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Si fotografa assieme

“Ma non ci sono lezioni!?” oppure “Ah, ma io pensavo fossero la stessa cosa!” e ancora “Ma se non sono previste lezioni, scusi, ci posso pure andare per i fatti miei!”…

E queste sono soltanto alcune domande o commenti che ho raccolto da quando organizzo workshop fotografici e photo tour, o viaggi fotografici. Per cui mi sono detto, forse non è proprio così chiara la differenza tra le due attività… forse varrebbe la pena provare a spiegarla una volta per tutte, in modo che scegliere serenamente e avere ben chiaro quello che ci aspetta sia alla portata di tutti.

C’è un’enorme differenza tra un workshop e un photo tour – anche se poi, coloro che arriveranno fino in fondo a questo post scopriranno che io non la metto giù così dura… ma torniamo a noi…

Le differenze tra un workshop e un photo tour

  • un workshop è un evento che mira ad affrontare un argomento specifico, solitamente attraverso una sessione teorica, supportata da una sessione pratica.
    In realtà anche qui c’è un po’ di confusione e alcuni di noi organizzano e vendono workshop dove l’attività formativa (la lezione, per intenderci) non c’è e tutto si svolge in un “momento collettivo” dove il gruppo dei partecipanti viene stimolato dal fotografo che tiene il workshop a mettere in pratica le proprie conoscenze o ad affrontare un “compito” particolare. Questo è molto diffuso negli workshop di ritratto, di boudoir, di glamour o di moda, deve è presente una modella (di solito), un’attrezzatura fissa e una location (studio o altro). Questa tipologia di workshop si rivolge a fotografi che già hanno dalla loro una certa esperienza, ma che, per ragioni più o meno evidenti, non si mai cimentati, ad esempio, nel fotografare una modella nuda in pose glam. Il workshop fornisce loro la possibilità di provare, guidati dai consigli di un professionista. Tutti affrontano lo stesso esercizio e la parte formativa è spesso relegata ad una rapida sessione di coda, durante la quale si commentano i vari scatti prodotti nella corso del workshop.
    Altre tipologie di workshop, invece, assumono una veste più vicina ad mini-corso e si pongono come obiettivo principale quello di insegnare e lo fa attraverso sessioni teoriche ed esercizi pratici di gruppo, sempre sotto la guida di un professionista. Questa tipologia di workshop, naturalmente a seconda dell’argomento affrontato, si rivolge a chi, magari, quell’argomento non lo conosce nello specifico, o lo vuole approfondire. Anche in questo tipo di workshop, l’argomento affrontato è solitamente piuttosto specifico, proprio per non riuscire a raggiungere un certo livello di approfondimento.
  • un photo tour è invece un viaggio fotografico studiato e organizzato in modo che i partecipanti possano cogliere il meglio delle opportunità fotografiche che l’itinerario offre. Nonostante un fotografo professionista accompagni il gruppo per tutto il viaggio, solitamente nel corso di un photo tour non sono previste lezioni.
    Un photo tour, se studiato bene, ha tempi e logistica pensati per la fotografia. Si tratta di un viaggio, ma non va confuso con un normale viaggio turistico. Un photo tour può prevedere sessioni fotografiche all’alba o al tramonto o sessioni notturne, a seconda di dove ci si trovi. Sempre perché non si tratta di un viaggio turistico, un photo tour solitamente non prevede la presenza di una guida turistica, ma di un fotografo – naturalmente nulla vieta che ci sia anche una guida fissa o che più guide completino l’esperienza del tour.

In soldoni, queste sono le differenze.

Cosa scegliere

Cercate delle lezioni mirate? Volete approfondire un aspetto della fotografia che non vi è ancora familiare?
La risposta è semplice: workshop.
Volete finalmente fotografare in viaggio, senza dovere sottostare a tempi dettati da chi con la fotografia non ha nulla a che fare? Volete viaggiare, fotografare e confrontarvi con altri fotografi? Volete viaggiare e non posare mai la macchina fotografica per tutto il tempo?
La risposta è: photo tour – e non serve che siate esperti, anzi, spesso è proprio chi è alle prime armi che ottiene il massimo da un photo tour, perché ha la possibilità di fotografare molto e di confrontarsi con il resto del gruppo.

Io non ci sono. Non ci sono perché sono loro, il gruppo, il vero soggetto di un photo tour

Come la vedo io

Io non riesco a vedere tutta questa divisione netta, gli workshop da una parte, i photo tour dall’altra.
Personalmente penso che un workshop debba avere una forte componente formativa… in poche parole: un workshop deve fornire una serie strumenti pratici e teorici perché i partecipanti possano crescere, fotograficamente parlando.
Sono anche convinto che un workshop, solitamente, debba occuparsi di un argomento molto specifico e che debba concentrarsi in un tempo breve. Vedo un workshop come un corso concentrato e focalizzato su un argomento preciso e delimitato, dove la teoria possa trovare il suo giusto spazio, ma dove la pratica sappia far apprezzare la teoria, oltre che a consolidarla.
Nei miei workshop, lo dico sempre, nessuno porterà mai a casa scatti di cui andarne fiero. E dovreste vedere la faccia delusa, quando se lo sentono dire. Ma è così! Nei miei workshop, mediamente, gli scatti del gruppo sono mediocri, ma non perché i partecipanti ai miei workshop siano scarsi, tutt’altro, ma perché non è quello l’obiettivo che mi pongo.
Io VOGLIO che vadano a casa con qualcosa di concreto, sia nei concetti, sia nella pratica, da poter impiegare poi, ancora e ancora e ancora, e scattando foto memorabili ancora e ancora e ancora.

Un photo tour, invece, secondo me, deve saper privilegiare i luoghi e le genti che abitano quei luoghi.
Credo che un photo tour debba essere soprattutto un’esperienza di viaggio. Sono anche però assolutamente convinto che un photo tour debba sempre avere la fotografia al centro, la fotografia come attività cardine e scopo finale e questo credo sia possibile soltanto attraverso la conoscenza dei luoghi che si attraversano e un’organizzazione attenta agli spostamenti, agli orari e ai tempi.
Non potrei mai proporre un photo tour lungo un itinerario che non ho mai percorso, che non ho mai fotografato.
Forse questo un po’ limiterà la mia offerta, ma sono certo che ne guadagnerà la qualità.

Io mi conosco e conosco quanto mi appassioni, per cui il rischio che un mio photo tour si trasformi in una sorta di workshop itinerante e sempre molto presente.

Sono convinto che il fotografo professionista che accompagna il gruppo debba sempre essere a disposizione del gruppo, di tutto il gruppo e non soltanto di alcuni, magari quelli che fotografano meglio. Anzi io credo che il fotografo che accompagna il gruppo debba dedicare più tempo ed energie a chi ha meno esperienza, all’interno del gruppo.
E poi che debba anche  mostrarsi estremamente proattivo, e cioè stimolare i partecipanti a cimentarsi in aspetti della fotografia che magari sentono meno loro o che non affrontano frequentemente. Ovvio che il rischio di diventare pedanti c’è, ma basta ricordarsi che, comunque, chi si iscrive e partecipa a un photo tour, vuole soprattutto due cose: stare bene e sentirsi in vacanza, con la macchina fotografica in mano – ma niente imposizioni, niente obblighi, niente imposizioni assurde stile naja.

