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Archive for the ‘narrazione fotografica’ Category

Al di là dell’esposizione, al di là della composizione, al di là dell’evidente colpo di culo, questa foto serve e soddisfa l’intento che mi ero prefissato prima di scattare: fare emergere l’umanità varia che vive e rende vivi i treni locali indiani.

Una delle domande che spesso mi sento rivolgere durante gli workshop o durante i photo tour, soprattutto da chi si è avvicinato alla fotografia da poco è: “ma questa come va fotografata?”.
Ecco, questa è una di quelle domande alle quali non si può rispondere, tant’è  vero che finisco quasi sempre col rispondere che non ho idea, gettando nella confusione e nello sconforto chi mi ha posto la domanda e si aspettava una ricetta pronta all’uso, una sorta di soluzione liofilizzata per lo scatto d’effetto.

In realtà, la mia risposta è onesta solo in parte – mentre ciò che mi spinge a rispondere in questo modo è onestà al 100%.
Mi spiego. Non è vero che non abbia idea di come fotografare quello che mi viene indicato in quel momento, anzi, quasi sempre ho almeno un paio di idee che magari possono trasformarsi in scatti interessanti, ma quelle sono soltanto le mie idee, cioè, riflettono come fotograferei io la scena e non come va fotografata, semplicemente perché non esiste un modo corretto e unico per scattare una scena.

Sviluppiamo la nostra visione personale

Soprattutto chi si è avvicinato da poco alla fotografia si pone moltissime domande.
È una cosa perfettamente normale fino a quando non subentrano certi automatismi dati dalla pratica.
Alcune delle domande che ci poniamo sono lecite e ci aiutano a fare scelte ponderate, altre non fanno altro che confonderci le idee e altre ancora sono SEMPLICEMENTE MAL POSTE… sì, in parole povere: sbagliate!
Ed una su tutte, è proprio quella con cui ho aperto il post: “ma questa come va fotografata?”.

Facciamo un passetto indietro…
… ognuno di noi fotografa per ragioni personali e inseguendo obiettivi altrettanto personali.
C’è chi si accontenta di ottenere fotografie ben esposte, chi insegue maniacalmente la composizione, chi vuole esprimere un proprio lato creativo, chi invece vuole raccontare la realtà… vabbè, insomma credo abbiate capito quello che intendo dire… qualunque sia la ragione che ci fa prendere in mano una macchina fotografica e ci fa uscire a fotografare rappresenta quello che io chiamo l’intento.
È appunto questo intento che ci prefiggiamo di soddisfare che determina in qualche modo la fastidiosa dicotomia giustosbagliato. L’intento ha a che fare con la nostra visione della fotografia e soltanto in relazione a questo possiamo ragionare in termini di giustosbagliato.
In tutti i processi autorali consapevoli alla base di tutto c’e sempre l’intento e cioè quello che l’autore vuole dire. Lo si ritrova nella letteratura, nella composizione musicale, nella pittura e nella scultura. Intento e visione.

Tutto gira attorno a quello che vogliamo dire intentovisione. La nostra visione e cioè il nostro personalissimo modo di vedere le cose, il mondo. Per questo dobbiamo imparare a svilupparla e dobbiamo imparare a rifletterla nel nostro modo di fotografare.

Per cui, tornando alla domanda incriminata, dovremmo provare a riformularla e a chiederci: “qual è il modo migliore per riflettere il mio intento, la mia visione?”.
Potrebbe sembrare un tantino roboante messa in questi termini, ma soltanto così riusciremo fare le scelte corrette.

Ovviamente arrivare ad una visione coerente con tutto ciò che scattiamo non solo è un lavoro metodico e lungo, ma spesso non è neppure quello che fa per noi, soprattutto se non siamo dei fotografi professionisti.
Ad esempio, se siamo in viaggio, possiamo ragionare sull’intento che ci spinge a ritrarre le persone, che potrebbe essere diverso da come ci poniamo nei confronti, ad esempio, della natura o di un panorama.
Spero di non avervi confuso, ma quello che voglio dire è che, a diversi livelli di fotografia, corrispondono diversi livelli di coerenza di visione e che molto spesso possiamo anche accontentarci di avere un intento specifico, semplicemente legato alla scena che stiamo per scattare.

La cosa fondamentale è intuire il nostro intento, dichiararlo e cercare di capire come tecnica e composizione possano venire impiegate per trasmetterlo in maniera soddisfacente. 

Ogni volta che ci riusciamo, ogni volta che il nostro scatto riflette il nostro intento, abbiamo fotografato la scena come va fotografata.

