6 cattive abitudini da abbandonare

Forse è il consiglio che sentiamo ripeterci più spesso: fai pratica.

La pratica porta confidenza, porta esperienza e soluzioni, ma a volte anche cattive abitudini.

Se vogliamo diventare fotografi migliori, dobbiamo imparare a distinguere le cattive abitudini, da quelle sane.

Le prime sono una zavorra sulla capacità che abbiamo di migliorarci, mentre le seconde ci aiutano a velocizzare le scelte ricorrenti, lasciandoci più tempo per creare.

Le cattive abitudini vanno  per prima cosa riconosciute e di conseguenza modificate, pena non riuscire a crescere.

Taj Mahal nella tempesta
© Walter Meregalli – La tempesta di sabbia – Mi ero appostato con l’intenzione di cogliere il Taj Mahal nella luce dorata del tramonto.
Quando si è alzata una tempesta di sabbia improvvisa ho pensato di aver gettato un’altra occasione, ma poi mi sono ricreduto e ho provato a portare a casa il meglio che la scena mi offriva.

Cattiva abitudine 1 – Rifiutarsi di scattare se le condizioni non sono ideali

Ecco una cattiva abitudine piuttosto diffusa ad ogni livello, sia tra i principianti, sia tra chi fotografa già da un po’ di tempo.

Rifiutarsi di scattare se le condizioni non sono quelle ideali o quelle attese e con condizioni non mi riferisco solamente al meteo, anche se il meteo rappresenta quasi sempre la situazione più ricorrente.

Quando le condizioni non sono quelle che ci aspettavamo o quando reputiamo non siano quelle ideali, molti di noi si rifiutano di scattare, disturbati da un senso di ansia legato a qualcosa che non siamo in grado di controllare, come ad esempio le condizioni meteo, o a qualche elemento che ci ha colto di sorpresa e ci sta spiazzando.

Ci sentiamo attirati fuori dalla nostra comfort zone e piuttosto che metterci in gioco, ci rifiutiamo di scattare.

Ovviamente quando tutto si configura secondo le nostre attese scattare diventa molto più semplice, mentre quando la luce non quella auspicata o le condizioni ambientali ci sorprendono, dobbiamo fare i conti con l’inaspettato.

Ma è proprio facendo i conti con l’inaspettato che siamo chiamati a reagire con maggiore creatività. Magari il risultato finale sarà molto lontano da quello che aveva previsto, ma affrontare la sfida, anziché abbandonare è una pratica molto utile a farci crescere.

Probabilmente le condizioni ideali per uno scatto non si avvereranno mai, semplicemente le si avvicineranno una volta molto e altre molto, molto meno.

Un buon fotografo, un fotografo che poggia la sua fotografia su una solida visione e che conosce la tecnica, scatta in qualsiasi condizione.

Cattiva abitudine 2 – Accontentarsi di una sola versione dello scatto

Molti di noi lo fanno, molti di noi, un po’ per pigrizia, un po’ per fretta si accontentano di una sola versione, soprattutto quando “lo scatto buono”  arriva con una certa rapidità.

Inquadriamo, componiamo, impostiamo i parametri… Click! Controlliamo sul display… Ok, soddisfatti. È proprio venuta come intendevamo. Possiamo andare, passiamo oltre.

È invece sempre interessante cimentarsi con almeno una versione alternativa dello “scatto buono”, magari cambiano orientamento o punto di ripresa, magari modificando la lunghezza focale.

Cercare una o più versioni allo scatto che reputiamo già soddisfacente non significa chiudere di uno stop o aprire di mezzo, non significa fare un passetto a destra o due in avanti.

Significa invece ragionare su come ottenere uno scatto altrettanto forte della stessa scena che però sia costruito su basi davvero diverse – ad esempio se “lo scatto buono” lo abbiamo ottenuto con un medio tele, provare a scattare la scena con un grandangolo.

