Narrazione fotografica: creare un essay

Fino ad ora ho affrontato il tema della narrazione fotografica attraverso alcuni consigli che avevano più a che fare con la sensibilità del fotografo e con la tecnica fotografica, ora vorrei spostare l’attenzione su come costruire una storia attraverso una serie di immagini, quello che nel jargon editoriale viene chiamato essay.

Il fotografo come lo scrittore

Mi piace paragonare il lavoro del fotografo a quello dello scrittore, lo faccio spesso e le analogie, soprattutto quando si parla di narrazione fotografica, sono davvero molte.
Nel caso dell’essay, l’analogia tra il fotografo e lo scrittore si fa ancora più forte.

Un essay fotografico è una storia raccontata attraverso una serie di immagini, e, credetemi, il processo creativo alla base di un essay assomiglia davvero molto alla costruzione di un racconto o di un romanzo.

Un essay fotografico si sviluppa attraverso più immagini – il numero non è fondamentale,  fondamentale invece è la consapevolezza che tutte le immagini appartengano ad corpus e concorrere a raccontare la storia, con ruoli e pesi diversi.
Come lo scrittore, anche il fotografo, che intende raccontare una storia, deve saper costruire un ritmo capace di catturare chi guarda, incuriosirlo e  guidarlo attraverso la storia.
Mantenendo l’analogia con lo scrittore, le foto sono per il fotografo quello che per lo scrittore sono le scene, se in un romanzo le scene costituisco la trama, in un essay fotografico, le foto confezionano la storia raccontata.

Conoscere il contesto, conoscere i temi.
Conoscere il contesto che vogliamo raccontare è fondamentale.
Conoscere il contesto ci aiuta ad individuare i possibili temi attraverso i quali possiamo raccontare la nostra storia.
Non dobbiamo però confondere tema storia.
Ogni storia può essere sviluppata attraverso temi diversi.
I temi – di solito più simili ad archetipi narrativi – sono gli architravi sui quali poggiare la nostra storia ad immagini – immaginiamo che i temi siano i  binari sui quali poggiare e far viaggiare la nostra storia.
Se siamo padroni del contesto, se sappiamo cosa stiamo raccontando, saremo in grado di sviluppare in modo interessante i temi scelti.

Più ci appoggiamo a temi universali e trasversali, più la nostra storia avrà la possibilità di essere capita ed accolta con favore, ma questo consenso nasconde un rischio piuttosto rilevante: la banalità.
I temi universali – ad es. “amore”, “guerra”, “povertà”, ecc. – possono essere davvero insidiosi, se non trattati con una certa creatività.

Il medesimo problema si presenta allo scrittore. Supponiamo che un romanziere decida di raccontare la storia legata alla fine di un amore e che scelga di sviluppare temi quali la gelosia, la noia e la rabbia.
Sia storia, sia temi, non sono certo novità inesplorate, questo non significa che il romanzo si risolva in un flop, tutto dipende da come l’autore affronta i vari temi e sviluppa la storia. Ad esempio, potrebbe scegliere di raccontare la positività della gelosia (!) e ricavare una storia dai toni piuttosto singolari ed interessanti.

Anche al fotografo alle prese con un essay si pone il medesimo problema.
Anche il fotografo deve provare a trattare temi universali attraverso una visione personale, possibilmente nuova, ma quanto meno personale.

Affrontando un contesto che conosciamo siamo in grado di raccontare storie attraversso temi trattati con sfumature magari secondarie per altri, ma che, al fine del racconto, garantiscono un approccio più interessante.

Ogni volta che inquadriamo, chiediamoci se quello che vediamo dentro il nostro mirino  contribuisce davvero alla storia che stiamo cercando di raccontare , in che modo e quanto. Chiediamoci se è fedele al nostro intento.

Prima di scattare, chiediamoci se quella scena aderisce ad uno temi della storia, se aggiunge qualche caratteristica fino allora inespressa – per lo meno per noi .

