Fotografia digitale: perché vale sempre la pena studiare la teoria.

Studiare ha sempre spaventato molti, fino a scoraggiarne definitivamente qualcuno, in qualsiasi campo e, naturalmente, anche nella fotografia.

La rivoluzione digitale ha poi assestato il colpo finale, illudendo orde di fotografi dell’ultima ora che imparare la teoria alla base della fotografia non fosse altro che una grandissima perdita di tempo.

La fotografia digitale ha fatto credere che della sana pratica, il tasto “Cancella” e un massiccio impiego di Photoshop o Lightroom ci avrebbe affrancato dalla noiosa necessità di capire come funzionano le cose, studiando la teoria prima di affrontare la pratica.

 

icona cestino Male che va, la cancello…

Perché perdere tempo con la teoria, quando poi c’è Photoshop

Questo è un po’ il credo fondamentale di moltisissimi che si sono affacciati alla fotografia da quando i sensori hanno sostituito le pellicole e un comodissimo display montato sul dorso delle nostre reflex ci mostra immediatamente il risultato.

Se quello che vediamo non ci soddisfa… beh, appoggiamo il polpastrello sul tastino con l’icona del cestino ed eliminiamo ogni prova della nostra poca capacità, pronti a scattare di nuovo, cambiando un parametro qui, un parametro là senza però capire bene quello che stiamo facendo. Tanto se ci fa schifo… cancelliamo di nuovo.

In ogni caso, se il nostro scatto dovesse superare la prova del display, ma continuasse a non soddisfarci pienamente, ci sono sempre Photoshop e Lightroom, attraverso l’uno o l’altro potremo aggiustare, se non addirittura stravolgere la nostra foto.

“Beh, non è proprio come me l’aspettavo, ma…”
… ma tanto poi la sistemo.

Può anche darsi. Sì, potrebbe anche darsi poi, con una modifica delle curve, con un filtro, con un altro filtro, qualcosa di meno peggio riusciamo anche ad ottenere, ma si tratta del classico risultato buono per chi si accontenta o per chi se la racconta (!).

Uomo che legge un libro gigante Studiare, oggi più che mai, sembra soltanto essere una perdita di tempo, soprattutto quando la tecnologia ci illude e ci lusinga

C’era una volta la teoria fotografica.

Quando ho preso in mano la mia prima macchina fotografica,  una Pentax MX di mio padre, una 35mm completamente manuale, la cui sola concessione all’elettronica era rappesentata dall’esposimetro TTL (!). La piccola MX, che ancora posseggo e che guarda da una mensola, non era, per usare un termine piuttosto di moda, particolarmente user friendly.

E soprattutto, l’impiego della pellicola non consentiva nessuna scorciatoia. Il dorso della macchina ospitava soltanto una cornice metallica dentro la quale inserire, a mò di promemoria, il lembo di cartone, strappato dalla confezione della pellicola, in modo da ricordarci che cosa avevamo caricato in macchina. Fine degli aiuti!

Immaginatevi ora un mondo crudele, ostile, un mondo che rende tutto più complicato ai fotografi. Immaginatevi un mondo dove non esistono display montati sul dorso delle nostre reflex.

Strabuzzate pure gli occhi, giovani fotografi digitali, ma per decenni quello era il mondo nel quale ci muovevamo.

E ora immaginate, anche se so di chiedere a molti di noi uno sforzo immane, un mondo dove il numero di scatti a portata di click era tremendamente limitato. Immaginate di avere una card in grado di contenere al massimo trentasei foto, con l’aggravante che, una volta scattato, non c’era modo di tornare indietro, di rimediare all’errore e recuperare una posa.

Un mondo ostile, quello della fotografia ai tempi della pellicola. Un mondo dove ogni click contava. Un mondo dove per vedere ciò che eravamo riusciti a fare, si poteva aspettare anche una settimana, ma che, anche negli ultimi anni della pellicola, quando cominciavano a spuntare i primi laboratori di sviluppo rapido, i celeberrimi QSS, anche in quei giorni meno bui, nessuno di noi poteva contare su un confronto del risultato sul campo.

Come ci si barcamenava nei tempi duri della pellicola, allora!?

STUDIANDO! STUDIANDO! STUDIANDO!

Proprio così, non ci era concesso il lusso di improvvisare, di saltare a piè pari la teoria per dedicarsi gioiosamemente e a cuor leggero alla pratica, farlo significa soltanto una cosa certa: un conto economico in passivo. Eh già…  provate ad immaginare.