Io mi impegno ad accompagnare il gruppo da dentro il gruppo.
Mi spiego, mentre negli workshop difficilmente fotografo e preferisco dare consigli e assistere, durante i photo tour mi carico il mio zaino sulle spalle e fotografo con il resto del gruppo e sottolineo con il gruppo, non prima del gruppo, pessima abitudine di alcuni miei colleghi, anche più rinomati, che accompagnano i gruppi, ma, una volta sul posto, prima si occupano dei loro scatti e poi tolgono l’embargo al luogo. Onestamente non ne capisco il senso. Perché non andarci da soli, allora!? Per andarci a spese di un gruppo di entusiasti che hanno soltanto voglia di imparare!? Per paura che poi qualcuno possa rubare loro trucchetti e segreti!? Bah… non li capisco e basta. Ho sentito una volta di troppo di professionisti che riservano per loro stessi l’ora giusta e lo spot giusto e, soltanto dopo aver portato a casa i loro scatti giusti, lasciano al gruppo ciò che resta del divertimento. Bah…
Sarà, ma se siamo in 12, indovinate un po’ che scatta per dodicesimo nei miei photo tour…

Il compito di chi guida il gruppo è quello di mettere tutti nelle condizioni di fotografare al meglio, di essere presente e farsi trovare pronto per un consiglio, per una dritta, per un commento. Chi guida il gruppo non deve imporre tediose lezioni se non sono gradite, ma non deve sottrarsi nel momento in cui gli venissero chiesto, certo un photo tour, teoricamente non prevederebbe lezioni, ma… ma un chissenefrega non ce lo vogliamo mettere!?
Chi guida un gruppo non deve nutrire gelosie per i suoi segreti, io li considero un po’ come i segreti di Pulcinella, ognuno di noi ha personalità, visioni e ragioni diverse per fotografare e i nostri segreti sono davvero piccoli piccoli.
Chi guida un gruppo non deve nutrire invidie e non deve avere preferenze e cocchi… il rompicoglioni precisino deve tornare a casa con la stessa soddisfazione del bravo fotografo diligente che non apre bocca e assorbe conoscenza per osmosi.
Chi guida un gruppo deve farlo perché ha la passione per farlo, perché prova gioia nel vedere i partecipanti soddisfatti, perché anche se sono convinto che la fotografia sia un’attività per solitari, deve sentire che insegnarla è una cosa gratificante.

Hey, ma non ci sono macchine fotografiche!
Eggià… e in questa ci sono pure io.

 


Qui quello dove andiamo l’anno prossimo…


 

Al di là dell’esposizione, al di là della composizione, al di là dell’evidente colpo di culo, questa foto serve e soddisfa l’intento che mi ero prefissato prima di scattare: fare emergere l’umanità varia che vive e rende vivi i treni locali indiani.

Una delle domande che spesso mi sento rivolgere durante gli workshop o durante i photo tour, soprattutto da chi si è avvicinato alla fotografia da poco è: “ma questa come va fotografata?”.
Ecco, questa è una di quelle domande alle quali non si può rispondere, tant’è  vero che finisco quasi sempre col rispondere che non ho idea, gettando nella confusione e nello sconforto chi mi ha posto la domanda e si aspettava una ricetta pronta all’uso, una sorta di soluzione liofilizzata per lo scatto d’effetto.

In realtà, la mia risposta è onesta solo in parte – mentre ciò che mi spinge a rispondere in questo modo è onestà al 100%.
Mi spiego. Non è vero che non abbia idea di come fotografare quello che mi viene indicato in quel momento, anzi, quasi sempre ho almeno un paio di idee che magari possono trasformarsi in scatti interessanti, ma quelle sono soltanto le mie idee, cioè, riflettono come fotograferei io la scena e non come va fotografata, semplicemente perché non esiste un modo corretto e unico per scattare una scena.

Sviluppiamo la nostra visione personale

Soprattutto chi si è avvicinato da poco alla fotografia si pone moltissime domande.
È una cosa perfettamente normale fino a quando non subentrano certi automatismi dati dalla pratica.
Alcune delle domande che ci poniamo sono lecite e ci aiutano a fare scelte ponderate, altre non fanno altro che confonderci le idee e altre ancora sono SEMPLICEMENTE MAL POSTE… sì, in parole povere: sbagliate!
Ed una su tutte, è proprio quella con cui ho aperto il post: “ma questa come va fotografata?”.

Facciamo un passetto indietro…
… ognuno di noi fotografa per ragioni personali e inseguendo obiettivi altrettanto personali.
C’è chi si accontenta di ottenere fotografie ben esposte, chi insegue maniacalmente la composizione, chi vuole esprimere un proprio lato creativo, chi invece vuole raccontare la realtà… vabbè, insomma credo abbiate capito quello che intendo dire… qualunque sia la ragione che ci fa prendere in mano una macchina fotografica e ci fa uscire a fotografare rappresenta quello che io chiamo l’intento.
È appunto questo intento che ci prefiggiamo di soddisfare che determina in qualche modo la fastidiosa dicotomia giustosbagliato. L’intento ha a che fare con la nostra visione della fotografia e soltanto in relazione a questo possiamo ragionare in termini di giustosbagliato.
In tutti i processi autorali consapevoli alla base di tutto c’e sempre l’intento e cioè quello che l’autore vuole dire. Lo si ritrova nella letteratura, nella composizione musicale, nella pittura e nella scultura. Intento e visione.

Tutto gira attorno a quello che vogliamo dire intentovisione. La nostra visione e cioè il nostro personalissimo modo di vedere le cose, il mondo. Per questo dobbiamo imparare a svilupparla e dobbiamo imparare a rifletterla nel nostro modo di fotografare.

Per cui, tornando alla domanda incriminata, dovremmo provare a riformularla e a chiederci: “qual è il modo migliore per riflettere il mio intento, la mia visione?”.
Potrebbe sembrare un tantino roboante messa in questi termini, ma soltanto così riusciremo fare le scelte corrette.

Ovviamente arrivare ad una visione coerente con tutto ciò che scattiamo non solo è un lavoro metodico e lungo, ma spesso non è neppure quello che fa per noi, soprattutto se non siamo dei fotografi professionisti.
Ad esempio, se siamo in viaggio, possiamo ragionare sull’intento che ci spinge a ritrarre le persone, che potrebbe essere diverso da come ci poniamo nei confronti, ad esempio, della natura o di un panorama.
Spero di non avervi confuso, ma quello che voglio dire è che, a diversi livelli di fotografia, corrispondono diversi livelli di coerenza di visione e che molto spesso possiamo anche accontentarci di avere un intento specifico, semplicemente legato alla scena che stiamo per scattare.

La cosa fondamentale è intuire il nostro intento, dichiararlo e cercare di capire come tecnica e composizione possano venire impiegate per trasmetterlo in maniera soddisfacente. 

Ogni volta che ci riusciamo, ogni volta che il nostro scatto riflette il nostro intento, abbiamo fotografato la scena come va fotografata.