 

yamuna river colony
Ecco uno scatto intermedio che serve a contestualizzare meglio la nostra storia

Supponiamo che il nostro essay sia dedicato ad una comunità che vive sotto un ponte sulle rive dello Yamuna River a Delhi.
Quali sono i temi che possiamo sviluppare per raccontare la nostra storia? Il fiume, di sicuro. Il ponte. La povertà, di sicuro, le condizioni di vita disagiate. Riusciamo a mostrarle in contrasto con l’evidente felicità dei bambini che giocano sotto il ponte? Sarebbe un modo singolare per ritrarre l’indigenza, spogliandola della retorica sofferenza e mostrandola quasi come condizione accettabile.
Potremmo mostrare gli oggetti quotidiani, mostrare le capanne e la loro fragile condizione e mostrare l’assoluta fierezza di chi le abita, la fierezza di chi dice non importa ciò che è, ma questa è casa mia. Questo è un modo di trattare un tema universale come la povertà in un modo personale – non dico nuovo, ma personale.
Ognuno di questi temi, ed altri ancora naturalmente, ci aiuterà a costruire l’intelaiatura visiva sulla quale costruire la nostra storia e se i temi risulteranno sviluppati con cura, singolarità e sensibilità, la nostra storia non potrà non suscitare interesse.

Yamuna River Colony\
Anche il ponte su un fiume per qualcuno può essere “casa”. Ecco come in questo scatto ho cercato di cogliere il concetto.

Creiamo un ritmo

Per fare quello che vi ho appena descritto non abbiamo bisogno soltanto di grandi scatti, abbiamo piuttosto bisogno di creare un flusso, un ritmo visivo, che si ottiente creando un’alternanza di immagini forti e di immagini di supporto, in modo da condurre per mano chi guarda e portarlo dentro il mondo che abbiamo deciso di raccontare.

Pietro Marchesi - Triumph
Piero Marchesi, Triumph Torino, e la “special” realizzata per il contest “So Special”

Pensiamo alla storia di un meccanico.
Sicuramente il suo ritratto, magari ambientato nella sua officina, potrebbe essere lo scatto principale, quello nel quale pensiamo di condensare i tratti narrativi.
Ma il meccanico lavora con le mani. Un primo piano delle sue mani sporche di grasso e segnate sarebbe uno scatto molto significativo e utile per fare entrare chi guarda nel suo mondo, forse anche più del suo ritratto. E così il banco con gli attrezzi, sarebbe uno scatto accessorio molto rappresentativo, che aiuterebbe a capire meglio chi guarda e che farebbe apprezzare ancora di più il ritratto del volto.
Se il ritratto funziona come scatto chiave, gli scatti delle mani e degli attrezzi aiutano ad apprezzarlo e meglio comprendere il mondo che stiamo ritraendo, anche se tecnicamente il banco con gli attrezzi e le mani sporchi sono scatti più semplici da fare e forse meno evocativi di un ritratto.

Triumph Torino - Piero Marchesi
Scatto accessorio dell’essay. Il gesto e il campo stretto servono a “portare” chi guarda dentro il mondo dell’officina Triumph gestita da Piero Marchesi

Questo però per dirvi che in un essay fotografico ci servono immagini che introducano lo scatto principale ed immagini che ne completino la descrizione.

STRUTTURA DEL RACCONTO
Sono certo che non amereste particolarmente un romanzo che mantenga lo stesso ritmo dalla prima pagina all’ultima, così come non riuscireste ad apprezzare un essay fotografico dove tutte le immagini proposte sono dei key shot  o immagini principali.
È necessario imparare a creare un ritmo, alternando scatti minorikey shot, dove gli scatti minori hanno il difficile compito di sottolineare, introdurre , amplificare, dettagliare e approfondire il contesto della nostra storia per immagini.

SCATTI INTRODUTTIVI.
Gli scatti introduttivi servono a portare chi guarda all’interno del contesto
.
Non è necessario svelare tutte le nostre intenzioni dal primo scatto, ma dobbiamo fornire tutti gli elementi necessari ai nostri fruitori per comprendere il contesto della nostra storia.
Naturalmente molto dipende dal tipo di storia che stiamo raccontando, non sempre un panorama è la scelta corretta per uno scatto introduttivo – anche se spesso lo è.
Se il racconto si snoda in un ospizio per anziani senza famiglia alle porte di Kathmandu, uno scatto che mostri l’ingresso dell’ospizio o una targa che riassuma lo scopo ed elenchi i donatori possono funzionare molto bene.
Se la nostra storia vuole raccontare un parco naturale o una città, forse una panoramica funzionerebbe meglio. Tutto dipende della storia scelta, dai temi e dalla nostra sensibilità.

