Story telling fotografico, da dove cominciare

Story telling. Queste due parole inglesi sono ormai entrate nel nostro vocabolario quotidiano con una certa prepotenza. Non che la lingua italiana non avesse un idioma in grado di esprimere il concetto, ma si sa, siamo da sempre un popolo di esterofili.

bimba a varanasi
© Walter Meregalli – Bimba nei vicoli di Godowlia (Varanasi) Godowolia è la parte vecchia di Varanasi, la città sacra per gli induisti. Credo che questo scatto sappia sintetizzare molto bene lo spirito di quei vicoli. Lo scatto non è frutto di un colpo di fortuna – non solo – ma è piuttosto  il risultato dell’unione di un occhio allentato a scovare potenziali buone storie, la conoscenza della tecnica fotografica e l’empatia per certe sensazioni.

Story telling, ovvero l’arte di raccontare storie

Anche se ormai credo che sia pressoché superfluo, corro in soccorso di quei pochi che ancora non conoscono il significato di della locuzione inglese story telling.

Narrazione è sicuramente una corretta traduzione della locuzione inglese story telling, e cioè la capacità di raccontare storie. Da qualche tempo il termine narrazione affascina in maniera sorprendentemente trasversale moltissimi, dai giornalisti, agli esperti di comunicazione, ai politici, ai professori, passando, forse, anche per negozianti al dettaglio e badanti ucraine.

Scherzi a parte, sembra proprio che la narrazione – o la sua più suadente versione anglofono, lo story telling, appunto – abbia finito con il contagiarci un po’ tutti, facendoci qualche volta straparlare.

Lasciamo da parte la narrazione in senso stretto, quella cioè che si basa su contenuti scritti, così come quella in senso troppo lato (e vago), quella cioè che ascrive e descrive, per esempio, certi dubbi comportamenti di certi dubbi politici in una… narrazione.

Occupiamoci invece della narrazione fotografica o, se preferite, dello story telling fotografico, la capacità, cioè di raccontare storie attraverso le immagini.

 

Awa Mahal - Panning
© Walter Meregalli – Panning the Awa Mahal – L’Awa Mahal o Palazzo dei Venti è un’altra icona indiana, ma in questo scatto l’ho relegato ad un semplice ruolo di comprimario, dove invece il ruolo di protagonista della mia storia ho voluto darlo al lattaio in bicicletta, il dudh vala. Lui è la mia storia e  il panning che osa sfocare l’Awa Mahal mi è servito a sottolineare la fugacità del momento, la sua pedalata decisa.

Testa, occhio e cuore. Gli ingredienti dello story telling fotografico.

L’arte di raccontare attraverso le immagini passa attraverso la testa, l’occhio e il cuore.

Non sono io a dirlo, ma il grande  Henry Cartier-Bresson.

Cartier-Bresson è probabilmente uno dei più significativi story teller per immagini che la storia della fotografia abbia mai conosciuto. Non è dato a sapere se davvero abbia mai pronunciato il suo aforisma più celebre, ‘un buono scatto allinea testa, occhio e cuore’, ma di fatto, dando per certo che HCB quelle parole le abbia davvero dette, ha in ogni caso indicato la via per confezionare, attraverso una fotografia, una storia che funzioni e che sappia trasmettere qualcosa a chi poi la guarderà.

Testa e cuore significano due aspetti fondamentali della fotografia, uno diametralmente opposto all’altro, ma entrambi assolutamente importanti.

La testa è l’insieme dei concetti legati alla tecnica, al linguaggio. Le nozioni, i parametri.
Il cuore è l’insieme delle emozioni che quello scatto suscita. Il lato viscerale, distante, opposto ai freddi numeri, alle coppie tempo/diaframma.

Uno scatto può privilegiare un aspetto piuttosto che l’altro, la testa al cuore e viceversa, ma un buono scatto non dovrebbe essere mai completamente privo di uno dei due.

E l’occhio?

anziano che legge
© Walter Meregalli – Letture serali (Ram Nagar, Delhi) – Appena l’ho visto, ho pensato a come trasformare quell’uomo che leggeva in una buona storia da raccontare. Forse, prima ancora di vedere l’uomo, potrei dire di aver visto la storia e soltanto dopo ho deciso quale sarebbe stato il modo migliore per raccontarla, come prendere soltanto spunto dalla luce a disposizione, manipolarla con la tecnica (la testa)  e approdare in una personalissima realtà (il cuore). Se l’occhio non fosse stato allenato, il mio soggetto sarebbe restato semplicemente un vecchio intento a leggere e io avrei di sicuro tirato oltre.