Personalmente lego l’intento alla specificità di uno scatto e la visione più all’omogeneità di quell’intento nel corso di vari scatti, di progetti diversi e nel corso del tempo – ma non voglio annoiarvi con un pistolotto di semantica della fotografia.

Intento, visione, voce dentro di noi

Chiamiamolo come meglio crediamo, ma è questo il punto di partenza ed ha a che fare soltanto con noi stessi, con la nostra personalità, con la nostra cultura, con la nostra educazione e con il compito che assegniamo alla fotografia (altra questione assolutamente personale, se non addirittura intima).
C’è chi ha uno spiccato senso per l’ironia, tra i mostri sacri Erwitt, ad esempio, chi, invece, dà precedenza ai colori, chi fotografa per scioccare, ad esempio La Chapelle, o chi ancora si sente molto ispirato dal linguaggio didascalico e documentaristico, Robert Capa, per citare il primo, o Don McCullin.

Ognuno di noi ha caratteristiche peculiari diverse e sono appunto queste che ispirano e contraddistinguono – o dovrebbero farlo – il modo che abbiamo di fotografare.
Smettiamo di chiederci “come” e cominciamo a domandarci “perché” – anche se il come è fondamentale, ma subordinato al perché.

La visione non è rigida

Impariamo a sviluppare una nostra visione personale, ma non diventiamone schiavi.
È bello anche fare qualche deviazione, provare ad uscire dal nostro consueto modo di vedere le cose qualche volta.
Questo però non significa fotografare senza intento. Cerchiamo di avere sempre un intento chiaro alla base di ogni nostro scatto, anche potrebbe essere a volte meno in linea con la nostra visione generale, ma evitiamo di scattare senza intento.
Soprattutto non pensiamo alla visione come ad un concetto rigido e fisso nel tempo.
Se guardo le foto che ho scattato negli anni, mi accorgo di come il mio modo di fotografare sia cambiato nel corso del tempo, è vero, riconosco un certo percorso, che contribuisce continuamente a formare la mia personalissima visione. Non si tratta di incoerenza, credo, ma di crescita o quanto meno di cambiamento. Cambiavo io, cambiava con me il mio modo di fotografare, anche se in realtà, l’intento di base è rimasto pressoché immutato.
Questo per dirvi, soprattutto se avete ancora poca esperienza alle spalle, di non cercare la rigidità, ma di accettare il viaggio che farete, e soprattutto capire da subito che la meta di questo viaggio è il viaggio stesso.

Giusto per essere chiari

Qualunque sia la ragione per la quale fotografiamo, qualunque sia il nostro intento e la nostra visione, dobbiamo capire che ogni foto che scatteremo sarà sempre e soltanto il nostro modo di vedere il mondo e non il mondo – perché questo è il più grande paradosso della fotografia, nata per documentare la realtà, ma che invece si è trovata a crearne un’altra, personale e parallela.

Senza visione non c’è storia

Questo per me è un diktat: se non ci poniamo un intento, non riusciremo a raccontare proprio nulla con i nostri scatti, non faremo che riempire card di fotografie mediocri, magari anche ben esposte o ben composte, ma nessuna storia.
E sono le storie che appassionano la gente, indipendentemente che per raccontarle noi usiamo le immagini.

Spero di non avervi annoiato, anzi spero di avervi in qualche modo stimolato.
Torneremo ancora sulla narrazione fotografica o story telling fotografico.


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In viaggio, soltanto quello che davvero pensiamo di usare

La questione è più complessa di quello che potrebbe sembrare.
Sono fermamente convinto che non esista il cavalletto ideale e, ancora di più, che non esista il cavalletto ideale per la fotografia di viaggio.
Il miglior cavalletto è quello che risponde alle nostre necessità e qui entriamo in una sfera decisamente personale.
Fotografare in viaggio comporta una scelta molto precisa dell’attrezzatura che porteremo con noi, determinata dalla meta, dal modo in cui ci si sposterà, dalle nostre abitudini di viaggiatori e fotografi.
Un cavalletto è un accessorio importante e spesso costoso e per non cadere in errore e scegliere un cavalletto che non fa quello che serve, dobbiamo rispondere ad una serie di domande.
Per cui, abbandoniamo la speranza di comprare il miglior cavalletto in assoluto e prendiamo in considerazione l’idea che, ad un certo punto, saremo chiamati a fare delle scelte e che il nostro cavalletto sarà il miglior compromesso possibile.
CI SERVE DAVVERO UN CAVALLETTO IN VIAGGIO?
Ecco la prima cosa da chiederci.
Dipende tutto da quello che intendiamo fotografare e dal linguaggio che sentiamo più nostro.
Se la nostra travel photography è più vicina alla street photography, la risposta è NO.
Se non siamo interessati a time lapse o lunghe esposizioni, ma puntiamo tutto sul reportage nudo e crudo, la risposta è ancora NO. Se siamo allergici al peso e non siamo intenzionati a caricarci, perché siamo fotografi leggeri, la risposta è nuovamente NO.

Molti, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo, si portano in viaggio un cavalletto soltanto per qualcuno gli ha detto che non può partire senza. Spesso questa è un’idiozia, che ci costringe a mettere in valigia un aggeggio pesante e ingombrante, che finiamo col non utilizzare mai, o perché non è nelle nostre corde, o perché ci manca tutta una serie di altri accessori, ad esempio. Se viaggiamo da soli e il nostro modo di fotografare non prevede l’uso di un cavalletto, NON lasciamoci convincere a comprarne uno e a portarlo con noi. NON LO USEREMO MAI! E questo me lo ha insegnato l’esperienza pratica.
Diverso invece se viaggiamo in gruppo, in quel caso potrebbe darsi che qualcuno più esperto di noi ci possa aiutare a crescere fotograficamente e magari farci apprezzare quanto possa tornare utile anche un cavalletto.
Supponiamo, invece, di aver risposto SÌ alla prima domanda, questo punto possiamo passare ad una serie di domande un po’ più specifiche per individuare il compromesso ideale in termini di cavalletti, il modello, cioè, che quasi sempre riuscirà a fare quello che ci aspettiamo faccia – ho scritto quasi sempre, sì, dobbiamo mettere in conto sin da subito che ci si presenteranno situazioni dove anche il nostro cavalletto ci deluderà.
E ora, risposto  alla prima domanda, passiamo oltre e vediamo quali sono le caratteristiche che dobbiamo prendere in considerazione nell’acquisto di un cavalletto.
DIMENSIONI
Le dimensioni contano – ah ah ah!
Eccome se contano e in particolare modo quando si parla di cavalletti.
Domandiamoci se il modello di cavalletto che abbiamo individuato, una volta chiuso, entra in valigia – vi ricordo che la maggior parte delle compagnie aeree non ammette cavalletti a bordo, ma quello che lo consentono, non ammettono cavalletti che chiusi misurino più di 60 cm.
Chiediamoci inoltre se le misure del cavalletto chiuso permettono di trasportarlo con facilità attaccato al nostro zaino, che è poi come lo trasporteremo per la maggior parte del tempo in viaggio.
PESO
In viaggio, per la maggior parte del tempo, ci portiamo tutta la nostra attrezzatura sulle spalle, ecco perché il peso è fondamentale.
Personalmente viaggio con uno zaino che pesa circa 11 kg, cavalletto escluso, per cui non sono mai stato impressionato dal peso, ma chiaramente, alla fine di una giornata di fotografia, la stanchezza può farsi sentire.
Ragioniamo sempre tenendo in conto onestamente le nostre abitudini e attitudini. Fotografare in viaggio può risultare molto stancante e farlo con più chili di quelli che siamo in grado di portare quotidianamente può farcelo odiare.
PORTATA
La portata è una delle caratteristiche fondamentale da prendere in considerazione per la scelta di un cavalletto.
Ci indica quanto possiamo caricare, in termini di peso, e questo naturalmente è importantissimo.
Dobbiamo sempre consultare le specifiche tecniche di ogni modello e individuare i modelli che sono in grado di supportare il peso della nostra attrezzatura – ricordiamoci che dobbiamo sempre fare i conti con peso del corpo macchina, sommato al peso della nostra ottica più spinta e a questo risultato, sommare il peso di qualche altro possibile accessorio.

