Capire la profondità di campo

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Diaframma aperto, medio tele e una distanza di ripresa abbastanza ridotta: profondità di campo ridotta, che significa sfondo fuori fuoco e più attenzione sul soggetto in primo piano

Capire cos’è la profondità di campo è il primo obiettivo di questo post, il secondo è imparare ad usarla nei nostri scatti.

Il concetto di profondità di campo è probabilmente uno di quei concetti della fotografia che fa rizzare i capelli a chi ha cominciato da poco – colpa anche un po’ di un nome altisonante (!).
Spesso molti di noi faticano a comprendere che cosa sia la profondità di campo – depth of field (DoF in inglese, PdC in italiano) – un po’ forse anche perché è un concetto del tutto estraneo al modo in cui noi vediamo il mondo, attraverso occhi e cervello.
Noi, a differenza delle reflex, siamo delle perfette macchine autofocus. Mettiamo a fuoco più rapidamente di qualsiasi obiettivo e DSRL e abbiamo la sensazione che tutto ciò che inquadriamo sia sempre perfettamente a fuoco e  questo non aiuta a capire naturalmente il concetto di profondità di campo.

Che cos’è la profondità di campo
Wikipedia dà questa definizione, partiamo da qui: la profondità di campo rappresenta la zona in cui gli oggetti nell’immagine appaiono ancora nitidi e sufficientemente focalizzati (…).
Direi che  mi sembra sufficientemente chiaro, soprattuto se stiamo guardiamo una fotografia. Proviamo a farlo: osserviamo una fotografia e risulterà molto facile identificare gli oggetti nitidi e quelli invece sfocati.
Le cose si complicano un po’ quando invece abbiamo a che fare con la realtà, prima di scattare e trasformare l’inquadratura in una fotografia.
Le cose si complicano perché il nostro occhio non è in grado di rendere la scena come la renderebbe l’obiettivo della nostra macchina (noi vediamo tutto a fuoco!). E qui dobbiamo capire bene cosa influenza la profondità di campo e imparare ad usare la fantasia.
La profondità di campo non è fissa ed è determinata da tre fattori:

  • il diaframma
  • la distanza dal soggetto sul quale mettiamo a fuoco
  • la focale dell’obiettivo

Ahi, ora sì che le cose si fanno un po’ più complicate – ma non troppo, non temete.

Dunque, immaginiamo di inquadrare una mela appoggiata su di un tavolo, diciamo a un metro e mezzo da noi. Mettiamo a fuoco la mela e un metro e mezzo diventa il nostro  punto di fuoco o punto di messa a fuoco – fino a qui non vedo grandi problemi.
Sicuramente la mela risulterà a fuoco, ma nel nostro scatto otterremo una zona, più o meno vasta, di forma vagamente circolare all’interno della quale tutti gli oggetti risulteranno a fuoco. Ecco! Abbiamo appena immaginato la profondità di campo.
Dentro il cerchio gli oggetti sono a fuoco, fuori dal cerchio gli oggetti risulteranno sfocati.
Il diametro del cerchio a fuoco può variare e noi possiamo intervenire su questo importante particolare. Quello che ho appena detto e che noi POSSIAMO DECIDERE COSA RISULTERÀ A FUOCO E COSA NO – e non è dettaglio da poco, è… controllo!
Noi possiamo intervenire sull’estensione della profondità di campo (il diametro del cerchio) attraverso il diaframma, la distanza dal punto di fuoco (la mela) e la focale dell’obiettivo che usiamo.

Evitiamoci i mal di testa che ci procurerebbero gli approfondimenti tecnici legati alle leggi della fisica e dell’ottica e proviamo a fissare tre assiomi pratici, attraverso i quali domare la profondità di campo.

Assioma del diaframma
Più il diaframma è aperto (numero piccolo), più la profondità di campo sarà ridotta  – pochi oggetti a fuoco.
Al contrario, più il diaframma è chiuso (numero grande) e più la profondità di campo risulterà estesa – più oggetti a fuoco.