A metà degli Anni 80, il prezzo di una pellicola andava dalle 12 mila lire alle 15 mila lire – io ricordo che scattavo diapositive Fuji Velvia e Provia, considerate professionali, e il prezzo era addirittura più alto.

Poi bisognava considerare il prezzo per lo sviluppo, che poteva andare dalle 5 alle 9 mila lire a rullino.

Per cui, mediamente, ogni scatto, usando un rullino da trentasei pose, come si diceva allora, che fosse un capolavoro o che fosse una foto bruciata, costava tra le 450 lire e le 600 lire, che teoricamente, ma erroneamente, possiamo convertire in 20/30 centesimi di euro, ma più correttamente, considerando che allora un caffè al bar, che oggi costa circa 1 euro, in quegli costava mediamente 600 lire.

Il costo è presto fatto: nel 1985 ogni click costava 1 euro (!).

Già questa era un’ottima ragione per capire come funzionavano le cose e limitare al minimo gli scatti sbagliati, il cui destino era il fondo di un cestino, dal momento che soltanto i professionisti, e a caro prezzo, avrebbero potuto chiedere un’intervento riparatoria ai maghi del fotoritocco.

Sbagliare costava, per cui conveniva studiare la teoria, capire bene come leggere la luce, come impostare l’esposizione, come gestire la composizione dell’inquadratura.

Cioè, sintetizzando in due parole: come fotografare.

La teoria fotografica divide l’universo del click in due mondi.

La teoria non è scomparsa con l’avvento del digitale e non è nemmeno cambiata poi così profondamente, di certo può ancora fare molto per noi, come ad esempio farci diventare fotografi migliori.

Ovviamente molto dipende da quello che chiediamo a noi stessi e da ciò che ci aspettiamo dalle nostre fotografie.

Nonostante mi sia innamorato della fotografia più di quarant’anni fa, nell’era della pellicola, non sono affatto contrario al progresso tecnologico e alla cosidetta rivoluzione digitale.

Mi piace pensare che l’avvento del digitale abbia reso la fotografia una pratica alla portata, se non di tutti, di moltissime più persone rispetto a quando ho chiesto in prestito a mio padre la sua Pentax MX.

Più gente che scatta non significa però per forza migliore qualità, così come l’impiego della tecnologia e il passaggio al digitale, così rapido, così volatile, così immediato, non garantisce che tutti si trasformino in fotografi semplicemente perché impugnano una reflex.

Di sicuro, da un canto, la rivoluzione digitale ha semplificato di molto le dinamiche che reggono la fotografia e il suo apprendimento, abbassando decisamente l’asticella dei requisiti e facendo impennare la curva di apprendimento.

Dall’altro canto, ha forse tolto un po’ di quel mistero e di quella ostilità che aleggiava nell’era della pellicola sulla fotografia, facendo probabilmente avvicinare soltanto chi nutriva una reale passione.

Oggi fotografiamo tutti e non ci serve neppure una fotografica,. Questo non ci qualifica come fotografi, per lo meno nella dicotomia con la quale divido l’universo del click: da un lato chi semplcemente scatta foto, dall’altro i fotografi.

A separare i due mondi, simili soltanto se osservati superficialmente, c’è la volontà di imparare la teoria, la voglia di studiare e capire davvero cosa significa fotografare e, appunto, come funzionano le cose.

Cosa può darci studiare e capire la teoria?

DI certo non può regalarci il talento, se non disponiamo.

Per contro, può contribuire a creare e consolidare la nostra consapevolezza, trasformandoci da gente che scatta foto in fotografi, in persone che non si affidano al caso, ma che il caso, nel senso di fortuna, perché serve anche quella a volte, lo favoriscono.

La teoria fotografica è una struttura sulla quale poggiare il nostro talento. Possiamo pensare alle fondamenta, ai pilastri e alle putrelle che sorreggono un edificio. Quasi mai si tratta di elementi dei quali un architetto voglia vantarsi, ma senza di essi la sua costruzione non potrebbe stare in piedi.

Studiare la teoria ci permette di poggiare la nostra creatività su basi solide, di sorreggere ed innalzare il nostro talento.

In parole più dirette, studiare la teoria ci rende fotografi migliori.

Studiare la fotografia spazza l’approccio casuale alla realizzazione di scatti di successo e al tempo stesso amplia gli orizzonti della nostra visione e della nostra creativita.

Per nostra fortuna, poi, almeno per quanto riguarda quella di base, non si tratta di affrontare neppure di combattere con teorie complicatissime.

Basta poco per migliorare: un pizzico di tempo e un po’ di buona volontà da dedicare allo studio della teoria fotografica.

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