea se, con i giorni pianificati, riusciremo a fotografare quello che ci prefiggiamo.

Una shot list spesso aiuta anche a vincere l’ansia da prestazione o il blocco creativo.
Seguire un elenco, ci permette di  evitare di scattare a zonzo – anche se ritengo che sia un’attività che un suo grandissimo e rispettabilissimo perché . Seguendo un elenco possiamo fotografare procedendo per “categorie” e questo, qualche volta, risulta molto più proficuo, soprattutto per chi di noi ha poca familiarità con la fotografia di viaggio e lo storytelling fotografico.

Diciamo che lavorare con una shot list non solo ci aiuta, ma può risultare anche molto stimolante, oltre a farci sentire un po’ più professionisti e un po’ meno allo sbaraglio.
Uno shot list ci ricorderà quello che abbiamo già scattato (anche soltanto in termini di “categoria generale”) e quello che ancora ci manca e magari ci obbligherà anche ad uscire un po’ dalla nostra comfort zone, spingendoci ad avventurarci in categorie fotografiche che magari non sono proprio nelle nostre corde. E anche questo ha il suo merito nel percorso di crescita di un fotografo.

“Ma io non ho bisogno di scriverle certe cose! Io so quello che voglio fotografare e non mi dimentico!”
Già li sento… e forse hanno anche ragione, ma allora che male c’è a buttare giù un elenco!? Scripta manent verba volant, dicevano i latini e se poi scoprissimo che ci aiuta anche oltre che a restare bene in vista!?
Ora sta a voi.


Il nuovo photo tour del Marocco 2018! Scopri di più. Nuove mete. Tutte le date, tutte le informazioni.


 

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Abbiamo soltanto pochi giorni a disposizione e vogliamo tornare a casa con un buon numero di scatti di cui andare fieri?
Siena e i suoi dintorni sono perfetti.

Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia.
Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole: colline dal profilo dolce si alternano a piane, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la campagna.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Prepariamoci a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farci gettare la spugna, ma deve invece spronarci a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano appunto all’interno del centro storico, in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città, con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Come non può mancare all’appello il Duomo, a pochi passi dalla piazza, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale, ma sempre così interessante dal punto di vista fotografico.
Girovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Oltre Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola, ad una ventina di chilometri da Siena, famosa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paesaggio.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

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A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paesi della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arriviamo da Monteriggioni,  prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, ci troveremo nel cuore più tipico della Toscana, immersi in panorami dolcissimi e mozzafiato al tempo stesso.

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Volterra
 è un’altra meta interessante.
Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.

Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

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Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lascare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può predere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.

L’obiettivo Proteus (80mm – f./4.0) con adattatore Nikon

Da quando ho aperto Fotografia Facile, non ho dedicato molto spazio alle cosiddette prove su strada, ammetto che sul web ci sono numerosi siti e blog che si occupano egregiamente di questo aspetto, pubblicando prove oneste e approfondite.
Non è esattamente la mia passione, ma, questa volta, ho fatto uno strappo alla regola – e alla pigrizia.

Sono entrato in contatto con Lomography in occasione del concorso che metteva in palio una Diana Mini tra gli amici della mia pagina facebook Fotografia in Viaggio, quando ad un certo la responsabile dell’iniziativa mi ha proposto di provare un kit di lenti.
“Grazie, ma io scatto con una reflex Nikon…» – ho risposto, facendo spensieratamente la figura dell’incompetente (!).
“Ti mando un kit Neptune con attacco Nikon e lo provi. Poi mi dici cosa ne pensi, si tratta ancora di un prototipo, pero.”

Neptune, ritorno al futuro

Per me è stato questo l’effetto. Un bel salto indietro nel tempo: fuoco automatico e diaframmi da impostare con la ghiera.