Assioma della distanza
Più siamo vicini al soggetto e più la profondità di campo diminuisce.
Più ci allontaniamo dal soggetto e più la profondità di campo aumenta.

Assioma della lunghezza focale
Più la focale del nostro obiettivo è lunga e più la profondità di campo è ridotta.
Più la focale del nostro obiettivo è corta e più la profondità di campo è estesa.

Usiamo la profondità di campo per ottenere scatti migliori 
Se ci ricorderemo queste tre semplici regolette, e le combineremo con intelligenza, avremo domato la profondità di campo.
È più semplice di quanto possa apparire e con un po’ di pratica la profondità di campo diventerà un gioco da ragazzi, oltre che ad un eccezionale espediente per ottenere scatti migliori.
Pensiamo ad un ritratto, uno scatto testa/spalle. Come facciamo per staccare il volto del soggetto dallo sfondo, sfocando magistralmente tutto quello che sta dietro? Semplice: usiamo un diaframma aperto (f.1.4 o f.2.8 o f.3.5), scattiamo da vicino e scegliamo un obiettivo con una focale un po’ spinta (diciamo superiore a 80mm).
Pensiamo ora ad un paesaggio, dove vogliamo avere a fuoco sia un fiore in primo piano, sia i monti sullo sfondo. Come facciamo? Anche in questo caso la risposta è semplice: chiudiamo il diaframma (f.18, f.22, f.36), stiamo lontani (quanto basta) e usiamo un grandangolo (o comunque un obiettivo dai 50mm in giù).

Quando scegliere una profondità di campo ridotta?
Ogni volta che vogliamo staccare il nostro soggetto dallo sfondo.

  • Ritratti (ma non di gruppi, ovviamente…)
  • Fotografia naturalistica
  • Fotografia sportiva
  • Concerti

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    tele e diaframma aperto. Tutta l’attenzione va alla sassofonista

Quando scegliere una profondità di campo estesa?

  • Fotografia di paesaggi
  • Fotografia d’architettura
  • Ritratti ambientati e di gruppi di persone

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    Grandangolo e diaframma chiuso. Il Taj Mahal (a fuoco) alle spalle del barcaiolo (a fuoco) completa con un dettaglio fondamentale la “storia” raccontata da questo ritratto ambientato. Se non ci fosse il monumento più fotografato al mondo dietro le spalle dell’uomo a remi, sarebbe soltanto la foto di un barcaiolo

Un po’ avanti e un po’ dietro
Ognuno di noi scelga la rappresentazione mentale della profondità di campo nel modo che preferisce: cerchio, striscia, ellisse, ecc.
Ricordiamoci però che generalmente l’area a fuoco si estende per un terzo davanti al punto di fuoco e per due terzi dietro, ma che questa disparità tende a uniformarsi e a diventare uguale con il crescere della lunghezza focale.

Oltre una certa distanza, tutto è a fuoco.
Verissimo! e questa distanza viene generalmente indicata con il termine di distanza iperfocale. È chiaramente legata alla lunghezza focale e di solito viene indicata sulla ghiera della messa a fuoco. Oltre questa distanza tutti gli oggetti risulteranno a fuoco. Se mettiamo a fuoco sulla distanza iperfocale del nostro obiettivo, la profondità di campo si estenderà dalla metà di questa distanza all’infinito (!).

Come calcoliamo la profondità di campo?
Nell’era della pellicola e delle ghiere meccaniche che regolavano il diaframma degli obiettivi, la profondità di campo che si otteneva ad un certo diaframma veniva indicata con delle utili tacchette.
Ora ci viene incontro la tecnologia ed è possibile scaricare app gratuite, sia per iPhone, sia per Android, che impostando focale, distanza del soggetto e diaframma, ci dicono con precisione raccapricciante dove inizia l’area a fuoco e dove finisce, qual’è la distanza iperfocale e blah, blah, blah, blah…

In ogni caso: impariamo a gestire la profondità di campo e impareremo a fotografare meglio.

 

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