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Archive for the ‘Per chi comincia…’ Category

Ci siamo! Il conto alla rovescia è entrato nella sua fase calda: meno di un mese a Natale!
… giusto il tempo per prepararci e farci trovare pronti con uno degli appuntamenti fotografici per antonomasia, dettati dal calendari: le festività natalizie!

In questa manciata di settimane che ci separa dal fatidico venticinque, vi invito a fare un gioco, che, nella mia speranza, cela delle ottime possibilità per farci crescere come fotografi. Ci state!? Bene!
Si tratta di un gioco molto semplice: FINGIAMOCI DEI PROFESSIONISTI e proviamo ad impegnare il tempo che ci separa dalle festività come farebbero i professionisti alle prese con un progetto da svolgere – quello che nel jargon anglofilo si chiama assignment e cioè un lavoro assegnato al fotografo da un cliente o dal suo giornale: l’incarico.
Nel nostro gioco, l’incarico che ci è stato assegnato  è questo: FOTOGRAFARE IL NATALE.

Diamoci da fare, perché tutto sommato il tempo a disposizione non è mai abbastanza.
E ricordiamoci: siamo professionisti e non possiamo permetterci di bucare l’ìncarico – che in parole povere significa, “far cagare” (!!!).

Al lavoro, dunque!

Assignment: FOTOGRAFARE IL NATALE
Consegna: 6 gennaio 2018

Pianifichiamo il progetto

Solitamente il cliente passa al fotografo quello che viene chiamato brief, un documento nel quale esprime il tipo di progetto che si attende, il numero di scatti, il mood, e cose simile. Qualche volta, però, capita che il cliente lasci carta bianca al professionista – “fa come credi, ma portami qualcosa di nuovo/emozionante/personale” e, quando questo capita, il fotografo, da un canto, si rallegra perché non ha paletti o imposizioni da rispettare, da un’altro canto, è cosciente di prendersi un grandissimo rischio, caricandosi sulle proprie spalle tutto il peso del successo finale del progetto.
Nel nostro gioco, il cliente ci ha dato carta bianca, per cui, sarà meglio avere le idee chiare.
Pianifichiamo il nostro assignment.
Muniamoci di carta e penna o di tablet o di qualsiasi altra cosa e cominciamo a buttare giù tutto ciò che può darci una mano per mettere a fuoco il tipo di progetto che andremo a realizzare.
Prendiamo nota di cosa intendiamo fotografare (di quello che considereremo il nostro soggetto principale), del mood generale che vogliamo dare al nostro progetto, appuntiamoci il tipo di linguaggio che pensiamo di usare e il numero di scatti finale.
Poi, più sotto, elenchiamo le eventuali complicazioni legate alla logistica – luoghi e spostamenti – e poi fissiamo l’agenda del progetto, quando pensiamo di scattare, quando inizieremo a scegliere gli scatti buoni, magari a post-produrli, tenendo bene in mente le festività e la “data di consegna” – che introduce sempre un sano briciolo di ansia.
Nel buttare giù l’agenda del nostro progetto, teniamo conto di tutte le variabili possibili.
L’agenda del progetto ci deve aiutare a non imbarcarci in qualche cosa che ha bisogno di dieci giorni pieni di scatti fotografici, se tra una visita ai parenti e una recita a scuola del figlio, non che la messa di mezzanotte del 24, di giorni a disposizione ne abbiamo soltanto sei.
Consideriamo spostamenti e tempi per gli spostamenti. Documentiamoci su ciò che ci aspettiamo di trovare e sulla sua effettiva possibilità di fotografarlo.  Non c’è nulla di più frustrante arrivare sul posto e, di fronte al nulla, sentirsi dire, “ah, ma quello che vuole lei, c’era ieri”. Il web è una risorsa incredibile e va sfruttata per evitare fallimenti di proporzioni tragiche.
Ricordiamoci però che, anche la pianificazione più dettagliata, può saltare per colpa di una variabile del tutto al di fuori del nostro controllo, per cui, teniamoci sempre pronti ad essere costretti a cambiare in corso. Pensiamo sempre ad un piano B – soprattutto se il nostro progetto è fortemente legato alle condizioni meteorologiche.

Facciamo una lista, la lista delle idee

Chiediamoci cosa faccia Natale…

  • albero e/o presepe
  • luminarie
  • processione
  • candele
  • regali
  • dolci tipici
  • pupazzi di neve
  • agrifogli

Magari ci vengono anche altre idee… meglio ancora.
Buttiamole giù! Da questa lista, prenderà forma il nostro incarico.
Potremo scegliere un solo punto o due, tre, anche quattro o cinque… dipende soltanto da noi e da cosa intendiamo mettere nel nostro progetto. Ma, credetemi, vedere le idee una sotto l’altra, aiuta molto.

