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Archive for the ‘Paesaggi’ Category

L’estate è alle porte. Già! E con le vacanze molti di noi, finalmente, si decideranno a tirar fuori la macchina fotografica dall’armadio – sempre meglio che lasciarla in letargo qualche altro mese, mi viene da dire, anche se mi piacerebbe che la nostra reflex fosse un po’ più presente durante tutto l’anno.
Ma per molti di noi è così… le scuse per lasciare la macchina a casa sono poi sempre le stesse… non ho mai tempo… ho sempre mille impegni… quando fotografo rallento gli amici… blah, blah, blah, blah!

Poi, al rientro, ecco che molti fotografi d’agosto vengono colti dalla madre di tutte le frustrazioni: partiti con le migliori aspettative, si ritrovano un pugno di card zeppe di scatti banali, quando va bene, semplicemente brutti, nel resto dei casi.
Non sarà un post a trasformarci magicamente nei nuovi Cartier-Bresson e quasi sicuramente continueremo ad ammirare le fotografie sul National Geographic e a invidiare gli scatti di Steve McCurry, ma un passo avanti possiamo provare a farlo anche noi e non serve partire per il delta del Mekong, le Dolomiti o il Salento d’agosto possono bastare a pure avanzare.

  1. IMPARIAMO A TENERE LA MACCHINA FOTOGRAFICA A PORTATA DI MANO
    Sento già il coro dei detrattori: ecco il festival dell’ovvio! che banalità assurda!
    Credetemi non è così, non è assolutamente una banalità. Soprattutto chi di noi è alle prime armi tende a non portarsi la macchina sempre appresso. Altri, che invece almeno ci provano, molto spesso la tengono spenta e con il tappo ben saldo sull’obiettivo.
    Vinciamo la pigrizia: PORTIAMO LA MACCHINA SEMPRE CON NOI.
    Facciamo un passo avanti: TENIAMOLA ACCESA, non sarà una batteria che si consuma a fermarci!
    Facciamone un altro: LIBERIAMO L’OBIETTIVO DAL TAPPO.
    Creiamoci un’abitudine: macchina in mano, accesa e tappo in tasca, da subito e per tutto il tempo.
    Facciamo trovare sempre pronti. La fotografia ha bisogno di un po’ di culo, ma noi dobbiamo dare una mano al culo e come pensiamo di fare foto senza macchina, o con la macchina spenta, o con il tappo sull’obiettivo!?

    Scatto rubato dall’auto. Giusto il tempo di un semaforo rosso. Con la macchina in albergo, o in mano, ma spenta, o con il tappo sull’obiettivo, non sarei mai riuscito a cogliere la piccola mendicante indiana

     

  2. LA FOTOGRAFIA NON È UN’ATTIVITÀ SOCIALE
    Fotografare in vacanza o in viaggio significa – anche – dover fare qualche sacrificio o accettare qualche piccola rinuncia.
    La fotografia non è un’attività sociale, purtroppo, anzi ha bisogno di concentrazione e tempo, soprattutto per chi di noi non ha ancora molta esperienza.
    Meglio essere chiari da subito. Se siamo in vacanza con altre persone o se viaggiamo in gruppo e non tutti nutrono la nostra passione per la fotografia, diciamo loro che qualche volta ci staccheremo per fare qualche fotografia e di non prendere la cosa come uno sgarbo, né tanto meno come se stessimo dicendo che non apprezziamo la loro compagnia.
    Semplicemente la fotografia e i fotografi hanno tempi diversi dagli altri compagni di vacanza o di viaggio.
    Intestardirsi a rimanere in gruppo e fotografare mentre gli altri hanno per la testa altre cose porta soltanto due conseguenze: l’irritazione di chi non fotografa ed è costretto a subire le nostre soste e un’ansia incontrollata da parte nostra, nel tentativo di accelerare i tempi o di evitare lo scontro.
    Per non parlare dei risultati. Fretta, ansia, frustrazione, incazzature… tutti ingredienti che non aiutano a fare delle belle fotografie.
    Molto meglio ritagliarsi qualche finestra di tempo da dedicare soltanto alla nostra passione, cercando di non esagerare e tenendo sempre in mente le ragioni e le necessità degli altri.
  3. ALZIAMOCI PRESTO
    Quasi sempre la differenza tra uno scatto buono ed uno mediocre, se non pessimo, è la qualità della luce.
    Se ci alziamo con calma, facciamo colazione e cominciamo a fotografare soltanto dopo, non porteremo a casa granché di memorabile.
    Impariamo ad alzarci presto. Lo so, è un sacrificio, ma soltanto provandoci qualche volta, riusciremo a cogliere quella luce particolare.
    Non dico sempre, ma almeno qualche mattina, confortati dalle previsioni meteo, puntiamo la sveglia e cerchiamo di essere fuori, con la macchina pronta a scattare, per l’alba.
    Vinta la pigrizia, scopriremo che la luce migliore del mattino la si trova attorno all’alba, senza contare poi che anche i luoghi che di giorno sono affollati, così presto al mattino, saranno sgombri. Saremo soltanto noi e la nostra macchina fotografica e per qualche mezz’ora potremo davvero sentirci fotografi.
    Non riesco a dire che il soggetto non farà la differenza, ma posso giurare che qualsiasi scena, nella luce calda dei momenti a cavallo dell’alba acquista un fascino unico – e di certo porteremo a casa qualche scatto diverso dalle solite “foto delle vacanze”.

