Storytelling fotografico: come passare da fotografie delle vacanze a reportage di viaggio

Niente contro le fotografie delle vacanze, naturalmente, se non che la stragrande maggioranza di esse soffre di una composizione claudicante, presenta un’abbondanza di soggetti ripetitivi e significa qualcosa soltanto per chi ha scattato.

Può sembrare un dettaglio trascurabile, ma in effetti non lo è affatto: le foto delle vacanze – delle vacanze di qualcun altro – hanno quasi sempre un significato per chi le ha scattate, che si tratti di preservare la memoria di momenti spensierati o altro e questo ci porta ad estendere la cosa anche agli altri. Triste realtà: non è quasi mai così.

© Walter Meregalli – La Sacra – L’intento dietro questo scatto è semplice, ma chiaro: su un piano la maestosità della natura e su un altro quella dell’ingegno umano

Perche’ voglio scattare questa foto?

Personalmente sono convinto che il distinguo tra chi semplicemente scatta delle foto e un fotografo, al netto delle conoscenze tecniche, sia in quello che io chiamo intento.

Perché voglio scattare questa foto?
Una domanda talmente semplice che spesso molti di noi scordiamo di porcela.
Impariamo a farcela sempre e cominceremo ad assomigliare ad un fotografo (!).

La rivoluzione digitale ha letteralmente spazzato via il severo limite di scatti che un tempo imponeva la pellicola. In poco più di un centimetro quadrato di silicio e plastica possiamo raccogliere centinaia, migliaia di fotografie, che sfogliamo immediatamente sui nostri visori, e questo molto spesso ci porta sottovalutare il motivo per il quale stiamo scattando quella foto, se non addirittura a non chiedercelo. Cosa sarà mai!? Soltanto un file tra qualche decina di centinaia. Ai tempi della pellicola, sia per questioni meramente economiche sia per un aspetto psicologico, sapere che quel rullino ci avrebbe al massimo consentito trentasei pose, ci costringeva a scattare in modo più responsabile, più consapevole. Se non altro, il fotografo 2.0, vive una sorta di condizione di permanente ebbrezza, che a volte piazza un bel calcio nel sedere all’intento.

Credo fortemente che sia l’intento a creare le basi per una buona fotografia. Perché voglio scattare questa foto? Dovremmo chiedercelo sempre, tenendo a mente che non esiste una risposta corretta, ma che il solo fatto di chiedercelo ci rende fotografi in qualche modo migliori.

© Walter Meregalli – La fiamma. Non abbiamo nessuna garanzia che quello che stiamo per scattare possa interessare qualcun altro e questo ci deve guidare

E se davvero interessasse solo noi?

Poco male. Davvero poco male se ciò che scattiamo interessa soltanto noi, ma difficilmente riusciremo ad andare oltre alle foto delle vacanze.

Se invece vogliamo provare a trasformare le nostre vacanze in occasioni per realizzare piccoli reportage o progetti fotografici da condividere, dobbiamo cominciare a prendere in considerazione di misurarci con un pubblico potenziale, che può nutrire interessi soltanto parzialmente in sintonia con i nostri e che le storie che raccontiamo attraverso i nostri scatti dovranno saper catturare l’attenzione di chi le guarderà e accaparrarci la sua empatia.

Molti di noi sono portati a credere che soltanto viaggiando attraverso luoghi remoti ed esotici possiamo raccontare interessanti e scattare belle foto, foto che sappiano interessare gli altri.
Fortunatamente non è così o lo è soltanto in parte.

Sicuramente il Dolpo, una regione praticamente inaccessibile e sconosciuta ai più tra Nepal e Tibet, ha un appeal più immediato del Salento, ma questo non ci mette al riparo dalla sindrome delle fotografie delle vacanze e soprattutto non ci deve far dimenticare che una brutta foto resta brutta, a prescindere dalla latitudine e longitudine del click.

Il Salento, Rimini, la Lunigiana, la città nella quale viviamo, il ridente paesino nel quale passeremo le vacanze d’estate, o qualsiasi altra località, offrono possibilità di raccontare storie interessanti al pari di India, Patagonia, Loira o Dolpo, per mantenere l’elenco contenuto.