E ora… un’altra lista! La shot list.

Già vi sento… questo è fissato con ‘ste liste. Un po’, ma credetemi, aiutano davvero…
La seconda lista che vi consiglio di compilare e quella che i professionisti chiamano shot list.
La shot list mette in fila gli scatti che (come minimo) contiamo di portarci a casa per chiudere il progetto.
Nella nostra shot list elencheremo gli scatti che intendiamo realizzare, aggiungendo qualche indicazione tecnica (primo piano, istantanea, campo largo, ecc.) o qualche indicazione relativa a luoghi o alla logistica.
La shot list è uno strumento semplice, ma molto potente con il quale moltissimi professionisti riescono a definire con cura e precisione l’entità del progetto, il numero di scatti, gli eventuali ostacoli.
Non significa che se non è sulla lista, allora non lo scattiamo. Piuttosto, significa: ho scattato tutto quello che avevo messo in lista!?

 

Controlliamo l’attrezzatura

Puliamo o portiamo a pulire la nostra macchina fotografica e gli obiettivi., tenendo bene a mente che il tempo potrebbe rivelarsi particolarmente tiranno.
Proviamo tutti gli accessori di cui disponiamo, se alcuni di questi sono alimentati a batteria, acquistiamo le varie batterie di ricambio. Arrivare sul posto, montare la macchina sul cavalletto, magari in una fredda sera di dicembre per poi scoprire che le batterie CR25 del nostro intervallometro sono completamente scariche, significa una cosa soltanto: dietro front, si torna a casa!
Acquistiamo le card necessarie e le eventuali batteria di ricambio.
Recuperiamo i vari manuali e diamo nuovamente un occhio a quei comandi o a quelle modalità che ancora non ci entrano nella testa o rispolveriamo come impostare i parametri di accessori che magari usiamo meno di altri.
È frustrante non ricordarsi come impostare il numero di scatti e l’incremento in EV, se abbiamo deciso di fotografare le festività in HDR, per colpa di quel maledetto manuale, che non leggiamo mai, ci tocca fare tutto a mano, quando la nostra reflex potrebbe fare più rapidamente e in automatico.
Controlliamo di possedere l’attrezzatura necessaria per fare quello che ci siamo appuntati in fase di pianificazione.
È perfettamente inutile aver scelto un progetto che si basa sui dettagli, se poi non possediamo un obiettivo in grado di esaltare i dettagli.

E ora qualche idea, per il nostro assignment natalizio…

Le luminarie.
Le luci di Natale offrono una grande opportunità fotografica e tra l’altro, ormai, compaiono sempre prima e questo potrebbe giocare a nostro favore. Vediamo come possiamo sfruttarle.
Possiamo farle diventare le protagoniste del nostro progetto, se ci piace e quindi trattarle come i soggetti principali. In questo caso, dovremo essere abili nel trovarne di interessanti e diverse tra loro.
Possiamo impiegarle come caratteristici elementi di sfondo. Le luci di natale, come ideali complementi il cui compito è quello di influenzare l’atmosfera dei nostri scatti – il mood.
Se pensiamo di fotografare le luminarie natalizie, prepariamoci a scattare poco prima dell’imbrunire, quando il cielo, cioè, conserva ancora un po’ di colore e ricordiamoci di portare il cavalletto, perché potrebbe quasi sempre essere necessario scattare con un tempo lungo.
Le luci di natale offrono la possibilità di scatti molto grafici, grazie al loro ripetersi e al loro essere segni grafici luminosi su uno sfondo, solitamente, scuro.
Componiamo con cura. Simmetria, ripetizione e cornici potrebbero essere le regole con le quali costruire le nostre inquadrature, senza però dimenticare l’impiego delle immagini sovrapposte (juxtapposition) o del riflesso. Qualunque sia il tipo di composizione che decideremo di usare, COMPONIAMO CON CALMA e CURA.
Per quanto riguarda l’esposizione, consiglio di leggerla su tutta la scena e di sovraesporre rispetto ai parametri consigliati – da 1/2 EV ad 1 EV o stop. Se scattiamo in manuale, basta aprire il diaframma, se invece stiamo scattando in una delle due modalità semi-automatica (priorità di tempo o priorità di diaframma), usiamo il tastino di compensazione dell’esposizione.
L’esperienza, mi dice che ci porteremo a casa un ricordo del Natale molto classico.
Portiamoci un cavalletto e, a meno che il tipo di scatto non sia costruito per avere uno sfondo completamente sfocato, impostiamo un diaframma piuttosto chiuso (f/ grande, per intenderci), in modo da garantirci la profondità di campo massima.
Una volta assicurata la macchina sul cavalletto e impostato un diaframma chiuso, verrà normale trovarsi a lavorare con tempi piuttosto lunghi. Se non possediamo uno scatto remoto, impostiamo l’autoscatto e… click!