    La luce dell’alba è poesia

    Certe cose succedono soltanto all’alba

     

  4. NON FERMIAMOCI A UNO SCATTO SOLO PER SCENA
    Questo è quello che fanno i principianti! Ma noi vogliamo provare a diventare un po’ più bravi, no!?
    Bene! E allora cominciamo a farlo.
    Non fermiamoci ad una sola inquadratura della scena che ci piace. Forziamo la pigrizia mentale. Il “buona la prima” non ci fa migliorare e resta sempre sulla superficie delle nostre vacanze o dei nostri viaggi.
    Una volta trovata una scena che ci piace e una volta portata a casa la prima inquadratura, andiamo a caccia di dettagli che possano completare il primo scatto e poi proviamo a documentare la stessa scena da un’altra angolatura, con una focale diversa, magari. Facciamo quello che fanno i fotografi, raccontiamo le nostre storie con panoramiche larghe e poi portiamo chi guarda più dentro, facciamogli apprezzare i dettagli, possiamo anche esagerare, se ne vale la pena, e cogliere le materie pure che compongono la scena.
    La spiaggia di Miramare di Rimini, ad esempio, ci offre una campo largo, nel quale, magari, immortaliamo le file di ombrelloni, o la battigia affollatta, ma poi possiamo completare il racconto scattando il dettaglio del moscone del salvataggio, o del cesto del venditore di cocco – se pensate che i bomboloni alla crema facciano ingrassare anche solo in fotografia. Volendo, possiamo scendere ancora più nel dettaglio, magari usando un linguaggio più grafico, più astratto, e riprendere la texture del legno verniciato delle cabine o la pallina del calcio balilla.
    Insomma, qualsiasi scena, ma davvero qualsiasi questa volta, offre numerose possibili inquadrature, larghe, strette, strettissime, larghissime, dal basso, dall’alto, verticali, orizzontali… impariamo a vincere la pigrizia fisica e mentale e andiamo a caccia di tagli diversi, di dettagli, di pattern, di grafismi.
  5. USCIAMO LEGGERI, MA…
    Il vantaggio di chi di noi è alle prime armi – e dei fotografi d’agosto – è che spesso possediamo un solo corpo macchina e lo zoom che ci hanno venduto con il kit. Va benissimo!
    Usciamo leggeri, in modo che l’attrezzatura non pesi troppo sulla voglia di stare fuori e di fotografare.
    È una buona regola dalla quale partire: muoversi leggeri.
    Dunque, usciamo leggeri, ma… già, ma… e questo ma non è mica qui per caso… se possediamo qualche pezzo in più del kit di base, se ad esempio abbiamo un paio di obiettivi, magari tre, o un flash, o magari un cavalletto, o se magari possediamo un filtro polarizzatore o un kit di filtri ND… Ecco il senso di quel ma!
    Io non faccio molto testo, lo ammetto, sono abituato da sempre ad uscire a fotografare con uno zaino da 10 kg, con dentro tutto quello che penso possa servirmi, a volte, se ho idee strane per la testa, o so che starò fuori fino al crepuscolo, mi porto anche un cavalletto. Con questo non vi sto dicendo che anche voi vi dovete caricarvi come muli da soma, ma semplicemente, che per me la frustrazione di non essere riuscito a portare a casa uno scatto al quale tenevo, solo perché quello che mi serviva l’ho lasciato in albergo o a casa, pesa molto di più dei 10 kg della mia Lowepro.
    Impariamo capire cosa ci può servire e portiamocelo dietro e impariamo a capire cosa invece è solo peso inutile.
    Cominciamo col portarci soltanto roba che sappiamo utilizzare e che utilizzeremo con una certa probabilità, piano piano, prepariamoci mentalmente a sperimentare e, quindi, a portarci altra attrezzatura.

Ve l’avevo detto, non diventeremo i nuovi Erwitt leggendo questi 5 consigli, ma forse, qualcuno di noi, che tira fuori la reflex solo dopo aver staccato il settimo foglio del calendario e la ripone col 1° di settembre, riuscirà a portare a casa qualche scatto buono, di quelli che ci si sente orgogliosi nel mostrarli agli amici in autunno e magari si sentirà un po’ più fotografo e proverà a scrollarsi di dosso la pigrizia e a fotografare anche in ottobre o in dicembre o magari in marzo o aprile…
Sappiatemi dire.


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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


    Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara!
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Lontano dalle vacanze molti di noi hanno la pessima abitudine di riporre la macchina fotografica.
Ecco un post che risveglierà il fotografo assopito che c’è in noi, restando in città – e se invece non vivete in una metropoli, ecco un’occasione per uscire dalle zone a voi più familiari!