Personalmente lego l’intento alla specificità di uno scatto e la visione più all’omogeneità di quell’intento nel corso di vari scatti, di progetti diversi e nel corso del tempo – ma non voglio annoiarvi con un pistolotto di semantica della fotografia.

Intento, visione, voce dentro di noi

Chiamiamolo come meglio crediamo, ma è questo il punto di partenza ed ha a che fare soltanto con noi stessi, con la nostra personalità, con la nostra cultura, con la nostra educazione e con il compito che assegniamo alla fotografia (altra questione assolutamente personale, se non addirittura intima).
C’è chi ha uno spiccato senso per l’ironia, tra i mostri sacri Erwitt, ad esempio, chi, invece, dà precedenza ai colori, chi fotografa per scioccare, ad esempio La Chapelle, o chi ancora si sente molto ispirato dal linguaggio didascalico e documentaristico, Robert Capa, per citare il primo, o Don McCullin.

Ognuno di noi ha caratteristiche peculiari diverse e sono appunto queste che ispirano e contraddistinguono – o dovrebbero farlo – il modo che abbiamo di fotografare.
Smettiamo di chiederci “come” e cominciamo a domandarci “perché” – anche se il come è fondamentale, ma subordinato al perché.

La visione non è rigida

Impariamo a sviluppare una nostra visione personale, ma non diventiamone schiavi.
È bello anche fare qualche deviazione, provare ad uscire dal nostro consueto modo di vedere le cose qualche volta.
Questo però non significa fotografare senza intento. Cerchiamo di avere sempre un intento chiaro alla base di ogni nostro scatto, anche potrebbe essere a volte meno in linea con la nostra visione generale, ma evitiamo di scattare senza intento.
Soprattutto non pensiamo alla visione come ad un concetto rigido e fisso nel tempo.
Se guardo le foto che ho scattato negli anni, mi accorgo di come il mio modo di fotografare sia cambiato nel corso del tempo, è vero, riconosco un certo percorso, che contribuisce continuamente a formare la mia personalissima visione. Non si tratta di incoerenza, credo, ma di crescita o quanto meno di cambiamento. Cambiavo io, cambiava con me il mio modo di fotografare, anche se in realtà, l’intento di base è rimasto pressoché immutato.
Questo per dirvi, soprattutto se avete ancora poca esperienza alle spalle, di non cercare la rigidità, ma di accettare il viaggio che farete, e soprattutto capire da subito che la meta di questo viaggio è il viaggio stesso.

Giusto per essere chiari

Qualunque sia la ragione per la quale fotografiamo, qualunque sia il nostro intento e la nostra visione, dobbiamo capire che ogni foto che scatteremo sarà sempre e soltanto il nostro modo di vedere il mondo e non il mondo – perché questo è il più grande paradosso della fotografia, nata per documentare la realtà, ma che invece si è trovata a crearne un’altra, personale e parallela.

Senza visione non c’è storia

Questo per me è un diktat: se non ci poniamo un intento, non riusciremo a raccontare proprio nulla con i nostri scatti, non faremo che riempire card di fotografie mediocri, magari anche ben esposte o ben composte, ma nessuna storia.
E sono le storie che appassionano la gente, indipendentemente che per raccontarle noi usiamo le immagini.

Spero di non avervi annoiato, anzi spero di avervi in qualche modo stimolato.
Torneremo ancora sulla narrazione fotografica o story telling fotografico.


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La kasbah di Ait Ben Haddou. La foto all’alba era una voce “obbligatoria” nella shot list che ho preparato per il photo tour del Marocco dello scorso anno e doveva incastrarsi perfettamente nella logistica di tutto il viaggio

Alzi la mano (virtuale) chi di noi è tornato da un viaggio o da un weekend fotografico e si è reso conto solamente una volta a casa di non aver fotografato questo o quel soggetto, magari anche soltanto perché, preso dal sacro fuoco creativo, se ne è semplicemente scordato, o perché, soverchiato dalle emozioni e dalle novità dei luoghi, ha posticipato, posticipato, posticipato… fino a che poi non è stato troppo tardi.

La mia mano è alzata! Lo ammetto, con più o meno imbarazzo.

Esiste un metodo per evitare di scoprire a casa, quando cioè è troppo tardi, che abbiamo dimenticato di fotografare qualche soggetto al quale, magari, tenevamo: quelli veri la chiamano SHOT LIST  (elenco degli scatti) e noi possiamo rubare un po’ il mestiere e cominciare a familiarizzare con questo semplice, ma efficace concetto, soprattutto quando stiamo per affrontare un viaggio irripetibile e non vogliamo cadere in frustrazione, una volta tornati.