ROBUSTEZZA
Altro aspetto fondamentale.
La robustezza è data dal materiale con cui il cavalletto è costruito e anche, ma soltanto in parte, dal numero di sezioni che compone ogni staffa.
I materiali impiegati nell’ultima generazione di cavalletti, come ad esempio il carbonio o il basalto, combinano estrema robustezza a leggerezza, ma purtroppo, anche ad un prezzo piuttosto altro.
Chiediamoci per cosa useremo il nostro cavalletto principalmente. Time lapse da ore? Star trailing da ore? o più semplicemente qualche lunga esposizione al tramonto o all’alba? Questo ci aiuta a capire se abbiamo bisogno di un cavalletto super robusto o se possiamo accontentarci di qualcosa di meno strabiliante.

ALTEZZA
Ed eccoci ad una caratteristica a doppio taglio: l’altezza del cavalletto completamente esteso e quella del cavalletto chiuso.
Sono due aspetti importanti.
Il primo perché determina il massimo punto di ripresa consentito – purtroppo i modelli più economici si fermano abbastanza prima dell’altezza occhi – e il secondo determina quanto compatto può diventare il nostro cavalletto.

PREZZO
Agh! Le note dolenti. Il prezzo di solito riassume le caratteristiche. Un cavalletto robusto, leggero, alto, ma compatto e che possa venire caricato con svariati chilogrammi di attrezzatura… COSTA!
Io sono dell’idea che non convenga MAI risparmiare troppo, soprattutto se confidiamo molto nell’uso del cavalletto, ma neppure gettare i nostri soldi.

… e ricordiamoci, non esiste il cavalletto ideale, ma soltanto quello che fa quello che ci serve.


Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara.
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Cercatori di luce

Usare la luce per esprimere emozioni.
L’intimità della sera, come avrebbe potuto scattarla Caravaggio (!).

L’idea per rispolverare questo post e di riscriverlo mi è venuta ieri, quando ho alzato gli occhi e lo sguardo è andato sbattere contro  un San Giovanni Battista di Caravaggio, in formato 3×2 che promuoveva la mostra “Dentro Caravaggio”.
Lo confesso! Sono colpevole! Io per Michelangelo Merisi da Caravaggio ho un debole… ma quale debole, io per Caravaggio ho una vera e propria adorazione, dai tratti quasi ossessivi (!).
Siamo “fotografi” – o ci crediamo tali, giusto!? Bene e allora dovremmo tutti andare a scuola da Caravaggio e imparare da lui come si scrive con la luce, perché “fotografia” proprio questo significa, da greco foto, luce, e grafia, scrittura.
Caravaggio mi ha sempre colpito ed entusiasmato per la sua capacità magistrale di usare la luce.
L’artista usa la luce in modo strettamente funzionale alla narrazione, che in alcune opere – che nella mia banalità giudico e godo come “assolute”, gli permette di asciugare la scena ad un livello oltre il quale sarebbe impossibile spingersi, con il risultato di produrre storie visive dalla potenza quasi dirompente.
La luce di Caravaggio è pathos, emozione, tragedia, dinamismo. E noi, che amiamo tanto definirci “fotografi”, ma anche voi che sul web vi firmate con un ben più chic “photographer”, dovremmo prenderci la briga di lasciare a casa l’ego ipertrofico per qualche ora e dedicarci a studiare come il genio (e sregolatezza) di Caravaggio impiega la luce per dare vita alle sue opere.

CONOSCERE E CAPIRE LA LUCE

È un nostro preciso dovere! Proprio come per uno scultore lo è conoscere le diverse pietre e per uno scrittore comprendere le regole della grammatica. Un fotografo deve conoscere, ma, soprattutto, capire la luce.

Si può imparare a capire la luce? Io sono fermamente convinto di sì.

FOTOGRAFARE SIGNIFICA SCRIVERE CON LA LUCE

La fotografia è fatta di luce e di ombre e non dobbiamo mai dimenticarlo.
Dobbiamo imparare a studiare la luce, la sua direzione, l’effetto che questa provoca sull’ambiente e sui soggetti del nostro scatto.
Dobbiamo imparare a familiarizzare con le qualità della luce.
Ahimè, molti di noi neppure le conoscono! Sarebbe un po’ come dire che uno scrittore non conoscesse le funzioni dei pronomi – anche se purtroppo qualche autore pubblicato sembra davvero esserne all’oscuro, giudicando da come scrive…
Le proprietà della luce (direzione, qualità, temperatura ed intensità) determinano la riuscita del nostro scatto tanto quanto la scelta del soggetto e l’uso della composizione, anzi, le proprietà della luce, esaltano la scelta di un buon soggetto e amplificano la potenza di una composizione curata.

CERCATORI DI LUCE

Troppo spesso prendiamo scorciatoie… i paesaggi si scattano al tramonto… i ritratti all’aperto si scattano in giorni nuvolosi… una donna va illuminata soltanto con luce diffusa… Blah, blah, blah… Tutto vero, tutto sacrosanto, ma non dobbiamo rilassarci e consegnarci all’ovvio, dobbiamo restare svegli e sperimentare. Dobbiamo cercare!
Dobbiamo, prima di tutto, prima di dirci fotografi – o firmarci photographer, imparare a cercare la luce. Dobbiamo diventare “cercatori di luce”.
Già la sola idea mi piace. Mi piace terribilmente il nome. “Cercatore di luce”, mi immagino qualcuno che non si accontenta della prima luce a disposizione, ma che si adopera per creare le condizioni di scattare SEMPRE con la luce giusta – giusta per quello scatto, per quella storia, per quel tono narrativo.
A allora cerchiamo!
Cerchiamo i controluce. Cerchiamo le luci di taglio, le luci radenti. Proviamo ad aggiungere  un flash per bilanciare il sole alle spalle del nostro soggetto… insomma, mandato a memoria l’ABC, proviamo ad andar oltre.

