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Archive for the ‘I maestri della fotografia’ Category

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“Se c’è qualcosa che odio, è sicuramente il buon gusto: per me è una parolaccia”
 – Helmut Newton

Pochi fotografi dividono il grande pubblico e la critica come Helmut Newton.
La sua fotografia, graffiante, ma sofisticata, cruda, ma evidentemente costruita nel dettaglio, accende spesso gli animi.
Per molti Newton non è che un pornografo prestato alla fotografia, per altri è un genio dalla creatività dissacrante, per altri ancora è un frustrato che dà sfogo alla sua misoginia attraverso la fotografia.

Personalmente penso che Helmut Newton incarni ognuna delle definizioni elencate sopra e al tempo stesso nessuna.
Trovo la fotografia di Newton fondamentale per l’uso crudo della luce – e sono meno interessato all’uso, cosiddetto provocatorio e maschilista, del corpo femminile.
Non si può guardare uno scatto di Newton e non restare affascinati dal modo in cui il fotografo tedesco usi la luce cattiva, come la definì in qualche rara intervista, durante la quale finalmente lo fecero parlare di tecnica fotografica.

Helmut Newton è lo pseudonimo del fotografo tedesco Helmut Neustädter, nato a Berlino nel 1920 in una ricca famiglia ricca di origini ebree. Costretto a fuggire dalla Germania nazista, Newton ripara prima a Singapore, dove comincia la carriera di fotoreporter per lo Straits Time e poi si trasferisce in Australia, dove incontra June Browne, che sposerà nel 1948. La Browne diventerà famosa nel mondo della fotografia con lo pseudonimo di Alice Springs (preso da una cittadina australiana).
Negli anni a seguire vive tra Monte Carlo, Los Angeles e Parigi, collaborando con le più famose case di moda internazionali e pubblicando numerosi libri, tra i quali il celeberrimo “Big Nudes”, del 198o.
Nel 2004 muore a Los Angeles in seguito ad un incidente stradale, Helmut Newton si schianta contro il muro dello Chateau Marmont alla guida della sua Cadillac.

Gli Anni 80 consacrano lo consacrano alla fama mondiale. I suoi scatti vengono pubblicati su tutte le principali testate di moda e rapidamente attorno a  Newton si costruisce il mito del fotografo trasgressivo e maledetto,

La fotografia di Helmut Newton ha il potere di sdoganare nel mondo patinato della moda elementi legati al sado-masochismo, al feticismo e al voyeurismo. I su0i scatti sono spesso dirompenti e crudi, ma mai improvvisati e il suo stile è riconoscibile forse più di ogni altro suo collega.
La fotografia di Newton, sempre urlata, sempre sopra le righe, spesso anche volgare, a detta di qualche suo detrattore, è sempre però un prodotto molto curato dal punto di vista tecnico e per quanto riguarda la composizione.
Helmut Newton si conferma un maniaco del dettaglio.

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Che vi piacciano o meno i suoi scatti, la fotografia di Helmut Newton è un ottimo esempio di come si costruisce uno scatto, ponendo la massima attenzione anche al più piccolo dettaglio e di come si ricerca e, se necessario, si crea la luce più adatta.
Helmut Newton, con la sua carica di trasgressione, la sua voglia di stupire e la sua capacità di realizzare scatti potenti, ha segnato un epoca della fotografia.

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Per il grande Salgado, Gianni Berengo Gardin è “semplicemente” Gianni e già questo dovrebbe, se non altro metterci in guardia: siamo di fronte ad uno dei più grandi fotografi italiani di sempre e, secondo il mio modestissimo parere, anche del mondo.

Gianni Berengo Gardin è sicuramente il grande vecchio della fotografia, ma questo, sia ben chiaro, non vi faccia accostare l’aggettivo vecchiosorpassato o superato. Quando si parla di Berengo Gardin vecchiogrande andrebbero sempre accostati per significare saggio, maestro, guida – tutti appellativi che l’ottasettenne fotografo di Santa Margherita Ligure rifugge per carattere.

Nato nel 1930, Berengo Gardin inizia ad occuparsi di fotografia in maniera professionale nel 1954 e, dopo aver trascorso qualche anno tra Roma, Venezia e Parigi, si trasferisce nel 1965 a Milano, dove comincia la sua lunghissima carriera di fotografo, dedicandosi al reportage, all’indagine sociale e alla fotografia di architettura.