Il kit è composto da tre obiettivi:

  • Thalassa, un 35mm – f/3.5
  • Despina, un 50mm – f.2.8
  • Proteus, un 80mm – f./4
  • l’adattatore (nel mio caso Nikon)
  • una serie di piatti da frapporre tra obiettivo e adattatore

Ammetto, l’effetto è stato piuttosto paralizzante, soprattutto all’inizio. Mi sono sentito un principiante e non sto a raccontarvi delle incazzature quando mi rendevo conto di aver sbagliato la messa a fuoco o di essere stato troppo lento.
Piano piano però ci ho preso la mano – anche se per un certo tipo di fotografia, soprattutto in viaggio, devo ammettere che i tre piccoli mostri non sono proprio indicatissimi (!).
Poi però ho cominciato ad apprezzare la straordinaria incisione che tutti e  tre gli obiettivi erano in grado di offrire, anche a diaframma praticamente spalancato, per non parlare della sontuosa qualità del bokeh – soprattutto usando Proteus, l’80 mm e aprendo al massimo.
Certo continuavo ad imprecare per la difficoltà nel mettere a fuoco in certe situazioni. Ad esempio avevo notato che Proteus, l’80mm (tra i tre il mio preferito, ma sono di parte, dal momento che il mio pane è la fotografia di ritratto) dava il suo meglio soprattutto in situazioni di luce tenue, ma era proprio in quei momenti che io faticavo a mettere a fuoco con precisione (certo, colpa mia e non della lente), per non parlare del fatto che lavoravo praticamente sempre a diaframma spalancato, per ottenere la minor profondità di campo possibile… insomma, non una passeggiata.

… e poi i piatti!
Non sono impazzito, li hanno chiamati così: piatti. Si tratta di piccoli dischetti di plastica intagliati con forme diverse – stelle, cerchi, fiocchi di neve, linee, ecc. – Li si interpone tra l’obiettivo e l’adattatore e intervengono sulla forma del bokeh, in particolar modo in presenza delle alte luci.
Certo una sorta di gimmik, ma vi assicuro che se si imbrocca il piatto giusto, l’effetto è sorprendente.

Uno sfocato incantevole

 

Il piatto ha creato un bokeh molto singolare in corrispondenza delle alte luci, ma il primo piano offre un’incisione di altissima qualità e nessun vignettatura ai bordi

 

Ecco un altro esempio bokeh elaborato – ottenuto impiegando un piatto a stella

 

In questo scatto la resa è semplicemente sublime – da notare che le condizioni di luce erano davvero precarie e non potete immaginare la difficoltà e gli improperi per mettere a fuoco. Ma il risultato è decisamente da prime lens di prima qualità.

Concludendo…

Un sistema di prime lens di altissima qualità, realizzate a mano, molto leggere e maneggevoli, dalle prestazioni davvero invidiabili, sia per bokeh, sia per incisione.

Se come me, vi aspettavate aberrazioni cromatiche stile toy camera, ghost images o altre diavolerie tipiche del mondo Lomography, ci rimarrete male un po’ all’inizio – ammetto: ci sono rimasto maluccio – ma poi la qualità dei tre obiettivi del sistema Neptune saprà guadagnarsi il vostro favore.

Il costo del kit – attorno ai 1.000 euro – non è certo un dettaglio sul quale glissare senza batter ciglio, ma la qualità, si sa, non viene mai via a buon mercato.

Volendo trovare a tutti i costi un difetto… da lenti così curate (e costose) mi aspettavo un sistema di aggancio decisamente più fluido, ma pian piano ci si fa la mano.

Di certo non si tratta del kit per tutti i tipi di fotografia, ma chi punta alla qualità e scatta con tempi comodi potrebbe farci davvero un pensierino. Tre obiettivi che ci mettono un po’ a farsi amare… dannazione, proprio quando stava nascendo l’idillio, li ho dovuti impacchettare e restituire!


Altre informazioni sul sistema Neptune di Lomography le trovi qui


 

Tra spettacolo e combattimento, l’arte marziale indiana kalari payat offre spunti incredibili per provare a congelare l’azione.

Uno degli aspetti forse più intriganti della fotografia è proprio la sua capacità di congelare l’azione, permettendoci così di cogliere il momento, come altrimenti non saremmo in grado di fare, ma scattare buone fotografie con soggetti in movimento richiede una certa esperienza, che soltanto la pratica ci può dare.