COME SI IMPARA A CONOSCERE LA LUCE

Ci sono esercizi che possiamo fare senza macchina fotografica per imparare a capire la luce.
Quando entriamo in una stanza, quando entriamo in un salone, in un qualsiasi ambiente, proviamo ad individuare la luce principale e a capire da dove (direzione). Osserviamo le ombre che crea. Analizziamole. Come cadono? Osserviamo le ombre, come cadono? Disegnano un contorno secco? Osserviamo la transizione tra le zone in luce e le zone in ombra.  Disegna un passaggio graduale, morbido? La luce è morbida? Riflessa? Dura e secca? Avvolgente? Cerchiamo tra gli aggettivi che conosciamo, fino a trovare quello meglio la descriva (qualità).
La luce è forte? È debole? (intensità). E ancora, continuiamo ad osservare. Ad esempio ci potrebbero essere un’abat-jour in un angolo e un neon appeso al soffitto. Osserviamo la differenza di colore tra le due fonti luminose e paragoniamole alla luce del giorno che entra dalla finestra. Siamo sicuri che siano proprio identiche? Quale fonte è più calda? Quale più fredda? (temperatura). E la temperatura della fonte luminosa, come influisce sui soggetti presenti nella scena?
Le diverse fonti interagiscono tra loro? Si sommano? Come risulterebbe la scena se potessimo spegnere una o più fonti luminose?
Cerchiamo poi di andare oltre. Che emozione ci procura quella particolare luce, che è data dall’insieme delle sue qualità (direzione, intensità, qualità e temperatura.)
È un semplicissimo esercizio e lo possiamo declinare in numerosissime variazioni, possiamo ripeterlo ovunque ci troviamo, all’aperto o in una stanza, davvero ovunque.

Possiamo anche andare oltre.

Ma possiamo anche andare oltre e provare ad osservare come la luce a disposizione definisca la scena (non importa quale essa sia), per poi provare  ad immaginare la stessa scena illuminata da  una luce diversa.
Variamo mentalmente la direzione. Come cambierebbero le ombre? Come cambierebbe lo scatto?
Variamo mentalmente l’intensità o la qualità e immaginiamo il possibile risultato.
Pensiamo a come vorremmo fosse illuminata la scena per trasmettere un messaggio (e una storia) diverso.
Partendo da quello che abbiamo sotto gli occhi e modifichiamo mentalmente le proprietà delle fonti luminose.
Variamone la qualità. Ammorbidiamo le ombre. Immaginiamola dura e diretta, che genera contrasti drammatici.
Otterremmo lo stesso scatto? Io dico di no.
Pensiamo poi, con la luce a disposizione nella scena, a dove punteremmo per effettuare la lettura per l’esposizione. Chiediamoci cosa potrebbe cambiare, se cambiassimo il punto di lettura.
E così via…
Sono esercizi semplici, ma ci aiutano a capire meglio la luce e, in particolar modo, a capire meglio quale  tipo di luce meglio racconta la storia che stiamo cercando di a raccontare.
Ognuno di noi ha la sua personalissima sensibilità, non esiste una luce giusta, ma di sicuro, secondo me, esiste una luce sbagliata: la luce piatta.

LA LUCE È OMBRA

Per lo meno lo è per me.
luce si contrappone ombra. Sono tanto affascinato dalla luce, quanto dalla sua assenza, dall’ombra, che è comunque sempre e soltanto generata dalla luce.
La mia luce ideale è una luce fatta di ombre. Capire ed impiegare la luce significa gestirne la sua assenza, e cioè le ombre.
Luce ed ombra sono due protagonisti indiscussi nel mio modo di vedere la fotografia (ammesso che a qualcuno di voi possa vagamente interessare).
Abbandoniamo il preconcetto che l’ombra sia in qualche modo malvagia. L’ombra altro non è che assenza di luce (o non-luce, sperando che Parmenide non s’incazzi!).
Non esiste luce che non proietti ombra. Anzi, guardatevi dalla luce che non proietta ombra, di solito è banale, piatta, scontata, poco significativa, per nulla stimolante, grigia, senza spessore… – posso fermarmi!?

Se proprio non ce la fate a riconoscere la buona luce, per lo meno imparate a riconoscere la luce piatta e lasciatela a qualcun altro.

Luca Spataro in un progetto personale all’interno dello shooting AI 17/18 per Tucano Urbano

CHIEDEVI COME L’AVREBBE SCATTATA LUI, CARAVAGGIO

Datemi del rincoglionito, ma mi capita spesso di farlo. Ora non è che dobbiate farlo per forza anche voi, magari a voi il Merisi fa pure schifo e fate il tifo per Botticelli! Pero…

Abluzione sacra nel Gange. A volte la luce ambiente offre occasioni uniche. Dobbiamo essere pronti a riconoscerle, a coglierle e ad amplificarle, se sposano la storia che stiamo cercando di raccontare.

E ora tutti fuori a… cercare!

Marzo in MAROCCO. Aprile in INDIA. Ecco le prime due mete del calendario delle Photo Avventure, due viaggi fotografici diventati ormai dei super classici. QUI trovi tutte le informazioni: date, itinerari, modalità per partecipare.


Oltre la sabbia, c’è di più

 

“Il Marocco!? Uff, è tutto uguale. Solo sabbia e rocce!”

È questo,  quello che si è superficialmente portati a credere, se non ci si è mai stati in Marocco.
Ed è quello che ho fatto anch’io prima di metterci piede la prima volta. Nonostante partissi con molte aspettative, come sempre, mi ero come consegnato ad un pregiudizio, infondato ed immediatamente sfatato.
L’equazione mi pareva esplicita: Marocco uguale deserto, Marocco uguale Sahara, Marocco uguale caldo asfissiante.

Mi è bastato lasciare Marrakech e prendere la strada che attraversa le montagne del Grande Atlante per rendermi conto di quanto superficiale e banale era stata la mia supposizione e quanto invece il Marocco offrisse una varietà di panorami inaspettata.

Era metà marzo e la campagna appena fuori Marrakech mi ha salutato con campi coltivati, ulivi e colline erbose.
Quando poi la strada che mi avrebbe portato a Ouarzazate ha cominciato ad affrontare le prime salite e i primi tornanti, ecco che mi sono ritrovato in valli coperte di boschi e solcate da ruscelli. Soltanto qualche ora più tardi, puntando verso sud est, a perdita d’occhio, boschi di conifere. Tutt’attorno pini, abeti e larici, e valli strette. Sognavo!? Era il Marrocco o la Valle d’Aosta!? Era il Marocco. Marrakech, i suoi souk, la medina, la kasbah e le case nei toni dell’ocra sembravano lontanissime,  quasi  poco più di un ricordo, eppure Mustapha aveva guidato per  meno di 150 chilometri.

Il cielo era terso, di un azzurro intenso e quasi fastidioso da quanto fosse sgombro di nubi.
In lontananza, mentre salivamo lungo la strada che tagliava la catena montuosa del Grande Atlante, verso Ouarzazate, si stagliavano le cime più alte. Innevate! Sì, non credevo ai miei occhi! Quella era neve! E quelle cime non erano neppure così lontane. E quando sono sceso per una breve sosta, non potevo credere che mi stessi infilando una felpa.
Ma non doveva essere Marocco uguale caldo torrido!?

