Tropicalizzazione. Usiamo comunque la testa.

Rispondendo ad una domanda di un amico, circa i benefici della tropicalizzazione, mi è venuta l’idea di trasformare la risposta in un post che potrebbe essere utile a molti.

Che cos’e’ la tropicalizzazione.

Con il termine  tropicalizzazione si intendono una serie di accorgimenti con i quali le case produttrici di fotocamere proteggono i corpi, una sorta di “scudo protettore” nei confronti di acqua, umidità e altri agenti atmosferici e non.

Tropicalizzazione

Tropicalizzato ergo protetto contro tutto.

Purtroppo non è proprio così.
Anche se i corpi tropicalizzati godono di una certa immunità nei confronti di pioggia, umidità, neve, salsedine e altro, non significa che possiamo considerare la nostra fotocamera invincibile e decidere di scattare per ore nella pioggia scrociante di un temporale, né tantomeno immergerla nell’acqua di un lago o del mare. Tropicalizzata non significa subacquea, certo, impermeabile sì, ma fino ad un certo limite, superato  il quale corriamo davvero il rischio di prendere e gettare il corpo macchina.

Non tutte le tropicalizzazioni sono uguali

Esistono diversi trattamenti di tropicalizzazione e ognuno offre livelli diversi di protezione da agenti atmosferici e non – leggi bevande gasate e zuccherate, caffè bollente, ecc.
Più il corpo è costoso e, teoricamente, migliore dovrebbe essere la tropicalizzazione, così come più ampia la gamma di protezione offerta.
Mi sento di dire che tutte le tropicalizzazioni ci garantiscono una buona protezione contro l’umidità e contro la salsedine, qualcuna ci offre un accettabile grado di impermeabilità – diciamo che possiamo tranquillamente restare a scattare per un po’ di tempo anche sotto una lieve pioggia, ad esempio.
Come dicevo poco sopra, un corpo tropicalizzato non è un corpo completamente impermeabile, né tanto meno subacqueo e io non consiglio di lasciare la fotocamera senza nessuna protezione sotto la pioggia battente di un temporale o sotto il getto di una cascata, come ho visto fare da un gruppetto di idioti tempo fa.
In rete ci sono sbruffoni che pubblicano foto mentre scattano fradici nella pioggia del monsone o di un uragano. Io non lo farei, se va bene scatti per qualche ora, anche, poi torni a casa, spegni la macchina e quando la riaccendi, ammesso che si riaccenda, ecco i problemi veri, quali display in tilt, ghiere che non funzionano, pulsanti in corto, mirino danneggiato e così via.

La tropicalizzazione resiste piuttosto bene alla neve, ma anche in questo caso, usiamo la testa, mentre in genere offre un’affidabile barriera alla salsedine.

Non tutti i trattamenti tropicalizzati sono certificati, per cui non tutte le tropicalizzazione sono davvero tali. Modelli diversi di marche diverse offrono livelli di protezione diversi.
I trattamenti più sofisticati e resistenti sono quelli di alcuni modelli Pentax, famosa da sempre per questo aspetto.
Le ammiraglie di Nikon e Canon, D5 e 1dx, sono veri e propri Panzer corazzati. Il modello Nikon è protetto da un guscio in lega di magnesio che promette di resistere al freddo artico e al caldo di un vulcano, e la casa produttrice assicura che potremmo scattare anche nell’occhio di un ciclone tropicale, usando lenti con attacchi sigillati – io resto del mio parere ed evito di farlo.

Le mie D810 sono piuttosto ben carrozzate, ma anche modelli meno costosi offrono prestazioni apprezzabili, sia dal versante Nikon, sia da quello Canon, Sony o Olympus.

In ogni caso, io invito sempre ad usare il buon senso e magari dotiamoci i di una protezione per la pioggia, anche di quelle più economiche, perché un po’ di sana plastica, impermeabilizza meglio e più a lungo di qualsiasi costosa tropicalizzazione.

Sabbia, maledetta sabbia.

Veniamo alla sabbia del deserto, che è una vera e propria maledizione.
Non un’esperienza vastissima di deserti. Ho fotografato nel Sahara, nel Thar, tra India e Pakistan e in Nord America – Sahara e Thar hanno la sabbia più fine che abbia mai incontrato.
Quando si ha a che fare con la sabbia, muoviamoci con estrema cautela e ve lo dice uno che, per suo, non è proprio un damerino nel muoversi con la macchina in mano.
Non fidiamoci troppo della tropicalizzazione, sebbene il trattamento ci garantisca una certa protezione, è buona regola tenere la macchina il più lontano possibile dalla sabbia – cosa che vedrete è tutt’altro che facile.
Sono tornato proprio l’altroieri dal Thar e ho passato in rassegna i corpi, nonostante ci sia stato attento, il deserto ci ha messo del suo.
Per sicurezza portiamoci uno di quegli accessori per la pioggia, perché se di certo non ne cadrà, potremmo trovarci nel bel mezzo di una tempesta di sabbia improvvisa.
Evitiamo di cambiare gli obiettivi all’aperto, vicino alla sabbia: la carica fotostatica dei sensori è una calamita per quei maledetti granellini.
Usiamo una pompetta a mano per soffiare via la sabbia dal sensore, dalle lenti e dai filtri. Mi raccomando, non usiamo nient’altro sul sensore!
Se la sabbia si dovesse essersi incrostata, puliamo le lenti e i filtri con un panno in microfibra o con una cartina apposita ben imbevuti di liquido apposito per pulire le lenti.
Se ci siamo portati un cavalletto, potrebbe darsi che di ritorno dal deserto non si riesca più a richiuderlo perché la sabbia si è infilata nei giunti e nei morsetti. Evitiamo di  forzare i meccanismi e appena avremo l’occasione, infiliamo il cavalletto sotto il getto tiepido di una doccia. Ripetiamo il trattamento due o tre volte e il nostro cavalletto tornerà a chiudersi.

Morale della favola

Quando siamo in procinto di acquistare un nuovo corpo macchina, controlliamo sempre che sia protetto da un trattamento di tropicalizzazione, questo in ogni caso ci garantisce una certa tranquillità, anche se non è di certo la panacea a tutti le avversità atmosferiche e non che potremmo incontrare.


Che ne dite di fotografare assieme in Kerala quest’estate? QUI tutti i dettagli del photo tour.


 

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