In quasi tutte le situazioni dinamiche, esiste un particolare momento che riassume in modo efficace l’intera sequenza del movimento e noi dobbiamo essere capaci di cogliere esattamente quel momento – il climax dell’azione – e per fare questo possiamo scegliere tra due approcci: anticipare il movimento del soggetto oppure scattare una raffica di scatti in rapida successione.
Qualunque sia la nostra filosofia di scatto, scatto singolo o raffica, dovremo in ogni caso avere la macchina pronta, con tutti i parametri fondamentali (ISO, apertura e tempo) impostati correttamente per lo scatto, perché, mediamente, non ci sarà tempo per regolarli mentre si svolgerà l’azione che intendiamo congelare.
Facciamo molta attenzione all’inquadratura. Evitiamo di stringere troppo in fase di scatto, in modo da non tagliare inavvertitamente il soggetto, potremo sempre intervenire in fase di editing e apportare un crop più stretto.
Attenzione anche quando scegliamo focali più corte: tenderanno chiaramente ad offrire una maggiore profondità di campo e, nel caso fossero presenti più elementi, l’inquadratura potrebbe risultare un po’ affollata e così distogliere l’attenzione di chi guarda da ciò che davvero conta – con obiettivi corti, dobbiamo comporre con maggior cura.

L’arena di un combattimento di kalari payat attraverso l’occhio di un 8mm. Maggiore è il campo inquadrato e maggiore dovrà essere la cura che mettiamo nel comporre e nella scelta del momento da immortalare. Il ruolo del soggetto principale dev’essere sempre chiaro.

Se vogliamo congelare l’azione con successo, DOBBIAMO, anticipare i tempi, che significa fondamentalmente comporre l’inquadratura prima, impostare il tempo che riteniamo sufficiente per congelare il movimento del soggetto, impostare il diaframma corretto, tenendo conto anche di come il diaframma vada ad influenzare ciò che sarà a fuoco e ciò che invece risulterà sfocato.
Fatte queste operazioni… dito sul pulsante di scatto e occhi ben aperti!

Quale tempo scegliere?

Quello più rapido possibile, mi verrebbe da dire. Mai come quando decidiamo di congelare il movimento, abbondare con la rapidità del tempo di posa non può che aiutare.
A volte però conviene scegliere un tempo meno rapido, che riesca a congelare il grosso del movimento, ma che lasci intuire il dinamismo della scena attraverso alcuni dettagli mossi.

Un tempo rapido, ma non troppo rapido, ed ecco che rendiamo lo scatto ancora più dinamico

Quale modalità di scatto usare?

Il manuale, il famigerato manuale, potrebbe risultare un po’ macchinoso da gestire, per cui il mio consiglio, quando abbiamo a che fare con l’azione, è quello di impostare la macchina su una  delle due modalità semi-automatiche – A e S per i nikonisti, Av e Tv per i canonisti.

Quale scegliere tra le due modalità?
Molti risponderanno sicuri “priorità di tempo!” (S o Tv).
Corretto.  Se consideriamo il fatto che è proprio il tempo di posa che influisce sul congelamento dell’azione, scegliere di scattare in priorità di tempo è sicuramente la scelta corretta.
Per cui, impostiamo un tempo che riteniamo sufficientemente rapido per congelare l’azione e lasciamo che sia la macchina a scegliere il diaframma per noi. Click! Gioco fatto.

Ma non sarebbe neppure sbagliato scegliere di scattare in priorità di diaframma (A o Av).
Impostando il diaframma controlliamo meglio la profondità di campo e la profondità  di campo ci permette di isolare ancora di più il soggetto. Dunque anche la priorità di diaframma potrebbe risultare una scelta corretta,  a patto però  che non si perda di vista il tempo di posa suggerito dalla macchina.
In condizioni di luce buona, scegliendo un diaframma molto aperto, la macchina imposterà un tempo molto rapido – che va benissimo – ma, in condizioni di luce scarsa, potrebbe darsi che il tempo suggerito non sia sufficientemente rapido per lo scopo che ci proponiamo. Per cui, dobbiamo fare maggiore attenzione se scegliamo di scattare in priorità di diaframma una scena dinamica, con l’intenzione di bloccare il movimento del soggetto.