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A mio avviso il più grande story teller fotografico italiano. Dotato di una sensibilità umana e fotografica incredibile, Berengo Gardin, nella sua lunghissima carriera, ha saputo affrontare temi sociali di grandissima importanza, uno tra tutti il progetto “Morire di classe” realizzato sul finire degli Anni Sessanta e ambientato negli istituti psichiatrici italiani.
“Morire di classe” ha svelato al grande pubblico una realtà  fino ad allora conosciuta soltanto dagli addetti ai lavori, facendo luce per la prima volta su un mondo “abitato da fantasmi, privati di qualsiasi dignità”. Il reportage di Berengo Gardin ha contribuito a formare un movimento d’opinione, fondamentale per la svolta epocale, avvenuta nel 1978, con l’approvazione della legge 180, nota a tutti come “Legge Basaglia” e la successiva chiusura dei manicomi.

“Il difficile non era fotografare la malattia, ma le condizioni alle quali era costretto il malato.” – con queste parole, asciutte, come suo costume, Gianni Berengo Gardin ha commentato quello che forse è stato uno dei reportage fotografici che ha avuto maggior impatto nel tessuto sociale della storia del nostro Paese.

Ma Berengo Gardin non è soltanto “Morire di classe”, magistrali sono i suoi scatti dedicati al mondo del lavoro, che raccontano il quotidiano con un linguaggio fotografico in largo anticipo sui tempi, come preziosi sono i suoi ritratti, che fotografano un’Italia scomparsa per sempre, attraverso una serie di ritratti ambientati dalla vibrante forza comunicativa.

Nessuno di noi, che tanto amiamo chiamarci e farci chiamare “fotografi”, dovrebbe ignorare i lavori del grande vecchio di Santa Margherita Ligure – soprattutto gli appassionati dell’ultima ora, figli della tecnologia e del tutto-subito.
Gli scatti di Gianni Berengo Gardin, anche quelli che a prima vista potrebbero sembrare casuali, anche quelli più rubati, poggiano sempre su una composizione accurata, frutto di una consapevolezza autorale chiara.

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“Prima pensa, poi scatta.” 
A mio avviso la frase del maestro ligure più importante per qualsiasi fotografo. Un comandamento.
Pensare a quello che si intende comunicare, pensare a come lo si vuole fotografare. Pensare!

Gianni Berengo Gardin è schivo, parla poco, ma le parole che dice sono quasi sempre insegnamenti importanti per qualsiasi appassionato di fotografia. Ho raccolto alcune sue frasi, prese da libri e interviste:

“Cerco ogni volta una storia diversa, perché egoisticamente voglio vivere ogni singola storia che fotografo. (…) Hai sempre da imparare.”

“(…) Volevo essere artista: le belle fotografie, ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che non mi interessava più diventare artista, ma giornalista. Se prima, per me, la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore.”

 

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Devo ammettere che ci ho pensato a lungo… lascia perdere, mi dicevo, non ha senso affrontare Henri Cartier-Bresson, non ha senso pensare di poter condensare il suo genio, il suo talento e il suo apporto nei confronti della fotografia in un post.
Vero! Verissimo! Poi mi sono detto che bastava non averne la velleità – e infatti non ho certo la presunzione di sintetizzare un grande tra i grandi  in qualche paragrafo, ma posso provare a parlarne, senza pretese, con leggerezza, sperando che questo post, in qualche modo possa solleticare l’interesse di chi ancora non conosce”.
E per farlo, userò (e abuserò) di citazioni e dichiarazioni dell’artista stesso.

“Va. Corre. Cerca. Che cosa cerca? (…) cerca quel qualcosa che ci permette di definire la modernità. È il transitorio, il fugace, i contingente, una metà dell’arte, la cui altra metà è costituita dall’eterno, dall’immutabile.”
Con queste parole Baudelaire descriveva il pittore moderno, ma era una descrizione decisamente premonitrice e che, come forse nessuna altra, sintetizza il genio di Henri Cartier-Bresson.

Nessuno meglio di se stesso, però, ci aiuta a capire la grandezza del talento del fotografo francese.