Poi la strada ha preso a scendere, si è fatta meno tortuosa, abbiamo scollinato, attraversando un paesaggio brullo, tipicamente alpino,  di quando si flotta attorno alla linea degli alberi (i nostri 2000 metri sul livello del mare, per intenderci).
Scendendo, ci siamo in un’ampia vallata, costeggiata da prati del colore dello smeraldo – tanto che mi sono detto se l’ente del turismo nazionale non avesse  fregato quella tinta all’Irlanda, perché non mi pareva plausibile lo scenario che mi srotolava davanti agli occhi, anche se dopo decine e decine chilometri ho dovuto cedere e convincermene. Anche quello era Marocco! Soprattutto quello era Marocco!

Via via i prati irlandesi hanno lasciato il posto ad un interminabile e stupendo canyon lunare. Mese e torri di roccia ci hanno accompagnato per chilometri, mentre puntavamo al deserto, al Sahara. Guardavo fuori dal finestrino e mi domandavo che fine avessero fatto i campi verde smeraldo e come avevo fatto ad accorgermi quasi che il van era trasmigrato in Arizona! No, nessuna Arizona, soltanto la valle del Dràa, appunto, Marocco! Ed era soltanto il primo giorno!

Le sorprese non sembravano avere fine.

Organizzare un photo tour in Marocco è un’esperienza incredibilmente piacevole, che lascia ricordi indelebili, proprio perché il Marocco è capace di sorprenderci con la sua varietà di scenari.
Oasi e colline dolci. Montagne impervie si contrappongono a valli aperte. E poi, aspri canyon e gole fresate dal vento, che sa essere anche gelido. Un continuo alternarsi.
Valli di rose, valli di datteri, valli di ulivi e di alberi di argan. Gli scenari si sostituiscono più rapidamente di quanto possiamo immaginare. Ci assopiamo qualche decina di minuti, ci lasciamo rapire lo sguardo per qualche mezz’ora, ed ecco che fuori, oltre il finestrino il Marocco già si trasforma.

E poi il deserto.
Parlare del deserto, raccontare il Sahara, è quasi banale, quasi scontato – anche se il Sahara mette davvero d’accordo tutti.
Ma non è possibile non  parlare del Sahara, se si va in Marocco. Perché il Sahara è un’emozione de facto.

E tornandoci, tornandoci con compagni di viaggio diversi ogni volta, ho capito che il Sahara, per ognuno di noi, è qualcosa di diverso, di molto personale.

Per me il Sahara è il cielo trapuntato di milioni di stelle.  È un orlo di dune scure nella notte, mentre al caldo, nei nostri cento grammi, smanettiamo con gli scatti remoti e cerchiamo di rendere in pixel l’immensità della natura. È rendersi conto di quanta superbia  caratterizzi noi fotografi, che pensiamo di riuscire a rendere il grande disegno a qualcosa che stia dentro un perimetro 24×36.
Per me il Sahara è il profumo della legna che arde nel falò al centro del campo tendato, il beccheggio del dromedario che senza fretta mi porta tra le dune, il sapore del cous cous, che sarà anche uguale a qualsiasi altro cous cous marocchino, ma lì, nel deserto, ha un gusto tutto suo. Per me il Sahara è quell’arancio, che è solo delle dune. Per me il Sahara è il secondo movimento del Quintetto in la maggiore K581 di Mozart, il “larghetto”.
Per me il Sahara è qualcosa che ancora non riesco a spiegare a qualcun altro.

Ma il bello è che il Marocco non è soltanto il Sahara.

Il Marocco è anche Essaouira, la sua kasbah fortificata sull’atlantico, i suoi pescatori e il loro pescato, che regala gioia alla gola e all’anima, da consumarsi rigorosamente svaccati all’ombra di una chiglia, nel porto, affumicati dalle griglie, bevendo acqua minerale e immaginare che sia vino bianco.

Il Marocco è la confusione dei souk di Marrakech.
È il girone dantesco di Jama El Fnaa, la sera, dove, per un centinaio di dirham o poco più, si mangia tutti assieme, all’aperto. Italiani accanto a spagnoli, a marocchini, a tedeschi,  accanto ad americani. Cristiani accanto ad ebrei, a musulmani, ad atei. Tutti lì, a spartire pane poco lievitato e harira.
Il Marocco è il profumo dell’ambra, originale o contraffatta per qualche turista meno attento. È l’aroma del tè alla menta, una menta il cui profumo va alla testa. È il profumo delle arance, della mirra e del muschio bianco.
Il Marocco è il rosa delle kasbah, il blu del Majorelles, il bianco della Medersa, l’arcobaleno dei souk.

Il Marocco è altro ancora…  molto altro ancora e, se solo cominciassi a parlare dei  volti e dei sorrisi  che si incontrano in Marocco, degli sguardi… beh

“Ok, ma non hai parlato di fotografia! Hai parlato di tutt’altro, ma non di fotografia!”
Già vi sento. Avete ragione.
Vi faccio una domanda, allora.
Ma secondo voi, un Paese come questo, che ho maldestramente riassunto… secondo voi,  un Paese così quali occasioni fotografiche uniche potrà mai regalarvi!?
Qualsiasi cosa vi rispondiate, preparatevi a farvi sorprendere.


Io in Marocco, a fotografare – ma anche a mangiare agnello e prughe, a bere tè, a comprare nei bric-a-brac, a…, a…, a… – ci torno a marzo. Ci vuoi venire anche tu? Non è difficile, clicca qui, non è difficile.


 

Giada, in uno scatto per un progetto personale durante lo shooting per Tucano Urbano

Una delle regole auree della fotografia di ritratto insegna che gli occhi del soggetto DEVONO sempre essere a fuoco.
Naturalmente, come tutte le regole, può benissimo venire superata, nel nome della creatività, ma prima di farlo, io invito sempre tutti ad imparare a metterla in pratica, a riempire card (una volta avrei detto rullini) con ritratti dove gli occhi sono a fuoco e, soltanto dopo, darsi alla “ricerca” – come piace tanto dire oggi a molti (troppi).

Per cui, in questo post, proverò a buttar giù qualche consiglio pratico per aiutare ad ottenere ritratti dove gli occhi del soggetto risultino a fuoco.

Dove sta il problema!? Vi domanderete…
Il problema sta tutto nel fatto che i ritrattisti solitamente scelgono aperture significativa, come f/1.4 o f/1.8, difficilmente si spingono oltre f/2.8, per sfruttare il massimo del bokeh e la minima profondità di campo, in modo da esaltare il soggetto ritratto.  Ma, come sappiamo tutti, lavorare con il diaframma così aperto implica una certa difficoltà a tenere a fuoco le cose che contano e per farlo serve una certa pratica.

Il mio 85mm (re incontrastato per i ritratti), ad una distanza di 1 metro e mezzo, con diaframma f/1.8, mi dà una profondità di campo di circa 3 cm (!!!), che si riducono drasticamente a poco più di 1 (!!!!!!!), se mi avvicino a circa un metro dal soggetto.
Capite che con numeri di questa portata, la certezza di avere gli occhi a fuoco richiede molto cura.