  1. CATTURIAMO IL TRAFFICO UMANO
    Le città sono soprattutto movimento. Le forme di movimento possono essere diverse e le troviamo ovunque. Impariamo a renderlo con la nostra macchina fotografica.
    Catturare il movimento significa rendere l’energia della città.
    Usiamo tempi lenti e lasciamo che gli elementi in movimento “striscino” il nostro frame, aiutiamoci con un cavalletto.
    Il nostro occhio – ma soprattutto il nostro cervello – non è abituato al traffico umano, per lo meno quando pensiamo al movimento siamo più inclini a farlo in riferimento ai veicoli, ecco perché scattare foto che catturano il movimento dei pedoni crea maggiore interesse.

    Cavelletto e flash ed ecco che riusciamo a combinare movimento e staticità nello stesso fotogramma.

    Cavalletto ed esposizione abbastanza lunga, pregando che i due soggetti sulla sinistra, restassero immobili per il tempo necessario da creare la dicotomia movimento/staticità

  2. ENFATIZIAMO IL MOVIMENTO
    Benvenuti nel regno del panning. Niente come il panning enfatizzare il movimento e rendercelo quasi tangibile in uno scatto.
    Scegliamo soggetti che transitano perpendicolarmente all’asse di ripresa, impostiamo un tempo sufficientemente lento, cominciamo a seguire il nostro soggetto con la macchina fotografica e, una volta che il soggetto raggiunge il centro dell’inquadratura, scattiamo. Ricordiamoci di continuare a seguire il soggetto con la macchina anche qualche secondo dopo aver scattato.

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    Lo sfondo in un panning è quasi fondamentale quanto il soggetto. Scegliamo uno sfondo che possa creare strisce omogenee e che non fagociti il soggetto

  3. LE MILLE STRISCE DELLA METROPOLI
    Facciamo in modo di restare fuori anche di sera, soprattutto appena dopo la blue hour serale.
    Usiamo un cavalletto e immortaliamo la magia del traffico che striscia la città di sera.
    Cavalletto e lunghe esposizioni faranno delle città una vera e propria tela astratta.
    In questo tipo di scatti, la composizione gioca un ruolo decisamente fondamentale, per cui, dedichiamole molta cura.
    Scegliamo angoli metropolitani che presentano un traffico caratterizzato da una certa continuità, per evitari buchi nelle nostra strisce colorate. Più è veloce il traffico che stiamo riprendendo e meno lunga sarà necessaria l’esposizione.

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    L’inquadratura e la composizione sono determinanti

  4. NUOVE PROSPETTIVA
    La città dal basso è tutto un altro mondo, così come la città dall’alto.
    Spingiamoci oltre il comodo altezza occhi. Proviamo a catturare gli edifici di tutti i giorni dal bordo del marciapiede, puntando al cielo, enfatizziamo il singolare angolo di ripresa impiegando focali brevi, un 14mm ad esempio.
    Una prospettiva diversa può trasformare un’immagine banale in un piccolo capolavoro, giocando con le geometrie degli elementi urbani.

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    Non che l’Arco della Pace a Milano sia un edificio banale, ma ritratto con questa angolazione esasperata genera uno scatto molto drammatico e per nulla canonico

  5. INSEGNE? PERCHE’ NO?
    La città vive anche di insegne, segnali, icone. Catturiamole, ci aiuteranno a descriverla e ad uscire un po’ dagli scatti urbani standard.

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    Insegne come grafismi. La città vive di insegne e le insegne offrono spesso materiale fotografico interessante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ladakh

Un buon paesaggio è questione di meteo favorevole, composizione curata e ora del giorno corretta

Se c’è un genere di fotografia che induce al paragone con gli scatti di altri fotografi, quella è senza dubbio la fotografia di paesaggio.
Diciamoci la verità, quanto è frustrante per ognuno di noi guardare il lavoro di un altro fotografo, scattato dal nostro medesimo punto e magari con la medesima inquadratura e con la medesima focale ed essere costretti ad ammettere che non c’è proprio paragone e che il nostro paesaggio non regge il confronto con la foto dell’altro.
Ed ecco che diamo fondo al baule delle scuse per cercare di difendere il nostro paesaggio… e tiriamo in ballo sfortuna, cattivo meteo, attrezzatura ancora poco conosciuta, post-produzione sbagliata, e blah, blah, blah, blah.
Ma c’è un trucco per migliorare la nostra fotografia di paesaggio e arriva molto prima di Photoshop e addirittura ancora prima di premere il pulsante di scatto, si chiama pianificazione.

E’ infatti attraverso una chiara pianificazione che gettiamo le basi per paesaggi memorabili.

Questo post è chiaramente dedicato a tutti coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia di paesaggio, ma può essere un  ripasso anche per coloro che si sentono più capaci.

Ecco 5 consigli che ci possono aiutare a fare un buon lavoro, ovviamente poi, una volta sul posto, l’attenta pianificazione dovrà essere sostituita da una certa sensibilità. un discreto talento, la conoscenza della tecnica e l’attrezzatura adatta… ma questo è tutto un altro discorso.

Se impareremo a pianificare con cura i nostri scatti di paesaggio, aumenteremo significativamente le nostre probabilità di successo.

