Storytelling fotografico: impariamo a non rimandare

“Rimandare”. Un fotografo non dovrebbe conoscere il significato del verbo rimandare.

Rimandare è  un peccato che quasi sempre finiremo col pagare caro.

Non convinciamoci che domani ci si riproporrà la stessa occasione per scattare, perché non è così. Qualsiasi scena si riproporrà di fronte al nostro obiettivo domani, non sarà mai quella che abbiamo scelto di non scattare.

Se avessi messo via la macchina fotografica, perché ormai ero quasi rientrato in albergo, il vecchio che legge sdraiato nel suo negozio della prima di chiudere (foto d’apertura) non l’avrei mai scattato e oggi credo che me ne dispiacerei.

Ogni lasciata e’ persa.

Tra i maschi adolescenti, per lo meno quando io lo ero, questa era una delle frasi più ricorrenti, riferita alle ragazze.

Personalmente, in quel contesto, la condividevo soltanto parzialmente, ma quando si parla di fotografia, quell’ogni lasciata è persa è, tanto lapidaria, quanto vera.

Non illudiamoci di poter scattare una foto un’altra volta. Evitiamo di convincerci che se torneremo domani riusciremo comunque a portarci a caso lo scatto. Non succederà!

Non dopo e non domani. Se non scatteremo ora,  non scatteremo mai più.
Questo dobbiamo ficcarcelo bene in testa!

Piantagioni di tè
© Walter Meregalli – Piantagioni di tè a Munnar. Mi ero svegliato presto, sperando di cogliere la luce di un’alba sgombra da nubi. Il cielo è andato via via coprendosi è ho dovuto ripensare lo scatto, scegliendo di includerne il meno possibile

Perche’ rimandiamo.

Spesso lo facciamo per pigrizia. A volte rimandiamo perché ci sentiamo stanchi. Qualche volta perché colti di sorpresa o perché, con la testa, siamo già a casa.

Qualunque sia la ragione, rimandare è sinonimo di rinunciare, in fotografia.

Posso capire la stanchezza, perché mi è capitato più di una volta di essere talmente esausto da addirittura rifiutare anche solo l’idea di un altro scatto.

Ma a farci rimandare è la pigrizia, dobbiamo impegnarci e vincerla. Un fotografo pigro è un fotografo mediocre, sia che si tratti di pigrizia mentale sia che si tratti di pigrizia fisica.

Dobbiamo essere consapevoli che la scena che abbiamo davanti non si riproporrà più, potrà forse avvicinarcisi, ma quello che abbiamo di fronte è unico ed irripetibile.

 

Cameriere a Jaipur
© Walter Meregalli – Il cameriere di Jaipur – Tutta questo scatto è nel gesto del cameriere. Se non avessi scelto di tenere la macchina a portata di mano e accesa, pronta a scattare, lo avrei di certo perso.

La macchina sempre pronta.

Fino a quando non ce ne siamo andati, non mettiamo via la macchina fotografica.

Mi è capitato un numero impressionante di volte che gli scatti migliori siano arrivati soltanto quando ormai stavo per andarmene e ormai mi sono dato una regola molto semplice da seguire, ma incredibilmente efficace:  fin tanto che mi attardo sulla scena, la mia macchina resta fuori dalla borsa e accesa.

Accesa, già, accesa. Potrebbe sembrare un dettaglio insignificante, ma non lo è affatto.

Lo noto spesso nei miei viaggi fotografici ed è una prerogativa di chi si è avvicinato alla fotografia da poco.

Molti, forse con l’idea di preservare le batterie, spengono di continuo la fotocamera.
Li vedo: scattano, controllano il display e poi spengono. Alcuni addirittura rimettono il copri obiettivo!

Ecco un errore da evitare.

Non spegniamo la macchina fino a che non abbiamo veramente deciso di smettere di scattare e teniamola in mano, o al collo, pronta a scattare. Se avessi messo via la macchina o se l’avessi spenta, non sarei riuscito a fotografare il gesto del cameriere nella foto sopra.

Non illudiamoci, non sempre le attese vengono premiate, ma molto spesso non siamo in grado di cogliere il meritato premio perché quando il fato ci dà una mano, la nostra macchina è spenta o addirittura già riposta nella borsa.

Teniamo la macchina fuori, accesa e teniamo la testa accesa. Altrimenti andiamocene.

 

Taj Mahal nella tempesta
© Walter Meregalli – La tempesta di sabbia – Mi ero appostato con l’intenzione di cogliere il Taj Mahal nella luce dorata del tramonto. Quando si è alzata una tempesta di sabbia improvvisa ho pensato di aver gettato un’altra occasione, ma poi mi sono ricreduto e ho provato a portare a casa il meglio che la scena mi offriva.

Non rimandare, ma trovare alternative valide

Quante volte, invece, ci è capitato di raggiungere in un luogo, magari dopo esserci alzati ben prima dell’alba e aver guidato anche a lungo, e, una volta sul posto, il benvenuto ce lo danno condizioni avverse ed inaspettate?

Fin troppe e quasi sempre non possiamo farci nulla. Soprattutto nel caso della fotografia di paesaggio, la scena ideale  è frutto di molte coincidenze,  il meteo in prima battuta.

Meno sono le opportunità di tornare e più è alta la frustrazione, è naturale, ma dobbiamo imparare a conviverci. Non abbiamo nessun tipo di giurisdizione su su cielo, nuvole o pioggia, onde, neve.

Possiamo scegliere di rimandare, di tornarcene a casa,  soltanto perché la scena non si presenta nelle condizioni ideali. Possiamo raccontarci che “la scatteremo un’altra volta, tanto ci torniamo quando ci pare”.

Oppure possiamo provare ad abbandonare ciò che avevamo in mente e concentrarci su quello che ci si presenta di fronte, cogliendone il massimo e adattando tecnica, composizione e inquadratura alle condizioni della scena.

Io abbraccio quest’ultima filosofia. Mi adatto e provo a cavare il massimo da quello che ho a disposizione – a volte ciò che ho portato a casa è stato addirittura superiore a quello per cui mi ero presentato.

Guardare nel display non porta a casa grandi scatti.

Predico bene e razzolo male, magari non malissimo, ma male.

Esorto a non continuare a guardare il display sul dorso della macchina, ma poi anch’io mi sorprendo a farlo. Impossibile non farlo, lo ammetto.

Ho iniziato a fotografare con la pellicola e non c’era nessun modo di vedere quello che si aveva appena combinato. Ora che la tecnologia ci ha regalato questo lusso, sarei idiota a non approfittarne.

È una figata, lo ammetto. Ma è anche molto pericoloso, perché la possibilità che ci si perda qualcosa di irripetibile soltanto perché siamo intenti a controllare il display è tristemente alta.

Sull’onda dell’affermazione che, appunto, ogni lasciata è persa, cerchiamo un equilibrio, una certa disciplina e impariamo a guardare più spesso nel mirino e meno il display, per quest’ultimo avremo tutto il tempo una volta deciso di smettere di scattare, per fotografare quello che abbiamo davanti, no.

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