“La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità, il detentore dell’attimo che (…) interroga e decide allo stesso tempo.”
In queste parole, Cartier-Bresson mette perfettamente a fuoco quello che è il fil rouge  di tutto il suo lavoro:  l’immaginario che prende spunto del vero, l’attimo reale, fuggente e contingente che si dilata e assoluto.

 

Il momento decisivo, fugace ed eterno, grazie alla fotografia

Il momento decisivo, fugace ed eterno, grazie alla fotografia

Nato a in Francia, a Cantaloupe nel 1908, Henri Cartier-Bresson è considerato, e a ragione, il padre del fotogiornalismo, guadagnandosi da parte di molti l’appellativo di “Occhio del secolo”, ha contribuito come nessun altro fotografo al successo del di un genere fotografico con una fortissima componente surrealista, che Cartier-Bresson mutua dagli esuberanti ambienti artistici della Parigi degli Anni Venti.

Se le amicizie con i pittori Paul Cézanne e André Lothe lo iniziano ai canoni dell’impressionismo e del cubismo, è  la frequentazione degli ambienti surrealisti  che forma quello che poi diventare l’approccio creativo alla fotografia di Henri Cartier-Bresson.

Le immagini di HCB pare fluttuino sempre leggère su quel sottile confine tra realtà e immaginazione, anche gli scatti che apparentemente sembrano avere derive più descrittive e più didascaliche, conservano invece, se osserviamo con maggiore attenzione, una dimensione onirica, sospesa.

“Le sue fotografie, prima di essere la cattura della luce tramite grani d’argento, sono una metafora ottica, la dimostrazione che l’obiettivo fotografico in mano a un poeta può elevarsi sulle oscurità più profonde del reale.” 
Così ha brillantemente stigmatizzato il talento di HCB il famoso storico dell’arte e curatore Jean Clair, in una prefazione ad una monografia del fotografo francese.

Ma è forse in una delle numerose interviste che lo stesso fotografo riesce a focalizzare in modo esemplare il suo lavoro e il suo personalissimo approccio alla fotografia:

“Per significare il mondo bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità e senso geometrico.”

Gli scatti di Cartier-Bresson sono sempre piccoli grandi scorci di sogno.
Ogni scatto è una piccola grande lezione di sensibilità, composizione, tecnica, ma anche leggerezza di chi sa di poter piegare le regole perché dotato di un talento assoluto.

Nella seconda parte della sua lunga carriera Henri Cartier-Bresson abbandona un po’ le derive surrealiste per dedicarsi maggiormente al fotogiornalismo e viaggiare in lungo e in largo per coprire eventi di portata mondiale, come ad esempio i funerali del mahatma Ghandi. Soltanto negli ultimi anni, l’ormai sessantenne Henri Cartier-Bresson torna all’amore di gioventù e torna a proporre scatti permeati dall’inconfondibile componente onirica, tanto cara negli anni del surrealismo.

Assieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, nel 1947, fonda la Magnum Photos, che resta tutt’ora  una delle più prestigiose agenzie fotografiche al mondo e non solo per i nomi dei fondatori o per i prestigiosi fotografi rappresentati, ma soprattutto per il rivoluzionario approccio al mercato e alla grandissima attenzione per  tutte le diverse sfumature della professione.
Per la prima volta, la Magnum Photos sfilava l’egemonia della produzione alle riviste e la consegnava ai suoi fotografi, che di fatto diventavano i referenti principali sia per il ciclo produttivo, sia per il processo creativo,  liberi di proporre ed eseguire le proprie scelte. Questa importante presa di posizione è stata resa possibile anche grazie un  rivoluzionario approccio al diritto d’autore. Da subito, infatti, la Magun Photos prevedeva che il diritto delle immagini scattate restasse, per contratto, di proprietà del fotografo e non del committente, consegnando de facto al fotografo la possibilità di intervenire in modo pertinente e completo nella scelta delle immagini e di influenzare così anche le scelte editoriali

Certo, direte, non si tratta di tecnica, non si tratta di composizione, ma anche in queste sfumature si possono leggere il talento e soprattutto lo spessore del grande fotografo francese

Un giovane HCB

Un giovane HCB

 

Chiudo con quella che forse è la frase più famosa di Henri Cartier-Bresson.