L’albero di Natale
Per cogliere lo spirito delle festività, però, non è per forza necessario uscire nel freddo della sera. Nel caldo e nella comodità della nostra casa, l’albero e le sue luci ci offre un’ottima possibile alternativa.
Come per le luminarie, anche il nostro albero casalingo, può venire trattato come soggetto principale o come elemento accessorio, per raccontare le piccole grandi storie che vanno in scena tra le pareti di casa nostra – e credetemi, possono davvero essere moltissime: i nostri figli, la nostra compagna, i regali, nostro marito o nostra moglie, i nostri gatti o cani.
Qualsiasi siano le storie familiari che decideremo di raccontare, NON cediamo alla tentazione di spegnere tutte le luci della stanza e di lasciare solo il nostro albero, assicuriamoci invece che l’albero non diventi la fonte di luce principale, soprattutto se pensiamo di trattarlo come soggetto principale: rischieremmo di ottenere una serie si scatti male illuminati e poco suggestivi.
Se l’albero di natale fosse il nostro soggetto principale, consiglio a tutti di assicurare la macchina al cavalletto e sperimentare inquadrature alternative e spinte.
Se invece l’albero sarà soltanto un elemento accessorio dei nostri scatti, delle nostre storie fotografiche, tutto dipenderà da cosa abbiamo deciso di immortalare. Per qualche scatto posato, il cavalletto può tornare ancora molto utile, per il resto dovremo cavarcela scattando a mano.
Riuscire ad immortalare i nostri figli o nostra moglie o il nostro compagno, mantenendo tutta la naturalezza del momento, è una questione di rapidità, a questo proposito consiglio di impostare la macchina in una delle due modalità di scatto semi-automatiche – avremo un parametro in meno da impostare.
Ricordiamoci che l’esposimetro ci consiglierà, un tempo e un diaframma, ad un dato valore ISO, per ottenere uno stupendo grigio medio. Per cui, se vogliamo ottenere un mood più intimo, compensiamo sottoespoespondo, mentre se la gioia delle luci dell’albero, potrebbero voler richiedere una compensazione positiva. La scelta è SEMPRE nostra, ma è importante non dimenticare per cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: il grigio medio (!).
Attenzione al bilanciamento del bianco, soprattutto per chi di noi sceglierà di scattare in JPEG e non in RAW.
Le luci di casa sono generalmente luci calde, per cui premuriamoci di impostare il nostro punto di bianco su valori bassi, in modo che la macchina fotografica riesca a neutralizzare le dominanti eccessivamente rosse o arancio.
Controlliamo il manuale e impostiamo il bilanciamento del bianco corretto. I modelli più sofisticati permetto di impostare la temperatura in gradi Kelvin voluta, i modelli più economici offrono una o due impostazioni per neutralizzare le dominanti introdotte dalle lampade di casa: leggiamo per bene il manuale!

 

Proviamo a raccontare piccole storie
Non dimentichiamoci che le fotografie che restano nella memoria sono quelle che raccontano storie.
Immortaliamo la preparazione dei dolci, i regali sotto l’albero. Scattiamo quando i nostri figli sono intenti a scartare i doni, magari cercando di essere il più invisibili possibile.
Ragioniamo in termini di storia. Scegliamo quello che sarà il nostro scatto principale, magari un ritratto e poi corrediamolo di qualche scatto più ampio, che documenti l’atmosfera, e di qualche dettaglio stretto su oggetti particolari (i biscotti, i disegni della carta da regalo, i fiocchi, le palline dell’albero, ecc.).
Per gli scatti ampi, scegliamo un grandangolo e un diaframma chiuso. Per i dettagli, preferiamo  una focale maggiore, aperta al massimo.
Le storie natalizie casalinghe sono ovunque: l’apertura dei doni, la famiglia a cena, la famiglia che cuoce i biscotti e molte altre ancora. Ogni casa ha le sue tradizioni e il fotografo di casa ha il compito di documentarle.