La shot list altro non è che l’elenco degli scatti – ma farei meglio dire, nel nostro caso,  dei soggetti, o delle categorie – che ci prefiggiamo di portare a casa, per ritenerci soddisfatti del nostro personale reportage.
La shot list può essere più o meno dettagliata e cioè possiamo corredare ogni scatto inserito nell’elenco con dettagli più specifici (ad es. l’ora del giorno preferibile, la località precisa, l’inquadratura, ecc.). Può sembrare pedanteria di poco conto, ma spesso, soprattutto quando i giorni a disposizione sono contati e l’aspetto logistico (spostamenti, pernottamenti, tempi di trasferimento) è soverchiante.

Per i professionisti, le shot list, rappresentano una risorsa fondamentale che solitamente viene concordata con il cliente in fase di briefing, e cioè prima di affrontare il lavoro vero e proprio. Le shot list dei professionisti in genere sono molto dettagliate e offrono per ogni scatto indicazioni molto precise – dobbiamo tener presente che ad uno shooting prende parte un nutrito team di professionisti e tutti devono essere consapevoli del risultato che ci si prefigge e di quali sono i compiti di ognuno per raggiungerlo.
Nel caso di una sessione fotografica di moda, ad esempio, di solito le shot list indicano il capo o i capi da scattare, i modelli da usare, l’orientamento dello scatto, l’importanza dello scatto nell’economia del servizio, eventuali accessori noleggiati da utilizzare, i professionisti che vengono coinvolti e altre informazioni che hanno a che fare con la logistica, oltre ad indicazioni generali, come ad esempio il mood (l’atmosfera) e le aspettative del cliente per quel particolare scatto.

Quando ad esempio ho affrontato il mio progetto editoriale “So Special” avevo una necessità diversa, trattandosi di un libro fotografico. In quel caso dovevo essere certo che gli undici team di preparatori Triumph che fotografavo su e giù per l’Italia godessero tutti dello stesso trattamento, per cui ho preparato una shot list che mi guidasse in modo blindato e mi aiutasse  a portare a casa, per ognuno dei team le foto che mi servivano per completare la sezione a loro dedicata, all’interno del libro:  “una foto orizzontale passante per le aperture”, almeno “tre foto accessorie”, almeno cinque “contributi” e una “foto verticale per la chiusura” – credetemi, quando tutto dev’essere fatto in modalità “buona la prima”, avere una guida solida è una manna.

Senza diventare dei maniaci compulsivi dell’elenco, ognuno di noi può beneficiare di un po’ di pianificazione.
Come spiego sempre negli workshop che dedico allo storytelling fotografico, il successo di un reportage, e non importa se si tratta delle nostre vacanze in riviera o dell’attraversamento in piroga del Mekong, dipende largamente dalla nostra capacità di pianificare, sia l’aspetto logistico, sia l’aspetto esecutivo.
Imparare a compilare una shot list, senza esagerare con la meticolosità, va in questa direzione e non può che farci crescere come fotografi.

Ad esempio, un buon inizio potrebbe essere quello di raggruppare i “generi”  che vogliamo fotografare, ad esempio “monumenti”, “mercati”, “paesaggi”, “eventi pubblici”.  Piano piano, possiamo imparare ad essere più specifici e ad entrare più nel dettaglio.

Se stiamo preparando un viaggio fotografico che ricopre una certa importanza, compilare una shot list che includa  luoghi precisi, ore del giorno e indicazioni sugli spostamenti, ci aiuterà a pianificare meglio il viaggio e a non dover rinunciare a qualche scatto che riteniamo fondamentale, solo perché “pensavamo di riuscirci, ma poi siamo dovuti salire sul treno…”
Sappiamo bene tutti che alcune fotografie vanno realizzate in ore specifiche della giornata, come ad esempio l’alba o i tramonto, e inserire queste indicazioni di fianco ad alcuni scatti, ci aiuta a pianificare con maggior precisione gli spostamenti e il nostro viaggio in generale – può sembrare banale, ma fidatevi non è così, contare “di quante albe o di quanti tramonti abbiamo bisogno” ci dà immediatamente un’idea se, con i giorni pianificati, riusciremo a fotografare quello che ci prefiggiamo.

Una shot list spesso aiuta anche a vincere l’ansia da prestazione o il blocco creativo.
Seguire un elenco, ci permette di  evitare di scattare a zonzo – anche se ritengo che sia un’attività che un suo grandissimo e rispettabilissimo perché . Seguendo un elenco possiamo fotografare procedendo per “categorie” e questo, qualche volta, risulta molto più proficuo, soprattutto per chi di noi ha poca familiarità con la fotografia di viaggio e lo storytelling fotografico.

