5 consigli per scattare ritratti in viaggio

Amo fotografare la gente. Sento il ritratto fotografico come il genere di fotografia che più mi affascina e che più di ogni altro mi dà soddisfazioni, ma è soltanto da una decina di anni circa che ho compreso il potere narrativo di un volto e come si possa raccontare in modo squisitamente personale un luogo attraverso i volti della gente.

Raccontare un luogo attraverso i volti

Non fraintendetemi, non sto, né esplicitamente né implicitamente, affermando una ridicola supremazia del ritratto nei confronti della fotografia di paesaggio.
Il messaggio che vorrei passare è più un suggerimento, un suggerimento che, a mia volta, mi è stato dato e che ha influito moltissimo a caratterizzare la mia visione e il mio linguaggio creativo – per quello che possono valere.

Normalmente, si è portati a pensare che la fotografia che meglio racconta un luogo e, in particolare, un viaggio è la fotografia di paesaggio.

A lungo sono stato anch’io di quest’avviso, poi un giorno di molti anni fa ho fatto uno di quegli incontri che hanno la capacità di segnare un prima e un dopo.

Kathmandu, un Nescafè e una lezione di storytelling

All’Himalayan Jivan Cafe nessuno davvero ci andava per il caffè, un Nescafé liofilizzato uguale a tutte le altre brodaglie servite in tutti gli altri bar di Kathmandu. In quel cafe ci si andava per sedersi ad un tavolo del primo piano e osservare la vita scorrere sul selciato di Basantapur Square, attraverso i vetri sporchi delle finestre con gli infissi dipinti di rosso.

Quel pomeriggio, al tavolino di fianco al mio, siede un altro straniero che, proprio come me, ha scelto di rilassarsi qualche mezzora e di abbandonarsi a quello spettacolo senza copione che andava in scena di sotto.

Ci studiamo con la coda dello sguardo. Una Nikon io. Una Nikon anche lui. Ci presentiamo. David, canadese, fotografo. Lui mi mostra i suoi scatti. I gli mostro i miei. I suoi scatti erano davvero speciali – ricordo di non essere riuscito a trovare nessun altro aggettivo, speciali.

«Posso permettermi una critica?» – mi domanda. Certo che sì.
«Mi piacciono i tuoi scatti…», sento che sta per arrivare un ma. E puntualmente arriva.
«… ma li potrebbe fare chiunque.»
Poi, siccome nota il mio risentimento, David mi spiega il suo ragionamento e per me è stata una sorta di epifania.

Aveva ragione David, chiunque, con una buona tecnica, nozioni di composizione, un buon occhio, poteva tranquillamente replicare i miei scatti, i miei panorami. E se avesse avuto più tempo a disposizione, magari avrebbe anche avuto la fortuna di imbattersi in una luce migliore.

«Aggiungi un volto e quello scatto sarà soltanto tuo.»

David era riuscito a condensare una lezione memorabile di storytelling fotografico nel lasso di tempo che serve a far raffreddare quanto basta per poterla sorseggiare senza ustionarsi il palato una tazza di Nescafé.

Ci siamo salutati e non abbiamo avuto più modo di condividere qualche foto e una tazza di caffè liofilizzato. Di tanto in tanto ci si incrociava per strada, ma io e David siamo tornati ad essere perfetti estranei – per gli amanti della precisione, David di cognome fa duChemin, già David duChemin.

Ritratti in viaggio: aggiungi un volto e quel viaggio sara’ soltanto tuo

In questi ultimi dieci anni ho lavorato per creare un linguaggio che sentissi mio e che riuscisse a raccontare in un modo molto personale i luoghi nei miei viaggi.
Senza sminuire il fascino del paesaggio o il richiamo immediato dei monumenti, ho cercato di costruire un linguaggio fotografico che sapesse raccontare la geografia del mondo attraverso volti e ritratti ambientati.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine e una spiccata capacità di stabilire una relazione con i soggetti che scegliamo di ritrarre, a meno che non si tratti di candid shots
.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte sia dall’altra dell’obiettivo e credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Ho provato a buttare giù un breve elenco di consigli. Cinque suggerimenti che sono frutto dell’esperienza e della pratica e che con me sembrano dare buoni risultati.
tuk tuk wala
© Walter Meregalli – Smoke break. Jaipur, Rajasthan. Un tuk tuk wala tra i molti cattura la mia attenzione. È il suo sguardo liquido e magnetico al tempo stesso a stregarmi. Mi avvicino e, quando mi chiede una sigaretta, gli chiedo se gli va di farsi fare un ritratto. Sfrutto l’open shade del tendalino del suo tuk tuk e accendo quegli occhi con un colpo di flash laterale, che mi aiuta anche ad ottenere una buona esposizione del volto in ombra. Quest’uomo, per me, è Jaipur e un certo Rajasthan, tanto quanto Jantar Mantar o l’Hawa Mahal.

Ritratti in viaggio: scegliamo con molta cura i nostri soggetti

I grandi ritratti arrivano immediatamente. Qual è il loro segreto?
Sicuramente una buona composizione, sicuramente un uso corretto della tecnica, ma soprattutto il soggetto.

Non lasciamoci travolgere dall’ansia di scattare chiunque ci si pari davanti, solo perché siamo in viaggio e si sa, lontano da casa, tutto acquista un fascino esotico.