  1. CONTROLLIAMO IL METEO
    La fotografia di paesaggio è sicuramente uno dei generi più difficili da prevedere: NON ABBIAMO NESSUN CONTROLLO SULLE CONDIZIONI METEOROLOGICHE della scena.
    Molto spesso partiamo da casa con un’idea precisa di atmosfera da riprodurre nello scatto e, una volta giunti sul posto, troviamo una condizione meteo completamente diversa.
    Prima di saltare in macchina e guidare per ore, controlliamo le previsioni meteo, se non altro, ci risparmieranno un viaggio a vuoto o tanta fastidiosa frustrazione.
    A volte però le bizze del meteo possono trasformarsi in scatti unici.

    Un'improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

    Un’improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

  2. SCEGLIAMO L’ORA MIGLIORE DELLA GIORNATA
    Luogo e meteo perfetti non ci salveranno dal disastro se ci presentiamo sul posto all’ora del giorno sbagliata.
    Nelle foto di paesaggio, la luce è  data dal sole (!). Le caratteristiche della luce del sole, e cioè la sua direzione, il calore, l’intensità e la qualità, sono date dalla posizione che il sole stesso occupa nel cielo, nel corso della giornata.
    E, a differenza del meteo, questo è un dettaglio decisamente più facile da prevedere.
    Facciamo in modo di essere sul posto quando il sole è nella posizione ideale per lo scatto che intendiamo portarci a casa.
    Tendenzialmente, a meno che non si tratti di paesaggi molto particolari – ad es. deserti – o di atmosfere molto precise, POSSIAMO TRANQUILLAMENTE EVITARE LE ORE CENTRALI DELLA GIORNATA.
    In queste ore, il cielo di solito risulta slavato e il sole a picco produce ombre corte e secche.
    I due momenti migliori per dedicarsi alla fotografia di paesaggio sono l’alba e il tramonto.
    La letteratura fotografica ama definire questi due momenti con i termini  blue hourgolden hour. La blue hour è quel periodo di tempo, di circa una mezzora, che precede l’alba al mattino e che segue il tramonto alla sera, durante il quale il cielo si presenta con un intenso color blu. La golden hour  – detta anche magic hour – è invece il momento della giornata subito dopo l’alba e che precede il tramonto, dove la dominante della luce è molto calda (rossa e arancio).
    E’ durante questi due momenti della giornata che i paesaggi offrono il massimo dal punto di vista fotografico.
    Esistono svariati modi per conoscere, addirittura con una precisione imbarazzante, il succedersi delle blue hour e delle golden hour. Il più rustico è sicuramente quello di leggere sul giornale ora di alba e tramonto. La blue hour del mattino inizierà circa trenta minuti prima del sorgere del sole e quella della sera inizierà qualche minuto dopo il tramonto e si protrarrà per circa una trentina di minuti. Così come la golden hour del mattino avrà inizio subito dopo l’alba e durerà circa una mezzora, mentre quella della sera comincerà una trentina di minuti prima del tramonto.
    Numerosissime app consentono di conoscere con estrema precisione inizio e fine di questi momenti della giornata, addirittura offrendo la possibilità di scegliere località e giorni diversi – può sembrare una velleità, ma torna molto utile se state pianificando viaggi e scatti nel tempo.
    E visto che dipendiamo dalla posizione che il sole occupa nel cielo della nostra scena, la qualità della luce varierà anche a seconda della stagione.

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    La luce calda dei minuti successivi all’alba e le brume invernali che si alzano dai campi. Ora del giorno e periodo dell’anno.

  3. FAMILIARIZZIAMO CON IL POSTO
    La prima tentazione è quesi sempre quella di presentarsi sul posto e scattare.  Non c’è nulla di male nel farlo, ma personalmente credo che prendersi un po’ di tempo per guardarsi in giro sia un’ottima maniera per portarsi a casa scatti memorabili. Ogni volta che ci si presenta l’occasione, cerchiamo di familiarizzare con la scena che abbiamo deciso di fotografare e quello che le sta attorno. Questo significa investire un po’ di tempo, magari presentarsi sul luogo con un certo anticipo, o magari recandosi sul posto nelle ore centrali del giorno, giusto per fare un piccolo sopralluogo, servendosi di uno smartphone e di un po’ di immaginazione.
    Conoscere la zona ci aiuta sempre. Ci aiuta a valutare le inquadrature migliori, ci aiuta a pensare ad inquadrature alternative. Ci aiuta a valutare possibili ostacoli fisici presenti sulla scena. Insomma, un sopralluogo prima dello scatto ci evita brutte sorprese.
  4. FACCIAMOCI TROVARE PRONTI
    Golden hour e blue hour non durano più di una mezzora e quasi sempre la luce migliore si concentra in appena una decina di minuti. DOBBIAMO ESSERE PRONTI quando questo accade! Ciò significa muoverci per tempo e arrivare sul posto con un certo anticipo, avere la macchina ben piazzata sul cavalletto e in testa l’idea precisa di quello che vogliamo ottenere.
    Controlliamo l’attrezzatura, scattiamo qualche test per verificare l’efficacia della composizione e magari proviamo anche una focale alternativa.
  5. FACCIAMO ATTENZIONE ALLE LOCALITA’ AFFOLLATE.
    Alcune località iconiche, in alcuni particolari momenti dell’anno, possono risultare decisamente affollate, e non sto riferendomi ad eventuali turisti, ma fotografi che, proprio come noi, sono lì per portarsi a casa lo scatto.
    Questo è un dettaglio da tenere in considerazione, perché a volte ci potrà capitare di condividere il luogo prescelto  con una cinquantina di altri fotografi e, in quei casi, piazzare il nostro cavalletto a volte potrebbe non essere una cosa così semplice.
    In questi casi è importante  ARRIVARE CON UN CERTO ANTICIPO, in modo da non dover soccombere all’affollamento di cavalletti e corpi.
    Ricordiamoci poi di MUOVERCI CON CAUTELA, evitiamo di impallare le inquadrature degli altri fotografi, facciamo attenzione a non urtare i cavalletti degli altri.  Può sembrare un consiglio banale, ma, quando il luogo è particolarmente affollato e l’ansia da prestazione sale, spesso ci si dimentica di quello che ci sta attorno e si sottovalutano le esigenze degli altri.