Che fare allora?
Intanto ci si interroga se è davvero così necessario e vitale scattare con una profondità di campo così ridotta e, magari, scopriamo che, tutto sommato, non lo è.
A questo punto, possiamo scegliere un’apertura meno azzardata, magari salendo a f/3.5, con il quale il circolo degli elementi a fuoco, per lo meno raddoppia, dandoci un po’  di agio in più. Quando avremo finalmente  preso la mano con il fuoco chirurgico possiamo anche avventurarci tra aperture estreme.

Sono un fanatico del bokeh e della scarsa profondità di campo, ma credetemi, molto spesso può risultare fastidiosa, e, se il soggetto ritratto non è perpendicolare all’asse di ripresa, aprire troppo, può rischiare di gettare drasticamente fuori fuoco gran parte del volto, con un risultato finale, magari creativo, ma discutibile. Certo, può darsi  che siamo riusciti a tenere gli occhi a fuoco, ma il resto è sfocato, solo perché abbiamo insistito a scattare a f/1.4! Non la trovo granché come strategia. Meglio allora chiudere un po’ e lavorare con diaframmi meno spinti, con la certezza di ottenere un risultato più piacevole.

Se poi siamo alle prese con ritratto che include più soggetti, meglio darsela a gambe levate dai diaframmi troppo aperti e scegliere di non scendere mai sotto f/8, che con un 85mm, a 5 m dal soggetto, ci regala un metro e mezzo abbondante di profondità di campo, ad esempio, sufficiente perché due soggetti possano posare uno accanto all’altro senza rischiare che uno dei due risulti sfocato. Teniamo a mente, più soggetti abbiamo, più profondità di campo ci serve, a meno che non si decida di schierarli in riga, stile condannati al plotone d’esecuzione o a meno che non si tratti di una squadra di calcio, in ogni caso, perché rischiare!?

Sgombrato il campo per ciò che concerne il ruolo (fondamentale) del diaframma, prendiamo in considerazione il tempo di posa.
Direte, “beh, il tempo di posa non è così rilevante in un ritratto!”… vero, ma non va sottovalutato, perché cadere nell’errore di scegliere un tempo di posa troppo lento, può introdurre del mosso e non basta assicurare la macchina ad un cavalletto per risolvere l’empasse, perché il mosso potrebbe essere legato ad eventuali movimenti, anche minimi, del nostro soggetto – non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non con oggetti inanimati.

E sarebbe un peccato non ottenere gli occhi del soggetto perfettamente a fuoco, una volta risolto l’aspetto diaframma, solo perché il tempo scelto è troppo lento.

A proposito di tempo.
Una buona regola pratica è quella che ci consiglia di non scendere mai con il tempo di scatto sotto il doppio della focale usata. Ad esempio, se monto il mio 85mm, sarebbe buona pratica cercare di non scattare mai con tempi più lunghi di 1/170″, che qualcuno sceglierà di arrotondare ad 1/125″, ma che io consiglio di portare ad 1/180″, se non ad 1/250″.
Chiaramente è tutto molto soggettivo.
Dal lato fotografo la regola del doppio della focale può essere un’ottima indicazione, anche se poi molti di noi riescono a mantenere una presa salda anche con tempi attorno a 1/15″ , se non addirittura 1/8″.
Dal lato soggetto, tutto dipende dalla posa e dalla situazione. E ogni volta dobbiamo essere bravi a valutare entrambe.
Una posa semplice o naturale, o un soggetto abituato a posare, ci permettono di osare anche con tempi lunghi.
D’altro canto, una posa più complicata, o un ambiente meno riservato, o, ancora, un soggetto in imbarazzo o poco abituato a posare, ci devono immediatamente suggerire di scegliere un tempo più rapido.
Nel dubbio, piuttosto che sacrificare il tempo, alziamo gli ISO.

La post-produzione non compierà il miracolo!
Chi spera di salvare uno sguardo sfocato in post, si metta il cuore in pace: ci riuscirà soltanto parzialmente e con il rischio di dare al ritratto un tocco drammaticamente artificiale. La post-produzione non è la via da seguire, per cui: gli occhi a fuoco IN MACCHINA!

Nonostante la posa frontale, è necessario prendere in considerazione i volumi occupati da volto e corpo del soggetto e scegliere un’apertura di diaframma  adeguata. Giada – progetto personale all’interno dello shooting per Tucano Urbano

Sfruttiamo la luce!
Cerchiamo di fare in modo che gli occhi del soggetto siano illuminati – su come farlo, ci sono milioni di post e tutorial un po’ ovunque e qualcuno anche qui, negli articoli dedicati al ritratto o alla tipologia di luce.
Personalmente mi piace quando la luce colpisce, di riflesso o direttamente, gli occhi del soggetto dall’alto, con un’inclinazione tra i 45° e i 10°, e possibilmente un po’ disassata rispetto al soggetto stesso, diciamo tra i 20° e i 70° (destra o sinistra, secondo il gusto). Restando all’interno di questo range di angoli, riusciamo a dar vita allo sguardo, infatti nelle pupille del soggetto compaiono i cosiddetti catchlight – quelle lucine, che altro non sono che il riflesso della fonte luminosa nelle pupille.
Avendo cura di illuminare la zona degli occhi – posizionando con attenzione i flash o  spostando il soggetto affinché ciò accada, nel caso stessimo scattando soltanto con la luce ambiente – ci aiuterà a mettere a fuoco con precisione e darà al ritratto una forza maggiore, legata anche alla definizione.

Usiamo un cavalletto!
Ci verrà incontro, anche se solo parzialmente. Dobbiamo sempre fare i conti con i movimenti del nostro soggetto.

Controlliamo le diottrie del nostro mirino!
Può sembrare banale, ma molti non lo fanno mai – alcuni addirittura nemmeno sanno della possibilità di farlo.
Le diottrie del mirino VANNO impostate in base alla nostra vista e lo si fa attraverso una rotellina solitamente posta a fianco del mirino. Può sembrare banale o ovvio, ma non è raro, quando ad esempio si passa alla messa a fuoco manuale, che i nostri scatti risultino sfocati perché il mirino non è tarato correttamente per la nostra vista.

Scegliamo il pattern di autofocus giusto!
… o addirittura passiamo alla messa a fuoco manuale.
Nel caso  invece decidessimo di  lasciar fare alla macchina, selezioniamo il pattern di autofocus a punto singolo.
Se il soggetto posasse in modo non completamente frontale, scegliamo l’occhio più vicino.
Assicuriamoci di non avere attivati algoritmi di messa a fuoco dinamici – per capirci, quei pattern assistiti dal computer della macchina che inseguono in maniera intelligente soggetti in movimento, o che determinano al posto nostro qual è il soggetto da mettere a fuoco. Queste diavoleria – indispensabili nella caccia fotografica o nella fotografia sportiva – possono giocarci brutti tiri, come ad esempio modificare il punto di messa a fuoco, in seguito ad un cambio, anche non significativo, di inquadratura.