“(fotografare) È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” 

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Ami Vitale - "Showing the reality of the world"

Ami Vitale – “Showing the reality of the world”

Qualche anno fa, bloccati in casa da una nevicata che entrò poi nella storia della meteorologia recente, conversavo di grafica e fotografia con un’amica art director e mentre lei dava un occhio a qualche mio scatto di viaggio, Sabrina mi ha guardato e mi ha confidato che le mie foto le ricordavano quelle di Ami Vitale. Al che io ho candidamente ammesso di non conoscerla e, quando la mia amica art director mi ha mostrato alcuni scatti della Vitale, pur riconoscendo qualche tratto comune, mi sono sentito in totale imbarazzo, per quel paragone assolutamente gratuito, ma anche molto lusingato, perché i lavori della fotografa americana sono tutti dei piccoli, grandi capolavori.

Molto più che belle foto.
Così ha commentato il National Geografic a proposito dei lavori  di Ami Vitale che, soprattutto attraverso i ritratti, sanno penetrare e cogliere la dimensione  più intima del comportamento umano, restituendola ricca di grande poesia visiva.
Ambasciatrice Nikon e fotografa per National Geographic, negli anni la Vitale ha viaggiato in oltre 90 paesi, documentando gli aspetti più sconosciuti e reconditi di culture lontane, i riti ancestrali, la spiritualità, il lavoro dei campi, la vita comune, ma anche le atrocità della  guerra, la povertà e il dolore delle  popolazioni, vittime dei conflitti.
Le storie fotografiche di Ami sono un esempio di tecnica, cuore e consapevolezza. Ami Vitale, classe 1971, è una story teller dal talento unico e inequivocabile, fresco,

I bagni di Budapest

Ami Vitale – I bagni di Budapest

 

A Muslim Kashmiri woman sits inside a shop with her children where traditional Islamic veils are made, March 26, 2002 in Srinagar, the summer capital of Indian held Kashmir. The shadowy group, Lashkar-e-Jabbar, also known as Allah's Army sent a letter to a local newspaper saying that Muslim Kashmiri women must adhere to the dress code or face acid attacks beginning on April 1, 2002. The leader of the group also wrote, "if our members see any boy or girl or any illegal couple doing acts of immortality they will be killed there and then".The same group claimed responisiblity for two acid attacks on women in Srinagar last year. Kashmir has been the center of the ongoing dispute between India and Pakistan since the region was partioned when the British left in 1947.(Ami Vitale/Getty Images)

Ami Vitale – Donna musulmana nel suo negozio di Srinagar

Vivere la storia.
La fotografa del Montana ne ha fatto un credo personale e un approccio professionale unico, che l’ha portata a vivere per lunghi periodi in capanne di sterco e fango, a contrarre la malaria, a vivere in precarie condizione igieniche  e a rischiare la vita più volte, per raccontare la follia atroce delle guerre più o meno dimentica.
Perché oer Ami, fotografare significa vivere ciò che si fotografa. 
“È soltanto vivendo la storia che riesco a raccontarla davvero.” 
– ama ripetere.

Nel 2009, il reportage sulla restituzione alla savana di uno degli ultimi esemplari di rinoceronte bianco l’ha segnata profondamente, tanto che Ami ha cominciato a spostare la sua attenzione professionale sulla natura e sull’ambiente, documentando autorevolmente e con immensa suggestione sia gli aspetti più sognanti, sia le complicate criticità tra uomo e ambiente.

La Vitale è anche molto impegnata sul fronte sociale, soprattuto da quando ha raccolto la sfida di Ripple Effect Images, un’associazione tutta al femminile che riunisce scrittrici, fotografe, registe, produttrici, ma anche scienziate e ricercatrici, unite nello scopo comune fare luce sui disagi delle donne nei paesi in via di sviluppo e nelle aree più povere del mondo. L’impegno di Ripple Effect Images, naturalmente, non si ferma a mostre, pubblicazioni e convegni, ma offre progetti concreti per aiutare le popolazioni femminili in difficoltà in loco.

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Ami Vitale – India rurale

“Inizialmente la fotografia era il mio passaporto per incontrare la gente ed entrare in contatto con nuove culture.” – dice Ami Vitale – “Ora è molto più di un passaporto. È uno strumento per creare consapevolezza e comprensione attraverso le diverse comunità, religioni, nazioni e razze. Uno strumento per avvicinare e condividere le esperienze, per fare del mondo una vera comunità globale.