Soprattutto chi di noi si è avvicinato da poco tende a fare molti scatti della stessa scena, le cui differenze però sono fin quasi trascurabili, appunto mezzo stop sopra, o uno sotto, un’inquadratura leggermente più aperta, o uno scatto appena appena più stretto.

Questo non significa cercare alternative valide, ma semplicemente non essere certi di quello che si ha scattato, che è comunque una cattiva abitudine, ma che con la buona pratica, generalmente, tende a scomparire.

Quando ci cimentiamo con soggetti in movimento, non fermiamoci al primo scatto buono. Impostiamo la macchina su raffica, quasi tutti i modelli ormai lo consentono, e catturiamo una sequenza, dalla quale, successivamente, scegliere lo scatto migliore, che non sempre è il primo. Un tempo la pellicola costava, oggi per lo meno il digitale ci viene incontro.

Cattiva abitudine 3 – Cancellare subito

Evitiamo di farlo. A meno che non ci accorgiamo di errori davvero macroscopici in termini di composizione o esposizione, evitiamo di cancellare gli scatti semplicemente giudicandoli sul display della fotocamera.

Aspettiamo di visionare gli scatti su uno schermo più generoso e spesso ci renderemo conto che alcuni di quelli che avremmo tanto voluto cancellare sul momento, invece, nascondevano dettagli interessanti, che avremmo perso per sempre.

Abbiamo tutto il tempo che vogliamo per cancellare uno scatto, evitiamo di farlo giudicandolo su uno schermo da due pollici e mezzo e di qualità non adatta.

Cattiva abitudine 4 – Fidarsi troppo del display

Anche i modelli di fotocamera più costosi e sofisticati montano schermi di qualità piuttosto bassa.

Dobbiamo imparare rapidamente che la funzione del display è semplicemente quella di darci un riferimento, soprattutto in termini di composizione.

Non basiamo l’esposizione su quello che vediamo nello schermo, non rappresentano con fedeltà i dettagli nelle ombre o nelle alte luci.

Nonostante ormai sia possibile tarare la luminosità dei display, la temperatura del colore e altri parametri di base, gli schermi che montano le macchine fotografiche restano assolutamente poco affidabili per giudicare con cura l’esposizione.

Impostiamoli al meglio – io ad esempio abbasso la luminosità di un paio di tacche e sposto la dominante generale sui toni più caldi.

Controlliamo quello che abbiamo scattato, ma ricordiamoci che quello che ritroviamo nello schermo è soltanto un’indicazione di massima.

Cattiva abitudine 5 – Non creare un flusso di lavoro

Flusso di lavoro!? Lo so, molti di voi ora mi daranno contro dicendo che è una roba da professionisti e in qualche modo avete ragione, ma quando perdiamo le foto che abbiamo scattato perché non abbiamo pensato ad un modo efficace per scaricarle e archiviarle, poco conta se siamo professionisti o no.

Numeriamo le card, ci risulterà più facile non fare confusione.

Evitiamo di scattare tutto in un’unica cartella. Creiamone una nuova ogni volta affrontiamo un nuovo soggetto, o una al giorno, se stiamo scattando per più giorni.

Cerchiamo di evitare di usare sia card troppo poco capienti, sia card capienti oltre misura.
Nel primo caso, con pochi scatti arriveremo al fatico no more space e saremo costretti a sparpagliare le nostre foto su troppe card.
Nel secondo caso, probabilmente useremmo soltanto una card, ma nello sfortunato caso che si dovesse rovinare, perderemmo tutto il materiale scattato fino a quel momento

Scegliamo un taglio di card che rappresenti un giusto compromesso in termini di numero di scatti che possiamo memorizzare, in base naturalmente anche alla grandezza dei file che produce la nostra fotocamere.

Personalmente, dal momento che ogni RAW prodotto dalla mia macchina pesa poco meno di 60MB e che ho impostato l’opzione RAW+JPEG con i JPEG in qualità base, scelgo tagli da 64GB.

NON FORMATTIAMO MAI UNA CARD se non siamo più che sicuri di aver copiato il contenuto sul computer. Nel dubbio, usiamone un’altra.