 

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Una mattina d’autunno nella piana aretina. 

A molti può sembrare semplicissimo scattare delle buone fotografie di paesaggio… “Che ci vuole!?”, direte… “Sì, insomma, basta un bel paesaggio e il gioco è fatto.”
Sbagliato!

Un paesaggio mozzafiato non è detto che sappia tradursi in una fotografia mozzafiato, ma con qualche accorgimento, possiamo provare a migliorare la nostra capacità di fotografi paesaggisti.
Se è vero che l’ingrediente fondamentale di una buona fotografia di paesaggio resti il paesaggio, è vero anche che ci sono errori – piuttosto comuni – che riescono a rovinare anche il paesaggio più incantevole. Provo ad elencare i primi cinque che mi vengono in mente:

  1. Fotografare nelle ore sbagliate
    Nulla rovina la foto di un paesaggio come presentarsi sul posto all’ora del giorno sbagliata! Ricordiamoci che ad ogni ora corrisponde una determinata luce.
    I momenti della giornate più indicati per immortalare – per lo meno in senso canonico – un paesaggio sono le prime ore del mattino e l’ora a cavallo del tramonto.
    In queste due finestre di tempo la luce è fortemente direzionale, grazie al sole basso sull’orizzonte, e ricca di dominanti calde, che vanno dal giallo all’arancione.
    Qualunque paesaggio, nel miracolo della luce di questi momenti della giornata, assume un appeal molto forte.
    Con il sole alto nel cielo, i paesaggi perdono immediatamente di interesse: il cielo risulta slavato e le ombre secche e corte.
    Il paesaggista si sveglia presto al mattino e spesso salta la cena, ma solo con questi piccoli grandi sacrifici riesce a portarsi a casa scatti degni di nota.
  2. Scattare con fretta
    Niente più di un paesaggio dovrebbe suggerirci di prendere le cose con calma, eppure molti di noi, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco, tende a farsi prende dalla fretta.
    Non c’è peggior compagno della fretta per un fotografo!
    Presentiamoci sul posto con almeno una mezzora di anticipo rispetto all’ora prevista per lo scatto, portiamoci SEMPRE un cavalletto e componiamo con cura.
    Può sembrare una sciocchezza, ma il fatto di usare un cavalletto, anche se i tempi di posa impiegati consentirebbero di scattare a mano libera, ci mette in una condizione mentale di operare con calma e precisione, due virtù che possono fare la differenza nella fotografia di paesaggio.
    Attenzione però, se la fretta è una pessima compagna, l’estrema lentezza lo è altrettanto.
    Le condizioni ideali di luce, solitamente, non si protraggono per più di una ventina di minuti, per cui, d’accordo fare le cose con calma, ma attenzione a non perdere l’occasione solo perché ci siamo attardati.
    Non sembra, ma anche la fotografia di paesaggio, richiede molta concentrazione e rapidità – che non significa fretta.
  3. Usare una scarsa profondità di campo
    “Evita di aprire più di f.11!” – così mi diceva Pietro Donzelli, io ero un ragazzino e eseguivo senza farmi troppe domande.
    Per gli scatti di paesaggio abbiamo bisogno di una buona profondità di campo, per cui il consiglio/ordine di Donzelli resta comunque un ottimo memento.
    Anche per questo motivo portarsi – e usare! – un cavalletto ci caverà spesso le castagne dal fuoco.
    Impostiamo gli ISO più bassi, in modo da azzerare il disturbo. Impostiamo un diaframma chiuso, tra f.11 e f.22. Potrebbe darsi che il tempo di posa corretto sia lungo, ma il nostro cavalletto annullerà qualsiasi possibilità di mosso.
    Ogni obiettivo ha un diaframma con il quale rende meglio in termini di incisione e aberrazione minima, di solito sta tra f.8 e f.16 – è quello che i professionisti chiamano sweet spot – cercatelo e scattate i vostri paesaggi con diaframmi vicini allo sweet spot.