Ricordiamoci che nelle modalità semi-automatiche, la macchina suggerisce il secondo parametro, che sia diaframma o tempo, in modo da esporre correttamente e cioè riportare la scena al fatidico grigio medio, per cui non dimentichiamoci di lavorare di compensazione, positiva o negativa, per ottenere l’esposizione che preferiamo.

Quando scattavo ancora in pellicola, me ne sarei guardato bene, ma ora mi affido allo scatto a raffica, mi garantisce, con un ridotto margine di errore, la certezza di cogliere il momento giusto all’interno di una sequenza.

ISO automatici?

Perché no!? Impostare la macchina su ISO automatici ci garantisce una flessibilità maggiore, in quanto sarà proprio la nostra reflex ad apportare le necessarie modifiche della sensibilità, nel caso fosse necessario – ad esempio nel caso in cui il soggetto, durante il suo percorso, attraversasse una zona d’ombra molto più buia della media della scena.
Per inciso, questa funzione, interviene sugli ISO per garantire un’esposizione corretta in corrispondenza di qualunque coppia tempo/diaframma impostata (fino, naturalmente al massimo del valore disponibile).

Il fuoco è tutto.

Un fuoco preciso, in uno scatto che congela l’azione, fa la differenza, anche se mettere a fuoco con precisione assoluta un soggetto che si muove, soprattutto se il movimento è casuale, non è assolutamente semplice.
L’autofocus ci toglie le castagne dal fuoco – quasi sempre.
Ma se vogliamo evitare brutte sorprese, dobbiamo conoscere a fondo le modalità di autofocus che che ci mette a disposizione la nostra macchina. E, ahimè, ci tocca aprire l’odiato manuale.
Innanzitutto impostiamo la modalità fuoco continuo, in questo modo la macchina continuerà a mettere a fuoco il soggetto inquadrato fin tanto che terremo premuto per metà il pulsante di scatto.
Questo ci permetterà di seguire il soggetto in movimento, mantenendolo sempre a fuoco ed è il punto di partenza per cimentarsi con soggetti che si muovono.
Ogni modello di reflex offre poi modalità più o meno complesse e flessibili di messa a fuoco automatica – più sofisticato è il nostro modello e, in genere, più ampia è la scelta delle modalità di autofocus.
Non ci resta che leggere a fondo il manuale del nostro modello e passare in rassegna quello che il nostro modello ci mette a disposizione.
Solitamente la differenza tra le varie modalità di messa a fuoco automatica è legata al numero di punti sui quali la macchina prende il fuoco, sulla loro disposizione all’interno dell’inquadratura (pattern), sulla possibilità che, attraverso un algoritmo, la macchina possa anticipare il movimento del soggetto, fin tanto che teniamo il pulsante premuto a metà, e passare da un punto di messa a fuoco al successivo.
Insomma, ça va sans dir, DOBBIAMO LEGGERE CON ATTENZIONE IL MANUALE. È fondamentale per capire quali possibilità ci offre la nostra macchina, quali sono i limiti e i vantaggi di ognuna delle modalità di messa a fuoco automatica.

A prescindere dalla modalità di autofocus che sceglieremo, il consiglio della vecchia guardia resta sempre fondamentale: dobbiamo imparare ad anticipare il movimento del soggetto e questo ce lo regala soltanto la pratica.

Riassumendo…

  • impostiamo una modalità di scatto semi-automatica
  • impostiamo l’autofocus e scegliamo la messa a fuoco continua
  • scegliamo la modalità di autofocus
  • impostiamo i parametri tempo e diaframma
  • impostiamo la funzione ISO Automatici (ci può aiutare)
  • componiamo l’inquadratura prima
  • teniamo il pulsante premuto a metà per tenere il soggetto a fuoco e aggiornare i parametri dell’esposizione
  • e lavoriamo con tempi rapidi!