Fermo restando che la qualità di uno scatto passa irrimediabilmente per tutta una serie di accorgimenti tecnici, per far sì che i nostri scatti possano suscitare interesse dobbiamo fondarli sull’intento e cominciare a pensare ad un pubblico, da intercettare, da agganciare e, possibilmente, da emozionare. Un pubblico al quale far provare empatia per i soggetti dei nostri scatti. Questo è il difficile compito di uno storyteller.

© Walter Meregalli – Tagli di luce. La Sacra di San Michele si trova soltanto a qualche decina di km da Torino, ma se proviamo a pensare ad un piccolo reportage che sappia raccontarla e se proviamo ad andare oltre l’ovvio, forse i nostri scatti potrebbero interessare anche gli altri e raccontare loro una storia, una storia tutta nostra.

Paradossalmente i luoghi remoti ci espongono al rischio di quello che io chiamo l’instant exotic, che, per come la vedo, è soltanto di poco meglio del cliché delle foto delle vacanze.

L’instant exotic è lo scatto ovvio, lo scatto scontato, banale, che a volte prova a travestirsi da storia, ma che zoppica e va poco lontano, che zoppica per colpa di inquadrature banali, di composizioni frettolose e intenti latitanti. L’instant exotic emoziona soltanto superficialmente e trasmette poco, quasi sempre luoghi comuni e stereotipi.

© Walter Meregalli – Dettaglio (Sacra San Michele). Il dettaglio di una tomba all’interno dell’abbazia di San Michele acquista un tocco “straordinario” se inquadrato in modo creativo

Pensiamo ad un filo conduttore

Le tradizionali – e noiosissime – foto delle vacanze sono spesso un insieme di scatti slegati, ognuno dei quali, al netto della qualità, offre lo stesso valore di comunicazioni. Non ci sono scatti forti contrapposti a scatti accessori, campi larghi contrapposti da dettagli, se non per una completa casualità.

Dal momento che abbiamo deciso di provare a fare qualcosa di diverso – intenzionalmente non ho scelto di dire di più – dobbiamo cominciare a prendere in considerazione l’idea di legare le nostre fotografie ad un tema comune – la nostra storia –  e di sviluppare la storia cogliendo aspetti diversi e complementari, alternando la scelta delle inquadrature e dei soggetti, ma pensando ad ogni scatto come parte di un corpus più ampio, coerente: il nostro piccolo reportage – prometto che se la cosa vi interessa, tornerò su questi argomenti (la storia, il ritmo, il corpus, ecc.) nei prossimi post.

In conclusione

Qualche anno fa, durante un workshop, uno dei partecipanti disse che lui fotografava soltanto per se stesso e per nessun altro, che la cosa gli procurava molta soddisfazione.
Mi resi conto che ci confrontavamo da posizioni diametralmente opposte, considerando il fatto che essenzialmente fotografo per raccontare storie, pur rispettando il suo punto di vista, ho provato ad argomentare il mio. Dopo qualche anno, ho letto che aveva appena inaugurato la sua prima mostra. Ho salutato la cosa come un successo un po’ anche mio.

Se pensiamo di essere soddisfatti con i selfie delle vacanze, con le centinaia di still life di fritti misti e grigliate, o con la moglie o il fidanzato pressoché irriconoscibili, fagocitati da una profondità di campo vertiginosa, se questi scatti, al netto della tecnica e della composizione, celano per noi un intento e un interesse personalissimi, beh, non dobbiamo preoccuparci,
Ma non aspettiamoci che gli altri mostrino la stessa passione per le nostre foto che nutriamo voi.

Se invece vogliamo provare a cimentarci nel raccontare storie – il tanto inflazionato storytelling, se vogliamo provare ad usare la fotografia per creare storie, piccole o grandi che siano, quotidiane o esclusive che siano, beh, allora è arrivato il momento di rimboccarci le maniche, studiare, fare pratica, cominciare a porci le giuste domande e vaccinarci contro l’instant exotic.

Non aspettiamoci una passeggiata, scattare fotografie che possano interessare, emozionare e raccontare una storia anche agli altri è una strada in salita e spesso anche disseminata di frustranti insuccessi.
Ma percorrerla saprà ripagarci, ve lo posso garantire.

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