Fotografia di ritratto: cogliamo il gesto

Molti fotografi concordano che gli occhi siano l’elemento chiave in un ritratto.
Alcuni, addirittura, non concepiscono un ritratto senza che il soggetto non guardi dritto in macchina.
Personalmente non sono così rigido. Amo tanto gli scatti dove il soggetto guarda in macchina, quanto quelli dove è di profilo o semplicemente guarda altrove.
Non sono gli occhi in macchina a fare da distinguo tra un buon ritratto e un ritratto mediocre, non per me, almeno.

Perche’ tutta questa enfasi sugli occhi?

Che ci crediate o no, è una questione di ansia (!).
L’ esperienza visiva è tutt’altro è molto complessa e tutt’altro che solamente legata al semplice atto di guardare.

Posti di fronte ad una fotografia o ad un quadro, il nostro cervello avvia un processo inconscio all’interno del quale elabora le informazioni visive attraverso schemi interpretativi, analogie ed associazioni. Si tratta di un primo processo, inconscio e irrazionale, durante il quale il nostro cervello traduci quanto gli occhi gli mostrano impiegando un codice estremamente elementare, fatto di forme, elementi significanti, archetipi, disposizioni e relazioni tra gli elementi. Soltanto dopo essere arrivato in fondo a questo processo, il nostro cervello consegna l’immagine ad una lettura razionale.

Durante questa prima lettura elementare la mente lavora per riconoscere forme note, in grado di abbassare la discrepanza e il senso di ansia che questa implica. Recuperate le forme note, la nostra mente cerca tra queste forme antropomorfe, nelle quali potersi riconoscere e definitivamente annullare la discrepanza. Il nostro cervello cerca un volto e successivamente gli occhi.

Gli occhi sapranno azzerare l’ansia generata da questo ricerca inconscia di significati, catalizzando la nostra attenzione.

Questo è il motivo per cui, a livello inconscio e primordiale, quando un soggetto guarda in macchina attira maggiormente la nostra attenzione l’attenzione.
A questo poi si vanno a sovrapporre livelli successivi di interpretazione più razionali e via via più consci, legati alle proiezioni, alle emozioni e alla cultura.

Ritratto: il gesto che fa la differenza

Che il motivo sia conscio o inconscio, un soggetto che guarda in macchina ingaggia una relazione decisamente più potente e solida, ma non per questo dobbiamo privarci della possibilità di variare la posa.

Tutti, o quasi, sono d’accordo sugli occhi in macchina, pochi parlano invece dell’importanza del gesto anche nella fotografia di ritratto.

Nutro una passione smodata per la fotografia di ritratto, indugio non appena mi si presenta l’occasione. Sono profondamente convinto che un volto possa raccontare un luogo tanto quanto un paesaggio.

Possiamo soffermarci sui soli lineamenti, concedendoci al bokeh e ad una profondità di campo esigua, oppure possiamo introdurre elementi ambientali e arricchire il nostro ritratto, raccontando una storia più ampia, più completa.

In entrambi i casi saremo concentrati sul volto e sull’espressione del nostro soggetto, questo non ci deve però far sottovalutare l’apporto che un gesto può dare al risultato finale.

I gesti hanno la capacità di sintetizzare una storia, di caratterizzare meglio il nostro soggetto, di catturare più rapidamente l’attenzione di chi guarda e di trattenerla più a lungo, facendolo tornare più volte sul nostro scatto.

Un gesto, se colto con maestria, rende il nostro ritratto più interessante, meno scontato

Un esempio di ritratto aiutato dal gesto

Guardate le due foto qui sotto,  scattate nel Mehranghar Fort di Jodhpur.
Si tratta di due ritratti scattati a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro, nelle stesse condizioni di luce e mantenendo inquadratura e focale più o meno simili.
In entrambi i casi il soggetto guarda in macchina – per buona pace dei puristi della fotografia di ritratto. Nel secondo scatto, il gesto di appuntirsi il baffo rende il ritratto più interessante, più singolar

Rajasthani nella fortezza di Amber

_TUC3557_per blog

 

Imparare ad aspettare

La capacità di cogliere il gesto sta molto nella capacità di saper aspettare, di non scattare con ansia e di non trasmettere la nostra ansia al soggetto.

Se si tratta di uno scatto rubato, possiamo soltanto affidarci alla nostra buona sorte, alla capacità di anticipare le situazioni mentalmente, alla prontezza e alla capacità di attendere.

Se invece si tratta di uno scatto posato, allora il modo migliore per cogliere il gesto è quello di mettere il nostro soggetto a suo agio, di chiacchierare – quando è possibile – o comunque di instaurare un briciolo di relazione interpersonale, ma soprattutto di non essere precipitosi e affrettati – questo non significa che possiamo tenere impegnato il nostro soggetto tutto il tempo che ci pare, ma che, con un po’ di malizia, un po’ di simpatia e una certa faccia di bronzo, possiamo dare una mano al caso.

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