E ora fuori, a fare pratica!


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A breve i nuovi programmi, non perderli.


 

 

I colori del tramonto in Kerala

Ma quante Indie esistono!?
Questa sì che è una domanda alla quale non riesco a rispondere e più ci torno in India e più ne trovo.
In questo post vi propongo un photo tour possibile: il Kerala, nella estremità meridionale del sub continente.

Il Kerala offre un ottimo punto di partenza per chi si affaccia per la prima volta alla realtà indiana e teme che lo shock possa essere difficile da sopportare.
Il Kerala, rispetto a zone più settentrionali dell’India, è decisamente meno caotico, più pulito e più alla portata del viaggiatore inesperto.

È possibile raggiungere il Kerala abbastanza comodamente, sia dall’Italia, sia dalle principali città indiane, volando sull’aeroporto internazionale di Trivandrum.
Il mio consiglio è di ritirare i bagagli e salutare la capitale del Kerala, per prendere alloggio nella vicina Kovalam.

Kovalam è una piccola cittadina che si affaccia sull’Oceano Indiano e al fotografo offre qualche soluzione più interessante che non Trivandrum.
Due giorni possono bastare, suddividendoli tra le spiagge dai sapori maldiviani e il porto dei pescatori di Vizhinjam Port.
Il piccolo porto offre moltissimi spunti, dalle tradizionali e coloratissime  barche da pesca, ai volti segnati da sole e salsedine dei pescatori.
Un tramonto è obbligatorio dedicarlo al faro di Vizhinjam Beach, poco più a nord del porto.

Lasciata Kovalam, dopo circa tre ore di macchina verso nord, si raggiunge Allepey, dove consiglio a tutti di prenotare una notte su una delle tantissime boat house che navigano le backwaters della zona.
Alloggiare su questi piccoli hotel galleggianti è un’esperienza deliziosa ed offre notevoli spunti fotografici, soprattutto dalle parti dell’alba, con i campi di riso sotto il livello del mare che confinano con palme e vegetazione equatoriale.

Dopo Allepey è la volta di Kumarakom.
Consiglio di passare almeno un paio di giorni a Kumarakom, da dividere tra il Bird Sanctuary,  che va percorso rigorosamente in barca, e i villaggi attorno a Kottayam.

Lasciamo la zona delle backwaters per spingerci verso l’interno dello stato, verso le montagne e le piantagioni di tè, al confine con il Tamil Nadu.
Il paesaggio cambia via via che la macchina macina i chilometri e le palme e la vegetazione equatoriale lasciano rapidamente il posto ad eucalipti, tek, bambù e a piante di cardamomo – è incredibile quanto sia vasta l’area coperta da questo tipo di pianta.
Puntando a ovest, verso Thekkady, entriamo nel Parco Nazionale del Periyar, un vero e proprio paradiso per ciò che riguarda flora e fauna.
Thekkady, in sé, offre poco, ma è situata in una posizione molto comoda per chi si voglia addentrare nel Periyar, con la speranza di incontrare – e fotografare – la regina della foresta indiana: sua maestà la tigre.
Incappare in una tigre non è cosa così comune, molto più facile, invece, è riuscire  a fotografare bufali d’acqua, elefanti, renne, cinghiali, martin pescatori, aquile e chi più ne ha, più ne metta.
Attenzione! Non aspettatevi nulla di oltre modo avventuroso, ma di sicuro, un trekking nel parco del Periyar o una risalita in barca, valgono la pena – soprattutto se avrete modo di essere lì all’alba, che assume un fascino decisamente unico.
La piccola Thekkady alla sera offre invece un interessante spettacolo di arti marziali; il kalary payat.
Più che di un combattimento nel vero senso del termine, si tratta di un’esibizione di circa novanta minuti, ma, credetemi, le emozioni sono assicurate e anche le foto.