 

Il digitale, Subita e la bulimia fotografica
Voglio chiudere questo post dedicato ad Ami Vitale, che personalmente considero straordinaria, con un aneddoto che lei stessa cita in più di un’intervista.

“Durante un photo tour, ho passato qualche giorno con Subita e la sua famiglia. Non c’era mai un momento della giornata in cui fossimo da soli. Dall’alba a notte fonda, c’era sempre almeno una mezza dozzina di persone che guardava la piccola Sumita soltanto attraverso l’obiettivo della macchina, senza  nemmeno rendersi conto che ci fossi anch’io.

Le poche volte che mi rivolgevano la parola era per chiedermi qualche sciocchezza tecnica, come ad esempio quanti ISO usare per quella luce scarsa. Un giorno Subita mi ha confidato quanto  fosse umiliante per lei il modo di comportarsi di tutti quei fotografi. La facevano sentire un animale, mi disse, non una persona umana. Nessuno che facesse mai lo sforzo di salutarla. Erano tutti lì soltanto per una cosa; quello che consideravano un buono scatto. Era una caccia e Sumita era la preda, il premio.

Fotografi maleducati e bulimici, figli del digitale. Ai tempi della pellicola nessuno si sarebbe potuto permettere così tanti scatti e i fotografi imparavano ad approcciare le persone con calma, La pellicola ci insegnava molto: a scattare poco, a pensare, a instaurare rapporti,  a costruire le storie con calma, prima ancora del click, che andava centellinato.

Se anche soltanto uno di quei fotografi che assediava Subita si fosse preso la briga di passare qualche ora con lei, cercando di conoscere qualcosa di più della sua vita, avrebbe avuto una storia e non soltanto una fotografia.
Ovviamente il digitale ha portato innumerevoli vantaggi. Ma se chiunque può scattare una foto, soltanto un buon storyteller può essere un buon fotografo.”

 

Ami Vitale

Ami Vitale

Se volete saperne di più su Ami Vitale, cliccate qui.

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© Photograph by Raghu Rai.

La stazione di Churchgate a Mumbai

Settantaquattro anni, una carriera da fotografo e fotoreporter lunga cinquant’anni, un numero di pubblicazioni di tutto rispetto, Raghu Rai è sicuramente il fotografo indiano più rappresentativo e più famoso.

Un aneddoto su tutti, secondo me, riassume perfettamente il carattere schivo di Raghu Rai e il suo modo molto intimo di intendere la fotografia: nel 1972, Henri Cartier-Bresson si accorse del talento dell’emergente fotografo punjabo e lo invitò ad aggiungersi ai numerosi fotografi  rappresentati della Magnum, nonostante si trattasse dell’agenzia per antonomasia e nonostante  l’invito arrivasse direttamente da Cartier-Bresson, Raghu Rai ci pensò su quattro anni prima di accettare (!).

Per noi appassionati italiani, il talento dei Raghu Rai è pressoché sconosciuto – e questo è un peccato, considerando l’eccezionalità dei suoi lavori.

Per decenni, al lavoro di fotogiornalismo, Raghu Rai ha affiancato la pubblicazione di una ventina libri quasi tutti dedicati all’India.
Attraverso centinaia di scatti, tutti pervasi da un talento inequivocabile, Raghu Rai ha documentato come nessun altro fotografo le contraddizioni di un Paese appena nato, ma così antico.
Per quasi cinquant’anni, le sue foto hanno mostrato le molteplici facce dell’India. L’India rurale che resisteva al cambiamento. L’India della politica, dominata da una figura su tutte: Indira Gandhi. L’India delle sventure, come ad esempio il disastro della Union Carbide a Bhopal nel 1984. L’India delle tensioni sociali, delle tensioni militari, contrapposta al volto umanitario dell’India di Madre Teresa di Calcutta e del Dalai Lama.

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 Il 14° Dalai Lama, Tenzing Gyatso

Per scelta, Raghu Rai difficilmente ha fotografato al di fuori dei confini del suo Paese, a discapito, naturalmente, di un riconoscimento di più ampio respiro, che però arriva comunque. Nel 1992, finalmente la consacrazione internazionale ufficiale: Raghu Rai viene eletto Miglior Fotografo dell’Anno.