L’occhio nello story telling fotografico.

L’occhio al quale si riferiva Henri Cartier-Bresson è la capacità di vedere, che va ben oltre al semplice atto di guardare.

Se intendiamo raccontare una storia, dobbiamo prima riuscire a vederla.

Potremmo guardare per ore senza però riuscire a vedere granché.

Ho cominciato a cincischiare con la macchina fotografica da ragazzino, guidato da un vecchio saggio la cui pazienza era inversamente proporzionale al suo talento.

‘Guardati attorno, testa di rapa, non smettere di guardarti attorno, devi essere curioso e devi imparare a guardare le cose a gambe all’aria.’  – non faceva che ripetermi queste parole.

Allora non capivo proprio esattamente quello che il buon Pietro Donzelli cercasse di dirmi, ma ci provavo, più per non deludere il grande vecchio e quando mi riusciva, il burbero Donzelli si lasciava sfuggire un ‘ah, a l’era l’ura!‘ – che in milanese significa, finalmente, era ora.

Di quei primi giorni mi forse rimasta una cosa: LA CURIOSITÀ.

Non possiamo raccontare una storia se la storia non ci incuriosisce per primi, se non ci interessa, se non ci appassiona. La curiosità dev’essere la benzina che muove e che ci porta a vedere.

Non importa quanta competenza tecnica possiamo avere, se non siamo in grado di vedere, faremo sempre molta fatica a raccontare storie interessanti, singolari, toccanti e continueremo a sprecare il nostro tempo semplicemente guardando.

Allenare l’occhi: e’ possibile.

La capacità di vedere si può allenare.

Come?

  • Imparando a prestare attenzione ai dettagli,
  • Guardando dove gli altri non guardano, per pigrizia o conformismo,
  • Mantenendo sempre alta l’attenzione,
  • Cercando un continuo connubio tra cuore e tecnica,
  • Avventurandosi su tecniche diverse, sperimentando e cercando di mettere la tecnica al servizio della narrazione.

Non dobbiamo mai smettere di osservare.

I dettagli, la luce, le geometrie.
Osserviamo le crepe dei muri, gli intonaci che si staccano, le pieghe del mento della cassiera che ci dà il resto o come la luce della finestra illumini l’uomo che ci siede di fronte al bar,  Osservare!

Studiamo la scena, che sia abbia o meno la macchina fotografica in mano.

Immaginiamo l’inquadratura, immaginiamola tre diaframmi più chiusa, ripensiamola ripresa con un grandangolo spinto.

‘Le storie sono continuamente davanti a noi‘, scrive Jerod Foster.
Non posso che essere d’accordo con lui.

Quante volte abbiamo guardato lo scatto di un altro fotografo e ci siamo detti – con un filo di invidia, suvvia confessiamolo – “cazzo io questo mica l’ho notato” e magari quella scena l’abbiamo avuta davanti agli occhi tutti i giorni e chissà per quanto tempo.

 

dettaglio macchina per cucire
© Walter Meregalli – Le mani del sarto (Madurai) – Un dettaglio per la parte, un dettaglio per raccontare una storia. Avrei potuto scegliere un campo largo, un ritratto ambientato o altre inquadrature, che ammetto di aver scattato, ma questo close up sulle dita del sarto, sull’ago che cuce il tessuto rappresenta per me la sintesi della storia che intendevo raccontare.

Un mondo di storie attorno a noi.

Le storie sono costantemente attorno a noi. Sempre. Ovunque, anche negli scenari a noi più familiari e meno suggestivi.

Viviamo costantemente circondati da storie.

Vero è che alcune valgono la pena di  essere raccontate,  più di altre, ma non è questo il punto, non ora. Il punto è che le storie sono ovunque e molto spesso, troppo spesso nemmeno ce ne rendiamo conto.

Per non cadere in questo tragico errore dobbiamo fare leva su una costante curiosità.
Sarà poi questo costante stato di allerta che saprà accendere la nostra propensione ad osservare con maggiore attenzione il mondo che circonda.