Diciamo che lavorare con una shot list non solo ci aiuta, ma può risultare anche molto stimolante, oltre a farci sentire un po’ più professionisti e un po’ meno allo sbaraglio.
Uno shot list ci ricorderà quello che abbiamo già scattato (anche soltanto in termini di “categoria generale”) e quello che ancora ci manca e magari ci obbligherà anche ad uscire un po’ dalla nostra comfort zone, spingendoci ad avventurarci in categorie fotografiche che magari non sono proprio nelle nostre corde. E anche questo ha il suo merito nel percorso di crescita di un fotografo.

“Ma io non ho bisogno di scriverle certe cose! Io so quello che voglio fotografare e non mi dimentico!”
Già li sento… e forse hanno anche ragione, ma allora che male c’è a buttare giù un elenco!? Scripta manent verba volant, dicevano i latini e se poi scoprissimo che ci aiuta anche oltre che a restare bene in vista!?
Ora sta a voi.


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Il gesto della mano, sfocato, completa lo sguardo (fuori quadro) del vecchio al mercato di Leh. Carpe diem. Secondo voi c’era tempo per ragionare su come sfocare lo sfondo e congelare il gesto? Io dico di no. Motivo per il quale è necessario fare i propri ragionamenti prima.

Carpe diem, dicevano i latini. Cogli l’attimo. E, quando si parla di fotografia, forse nessuna locuzione racchiude così tanto significato.

Spesso osservando uno scatto, nostro o di altri, ci rendiamo conto che tutta la sua forza sta nell’essere riusciti a cogliere esattamente quel momento.

Si può insegnare a cogliere l’attimo? È possibile imparare ad immortalare l’espressione giusta, il gesto particolare?
La mia risposta è… anche. Anche!? Sì, anche!
Premetto che una certa dose di fortuna – altresì nota anche come Fattore C – è necessaria, ma anche in fotografia, la fortuna aiuta gli audaci e, in questo caso, per audaci bisogna leggere quei fotografi che si sono fatti trovare pronti al momento giusto, che non si presenta bussando alla porta o suonando le campane.
Cosa può insegnarci questo?
Che dobbiamo farci trovare pronti il più spesso possibile.

Lo scrittore britannico Geoff Dyer, in un’intervista, si è chiesto “Quanto può durare una coincidenza, prima che cessi di essere tae?”. La risposta è: MOLTO POCO, ecco perché, se siamo a caccia di quelle coincidenze (leggete gesti, espressioni, pose…), dobbiamo essere consapevoli del fatto che non dureranno in eterno, ma soprattutto che forse non dureranno neppure il tempo perché noi si possa, comodamente, leggere la scena, inquadrare, comporre, impostare tempo, impostare diaframma e poi, finalmente, scattare.

Non buttiamoci giù!
In qualità di fotografi, possiamo migliorare… anzi, no! DOBBIAMO MIGLIORARE.

LAVORARE SUGLI AUTOMATISMI.
Come lo sportivo ha fatto dei movimenti base una serie di automatismi, il fotografo ha il dovere di fare diventare automatici alcuni processi mentali e alcune azioni, come ad esempio la scelta dell’inquadratura nel primo caso e le varie operazioni che sono necessarie per impostare l’esposizione voluta.
E soltanto la pratica e la conoscenza profonda della propria macchina fotografica e delle sue funzioni ci possono venire incontro.
Dobbiamo riuscire a passare da un diaframma aperto ad uno chiuso senza pensare a come si fa, senza domandarsi se la ghiera va girata verso destra o verso sinistra. Dobbiamo impostare la profondità di campo che riteniamo opportuna senza doverci fermare a pensare se è il diaframma che la influenza, oppure è il tempo, e senza chiederci se ad un diaframma più aperto corrisponda più o meno profondità di campo.
Questi sono soltanto due degli aspetti che dobbiamo imparare ad automatizzare.
La pratica, l’abitudine, ci aiuteranno a rendere anche il processo di composizione sempre più rapido, tanto che comporremo sui terzi quasi inconsciamente, o appoggeremo il nostro soggetto su forti linee guida, senza neppure perderci un secondo per pensarci.
Ma anche questo è soltanto parte di quello che serve.

HIC ET NUNC. QUI E ORA
Ecco un altro aspetto. Quando osserviamo uno scatto particolare, che ha colto in modo sapiente una certa coincidenza, dobbiamo dirci, lui era lì! È così, lo scrittore può ricreare un certo quartiere, una certa stanza, un certo mondo, addirittura una certa sensazione, senza neppure uscire di casa. NOI NO! Noi dobbiamo essere sul posto, in quel preciso istante.
Hic et nunc! Ancora i latini, qui e ora, e mai si dimostra inflessibilmente vero.
La fotografia, quella che immortale le coincidenze, i gesti, le espressioni, vive nel presente, nel qui ed ora e non concede proroghe e non regala bis. O ci siamo, o non se ne fa nulla.

