Maestri della fotografia: Abbas Attar

Abbas Attar è uno di quei fotografi di talento che, un po’ per nascita, un po’ per (nostra) pigrizia mentale, pochi di noi conoscono.
Mi sono imbattuto per caso in un libro fotografico di questo straordinario fotoreporter naturalizzato francese, ma iraniano di nascita, è m’è bastato per rimanere folgorato dalla capacità narrativa di Attar e dal suo linguaggio schietto e diretto.

abbas attar
© Abbas Attar – Mujahidin durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan

L’eleganza severa di Attar

In medio oriente molti credono che il nostro destino sia racchiuso nel significato del nostro nome e nella sua grafia. Nonostante Abbas sia un nome di origine israeliana, spicca per una grafia raffinata e al tempo stesso significa “severo, austero”.
Combinazione non poteva essere più azzeccata per definire il fotografo iraniano e i suoi lavori, contraddistinti da un linguaggio asciutto – severo, appunto – ma al tempo stesso vergati da un’inafferrabile eleganza, anche quando i soggetti difficilmente lo consentono.

Nato nel 1944 a Khash, in Iran, Abbas Attar ha ammesso più volte di essersi sentito fotografo da sempre, da subito, ed infatti, già da poco più che adolescente, comincia a muovere i primi passi nel fotogiornalismo, fino a diventare uno tra i più autorevoli fotoreporter internazionali,  per quasi mezzo secolo,  dai primi Anni Sessanta, fino alla sua morte, avvenuta a Parigi lo scorso 25 aprile.

Abbas Attar - Vecchio carico.
© Abbas Attar – Vecchio carico.

Una vita di testimonianze

Vietnam, Bangladesh, Tibet, Afghanistan, Iraq. Ma anche Balcani, Messico e Marocco o Mongolia. Per oltre 50 anni, Abbas Attar ha documentato con il suo lavoro, scevro di facile retorica e sempre fedele ad etica professionale integerrima, rivoluzioni, colpi di stato, conflitti e invasioni.

I reportage di Attar hanno sempre cercato di dare voce a chi, solitamente, in quegli scenari drammatici, voce non ha, mettendo in risalto aspetti spesso controversi e pressoché sconosciuti.

Ed è proprio nel segno di  queste testimonianze che, tra il 1979 e il 1981, Abbas Attar si occupa del suo Paese, sconvolto dalla rivoluzione degli ayatollah e alle prese con la transizione tra la monarchia degli scià e la proclamazione di una nuova repubblica a guida religiosa, con derive per molti versi contrastanti tra loro, come la diffusa spinta al rinnovamento, contrastata da un’accresciuto integralismo religioso.

Il corpus di lavori che ne esce è un esempio fotografia documentarista di qualità assoluta, che racconta il dramma di una nazione e di un popolo investito dalla rivoluzione, il dolore, le torture, gli stenti, i sogni, le aspirazioni, sempre con estremo rigore, ma mai con distacco – alcuni scatti addirittura trasmettono tutta la compassione dell’autore per le scene ritratte.

Attar e il paravento della religione

Il coinvolgimento di Attar con la testimonianza della rivoluzione del ’79 è così intenso che lo stesso Attar decise di auto-esiliarsi, nel tentativo di prendere le distanze dai tragici accadimenti legati a quei e ritrovare un suo equilibrio personale e professionale.

Gli ci vorranno diciassette anni prima di riuscire a tornare in Iran, diciassette anni che Attar dedicherà ad interrogarsi – e a testimoniare, ma non soltanto attraverso la fotografia – sui motivi che spingano l’uomo tecnologico a cedere comunque a pulsioni distruttive primitive e irrazionali. Durante il suo esilio volontario, Attar mise a nudo, in più occasioni e in aree del mondo lontane e diverse tra loro, come spesso la religione non altro non è che un paravento che cela interessi e motivazioni di ben altra natura.

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© Abbas Attar – INDONESIA
Jakarta. Studentesse dell’Al Azhar Institute of Arts, durante la preghiera del venerdì, nell’auditorium trasformato in moschea.

Dall’azione alla meditazione

Così lo stesso Abbas Attar definisce il suo modo di fotografare e lo fa con lo stesso rigore ed onestà con i quali scatta.
“La mia fotografia è un modo di riflettere, che ha origine nell’azione e conduce alla meditazione”.

Tutti i suoi scatti trasmettono una disarmante semplicità.
Le sue immagini nascono dalla spontaneità del momento, ma Attar ne fa prima oggetto di profonda analisi e di riflessione, che perfeziona visivamente attraverso un uso magistrale della composizione, affinché ogni scatto rifletta in modo appropriato l’intento dell’autore.

Che si tratti di gente ripresa per strada, di soldati, di vittime di rappresaglie, di prigionieri o di bambini piegati a quella che lui spesso definirà un’islamizzazione strisciante, Attar, nel corso di tutta la sua carriera di fotoreporter, resterà fedele ad un’estetica dai tratti fondamentali riconoscibilissimi, che esalta l’atto del fotografare e cioè fissare per sempre, con un elemento volatile come la luce, l’attimo, forse ancora più volatile.

Anche lui, come i più grandi nomi della fotografia, entrerà nella Magnum di Cartier-Bresson e Capa.

Se questa veloce presentazione di  Abbas Attar, allora ti potrebbero interessare anche questi profili, nella sezione “Maestri della fotografia”:

Oltre naturalmente al sito dell’agenzia Magnum.

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