Scarichiamo le foto su computer appena possiamo, utilizzando un metodo di archiviazione semplice e mnemonico.

Per prima cosa io creo una cartella parente, alla quale dò un nome che mi indichi immediatamente quello che conterranno le sue sottocartelle. Nella cartella parente copio tutti i file RAW e i relativi JPEG.

Con un’applicazione di editing (Bridge o Lightroom) valuto gli scatti, dò loro un punteggio e applico tutte le etichette che potranno servirmi in fase di scelta.

Post-produco le prime scelte di ogni categoria, che salvo in una nuova sottocartella che nomino “OK” o “Scelte”, mantenendo il nome originale, al quale aggiungo semplicemente un suffisso, ad esempio “ok”, in modo che se in un secondo tempo volessi sviluppare il RAW corrispondente con parametri diversi, non perdo ore a cercarlo tra possibili decine di scatti simili.

Un tempo, in viaggio, era più sicuro mantenere i propri file su card anziché passarli su disco rigido. I dischi erano meccanici ed urti e vibrazioni costituivano un serio pericolo di perdita dei dati.

Oggi basta scegliere dischi rigidi SSD e i nostri scatti saranno decisamente al sicuro.

 

zaino lowepro

Cattiva abitudine 6 – Non controllare l’attrezzatura

Lo confesso, m’è capitato più di una volta di essere convinto di avere tutto quello che mi serve, salvo scoprire sul posto che non è così.

Ricordo di una volta, molti anni fa, di aver scoperto quando ormai ero  giunto dal cliente, a più di trecento chilometri dal mio studio, che in realtà non avevo caricato in macchina tutti i flash. Per fortuna ne ho sempre uno nello zaino, ma sono stato costretto a rivedere completamente l’approccio che mi ero studiato e declinarlo per una sola luce flash.

Il lavoro è andato bene, ma vi lascio immaginare quello che ho provato e quello che ho imprecato.

Le cause sono sempre le stesse: pigrizia o noia.

Diamo per scontato che ci sia sempre tutto, salvo poi renderci conto del contrario e qualche volta è proprio quello che abbia dimenticato a casa a giocare un ruolo fondamentale.

Impariamo a passare in rassegna TUTTA la nostra attrezzatura, non soltanto macchina e obiettivi, ma anche flash, card, filtri, controlli remoti, cavi, carica batterie, batterie, card.

Facciamo diventare il controllo dell’attrezzature una parte integrante della nostra fotografia.

Con gli anni ho imparato ad essere organizzato a compartimenti stagni, in modo che se dovessi partire ora per un lavoro o per una sessione fotografica, mi basta caricarmi lo zaino in spalla o caricare in macchina il mio amato tubo rigido della Peli.

La tranquillità di non scordarmi più nulla a casa mi arriva da anni di pratica, ma soprattutto dal fatto che conosco nel dettaglio la mia attrezzatura e come la tengo suddivisa.

Uno dei segreti (di Pulcinella) è abituarsi a tenere l’attrezzatura suddivisa sempre nello stesso modo.

Questo però non ci risparmia dal fare dei controlli con una certa frequenza, per evitare di trovarsi poi con otto Speedlight e soltanto pile scariche.

L’attrezzatura, almeno la mia, comprende, oltre a materiali deteriorabili (come appunto le pile), anche tutta una serie di piccoli accessori che si tende a perdere con una certa frequenza, controllare regolarmente e nel dettaglio, ci consente di non arrivare sul posto senza la piastra di sgancio rapido per la testa del cavalletto o senza una riduzione per la vite da 1/4″ del treppiedi o senza la griglia da montare sul softbox o l’adattatore per speedlight del sunlight.

Non pensiate che soltanto i professionisti, siccome si portano dietro tanta roba, sono a rischio.

Un cavalletto con testa a sgancio rapido senza piastra è soltanto peso inutile, così come una qualsiasi macchina fotografica con pile scariche o senza card.

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