Il fotoreporter di casa

Ecco l’incarico nell’incarico! Perché no!?
Perché non improvvisarci fotoreporter e realizzare un reportage, squisitamente cronologico che documenti il Natale in famiglia, dalla sera della vigilia, alla sera del 25!?
Potrebbe regalarci un Natale diverso dal solito.
Come si fa!?
Documentiamoci. Diamo un occhio a qualche rivista o a qualche periodico, per farci un’idea di come sia costruito un reportage, in modo poi da essere in grado di cotruirne uno tutto nostro – il mio consiglio è una ventina al massimo di foto, da usare per documentare l’attesa, gli addobbi, la cena del 24 o l’apertura dei regali, il pranzo del 25, i parenti, la tombola, i dolci, le carte colorate e tutto quello che tradizionalmente succede nelle nostre case, tra la vigilia e il giorno di natale.
La cronologia potrebbe essere l’asse principale sul quale sviluppare il nostro personale reportage natalizio.
Concentriamoci sul creare un ritmo narrativo, questo riusciamo a farlo variando le inquadrature, alternando primi piani a campi allargati, scattando foto posate e scatti rubati, cogliendo qualche dettaglio molto stretto e, perché no, anche qualche ritratto.
Sono certo che non saranno le solite foto di Natale


A marzo, noi andiamo a fotografare in Marocco… vieni con noi!
Scopri qui come.


 

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Si fotografa assieme

“Ma non ci sono lezioni!?” oppure “Ah, ma io pensavo fossero la stessa cosa!” e ancora “Ma se non sono previste lezioni, scusi, ci posso pure andare per i fatti miei!”…

E queste sono soltanto alcune domande o commenti che ho raccolto da quando organizzo workshop fotografici e photo tour, o viaggi fotografici. Per cui mi sono detto, forse non è proprio così chiara la differenza tra le due attività… forse varrebbe la pena provare a spiegarla una volta per tutte, in modo che scegliere serenamente e avere ben chiaro quello che ci aspetta sia alla portata di tutti.

C’è un’enorme differenza tra un workshop e un photo tour – anche se poi, coloro che arriveranno fino in fondo a questo post scopriranno che io non la metto giù così dura… ma torniamo a noi…

Le differenze tra un workshop e un photo tour

  • un workshop è un evento che mira ad affrontare un argomento specifico, solitamente attraverso una sessione teorica, supportata da una sessione pratica.
    In realtà anche qui c’è un po’ di confusione e alcuni di noi organizzano e vendono workshop dove l’attività formativa (la lezione, per intenderci) non c’è e tutto si svolge in un “momento collettivo” dove il gruppo dei partecipanti viene stimolato dal fotografo che tiene il workshop a mettere in pratica le proprie conoscenze o ad affrontare un “compito” particolare. Questo è molto diffuso negli workshop di ritratto, di boudoir, di glamour o di moda, deve è presente una modella (di solito), un’attrezzatura fissa e una location (studio o altro). Questa tipologia di workshop si rivolge a fotografi che già hanno dalla loro una certa esperienza, ma che, per ragioni più o meno evidenti, non si mai cimentati, ad esempio, nel fotografare una modella nuda in pose glam. Il workshop fornisce loro la possibilità di provare, guidati dai consigli di un professionista. Tutti affrontano lo stesso esercizio e la parte formativa è spesso relegata ad una rapida sessione di coda, durante la quale si commentano i vari scatti prodotti nella corso del workshop.
    Altre tipologie di workshop, invece, assumono una veste più vicina ad mini-corso e si pongono come obiettivo principale quello di insegnare e lo fa attraverso sessioni teoriche ed esercizi pratici di gruppo, sempre sotto la guida di un professionista. Questa tipologia di workshop, naturalmente a seconda dell’argomento affrontato, si rivolge a chi, magari, quell’argomento non lo conosce nello specifico, o lo vuole approfondire. Anche in questo tipo di workshop, l’argomento affrontato è solitamente piuttosto specifico, proprio per non riuscire a raggiungere un certo livello di approfondimento.
  • un photo tour è invece un viaggio fotografico studiato e organizzato in modo che i partecipanti possano cogliere il meglio delle opportunità fotografiche che l’itinerario offre. Nonostante un fotografo professionista accompagni il gruppo per tutto il viaggio, solitamente nel corso di un photo tour non sono previste lezioni.
    Un photo tour, se studiato bene, ha tempi e logistica pensati per la fotografia. Si tratta di un viaggio, ma non va confuso con un normale viaggio turistico. Un photo tour può prevedere sessioni fotografiche all’alba o al tramonto o sessioni notturne, a seconda di dove ci si trovi. Sempre perché non si tratta di un viaggio turistico, un photo tour solitamente non prevede la presenza di una guida turistica, ma di un fotografo – naturalmente nulla vieta che ci sia anche una guida fissa o che più guide completino l’esperienza del tour.

