5 errori nelle foto di paesaggio

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Una mattina d’autunno nella piana aretina. 

A molti può sembrare semplicissimo scattare delle buone fotografie di paesaggio… “Che ci vuole!?”, direte… “Sì, insomma, basta un bel paesaggio e il gioco è fatto.”
Sbagliato!

Un paesaggio mozzafiato non è detto che sappia tradursi in una fotografia mozzafiato, ma con qualche accorgimento, possiamo provare a migliorare la nostra capacità di fotografi paesaggisti.
Se è vero che l’ingrediente fondamentale di una buona fotografia di paesaggio resti il paesaggio, è vero anche che ci sono errori – piuttosto comuni – che riescono a rovinare anche il paesaggio più incantevole. Provo ad elencare i primi cinque che mi vengono in mente:

  1. Fotografare nelle ore sbagliate
    Nulla rovina la foto di un paesaggio come presentarsi sul posto all’ora del giorno sbagliata! Ricordiamoci che ad ogni ora corrisponde una determinata luce.
    I momenti della giornate più indicati per immortalare – per lo meno in senso canonico – un paesaggio sono le prime ore del mattino e l’ora a cavallo del tramonto.
    In queste due finestre di tempo la luce è fortemente direzionale, grazie al sole basso sull’orizzonte, e ricca di dominanti calde, che vanno dal giallo all’arancione.
    Qualunque paesaggio, nel miracolo della luce di questi momenti della giornata, assume un appeal molto forte.
    Con il sole alto nel cielo, i paesaggi perdono immediatamente di interesse: il cielo risulta slavato e le ombre secche e corte.
    Il paesaggista si sveglia presto al mattino e spesso salta la cena, ma solo con questi piccoli grandi sacrifici riesce a portarsi a casa scatti degni di nota.
  2. Scattare con fretta
    Niente più di un paesaggio dovrebbe suggerirci di prendere le cose con calma, eppure molti di noi, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco, tende a farsi prende dalla fretta.
    Non c’è peggior compagno della fretta per un fotografo!
    Presentiamoci sul posto con almeno una mezzora di anticipo rispetto all’ora prevista per lo scatto, portiamoci SEMPRE un cavalletto e componiamo con cura.
    Può sembrare una sciocchezza, ma il fatto di usare un cavalletto, anche se i tempi di posa impiegati consentirebbero di scattare a mano libera, ci mette in una condizione mentale di operare con calma e precisione, due virtù che possono fare la differenza nella fotografia di paesaggio.
    Attenzione però, se la fretta è una pessima compagna, l’estrema lentezza lo è altrettanto.
    Le condizioni ideali di luce, solitamente, non si protraggono per più di una ventina di minuti, per cui, d’accordo fare le cose con calma, ma attenzione a non perdere l’occasione solo perché ci siamo attardati.
    Non sembra, ma anche la fotografia di paesaggio, richiede molta concentrazione e rapidità – che non significa fretta.
  3. Usare una scarsa profondità di campo
    “Evita di aprire più di f.11!” – così mi diceva Pietro Donzelli, io ero un ragazzino e eseguivo senza farmi troppe domande.
    Per gli scatti di paesaggio abbiamo bisogno di una buona profondità di campo, per cui il consiglio/ordine di Donzelli resta comunque un ottimo memento.
    Anche per questo motivo portarsi – e usare! – un cavalletto ci caverà spesso le castagne dal fuoco.
    Impostiamo gli ISO più bassi, in modo da azzerare il disturbo. Impostiamo un diaframma chiuso, tra f.11 e f.22. Potrebbe darsi che il tempo di posa corretto sia lungo, ma il nostro cavalletto annullerà qualsiasi possibilità di mosso.
    Ogni obiettivo ha un diaframma con il quale rende meglio in termini di incisione e aberrazione minima, di solito sta tra f.8 e f.16 – è quello che i professionisti chiamano sweet spot – cercatelo e scattate i vostri paesaggi con diaframmi vicini allo sweet spot.

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  4. Dare troppo spazio ad un cielo banale
    Non sempre un cielo completamente sgombro da nuvole è sinonimo di grande foto, anzi spesso rende lo scatto piuttosto vuoto, piatto.
    Valutiamo con attenzione l’impatto del cielo nell’economia della nostra inquadratura. Nessuna legge scolpita nella pietra ci impone di sistemare la linea dell’orizzonte per forza al centro. Se pensiamo che il cielo sia troppo piatto, non pensiamoci due volte: abbassiamo l’inquadratura e spostiamo l’orizzonte più in alto, togliendo così importanza al cielo.
    Viceversa, se il cielo presenta nubi o colori affascinanti, lasciamogli spazio, rendiamolo protagonista.

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  5. Non includere nulla in primo piano
    Troppo spesso, chi ha poca esperienza di fotografia di paesaggio tende a concentrarsi unicamente sullo sfondo, disinteressandosi completamente del primo piano.
    Non lo considero un peccato mortale, a patto che la scena inquadrata presenti un paesaggio in grado di farsi carico di tutte le aspettative di chi guarda.
    In ogni caso, il mio consiglio è quello di cercare sempre qualche elemento in primo piano da inserire nell’inquadratura, è uno stratagemma che conferisce un senso di spazio allo scatto e guida l’occhio.

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8 thoughts on “5 errori nelle foto di paesaggio

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  1. Quello che dici e’ verissimo. Però spesso nei viaggi itineranti si è nel posto giusto al momento sbagliato. A me viene in mente un suggerimento. Programmare i trasferimenti tra le vArie tappe per fare in modo di scattare o al mattino presto o nel pomeriggio tardi. Ma se proprio dobbiamo scattare a mezzogiorno che possiamo fare … A parte a riconciare a scattare?

    1. Ha ragione ed è per questo che organizzo photo tour cercando di tenere conto di quando trovarsi sul posto all’ora migliori – ricordi Sahara e Hait Ben Adu. Certo la logistica di tour brevi è un ostacolo difficile da superare.

  2. Sono d’accordo nel farsi una cultura fotografica studiando le foto dei maestri. Secondo il mio modesto parere essenziale e più importante della tecnica di ripresa è far “parlare ” la foto che hai scattato. Un riferimento a ciò che ho detto lo puoi riscontrare in foto ( Robert Doisneau, Cartier Bresson, Robert Capa ecc.), dove non è tanto importante il fuoco, la profondità di campo o i colori esaltanti ma l’immagine in se stessa, ciò che esprime.E secondo me questo concetto, in un mondo di tecnica informatica, dove tutto si può trasformare è l’unico modo per avvicinarsi veramente all’arte della fotografia. Il nostro maestro Cartier Bresson diceva che l’obbiettivo è il prolungamento dell’occhio; io aggiungerei, modestamente, dell’occhio e dell’anima.

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