Bene, siamo arrivati in fondo. Forse questo post non ci avrà trasformati in Richard Avedon o Annie Leibowitz, ma spero almeno che queste mille e quattrocento parole ci abbiano indotto  a pensare un po’ e che, la prossima volta che decidiamo di scattare un ritratto a qualcuno, ci possano tornare in qualche modo utili per non fallire.

 


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La kasbah di Ait Ben Haddou. La foto all’alba era una voce “obbligatoria” nella shot list che ho preparato per il photo tour del Marocco dello scorso anno e doveva incastrarsi perfettamente nella logistica di tutto il viaggio

Alzi la mano (virtuale) chi di noi è tornato da un viaggio o da un weekend fotografico e si è reso conto solamente una volta a casa di non aver fotografato questo o quel soggetto, magari anche soltanto perché, preso dal sacro fuoco creativo, se ne è semplicemente scordato, o perché, soverchiato dalle emozioni e dalle novità dei luoghi, ha posticipato, posticipato, posticipato… fino a che poi non è stato troppo tardi.

La mia mano è alzata! Lo ammetto, con più o meno imbarazzo.

Esiste un metodo per evitare di scoprire a casa, quando cioè è troppo tardi, che abbiamo dimenticato di fotografare qualche soggetto al quale, magari, tenevamo: quelli veri la chiamano SHOT LIST  (elenco degli scatti) e noi possiamo rubare un po’ il mestiere e cominciare a familiarizzare con questo semplice, ma efficace concetto, soprattutto quando stiamo per affrontare un viaggio irripetibile e non vogliamo cadere in frustrazione, una volta tornati.

La shot list altro non è che l’elenco degli scatti – ma farei meglio dire, nel nostro caso,  dei soggetti, o delle categorie – che ci prefiggiamo di portare a casa, per ritenerci soddisfatti del nostro personale reportage.
La shot list può essere più o meno dettagliata e cioè possiamo corredare ogni scatto inserito nell’elenco con dettagli più specifici (ad es. l’ora del giorno preferibile, la località precisa, l’inquadratura, ecc.). Può sembrare pedanteria di poco conto, ma spesso, soprattutto quando i giorni a disposizione sono contati e l’aspetto logistico (spostamenti, pernottamenti, tempi di trasferimento) è soverchiante.

Per i professionisti, le shot list, rappresentano una risorsa fondamentale che solitamente viene concordata con il cliente in fase di briefing, e cioè prima di affrontare il lavoro vero e proprio. Le shot list dei professionisti in genere sono molto dettagliate e offrono per ogni scatto indicazioni molto precise – dobbiamo tener presente che ad uno shooting prende parte un nutrito team di professionisti e tutti devono essere consapevoli del risultato che ci si prefigge e di quali sono i compiti di ognuno per raggiungerlo.
Nel caso di una sessione fotografica di moda, ad esempio, di solito le shot list indicano il capo o i capi da scattare, i modelli da usare, l’orientamento dello scatto, l’importanza dello scatto nell’economia del servizio, eventuali accessori noleggiati da utilizzare, i professionisti che vengono coinvolti e altre informazioni che hanno a che fare con la logistica, oltre ad indicazioni generali, come ad esempio il mood (l’atmosfera) e le aspettative del cliente per quel particolare scatto.

Quando ad esempio ho affrontato il mio progetto editoriale “So Special” avevo una necessità diversa, trattandosi di un libro fotografico. In quel caso dovevo essere certo che gli undici team di preparatori Triumph che fotografavo su e giù per l’Italia godessero tutti dello stesso trattamento, per cui ho preparato una shot list che mi guidasse in modo blindato e mi aiutasse  a portare a casa, per ognuno dei team le foto che mi servivano per completare la sezione a loro dedicata, all’interno del libro:  “una foto orizzontale passante per le aperture”, almeno “tre foto accessorie”, almeno cinque “contributi” e una “foto verticale per la chiusura” – credetemi, quando tutto dev’essere fatto in modalità “buona la prima”, avere una guida solida è una manna.

Senza diventare dei maniaci compulsivi dell’elenco, ognuno di noi può beneficiare di un po’ di pianificazione.
Come spiego sempre negli workshop che dedico allo storytelling fotografico, il successo di un reportage, e non importa se si tratta delle nostre vacanze in riviera o dell’attraversamento in piroga del Mekong, dipende largamente dalla nostra capacità di pianificare, sia l’aspetto logistico, sia l’aspetto esecutivo.
Imparare a compilare una shot list, senza esagerare con la meticolosità, va in questa direzione e non può che farci crescere come fotografi.

Ad esempio, un buon inizio potrebbe essere quello di raggruppare i “generi”  che vogliamo fotografare, ad esempio “monumenti”, “mercati”, “paesaggi”, “eventi pubblici”.  Piano piano, possiamo imparare ad essere più specifici e ad entrare più nel dettaglio.

Se stiamo preparando un viaggio fotografico che ricopre una certa importanza, compilare una shot list che includa  luoghi precisi, ore del giorno e indicazioni sugli spostamenti, ci aiuterà a pianificare meglio il viaggio e a non dover rinunciare a qualche scatto che riteniamo fondamentale, solo perché “pensavamo di riuscirci, ma poi siamo dovuti salire sul treno…”
Sappiamo bene tutti che alcune fotografie vanno realizzate in ore specifiche della giornata, come ad esempio l’alba o i tramonto, e inserire queste indicazioni di fianco ad alcuni scatti, ci aiuta a pianificare con maggior precisione gli spostamenti e il nostro viaggio in generale – può sembrare banale, ma fidatevi non è così, contare “di quante albe o di quanti tramonti abbiamo bisogno” ci dà immediatamente un’idea se, con i giorni pianificati, riusciremo a fotografare quello che ci prefiggiamo.

Una shot list spesso aiuta anche a vincere l’ansia da prestazione o il blocco creativo.
Seguire un elenco, ci permette di  evitare di scattare a zonzo – anche se ritengo che sia un’attività che un suo grandissimo e rispettabilissimo perché . Seguendo un elenco possiamo fotografare procedendo per “categorie” e questo, qualche volta, risulta molto più proficuo, soprattutto per chi di noi ha poca familiarità con la fotografia di viaggio e lo storytelling fotografico.

Diciamo che lavorare con una shot list non solo ci aiuta, ma può risultare anche molto stimolante, oltre a farci sentire un po’ più professionisti e un po’ meno allo sbaraglio.
Uno shot list ci ricorderà quello che abbiamo già scattato (anche soltanto in termini di “categoria generale”) e quello che ancora ci manca e magari ci obbligherà anche ad uscire un po’ dalla nostra comfort zone, spingendoci ad avventurarci in categorie fotografiche che magari non sono proprio nelle nostre corde. E anche questo ha il suo merito nel percorso di crescita di un fotografo.

“Ma io non ho bisogno di scriverle certe cose! Io so quello che voglio fotografare e non mi dimentico!”
Già li sento… e forse hanno anche ragione, ma allora che male c’è a buttare giù un elenco!? Scripta manent verba volant, dicevano i latini e se poi scoprissimo che ci aiuta anche oltre che a restare bene in vista!?
Ora sta a voi.


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