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  4. Dare troppo spazio ad un cielo banale
    Non sempre un cielo completamente sgombro da nuvole è sinonimo di grande foto, anzi spesso rende lo scatto piuttosto vuoto, piatto.
    Valutiamo con attenzione l’impatto del cielo nell’economia della nostra inquadratura. Nessuna legge scolpita nella pietra ci impone di sistemare la linea dell’orizzonte per forza al centro. Se pensiamo che il cielo sia troppo piatto, non pensiamoci due volte: abbassiamo l’inquadratura e spostiamo l’orizzonte più in alto, togliendo così importanza al cielo.
    Viceversa, se il cielo presenta nubi o colori affascinanti, lasciamogli spazio, rendiamolo protagonista.

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  5. Non includere nulla in primo piano
    Troppo spesso, chi ha poca esperienza di fotografia di paesaggio tende a concentrarsi unicamente sullo sfondo, disinteressandosi completamente del primo piano.
    Non lo considero un peccato mortale, a patto che la scena inquadrata presenti un paesaggio in grado di farsi carico di tutte le aspettative di chi guarda.
    In ogni caso, il mio consiglio è quello di cercare sempre qualche elemento in primo piano da inserire nell’inquadratura, è uno stratagemma che conferisce un senso di spazio allo scatto e guida l’occhio.

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Un incrocio trafficato, le luci del crepuscolo, un (abbozzo) di skyline… et voilà, la magia!

Una dei piccoli miracoli della fotografia è quello di regalare “effetti speciali prêt-à-porter”, soprattutto se scattiamo in condizioni di luce tenue.
E, dopo le stelle del post precedente, ecco uno tra gli effetti speciali più inseguiti e meglio apprezzati: le strisce colorate delle auto in movimento.

Preparatevi a farlo anche voi!
È semplice e, con un pizzico di buona volontà, aiutata dalla fortuna, otterrete un discreto successo.

COME SI REALIZZANO LE “STRISCE COLORATE”
Il segreto è tutto nel modo in cui la nostra macchina fotografica rende gli oggetti in movimento se scattiamo con tempi di posa lunghi.
Impostando un tempo sufficientemente lungo (tutto è relativo alla velocità con la quali i soggetti si muovono), gli elementi in movimento vengono registrati con un effetto molto suggestivo, detto anche ghosting: l’oggetto impressiona il sensore per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto, dando vita ad un’immagine vagamente eterea e mossa.
È dunque fondamentale impostare un tempo lento, ma attenzione, fate un po’ di prove, perché un tempo troppo lento farebbe addirittura scomparire il soggetto.
Ad esempio, se impostate un tempo di 1 minuto e il soggetto attraversa la scena per meno di 3/4 secondi, difficilmente resterà traccia del suo passaggio (!) – questa è un’ottima tecnica per sfoltire la gente che passeggia davanti a monumenti o edifici.

Una fonte luminosa che si muove, se fotografata con un tempo lento, produce una scia.
Ecco, segreto svelato!

COSA SERVE PER REALIZZARE LE “STRISCE COLORATE”

  • Una strada trafficata di sera
  • La vostra reflex
  • Un cavalletto
  • Uno scatto remoto o un intervallometro
  • Un po’ di pazienza e un po’ di tempo da investire

DUE MODI, UN RISULTATO.
Ci sono fondamentalmente due modi per ottenere il risultato della foto d’apertura: uno scatto unico, sequenza di scatti (montati successivamente).
Innanzitutto, sgombriamo il campo da qualsiasi possibile dubbio: entrambi i metodi sono buoni. Quale scegliere, allora? Andiamo con calma…

Entrambi i metodi sfruttano i tempi di posa lunghi, per cui è necessario che ci si munisca di cavalletto.
Prima di passare in rassegna i pro e i contro di ciascuno dei due metodi, sistemiamo la macchina sul cavalletto, componiamo l’inquadratura con estrema cura, escludiamo l’autofocus, escludiamo qualsiasi tipo di sistema per la riduzione delle vibrazioni (in questo caso, con macchina su cavalletto, non farebbe che consumare batteria inutilmente, anzi potrebbe addirittura introdurre delle vibrazioni dovute ai suoi motorini, ma soprattutto,  impostiamo la nostra reflex in manuale (M) – aiuto! Già vi vedo strabuzzare gli occhi… tranquilli, non è una pistola puntata alla tempia!

Bene, partiamo dal metodo Scatto Unico e analizziamone pro e contro.

SCATTO UNICO

  • PRO
    • basta un semplice scatto remoto – addirittura l’autoscatto della stessa macchina, se il tempo scelto è al massimo di 30″;
    • non è necessario possedere  applicazioni da usare successivamente per montare gli scatti;
    • il risultato finale è immediatamente visibile e giudicabile.
  • CONTRO
    • per ottenere un effetto pieno potrebbe essere necessario scattare con tempi anche superiori a 5 minuti e questo è possibile soltanto impostando la macchina in “bulb”;
    • per esposizioni lunghe (5/10 minuti) il sensore potrebbe aggiungere del rumore digitale, soprattutto nei modelli di reflex di fascia medio/bassa;
    • il calcolo dell’esposizione è piuttosto difficile – e sbagliarlo potrebbe costare l’attimo – fino a 30″ vi aiuta l’esposimetro incorporato, poi dovremo affidarci alla nostra capacità di calcolare gli stop che ci separano dal tempo di posa scelto e quindi impostare la corretta coppia tempo/diaframma (ad esempio, se la nostra macchina ci suggerisce che con 30″ il diaframma corretto è f.8, con 1′ sarà f.11, con 2′ f.16, con 4′ f.22 e così via…);
    • serve un briciolo di familiarità con il tempo bulli (l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che teniamo premuto il pulsante);
    • serve un cronometro per calcolare il tempo esatto.