Non faremo altro che riempire le  nostre card con volti che finiremo col cancellare, prima o poi.

Impariamo ad attendere, a selezionare.
Cerchiamo tra la folla, con calma. Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e, soprattutto, impariamo a riconoscere  le condizioni favorevoli perché il nostro soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica e, quindi, in una storia interessante.

 

Guardia sikh
© Walter Meregalli – Guardiano del tempio. La bellezza di questo volto credo sia molto prossima all’assoluto, senza per questo concedere nulla né all’ovvio né al posticcio.
Lo sguardo fiero, il naso elegante, il turbante perfetto, la lancia mi hanno spinto ad avvicinare questo guerriero sikh di guardia al Tempio d’Oro di Amritsar e a chiedergli di posare per me per una manciata di istanti.

Ritratti in viaggio: rapidi, cortesi, reattivi.

Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente cerco sempre di instaurare un qualche rapporto con chi ho scelto di scatto. Mi piace chiacchierare e non mi faccio certo intimorire dal disporre di un idioma comune. Io ci provo comunque perché sento che attraverso questo mio tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e si instaura una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni particolari o meno ovvie.

Questo però rappresenta il prima. E se già il prima porta con sé un suo carico d’ansia, è  il durante a rappresentare il momento topico. Infatti è proprio il durante ad irrigidirla maggior parte dei soggetti, a togliere loro molta della spontaneità che ci aveva incuriosito prima.

Per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.

Questo significa lavorare in anticipo. Visualizzare lo scatto, comporlo mentalmente, risolvere i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile, in modo da evitare di arrivare al momento dello scatto confusi o indecisi.

Chi acconsente a farsi ritrarre potrebbe non avere tempo da perdere e ci sta regalando un momento della sua vita, che, in ogni caso, è quanto meno irripetibile.

Questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma bensì deve spingerci ad essere molto presenti reattivi.

© Walter Meregalli – Bimbi a Spituk – Scelta curata della profondità di campo e fuoco sicuro sugli occhi del bimbo in primo piano.

Fuoco sugli occhi

È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.

Questo non ci  obbliga a scattare tutti i nostri ritratti con il soggetto che guarda dritto in macchina, ma, se lo facciamo, il fuoco sugli occhi deve essere impeccabile.

Siccome ci troveremo molto spesso a scattare con diaframmi piuttosto aperti, nella quasi spasmodica rincorsa alla profondità di campo ridotta, facciamo molta attenzione e assicuriamoci che gli occhi siano a fuoco – nel caso di una posa con il volto non in asse con la macchina, ad esempio trequarti, è preferibile tenere a fuoco l’occhio più vicino.

 

© Walter Meregalli – Senza tetto nella stazione di Old Delhi. Questo ritratto dimostra come la luce faccia la differenza e come sia fondamentale conoscerla e sfruttarla.
Si tratta di un “candid shot” che sfrutta il colpo di luce radente che filtra dall’alto e dietro il soggetto, staccandolo dalla zona d’ombra che caratterizza tutto il volto.

Luce e ombre nel ritratto

Scelto il soggetto, dobbiamo analizzare con attenzione la luce, valutarne la direzione, la la qualità, l’intensità e i rapporti da le zone in ombra e quelle in luce.

Le zona in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.

Evitiamo la luce piatta, cerchiamo contrasti – che io personalmente prediligo – ma non esageriamo o correremo il rischio di trasformare il volto in una maschera.

Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire i contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
Se decidessimo di avventurarci in questa sfida, la scelta del soggetto dovrà essere ancora più curata, tenendo bene a mente che la luce dura e a picco è decisamente inclemente e quasi sempre produce risultati molto drammatici.

Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Cerchiamo di evitare le donne, se stiamo pensando ad un ritratto  canonico.

Col sole alto, un flash può fare la differenza, schiarendo le fastidiose ombre sotto il naso, sotto il mento e sotto gli zigomi. Mentre col sole alle spalle del soggetto, un deciso colpo di flash scongiura l’effetto silhouette.

Se notiamo che il sole è decisamente troppo forte, non perdiamo altro tempo e cerchiamo un riparo – vale tutto, purché faccia ombra, riequilibri lo sbalzo tra zone in ombra e zone in luce.
Un muro, una pensilina, un porticato, un albero, anche soltanto un ombrello o un telo, se qualcuno ci aiuta.

Scegliamo rapidamente e una volta per tutte.

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© Walter Meregalli – Rajasthano. Una luce morbida e un fondo ancora più morbido che concorda cromaticamente con il soggetto ritratto, sostenendolo, esaltandolo, fornendo un appoggio ideale, senza distogliere l’attenzione di chi guarda, catturata da sguardo e gesto del soggetto.

Ritratti in viaggio: l’importanza del fondo.

Se non siamo alle prese con un ritratto ambientato, cerchiamo di trarre il  massimo da una profondità di campo contenuta.

Mandiamo  lo sfondo completamente fuori fuoco, rendendolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.

Dobbiamo allenare l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
Allenare l’occhio a scorgere elementi di disturbo, che di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura, spostandoci di qualche passo a destra o a sinistra, alzando o abbassando  di un poco l’angolo di inquadratura, affinché non ci siano elementi di disturbo.

Se uno sfondo non ci convince, non esitiamo a spostare il nostro soggetto, ma facciamolo rapidamente e soprattutto evitiamo di dare il via ad un fastidioso avanti e indietro.

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