Se non fossi stato in barca sul Gange, all’alba, con la macchina fotografica in mano, questo scatto non lo avrei potuto fare.

ESSERCI NON BASTA
Se bastasse esserci per cogliere tutto quello che pensiamo valga la pena cogliere, saremmo tutti dei premi Pulitzer per la fotografia.
Essere presenti è la condizione necessaria, ma non sufficiente. Servono altre condizioni affinché si riesca a cogliere le coincidenze.
La sola condizione per la quale non possiamo allenarci è il culo, la fortuna.
La fortuna è cieca, si dice, per cui rassegniamoci, prima o poi bacerà anche noi, l’importante e che quando le sue labbra si poseranno sulla nostra fronte, il nostro occhio sia ben incollato al mirino e la nostra reflex pronta a scattare.

ATTENZIONE
Non ci sono statistiche, non esistono tabelle di probabilità da consultare per sapere se una tale coincidenza possa più o meno avverarsi, per questo dobbiamo imparare ad essere sempre all’erta e pronti a scattare.
Impostiamo la macchina nella modalità che più ci dà tranquillità. Per assurdo, la mia è quella manuale, ma riconosco che scattare in A o S (T per i canonisti) regala una certa rapidità.
Preferiamo la raffica allo scatto singolo e l’autofocus al fuoco manuale. Uno zoom di certo aiuta, ma chiaramente dipenda da cosa siamo usciti a cacciare.
Non spegniamo mai la macchina e mettiamo via il tappo dell’obiettivo.
Agli ISO consigliati dal buon senso, aggiungiamone qualche centinaia, giusto per regalarci del margine.
E teniamo gli occhi aperti! Restiamo calmi, ma vigili.

La piccola mendicante ha bussato al finestrino del mio taxi mentre eravamo fermi al semaforo per chiedere l’elemosina. Quanto può essere durata questa coincidenza? Meno di un minuto, credo. Avevo la macchina pronta e mi aspettavo che qualcosa del genere potesse accadere, lo speravo, a dire il vero. Avevo visto uno scatto di McCurry piuttosto simile e speravo di tornarmene a casa con uno tutto mio. Beh, eccolo!

IMPARARE A LEGGERE LE  SITUAZIONI
Questo è un aspetto che si migliora molto con la pratica.
Ci sono situazioni e luoghi che promettono decine di coincidenze e altre che invece non ci regaleranno particolari soddisfazioni.
Impariamo a capire se la scena che abbiamo davanti agli occhi è della prima specie o della seconda. Non significa che, a priori, in una strada vuota non possa accadere qualcosa di interessante, ma la statistica ci dà ragione sul fatto che in un mercato affollato, ad una festa in piazza, in un luna park, ci siano più possibilità di imbatterci in qualcosa di valido.
Mentalmente prepariamoci possibili inquadrature e teniamo la macchina impostata correttamente per scattare nel minor tempo possibile.
Impariamo a muoverci su quello che io chiamo il perimetro delle situazioni, ai bordi della scena, alla periferia. Questo ci dà una certa visione più ampia di quello che ci succede di fronte.
Ma impariamo a capire quando è il momento di abbandonare l’angolo per tuffarsi nel centro di quello che accade, perché è lì che vogliamo essere e potrebbe trattarsi anche solo questione di pochi attimi.

A Covent Garden le situazioni favorevoli possono essere molte. Impariamo ad andare a scovare luoghi che possono offrircene. E impariamo a capire quali sono i momenti migliori, sia del giorno, sia della settimana, o del mese o dell’anno.


IMPARIAMO AD ANTICIPARE, IMPARIAMO AD ATTENDERE

Anticipare i movimenti dei soggetti, gli svolgimenti possibili, i gesti, è una delle caratteristiche principali del cacciatore di coincidenze. E per nostra fortuna è un aspetto che possiamo allenare e migliorare, anche senza macchina in mano.
Anticipare però significa aver scelto quello che per noi è fondamentale e attendere che si concretizzi. Non è detto che succeda, non è detto che il vecchietto di fronte a noi alla fine farà quel gesto o che nostro figlio si allargherà in un sorriso splendido, ma noi dobbiamo sapere anticipare sia il gesto, sia il sorriso.
Anticipare significa imparare ad osservare, cogliere il ritmo delle azioni.
Anticipare significa avere ben chiaro nella nostra testa soggetto e inquadratura.
Anticipare significa anche attendere, attendere per non scattare il banale, l’ovvio, attendere per riuscire a cogliere la coincidenza nel suo pieno.