Bastano davvero pochi scatti per innamorarsi del talento di Raghu Rai.
Sia che si tratti di uno dei suoi primi lavori, sia che ci si soffermi su uno degli ultimi scatti, è impossibile rimanere impassibili di fronte al gusto e alla capacità di trasmettere ed emozionare di questo fotografo.

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Indira Ghandi.

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Madre Teresa di Calcutta

Personalmente sono convinto che il lavoro di Raghu Rai rappresenti un grandissimo stimolo per chiunque tenga in mano una macchina fotografica e un ottimo spunto per migliorare, sia che si tratti di street photography, sia che si tratti di fotogiornalismo o ritratto. Credetemi sulla parola: da Raghu Rai non si può che imparare.

Mi rendo perfettamente conto per molti di noi, il fotografo indiano, sia pressoché uno sconosciuto – in Italia non è facile trovare le sue pubblicazioni, su internet la speranza è maggiore, su tutte consiglio un piccolo libro, finemente stampato, dal titolo “Picturing Time”, si tratta di una raccolta, sebbene sintetica, molto stimolante, di 50 anni di immagini eccezionali, corredate con aneddoti altrettanto interessanti.

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Lo spettro della vita contro un muro – 

Per chi invece vuole afferrare al volto l’essenza di Rai, ecco alcuni link per conoscere meglio il suo lavoro:

raghurai.com

magnumphotos.com

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INDIA. Rajasthan

Ok. Ok, chi mi conosce sa cosa penso del vecchio Steve, una sorta di odio/amore che oscilla da un estremo all’altro con estrema facilità. Mai, come con il fotografo di Philadelphia, ho provato sentimenti così combattuti – invidia, ammirazione, noia, delusione e ammirazione, di nuovo!

Steve McCurry non è un fotografo, Steve McCurry  è uno standard.
Nessuno come lui ha avuto la forza di influenzare i canoni della fotografia di viaggio.

 “Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto”  
Nato a Philadelphia nel 1950, McCurry si è trasferito in India per cercare fortuna come giovane fotoreporter free-lance.
Nonostante il grande pubblico lo conosca soprattutto grazie al ritratto della ragazza afghana, Steve McCurry vanta un passato di fotoreporter di guerra.
Nel 1979, McCurry s’infiltra in Afghanistan e documenta la guerra civile tra i mujaeddhin – letteralmente “ribelli” – e l’esercito afghano, protetto e armato dall’Unione Sovietica, vivendo e condividendo le situazioni pericolose e precarie dei ribelli, conscio che, se fosse stato scoperto dai militari lealisti, sarebbe stato processato per spionaggio e con buone probabilità giustiziato.
L’unico modo per far sapere al mondo quello che accadeva sulle montagne afghane era portare personalmente i rullini oltre confine, in Pakistan e spedirli negli Stati Uniti. Ed ecco che McCurry comincia ad attraversare la frontiera afghano-pakistana, in abiti pashtun, con i rullini cuciti nei vestiti.
Le fotografie afghane gli hanno valso la medaglia d’oro Robert Capa di Time Magazine.

AFGHANISTAN, 1980. Men pay their respects.

AFGHANISTAN, 1980

La guerra e le conseguenze della guerra sulle popolazioni e sull’ambiente sono state a lungo il soggetto principe dei lavori di Steve McCurry.

Entra a far parte della prestigiosa agenzia Magnum e comincia a scattare per il National Geographic, diventando ben presto il modello de facto a cui tutti i fotografi di viaggio si ispirano ormai da un decennio a questa parte.
La lista di premi vinta è impressionante, così come la fama raggiunta dalla sua foto più nota, la ragazza afgana – anche se, personalmente, credo che sarebbe molto più interessante riuscire a vedere esposti i suoi primi lavori, quelli del giovane fotoreporter di guerra.

INDIA. Vrindavan. 1995. Widow returning from her ashram.

INDIA. Vrindavan. 1995

La stampa della ragazza afghana, numerata 1/1 e firmata dall’autore, è stata recentemente battuta all’asta per poco meno di 180 mila dollari (!), ma è stata la decisione di Kodak di affidare a McCurry l’ultimo rullino prodotto che ci dà una dimensione tangibile del ruolo di McCurry nella fotografia degli ultimi decenni.