Le piantagioni di tè in montagna

Lasciata Thekkadi, è la volta di Munnar.
Soltanto raggiungerla vale la pena. Il trasferimento, di appena una novantina di chilometri,  richiede però almeno tre ore abbondanti, ma è uno spettacolo per sé.
Ci si arrampica sui tornanti tra il Kerala e il Tamil Nadu, attraverso le dorsali ricoperte  dalle piantagioni di tè di montagna, che si alternano alle foreste di cardamomo e eucalipto.
Lo spettacolo che offrono le piantagioni di tè è unico – da fotografare all’alba e al tramonto, per coglierlo al suo meglio.
E nel resto della giornata, ecco invece che vanno in scena le donne che lavorano nelle piantagioni, con i loro volti e i loro gesti, sempre uguali nel tempo.

Le reti da pesca cinesi a Cochi

Ultima tappa Cochin.
Quattro  ore di macchina separano Munnar da Cochin – consiglio di spezzare il trasferimento da Munnar, fermandosi per la notte lungo la strada, magari a Muvattupuzha, una volta affrontato e lasciato alle spalle  il tratto di strada di montagna, tortuoso all’inverosimile.
Anche in questo caso però, il trasferimento offre moltissimi spunti fotografici: le colline, i piccoli villaggi, la vegetazione imponente,  numerose cascate.

Cochin offre sistemazioni per tutte le tasche e Varrebbe la pena passarci almeno due o tre giorni, anche se inizialmente si può pensare che offra poco. Non è così.
Come prima cosa, vale la pena farsi un giro in barca sul lago, che, nonostante s’insinui nella città, offre scorci davvero singolari, oltre ad un’inaspettata fauna maestosa, tra aquile, cormorani, martin pescatori e molto altro ancora.
La seconda meta obbligatoria è Fort Cochi.
Fort Cochi, fondata nei primi anni del ‘500 dai portoghesi sulle terre concesse loro dal re di Cochi, rappresenta l’eredità del primo periodo coloniale – il periodo portoghese, appunto, e si offre all’obiettivo coloratissima e dinamica.
Quasi per magia, ci si ritrova in un dedalo di stradine relativamente sgombre dal traffico cittadino, sulle quasi si affacciano edifici coloniali e chiese cattoliche. A Fort Cochi è obbligatorio una puntata al mercato delle spezie e alla lavanderia pubblica – dhobi khana – che si trova sulla Cemetery Lavanderia Road.
La dhobi khana  è una vera e propria chicca, una carezza per il fotografo, un piccolo mondo antico, tutto da catturare, fatto di personaggi unici e di edifici che sembrano uscire da un romanzo di Emilio Salgari.
Lasciata la dhobi khana, vale la pena fare un salto sul lungomare, partendo da Vasco de Gama Square, e dare un occhio alle reti da pesca cinesi e ai numerosi baracchini che vendono il pesce appena pescato alle loro spalle. Lo spettacolo delle Chinese fishnet regala il suo meglio al tramonto. 
Il secondo giorno lo si può invece dedicare alla zona del Quartiere Ebreo (Jew Town), con le sue gallerie d’arte e i suoi negozietti tipici – attenzione che, in alcuni di questi, l’affare è davvero  a portata di mano.
Non si può lasciare Cochin senza aver assistito alla tradizionale danza del Kerala: il khatakali.
In città ci sono quattro o cinque teatri che propongono lo spettacolo, alcuni molto intimi, altri più turistici.
In quelli turistici, solitamente, va in scena una versione tagliata dello spettacolo, mentre nei teatri più piccoli è addirittura possibile assistere al trucco dei ballerini.
Io l’ho vista in una di questi piccoli teatri e consiglio l’esperienza, nonnostante, tra trucco, spiegazione e danza, lo spettacolo duri quasi tre ore, ma, datemi credito, le opportunità per portarsi a casa scatti memorabili è troppo ghiotta.

Quando andare in Kerala?
Praticamente sempre, tolte magari le settimane che vanno da giugno ai primi di agosto, dove il monsone è particolarmente impegnativo. Per il resto il Kerala offre una vantaggiosa occasione di avvicinarsi alla magia dell’India, in modo poco traumatico,


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