Storytelling fotografico: e se partissimo dall’inizio, per una volta?

Storytelling è uno di quei termini anglosassoni che si sono ormai radicati nel nostro vocabolario quotidiano e che possiamo tranquillamente tradurre con narrazione.

Ultimamente, il termine è diventato addirittura inflazionato, tanto che il suo impiego. smodato e a volte improprio rischi di svuotarlo del suo significato originale e di confondere qualcuno. 

Narrare significa esporre, raccontare, usando la voce o altri mezzi, fatti reali o di fantasia.

La narrazione dispone fondamentalmente di due mezzi basilari per comunicare: il linguaggio verbale e il linguaggio figurativo.

Street Market Elvis
© Walter Meregalli – Street Market Elvis – L’uso di una focale corta, capace di includere un’abbondante porzione di ambiente circostante, enfatizza il carattere singolare del soggetto, un surreale Elvis Presley del banchetto dei fritti. L’inquadratura dall’alto e la composizione centrata concorrono a supportare il racconto.

Immagini e parole.

Linguaggio verbale e il linguaggio figurativo hanno caratteristiche proprie, che danno danno origine a vantaggi e svantaggi. 

Ad esempio, l’uso della parola garantisce un più alto livello di chiarezza, che viene però pagato in flessibilità e trasversalità, ad esempio per comprendere un romanzo scritto i tedesco è necessario, per prima cosa conoscere le lettere che compongono l’alfabeto latino e, secondariamente, conoscere il tedesco.

Al netto di questo, la comprensione, quanto meno di base, è assicurata.

Il linguaggio figurativo, questa certezza, non la offre, barattandola però con una più ampia flessibilità.

La flessibilità interpretativa non è però sempre garanzia, anzi, spesso, come accade con la fotografia può rappresentare un ostacolo, perché a volte la comprensione del significato è molto soggettiva, influenzata dalla cultura, dall’educazione e dalle esperienze di chi guarda.

Il linguaggio verbale si poggia sull’uso di segni, cioè “qualcosa che rimanda ad un contenuto preciso“, questi segni sono le lettere dell’alfabeto che pongono le parole, le quali, a loro volta hanno significati altrettanto precisi.

Il linguaggio figurativo impiega invece simboli, che, al contrario dei segni, rimandano a concetti meno fissati e ben più ampi, decisamente più soggettivi.

“Un’immagine racconta più di mille parole”. 

Quante volte l’abbiano sentito dire o letto, ma è davvero così e ci siamo mai chiesti per quale motivo? O si tratta semplicemente di una delle tante affermazioni un po’ troppo semplicistiche?

Personalmente, credo che si tratti di un’affermazione vera soltanto parzialmente e che, secondo me, poggia su un equivoco, confondere la comprensione con l’immediatezza.

Sicuramente un’immagine, grazie all’impiego del linguaggio figurativo, risulta più immediata di un’opera narrativa che si fonda sulla parola, spesso, però, questa immediatezza viene confusa con la capacità di interpretare e comprendere il significato dell’immagine, anche se le due cose non sempre coincidono.

Il linguaggio figurativo pesca i suoi significati di base in un universo di archetipi comuni a moltissime culture del mondo e questo innesca la sua immediatezza, ma non per forza la comprensione dell’opera.

La natura dei simboli stessi, che non rimanda ad un significato con precisione, apre però a scatole cinesi di interpretazioni e sensazioni, cosa che risulta ben più complicata con un’opera che impieghi il linguaggio verbale.

Ecco perché considero l’affermazione che un’immagine racconti più di mille parole vera solo parzialmente, perché per raccontare in modo efficace una storia è necessario che il pubblico comprenda il significato dell’autore.

Se mi è consentito, cambierei la frase in “un’immagine emoziona più di mille parole”.

 

La bimba nella città vecchia
© Walter Meregalli – La bimba nella città vecchia. L’ho scorta, ma. ho dovuto attendere quasi un’ora prima di riuscire a scattare la foto per come me l’ero anticipata.
Lo scatto condensa le tre componenti fondamentali dello storytelling fotografico: un protagonista forte, un contesto interessante, un evento (o gesto/azione)

Fotografie e storie.

Raccontare storie usando le immagini è complicato, ma quando ci si riesce, grazie appunto all’immediatezza del suo linguaggio il risultato è stupefacente.

Cosa caratterizza una storia?

Che si tratti di un racconto, di un film o di una fotografia, per confezionare una storia è necessario combinare contenuti e capacità di creare empatia con il proprio pubblico.