Lo si può amare, lo si può odiare o snobbare, ma non lo si può ignorare.
I lavori di McCurry, per uso della luce, dei colori e della composizione sono un patrimonio evocativo per chiunque fotografi.

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Steve McCurry di fianco al suo scatto più famoso, alle sue spalle, la “ragazza afghana” 25 anni dopo.

 

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La regina Elisabetta II

“(…) Ci insegnarono che, per un giovane fotografo, la cosa più importante era imparare a guardare. E saper guardare non c’entrava nulla con gli strumenti a disposizione. (…)imparare a guardare!
E Annie Leibovitz, classe 1949, ha fatto di questo insegnamento un credo irrinunciabile, tanto addirittura da aggiungere che delle lezioni di tecnica non ricordasse una sola cosa.

Annie Leibovitz nasce a Waterbury, nel Connecticut, il 2 ottobre del 1949, ma è stata la West Coast a consacrarla al successo internazionale. La famiglia di Annie si trasferisce in California, a San Francisco, al seguito del padre di Annie, ufficiale dell’aeronautica. Nel 1970, Annie viene assunta come fotoreporter dalla neonata Rolling Stone. La rivista, poco più che locale, affondava le proprie radici editoriali nel fervore degli ambienti liberal di Berkley e questo lasciò grande libertà alla giovane Annie e alla sua creatività.

L’arrivo di Annie Leibovitz a Rolling Stone coincise con importante nuovo corso editoriale: le fotografie, fino ad allora relegate ad un ruolo meramente riempitivo, diventarono l’elemento fondamentale dell’impianto grafico del giornale.

Nei 13 anni che lavorò per Rolling Stone, Annie Leibovitz documentò come mai era accaduto prima il mondo del rock, in particolare, e della musica americana in generale.
Nel 1975 seguì i Rolling Stones nel corso della loro tournée mondiale. Era la prima volta che un fotografo si univa ad una rock band.
“Fu Mick (Jagger) ha volere che viaggiassi con loro. Mick voleva che diventassi il loro Cartier-Bresson, non ho mai capito che cosa intendesse.”
La Leibovitz aprì la strada e, a distanza di 40 anni,  il documento fotografico  del tour degli Stones è uno dei lavori più interessanti per ciò che riguarda il connubio musica e fotografia.

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Uno degli scatti più famosi del lavoro al seguito del tour degli Stones del 1975

Chiuso il capitolo Rolling Stone, Annie si è dedicata alla fotografia di ritratto e non c’è personaggio famoso, tra gli Anni Settanta e gli Anni Novanta che non sia stato immortalato dall’obiettivo della Leibovitz, da John Lennon alla regina Elisabetta, passando per O.J. Simpson e Arnold Schwarzenegger.
I suoi ritratti sono opere di incredibile sintesi tra l’indiscusso talento fotografico e la capacità di entrare in sintonia con il soggetto ritratto. Annie Leibovitz ha fatto della stretta collaborazione tra fotografo e soggetto una caratteristica imprescindibile del suo modo di fotografare.

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Dan Akroyd e John Belushi, i Blues Brothers

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Il Duca Bianco, David Bowie

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John & Yoko. Un’icona dei nostri tempi. Purtroppo soltanto poche ore dopo questo servizio, Lennon fu assassinato.

Alla domanda ricorrente, come mette a proprio agio le persone che fotografa, Annie Leibovitz dà una risposta che rivela tutta la sua caratura, come fotografa, ma soprattutto offre, in poche semplici parole, uno dei pilastri concettuali per un ritrattista:
“Non cerco di mettere le persone a proprio agio. (…) La domanda dà per scontato che lo scopo finale sia quello di scattare una ‘bella’ fotografia, ma un buon ritrattista punta a qualcosa di diverso che potrebbe anche non essere una ‘bella’ immagine. (…)”

 

LOS ANGELES, CA -- FRIDAY, FEBRUARY 28, 2014: Photographer Annie Leibovitz is photographed at the Chateau Marmont on Friday, February 28, 2014. ( Liz O. Baylen / Los Angeles Times )

LOS ANGELES, CA —  28 febbraio 2014:
Annie Leibovitz al Chateau Marmont  ( Liz O. Baylen / Los Angeles Times )

 

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