SCATTI ACCESSORI o MEDI.
Aiutano a definire meglio la storia
. Costituiscono il corpo. Possiamo paragonarli ai gregari in una squadra di ciclismo, aiutano il campione ad emergere e molto spesso fanno il lavoro sporco, consapevoli che le attenzioni alla fine saranno tutte per il campione – lo scatto/gli scatti principali.
Quanti scatti accessori  fare? Dipende dalla lunghezza del nostro essay. Più è alto il numero totale di scatti che compongono l’essay e più possiamo irrobustire il corpo della nostra storia con scatti accessori.
Attenzione! Troppi scatti accessori o intermedi rischiano di annoiare chi guarda, che vuole essere emozionato – qualità che gli scatti medi o accessori non hanno.

Le tecniche che possiamo utilizzare per gli scatti intermedi sono molteplici. Possiamo ad esempio mostrare il personaggio principale del nostro essay con altri personaggi secondari, o ritratto in una qualche attività, possiamo includere molto contesto o usare campi lunghi o non mostrarlo completamente.

Gli scatti medi sono un passo o due più dentro la storia rispetto agli scatti introduttivi.
Ci aiutano a contestualizzare meglio quello che stiamo raccontando.
Naturalmente la tipologia della storia detta la necessità di avere o meno scatti introduttivi. Difficilmente esistono essay fotografici privi di scatti accessori o medi.
Gli scatti medi solitamente identificano i personaggi e il mondo in cui si muovono.
Se stiamo raccontando gli ultimi cowboy dell’Arizona, uno scatto introduttivo potrebbe ritrarre una mandria e un cowboy in campo lungo o lunghissimo, una serie di scatti medi potrebbero chiudere su uno o più cowboy intenti a radunare gli animali o a cavalcare, per poi portare lo spettatore ai singoli ritratti – gli scatti principali

DETTAGLI
Personalmente amo molto l’uso dei dettagli per sviluppare i temi di una storia. I dettagli completano in modo magistrale una storia, e, nella loro operazione di sintesi meta-linguistica, riescono ad essere molto evocativi.
Se il volto segnato dalla vita di un vecchio esule tibetano nei campi profughi del Ladakh è lo scatto principale, le sue mani, il suo rotolo di preghiera, possono essere gli elementi pivotali per un buon storytelling.

Pensiamo in grande e scattiamo in piccolo.
È una regola pratica che ci aiuta a completare una buona storia.
Il ritratto dell’anziano nepalese a Pashupatinah che legge tutte le mattine le sue preghiere diventa ancora più forte se lo supportiamo con un dettaglio delle pagine consunte del vecchio libro.
I dettagli sono gregari fondamentali, non scattiamoli con sufficienza o come semplici riempi buchi.

SCATTI PRINCIPALI
Una storia senza scatti principali non sta in piedi, proprio come un giallo senza assassino!
Pianifichiamo con calma quelli che pensiamo debbano diventare i nostri scatti principali, da loro dipende l’effettivo successo del nostro essay.
Il ritmo costruito attraverso gli scatti introduttivi e gli scatti accessori DEVE sfociare in un climax, in uno scatto forte in grado di sintetizzare la nostra storia. In un essay fotografico possiamo avere più scatti principali, ma non è possibile che esista un essay senza uno scatto culmine.
Lo stile del nostro key shot dipende dalla storia, la tecnica dipende dal linguaggio, dal messaggio e dalla nostra creatività, ma ovunque cada la scelta stilistica e tecnica non possiamo concepire un essay senza un climax, senza uno scatto principale.
Quando imbastiamo la trama di un essay fotografico dobbiamo avere molto ben chiaro quali saranno i nostri scatti principali. I nostri key shot dovranno essere forti, significativi.
Leggereste un giallo dove non c’è assassino?

key shot rappresentano il culmine della nostra storia, il climax o i climax.
Spesso vanno pianificati in anticipo, alcune volte semplicemente accadono, in ogni caso NON ESISTE STORIA CHE SI RISPETTI SENZA CLIMAX.

E ora fuori, a caccia di storie!


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