Dobbiamo imparare da subito a suscitare emozioni in chi guarda il nostro scatto e più saranno e più la nostra nostra sarà una storia di successo.

Sin dai tempi di Aristotele il paradigma per costruire una storia efficace è stato individuato nei tre momenti fondamentali: l’inizio, lo svolgimento e l’epilogo.

Nella narrazione fotografica, in particolare modo quando abbiamo a disposizione soltanto uno scatto, questa utile struttura per appoggiare lo svolgimento di una storia non esiste, anzi, il fotografo deve essere particolarmente capace di portare a termine una sintesi dei tre momenti, in modo che chi guarda il nostro scatto possa catturare l’attenzione (l’inizio), suscitare emozioni (lo svolgimento) e suggerire un significato (l’epilogo).

Se pensiate che sia un compito facile, lasciatevi dire che siete decisamente fuori strada.

Raccontare storie attraverso la fotografia può essere molto appagante e decisamente efficace, ma comporta profonda conoscenza della tecnica fotografica e una visione chiara, oltre che alla scelta di contenuti capaci di generare interesse.

Henri Cartier-Bresson, come nessun altro, ha saputo sintetizzare lo storytelling fotografico con la celeberrima definizione di cosa debba fare un fotografo per ottenere una buona fotografia:

“Allineare testa, occhio e cuore”

Dove la testa fa riferimento alla tecnica, l’occhio alla capacità di vedere contenuti e scene e il cuore alla capacità di suscitare emozioni.

 Il linguaggio figurativo della fotografia può esaltare l’aspetto emotivo delle nostre storie fotografiche e regalare a chi guarda la possibilità di esplorare interpretazioni anche molto soggettive, che lo rendono decisamente più coinvolto nell’esperienza. 

Attenzione, però, non è tutto oro ciò che luccica, come si suole dire, perché se una più vasta possibilità di interpretazione significa maggior coinvolgimento, al tempo stesso nasconde l’insidia dell’equivoco.

Le dinamiche della narrazione fotografica.

Voglio sgombrare il campo da possibili fraintendimenti: raccontare storie attraverso la fotografia non è esattamente un giochino alla portata di tutti i fotografi. 

Per farlo con efficacia e successo servono sensibilità, conoscenza tecnica, padronanza dei diversi linguaggi fotografici, dimestichezza con la composizione, interesse per i soggetti fotografati e voglia di condividere.

Raccontare ha sia a che fare con gli altri, sia con se stessi. 

Significa provare interesse per i soggetti delle nostre storie, per i temi delle nostre storie, per i contesti e per le implicazioni che le nostre storie portano con loro o possono suggerire.

Raccontare significa anche raccontarsi.

Nello storytelling il pubblico è il primo e l’ultimo destinatario

Ogni volta che confezioniamo una storia ci consegniamo al giudizio del pubblico. 

Una storia esiste perché esiste un pubblico e questo è un aspetto fondamentale che non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare, ma è anche un aspetto che genera ansia e che impone al fotografo una certa autostima e consapevolezza dei propri mezzi, della propria visione e di ciò che intende raccontare.

Ricordiamoci che non raccontiamo mai storie per noi stessi.

Lo storytelling non è soltanto questione di talento.

Sì! Per favore, non credete alla favoletta che la fotografia è tutta questione di talento o se non peggio ancora di attrezzatura. Il talento è fondamentale.

Senza talento produrremmo soltanto degli scatti accademici poco efficaci, per nulla capaci di emozionare e quindi di raccontare storie.

Ma il talento non basta. Il talento va accompagnato dalla tecnica e dalla visione.

Proprio come per le altre forme di storytelling, anche quello fotografico ha dinamiche che si possono imparare ed affinare.

Molto ha a che fare con la visione, cioè l’insieme degli aspetti che caratterizzano i nostri scatti e più in generale il nostro modo di intendere la fotografia, insomma tutto ciò che risponde alla domanda come intendo scattare.

Interesse e curiosità.

Se un soggetto non ci interessa come persone, difficilmente ci interesserà come fotografi e ancora meno potrà mai trasformarsi in una storia di successo, al netto del nostro talento.

Imparare a raccontare attraverso le immagini significa in prima battuta alimentare la propria curiosità, estenderla anche a contesti meno conosciuti e meno familiari.