    Passiamo ora alla Sequenza di Scatti

    SEQUENZA DI SCATTI

    • PRO
      • calcolare l’esposizione è relativamente più semplice, rispetto al metodo precedente,  perché non è necessario lavorare con tempi superiori ai 30″ e l’esposimetro della nostra macchina ci viene in aiuto;
      • possiamo riempire di strisce colorate la scena a piacimento: basterà aumentare il numero di scatti da fare in sequenza;
      • siccome il tempo di posa di ogni scatto non sarà mai molto lungo, anche con modelli di reflex meno sofisticati, otterremo scatti quasi privi di rumore;
    • CONTRO
      • è necessario munirsi di un intervallometro – uno scatto remoto un poco più sofisticato, in grado di far scattare la macchina per N volte, con un ritardo stabilito tra uno scatto e il successivo (non disperate, Phottix e Neewer producono intervallometri di tutti i generi, per tutte le marche di reflex e con costi che vanno da un minimo di 19 euro (!) ad massimo di un centinaio di euro – per i modelli superfighi wireless);
      • è necessario importare la sequenza di scatti in un programma che li trasformi in uno scatto solo (ad es. StarStaX).

    Come abbiamo visto, entrambi i metodi sono relativamente semplici.

    Qualche trucco per  lo “scatto unico”:

    •  attiviamo la riduzione del rumore per le pose lunghe;
    • copriamo il mirino con l’apposito coperchietto in plastica
    • nel caso di un’esposizione davvero lunga, impostiamo attraverso il menù della macchina, la possibilità di bloccare lo specchio durante lo scatto (controlliamo se la funzione è disponibile per il nostro modello: solitamente si chiama “Mirror Up”);
    • togliamo gli automatismi (autofocus, riduzione vibrazioni, bracketing vari, ecc.);
    • impostiamo la macchina in manuale;
    • se il tempo di posa supera i 30″, impostiamo il tempo bulb;
    • in bulb, ci serve  un cronometro o un timer per calcolare la corretta durata della posa;
    • in bulli, utilizziamo la funzione Lock (blocco) dello scatto remoto, di solito è una piccola leva posta o sopra o di fianco al pulsante di scatto. Nei piccoli scatti remoti wireless, con la macchina in bulb, un primo click apre l’otturatore, che si chiuderà soltanto con il successivo click.

    Qualche trucco per “la sequenza”:

    • disattiviamo ASSOLUTAMENTE la riduzione del rumore sulle pose lunghe o altrimenti l’intervallometro non riuscirà a pilotare correttamente la macchina,
    • usiamo l’accortezza di memorizzare le varie sequenze in cartelle diverse, risulterà più agevole montarle successivamente;
    • possiamo impostare il tempo di posa direttamente dall’intervallometro, ma questo comporterà che la macchina sia impostata su bulb;
    • possiamo impostare il tempo in macchina e impostare il ritardo tra uno scatto e l’altro con l’intervallometro  – leggiamo con attenzione le istruzioni dell’intervallometro, funzionano più o meno tutti allo stesso modo, solo che alcuni interpretano il ritardo tra uno scatto e l’altro in maniera assoluta, mentre altri lo sommano al tempo di esposizione impostato in macchina e questo potrebbe complicare un po’ le cose, in questo caso per ottenere uno scatto ogni 2″ con un tempo di 20″, dovremo impostare un ritardo di 22″ (2+20);
    • impostiamo la macchina in scatto continuo (soprattutto se i tempi di posa sono piuttosto brevi e il ritardo tra uno scatto e l’altro minimo);
    • impostiamo ritardi di 1″ 1,5″ al massimo.

    Personalmente preferisco scattare una sequenza e poi montarla successivamente: mi dà più flessibilità nel riempire la scena con più scie e arrivare all’esposizione voluta è un gioco da ragazzi.
    Fondamentale, nelle foto notturne di scie luminose è la composizione. Dedichiamoci molta cura. A poco serviranno mirabolanti scie colorate, se la nostra scena sarà composta malamente!

    Per i malati dei dati di scatto, la foto d’apertura è il risultato di una sequenza da 20 scatti, ognuno dei quali impostato a ISO 100, 25″, f.11 (in realtà ho anche montato un filtro ND variabile e ho ridotto la luminosità della scena di 8 stop, perché temevo che se avessi aspettato l’ora giusta per ottenere quel cielo, cioè circa le 21, l’incrocio sarebbe risultato ormai sgombro dal traffico serale).