Tenevo d’occhio la bimba da qualche minuto. Ho atteso e inaspettatamente anche l’uomo davanti a me ha alzato lo sguardo, quella era la coincidenza che ha reso lo scatto ancora più interessante (per me). Se non mi avesse mai guardato, avrei scattato comunque la bambina, ma forse non sarebbe stata la stessa cosa. Ho atteso che la bimba guardasse indietro e ho anticipato l’inquadratura, aspettando e sperando che lo facesse. Poi l’uomo ci ha messo del suo – questo è il famigerato “Fattore C”.

Chi va a caccia di coincidenze deve essere un fine osservatore e un conoscitore delle relazioni umane, se il suo soggetto è l’uomo.
Esistono altre coincidenze nella realtà e queste spesso sono più semplici da immortalare, ad esempio il sole che spunta da un certo edificio, o il riflesso di nell’acqua di un lago. Non meno, però, bisogna farsi cogliere impreparati.

Per finire: saper cogliere una coincidenza non è soltanto questione di culo.

 


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Uno scatto. Una storia metropolitana. Una storia di quotidianità

Oggi parliamo di NARRAZIONE FOTOGRAFICA, sì avete letto bene… ho imparato la lezione di qualche settimana fa e, quanto più mi sarà possibile, sostituirò l’anglofono story telling  con un più italiano “narrazione”.

Con il post di oggi vorrei fissare quelli che sono gli elementi chiave della narrazione fotografica.

Un’immagine, mille parole.

L’adagio ci dovrebbe essere familiare e solitamente si dimostra piuttosto fondato. Nella maggior parte dei casi è proprio così: un’immagine ha la forza di mille parole, questo però non ci mette affatto al riparo da possibili errori, perché se è vero che un’immagine ha la forza di mille parole, non è dato per scontato che queste mille parole raccontino una storia.
Il punto è proprio questo: non è sufficiente inquadrare e scattare per aver confezionato una storia fotografica, così come per lo scrittore non è sufficiente mettere insieme una serie di paragrafi ortograficamente corretti, grammaticalmente e sintatticamente corretti per avere tra le mani un racconto (!).

 

Cos’è una storia.

La definizione di storia, nel senso di narrazione, è “l’esposizione di una sequenza di eventi, reali o immaginari, legati da una successione logica” e fino a qui non dovrebbero esserci problemi. Una storia, secondo Aristotele, ha tre momenti fondamentali: un inizio, un momento centrale e un epilogo. E questo, in realtà, quando ci spostiamo nel campo della narrazione fotografica, comincia a porci qualche ostacolo. Come facciamo, ad esempio, a creare i tre momenti caratterizzanti di una storia con una sola immagine? In questo, la fotografia, ci chiede un’abilità in più: l’abilità di condensare i tre momenti in uno sguardo.
Partiamo da qui… uno scatto che vuole raccontare una storia deve, prima di tutto deve agganciare la nostra attenzione e trasmetterci un messaggio, emozionandoci. Le storie catturano le emozioni umane, le nostre storie fotografiche FUNZIONANO quando riusciamo a trasmettere queste emozioni a chi guarda.

 

Il protagonista.

Nei miei workshop amo tracciare un parallelo tra la narrativa e la fotografia, tra lo scrittore e il fotografo.
Come per lo scrittore e per la narrativa, non esiste storia che non ruoti attorno ad almeno un protagonista, anche nella fotografia e in particolar modo nella narrazione fotografica, non esiste una storia se non esiste un protagonista.
Qual è la caratteristica che  deve avere il protagonista delle nostre storie per immagini? Principalmente, il protagonista deve essere in grado di trasmettere emozioni. Può sembrare una banalità, ma la differenza tra una storia e uno scatto – magari tecnicamente anche buono – è tutta qui. L’emozione!
Il protagonista ha il compito di creare una connessione con chi guarda. Se chi guarda si sente attratto dal nostro protagonista, si sentirà immediatamente attratto dalla nostra fotografia e noi saremo riusciti a raccontare una storia con un’immagine.

Il vecchio al mercato di Leh. Un buon protagonista.

 

Che emozioni vogliamo trasmettere?

Questa, dopo la scelta del protagonista, è la domanda chiave che dobbiamo porci nel momento in cui decidiamo di raccontare una storia attraverso le immagini. Cosa voglio trasmettere?
Rispondendoci a questa domanda, troveremo di conseguenza la chiave per entrare nel vivo della narrazione fotografica, troveremo il linguaggio, l’inquadratura che meglio si adattano, lo stile, la composizione e tutto il resto.
Amo ripetere una frase di David duChemin, “quello che non inquadri non esiste”, per me è un diktat. Questo però ci deve far comprendere che non solo la nostra storia è il mondo compreso nell’inquadratura – e soltanto quello, ma anche che, in buona sostanza, noi siamo i creatori di quel mondo e del messaggio o delle emozioni che affidiamo a quel mondo.