Per quali motivi non vediamo le storie che abbiamo davanti?

Il motivo più ricorrente è l’abitudine. Molti di noi sono convinti che la storie interessanti, quelle che davvero vale la pena di raccontare, quelle che gli altri vorranno vedere e addirittura ci pregheranno perché gliele si mostri, sono soltanto quelle che raccontano di luoghi esotici e lontani.

Che errore commettiamo pensandola in questo modo.

Il quotidiano nasconde storie eccellenti, che non solo vale la pena di raccontare, ma che, se raccontate nel modo giusto, sanno emozionare e coinvolgere molto di più di tante storie, per così dire, esotiche.

Per fare questo, dobbiamo fare però un piccolo sforzo.
Dobbiamo imparare a guardare come guarderebbe uno straniero, anche se non è cosa facile. Imparare ad interrompere il flusso dell’abitudine, scomporre la realtà quotidiana in tante micro-realtà, la folla in volti, le case in finestre e porte, le auto in paraurti e copricerchioni.

Dobbiamo imparare a guardare il quotidiano come guarderemmo l’esotico per la prima volta. Il gelataio sotto casa come il venditore di succo di canna di bambu a Chandni Chowk.

Dobbiamo tornare a dare peso alle espressioni, ai colori, anche se quelle espressioni e quei colori li abbiamo avuti sotto gli occhi fin troppo a lungo, così a lungo che quasi nemmeno li vediamo più.

Dobbiamo imparare a soffermarci sui dettagli.

I dettagli sono un ottimo acceleratore di storie. Anche le grandi storie passano per i piccoli dettagli.

Spesso, troppo concentrati nella ricerca della storia perfetta, sottovalutiamo la forza dei dettagli, quando, altrettanto spesso, la quintessenza della nostra storia è proprio nei dettagli.

Alleniamoci dunque  a  vedere con uno sguardo rinnovato e alleniamoci a cogliere i dettagli, faremo crescere la nostra abilità narrativa e miglioreremo la nostra efficacia nel campo dello story telling fotografico.

delhi di notte - India Gate
© Walter Meregalli – L’India Gate di notte – Un’allegoria della natura caotica della capitale indiana, raccontata attraverso la contrapposizione dell’India Gate, perfettamente a fuoco, e il traffico, reso mosso con l’utilizzo di un tempo lungo. La tecnica (la scelta del tempo e del contrasto cromatico) al servizio della narrazione che si completa impiegando la trasposizione fotografica di una figura retorica, l’allegoria,.

Story telling fotografico e retorica.

Impariamo ad usare la retorica, se funziona per gli scrittori, funzionerà anche per noi. Impariamo a raccontare le nostre storie attraverso il linguaggio delle figure retoriche.

Le figure retoriche, in tutto, sono poco più di una dozzina. Non è necessario che le si impari tutte, ma è fondamentale che si prenda confidenza con le principali.

La sineddoche, ad esempio, con la quale usiamo la parte per descrivere il tutto. Ad esempio potremmo impiegare un dettaglio per significare la totalità.
Oppure possiamo provare con la metafora, poi con l’iperbole, con l’antonomasia.
Un sorta di gioco, con un’incredibile deriva formativa.

Impariamo a tradurre in immagini le figure retoriche e rendiamo queste trasposizioni fotografiche sempre più sofisticate, sempre meno banali, sempre meno ovvie.

Lo story telling fotografico ha bisogno di tempo.

Non facciamoci illusioni, raccontare storie efficaci attraverso le immagini è qualcosa che richiede impegno e pratica e ci potrebbe volere anche un po’ di tempo, prima di riuscire a trovare la nostra voce narrante, il nostro stile.

Non lasciamoci abbattere dagli insuccessi.
Memorizziamo la tecnica. Alleniamo l’occhio, Nutriamo il cuore.

Nutriamo il cuore!? E come si nutre il cuore!?

Osservando gli scatti di fotografi che ammiriamo, tornando ad andare alle mostre (non appena questo sarà di nuovo possibile), guardando un film d’autore, ogni tanto, semplicemente come una serie di inquadrature, come un susseguirsi di scatti, e non come un’opera con una trama. Sfogliando le monografie dei maestri della fotografia.
Ah, quanti modi per nutrire il cuore!

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