Poi significa nutrire la nostra conoscenza della fotografia più in generale, al di là della tecnica. Questo lo possiamo fare andando a mostre fotografiche, sfogliando monografie di grandi fotografi, confrontando i nostri scatti con quelli di fotografi che riteniamo capaci, analizzando il loro linguaggio, le loro scelte tecniche o di composizione e paragonandole a ciò che facciamo noi o a cosa avremmo deciso di fare se ci fosse capitata l’occasione per scattare al loro posto.

Uno storyteller non può prescindere dal confronto, perché, inevitabilmente il pubblico non glielo risparmierà.

Confrontarsi significa farsi un’idea precisa di ciò che esiste già, ma anche di noi stessi, delle nostre convinzioni, dei nostri limiti, delle nostre chiusure o lacune.

La pratica migliora lo stroytelling.

Naturalmente, è facendo pratica, buona pratica, che cresciamo.

Attraverso la pratica acquisiamo la giusta confidenza con la nostra attrezzatura e con le dinamiche della fotografia, imparando a vedere soggetti e scene che vale la pena di fotografare dove prima avremmo soltanto visto oggetti, e imparando a scovare sempre più facilmente storie che valga la pena di raccontare e modi sempre meno scontati, sia dal punto di vista della tecnica, sia dal punto di vista del linguaggio.

La pratica va vista come l’allenamento per uno sportivo.

 

Rajastani e fotografi a Jodhpur
© Walter Meregalli – Rajasthani in 8mm – L’intento era chiaro: mostrare i fotografi stranieri dal punto di vista del personale locale. Anche la visione era chiara: l’ironia come chiave di lettura, esaltata da un uso creativo di una lente molto corta, un linguaggio minimal, supportato da una composizione estremamente rigorosa, e la ricerca di un’espressione capace di sottolineare lo stato d’animo e il messaggio originale.

I pilastri dello storytelling fotografico: intento e visione.

Non esistono storie che non valga la pena raccontare.
Esistono fotografie che non raccontano storie o che la raccontano male, in modo poco efficace, ma se c’è una storia, allora vale sempre la pena raccontarla.

Non esistono temi banali, esistono modi di banali per raccontarli.
Qualsiasi tema, qualsiasi soggetto, anche il più interessante, può venire raccontato in maniera banale o, al contrario, attraverso un modo nuovo, alternativo, avvincente, intrigante, efficace, personale (…), al netto della sua oggettiva originalità. 

La differenza la facciamo noi, il nostro talento, la nostra visione, la cura che mettiamo nell’imparare quanto più ci è possibile su quello che scattiamo.

Analogamente, non esistono soggetti o temi interessanti per sé e questo ci deve ricordare che siamo sempre chiamati a creare un equilibrio tra i contenuti e le variabili emotive in grado di suscitare l’empatia in chi guarda.

Soltanto soggetti o temi caratterizzati da un’esclusività assoluta si trasformano in storie senza che ci si debba preoccupare di creare il giusto impatto emotivo. In questi casi, piuttosto rari, i contenuti, per la loro natura, bastano ad agganciare l’interesse del pubblico.

Le storie sono ovunque, non è necessario spingersi chissà dove per trovarne di buone da raccontare. Intento e visione sono le nostre prime e principali risorse per trasformare quello che ci circonda in opportunità di narrazione fotografica.

Perché e come sono le due domande che possono trasformare praticamente qualsiasi soggetto in una buona storia.

Perché intendiamo scattare quel soggetto – l’intento – e come vogliamo scattarlo – la visione.

Mentre l’intento non possiamo, per così dire, allenarlo, la visione va arricchita pressoché di continuo. 

Storytelling significa diventare esperti.

Raccontare una storia con efficacia significa diventare esperti del contesto dentro il quale si trovano i soggetti che stiamo raccontando, il tema, le eventuali implicazioni che possono scaturire.

Ad esempio, se decidessimo di raccontare attraverso una serie di scatti il mondo dei maestri liutai di Cremona, dedicare del tempo documentandosi sulla storia di questa professione, ma anche sulle diverse caratteristiche degli strumenti prodotti dai liutai, o, facendo una ricerca su quali legni sono maggiormente indicati, ma anche sulla città o sulla regione.

Si tratta di un lavoro di ricerca e di documentazione che spesso regala agli scatti uno spessore narrativo maggiore, che con la fotografia in senso non c’entra, ma che ha la capacità di arricchirla e, dunque, di rendere le nostre storie fotografiche migliori.

Pensate ancora che basti inquadrare e scattare!?


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