Quale emozione? L’intimità della sera

La fotografia non registra la realtà.

È bene che questo ce lo si metta in testa da subito. La fotografia non registra la realtà, ne crea una “alternativa” e molti di noi non se ne rendono conto. La fotografia, anche quella documentaristica – che per una questione etica dovrebbe essere la più aderente alla realtà – è  il prodotto della creatività di un autore, che ha operato delle scelte di linguaggio, di tecnica e di composizione, decidendo di includere o di escludere elementi nel suo personalissimo mondo bidimensionale, delimitato dai bordi del fotogramma.
Perché vi dico questo? Perché questo è alla base della narrazione fotografica, che parte da elementi reali per raccontare storie che possono staccarsi dalla realtà.

 

Una buona storia fotografica è come una barzelletta…

È così! Se siamo costretti a spiegare una barzelletta, evidentemente o la barzelletta non era divertente o noi non siamo capaci di raccontarle (o entrambi i casi).
E così con le nostre storie per immagini… se siamo costretti a spiegare i nostri scatti, significa soltanto una cosa: POLLICE VERSO!
I nostri scatti DEVONO parlare per noi! Ricordate le proverbiali mille parole!? Ecco!
Se i nostri scatti hanno bisogno di post-it con la spiegazione… beh, siamo piuttosto lontani da un risultato anche solo vagamente accettabile.
Dobbiamo capire che il modo in cui il fotografo vede i suoi scatti è sensibilmente diverso da come li vede un altro. Ansel Adams diceva che ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e chi guarda. E se vogliamo raccontare storie fotografiche con successo, questo è un dettaglio che non possiamo ignorare.
Le storie fotografiche migliori si creano quando il fotografo, al momento dello scatto, riesce a vedere oltre al suo punto di vista, anche quello di chi poi quella foto la guarderà – una sorta di empatia.

una giovane madre e un figlio. un soggetto universale, capace di stabilire una connessione emotiva con chi guarda

Torneremo presto a parlare di narrazione fotografica, non perdete i prossimi post.


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Scatto che fa parte di un progetto fotografico che racconta dieci donne legate ad un quartiere di Milano e le loro storie

“Non esiste una storia che non meriti di essere raccontata”… ero a pranzo con un amico giornalista e scrittore e alla fine ci siamo sorpresi entrambi nel trovarci d’accordo su questo: non esiste una storia che non valga la pena di essere raccontata, se troviamo la chiave narrativa per farlo, naturalmente.

Questo vale anche in fotografia.
Molti di voi si accontentano di fare delle foto delle vacanze migliori, altri inseguono il sogno del fotografo documentarista, anche se soltanto come hobby e, anche se soltanto come hobby, è divertente scovare storie fotografiche da raccontare e imparare a raccontarle – proprio come un professionista, al di là di dove andranno i vostri scatti.

Scegliere una storia è il primo passo importante.
Ma come dove cercare le nostre storie da raccontare? Che linguaggio dobbiamo usare per raccontarle in modo interessante?
Muoviamoci con calma!

“E adesso!? Adesso cosa diavolo racconto!?”… me lo chiedo spesso, credetemi.

Non c’è una risposta precisa a questa domanda così personale.
Esistono categorie narrative dentro le quali cercare o, attraverso le quali, mettere a fuoco il soggetto della nostra narrazione e scovare la prossima storia fotografica alla quale dedicarci.

Livello di interesse di una storia:

  1. Capacità narrative dell’autore
  2. Soggetto scelto

Due aspetti determinano il livello di interesse che la nostra storia può suscitare: la nostra capacità di narrare fotograficamente, data dal linguaggio fotografico, dalla tecnica e dall’approccio;  la scelta del soggetto, che gioca un ruolo fondamentale, soprattutto in rapporto al pubblico potenziale al quale ci riferiamo.