    E ora fuori, la notte è lunga, ma non infinita.


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Cielo Sahara - Diego Gardina

Cielo sopra Abdul – foto di Diego Gardina

Sono appena tornato da un photo tour in Marocco dove il momento culmine era rappresentato dalla sessione fotografica notturna nel deserto del Sahara.
Uno dei partecipanti ha avuto la stoica costanza di appostarsi per ben due ore al fianco della sua macchina fotografica puntata verso la Polare e ho deciso di premiare la sua abnegazione utilizzando il suo scatto in questo post divulgativo – grazie Diego Gardina.

Allora, vediamo come fare per scattare delle belle foto al cielo notturno…

COSA SERVE?

  • cavalletto
  • scatto remoto o intervallometro
  • torcia
  • timer (non necessario)
  • tanta pazienza

Se non avete un cavalletto, girate pure i tacchi e tornatevene a casa, non potrete scattare nulla di valido.
Il cavalletto è l’accessorio indispensabile della fotografia notturna, permette di mantenere la macchina puntata per tempi anche davvero lunghi, senza il pericolo che gli scatti vengano mossi.
Scegliete un cavalletto solido, ripagherà la spesa con il risultato.

Dotatevi inoltre di uno scatto flessibile, meglio se intervallometro.
Lo scatto flessibile vi aiuta a mantenere la macchina immobile, mentre con un intervallometro avete accesso a tutta una serie di funzioni, quali ad esempio la possibilità di stabilire un numero di scatti in sequenza, intervallati da un certo tempo fissi – vedremo a cosa può servire.

Esistono due modi di fotografare le stelle di notte: puntiforme o strisciate.

Il movimento della terra attorno al proprio asse verticale, allineati idealmente con la Stella Polare (nell’emisfero settentrionale) o con la Croce del Sud (nell’emisfero meridionale) fa sì che se usiamo un tempo lungo, le stelle vengono riprodotte con una strisciata concentrica alla Polare o alla Croce del Sud, più o meno lunga a seconda della durata di esposizione.

PUNTIFORMI
Se vogliamo ottenere il firmamento come un insieme di puntini chiari fissi, dobbiamo utilizzare un tempo di scatto veloce.
Attenzione però, per avere la certezza che il tempo che stiamo utilizzando sia sufficientemente veloce per ottenere stelle puntiforme possiamo affidarci ad una regoletta che arriva dal passato: la regola dei 500.

Se possedete una macchina Full Frame, dividete 500 per la focale che state impiegando e il risultato sarà il tempo massimo che potrete utilizzare, al di sotto del quale avrete la certezza che le stelle vengano a forma di punto.
Per Nikon DX, anziché 500 utilizzate 333 e per Canon DX, 312.
Per cui, se montate un 35mm su una Nikon Full Frame, il tempo limite sarà di 14 secondi circa. Per cui basterà impostare un tempo inferiore per avere la certezza che le stelle non si muovano. Tutto chiaro? Spero di sì.

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Stelle sul Sahara – 14mm f. 2.8 @30″ ISO 2500

STRISCE DI STELLE
Questa è forse la soluzione più divertente, anche perché così, le stelle, le si può vedere soltanto grazie alla fotografia.
Per ottenere strisce di stelle bisogna impiegare tempi lunghi, a volte anche della durata di ore.
Una soluzione è quella di impostare la macchina sul cavalletto, collegare lo scatto remoto, impostare il diaframma più chiuso a disposizione e tenere l’otturatore aperto per tutto il tempo necessario –  60 minuti come minimo, ma anche due o tre ore.
Così operando però il sensore, costretto a lavorare per tutto il tempo per il quale l’otturatore è aperto, frigge, introducendo rumore e perdendo di efficacia.
Ed ecco che ci vengono in aiuto software e intervallometro.
Colleghiamo l’intervallometro, impostiamo un’esposizione tra i 20″ e i 30″ e impostiamo un numero di scatti che arrivino a coprire due ore circa, separati da un secondo al massimo.
Otterrete, nel caso di un’esposizione totale di due ore, 240 scatti da 30″, che poi monterete in Photoshop o in StaStaX – e vi assicuro che l’operazione è indolore.
Facendo così, calcolare la corretta esposizione sarà davvero un gioco da ragazzi.
Basterà fare i conti con l’esposizione base di 30″ (come nell’esempio), al resto ci penserà il vostro intervallometro.
Ricordatevi di avere le batterie della macchina cariche e di esservi portati un giaciglio comodo e caldo.
Fate partire l’intervallometro e godetevi lo spettacolo del firmamento, accompagnati dall’ipnotico suono della vostra reflex che scatta ogni 30 secondi – vi consiglio di togliere la riduzione di rumore per le alte esposizioni, impostare lo scatto a raffica o continuo, togliere l’autofocus e la riduzione di vibrazione dagli obiettivi

Cielo Sahara - Diego Gardina

Cielo sopra Abdul (foto di Diego Gardina) – montaggio in StarStaX di 240 scatti, 14mm f.1.4 @30″ ISO 400

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Castellazzara – scatto unico, 14mm f.2.8 @17′ ISO 100


 

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