Ad esempio, se scegliamo di raccontare i negozi di un particolare quartiere, al di là della nostra obiettiva capacità di rendere i soggetti interessanti dal punto di vista fotografico, il soggetto risulterà molto più interessante e gradito alla comunità che ruota attorno al quartiere.
Parlando alla comunità del quartiere, possiamo omettere tutta una serie di scatti introduttivi, che risulterebbero scontati, ovvi e possiamo invece dedicarci a documentare la quotidianità, magari attraverso scatti dal sapore più intimo.
Se invece intendessimo allargare lo stesso progetto ad un pubblico meno omogeneo e meno vicino al quartiere, saremmo per forza obbligati a includere scatti che in qualche modo presentino il mondo che andiamo a ritrarre o magari usare un punto di vista più universale e meno didascalico, ad esempio provare ad incentrare  il racconto fotografico sul contrasto, che è decisamente più universalmente compreso tra il  moderno contrapposto al tradizionale o esaltare la caratteristica di mestieri in estinzione.
Come vedete il soggetto rimarrebbe lo stesso, i negozi del quartiere, ma l’approccio e lo sviluppo sarebbe completamente diverso, declinato sulle aspettative di un pubblico più eterogeneo.

Scatto preso da un progetto personale dedicato ai treni indiani

Categorie di storie

Raggruppare le storie per categorie è un’abitudine che ci può tornare molto utile nel momento della scelta.
Esistono storie che parlano di:

  • Persone
  • Luoghi
  • Oggetti
  • Attività
  • Collezioni (o oggetti simili tra loro)
  • Istituzioni

Queste possono essere le aree dalle quali partire.
Alle categorie oggettive, possiamo associare delle caratteristiche narrative, che possiamo incrociare a piacimento per approdare ad una storia interessante – o per lo meno potenzialmente interessante

Ecco alcune caratteristiche narrative che uso:

  • Universalità
    Esistono temi universali – ad es. pace, amicizia, amore, le stagioni, il tempo, vecchiaia, giovinezza, ecc. – questi temi riscuotono spesso interesse, ma rischiano di portare la narrazione verso il cliché. Attenzione!
  • Prossimità geografica
    Vicinanza con la comunità, ad esempio storie locali
  • Prossimità temporale
    Il soggetto è molto attuale
  • Unicità
    Il soggetto è unico, singolare, non è mai stato trattato, è stato poco trattato, è stato trattato in modo diverso, ecc.
  • Estraneità geografica
    Il soggetto è (molto) distante dalla comunità di riferimento (ad es. un documentario sulla vita in una dispersa valle del Dolpo, nel Nepal del nord)
  • Estraneità temporale
    Il soggetto vive in un tempo lontano, ci sono soggetti, poi,  che non hanno tempo.
  • Conflitto
    Qualsiasi conflitto attira, il conflitto non deve per forza essere fisico. Minacce, disagi, denuncia, ecc.
  • Celebrità
    Le celebrità – concetto del tutto relativo – hanno sempre un certo appeal, attenzione a trovare chiavi di narrazione singolari
  • Riscoperta
    Riscoprire luoghi, proporre luoghi (comuni) con un tono di voce diverso è di per sé un progetto interessante.

Proviamo ora a fare un esercizio, proviamo a scegliere una delle categorie del primo elenco, ad esempio “attività” e una delle caratteristiche narrative del secondo elenco, ad esempio “celebrità”. La nostra storia potrebbe essere un progetto fotografico dedicato agli hobby dei politici, e se volessimo aggiungere un’ulteriore caratteristica narrativa potremmo usare “prossimità geografica” e circoscrivere i nostri soggetti alla giunta comunale cittadina, ad esempio.
Provate ora a creare possibili progetti – non importa quanto realizzabili – semplicemente incrociando categorie e caratteristiche.

Provate ora a distinguere a quale tipologie di storie appartengo e quali caratteristiche hanno (fingendo di pensare ad un pubblico potenziale di Milano) i seguenti progetti:

  1. “porte di Kathmandu”
  2. “i mestieri del passato che sopravvivono alla città di Milano”
  3. “le stagioni nella Tuscia viterbese”
  4. “la scuola vista dalla prospettiva di uno scolaro di sei anni”

Vediamo un po’…

  1. “Le porte di Kathmandu”
    Luoghi, oggetti, collezioni – estraneità geografica (presupponendo che si parli ad un pubblico italiano), unicità
  2. “I mestieri del passato che sopravvivono a Milano”
    Persone, luoghi, attività – prossimità geografica, universalità
  3. “Le stagioni della Tuscia viterbesi”
    Luoghi – riscoperta, prossimità geografica, unicità
  4. “La scula vista da uno scolaro di sei anni”
    Persone, luoghi – riscoperta

Come vedete combinando categorie e caratteristiche si possono trovare storie interessanti con una punta di unicità.

Concludendo…

La scelta della storia da raccontare è il primo importantissimo passo da compiere, una scelta fondamentale, dalla quale dipende molto del successo finale.
Non basta essere bravi storyteller, bisogna anche saper scegliere le storie da raccontare e questa è un’attività, che, come le altre, si può migliorare e affinare con pratica e allenamento.

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