In soldoni, queste sono le differenze.

Cosa scegliere

Cercate delle lezioni mirate? Volete approfondire un aspetto della fotografia che non vi è ancora familiare?
La risposta è semplice: workshop.
Volete finalmente fotografare in viaggio, senza dovere sottostare a tempi dettati da chi con la fotografia non ha nulla a che fare? Volete viaggiare, fotografare e confrontarvi con altri fotografi? Volete viaggiare e non posare mai la macchina fotografica per tutto il tempo?
La risposta è: photo tour – e non serve che siate esperti, anzi, spesso è proprio chi è alle prime armi che ottiene il massimo da un photo tour, perché ha la possibilità di fotografare molto e di confrontarsi con il resto del gruppo.

Io non ci sono. Non ci sono perché sono loro, il gruppo, il vero soggetto di un photo tour

Come la vedo io

Io non riesco a vedere tutta questa divisione netta, gli workshop da una parte, i photo tour dall’altra.
Personalmente penso che un workshop debba avere una forte componente formativa… in poche parole: un workshop deve fornire una serie strumenti pratici e teorici perché i partecipanti possano crescere, fotograficamente parlando.
Sono anche convinto che un workshop, solitamente, debba occuparsi di un argomento molto specifico e che debba concentrarsi in un tempo breve. Vedo un workshop come un corso concentrato e focalizzato su un argomento preciso e delimitato, dove la teoria possa trovare il suo giusto spazio, ma dove la pratica sappia far apprezzare la teoria, oltre che a consolidarla.
Nei miei workshop, lo dico sempre, nessuno porterà mai a casa scatti di cui andarne fiero. E dovreste vedere la faccia delusa, quando se lo sentono dire. Ma è così! Nei miei workshop, mediamente, gli scatti del gruppo sono mediocri, ma non perché i partecipanti ai miei workshop siano scarsi, tutt’altro, ma perché non è quello l’obiettivo che mi pongo.
Io VOGLIO che vadano a casa con qualcosa di concreto, sia nei concetti, sia nella pratica, da poter impiegare poi, ancora e ancora e ancora, e scattando foto memorabili ancora e ancora e ancora.

Un photo tour, invece, secondo me, deve saper privilegiare i luoghi e le genti che abitano quei luoghi.
Credo che un photo tour debba essere soprattutto un’esperienza di viaggio. Sono anche però assolutamente convinto che un photo tour debba sempre avere la fotografia al centro, la fotografia come attività cardine e scopo finale e questo credo sia possibile soltanto attraverso la conoscenza dei luoghi che si attraversano e un’organizzazione attenta agli spostamenti, agli orari e ai tempi.
Non potrei mai proporre un photo tour lungo un itinerario che non ho mai percorso, che non ho mai fotografato.
Forse questo un po’ limiterà la mia offerta, ma sono certo che ne guadagnerà la qualità.

Io mi conosco e conosco quanto mi appassioni, per cui il rischio che un mio photo tour si trasformi in una sorta di workshop itinerante e sempre molto presente.

Sono convinto che il fotografo professionista che accompagna il gruppo debba sempre essere a disposizione del gruppo, di tutto il gruppo e non soltanto di alcuni, magari quelli che fotografano meglio. Anzi io credo che il fotografo che accompagna il gruppo debba dedicare più tempo ed energie a chi ha meno esperienza, all’interno del gruppo.
E poi che debba anche  mostrarsi estremamente proattivo, e cioè stimolare i partecipanti a cimentarsi in aspetti della fotografia che magari sentono meno loro o che non affrontano frequentemente. Ovvio che il rischio di diventare pedanti c’è, ma basta ricordarsi che, comunque, chi si iscrive e partecipa a un photo tour, vuole soprattutto due cose: stare bene e sentirsi in vacanza, con la macchina fotografica in mano – ma niente imposizioni, niente obblighi, niente imposizioni assurde stile naja.

Io mi impegno ad accompagnare il gruppo da dentro il gruppo.
Mi spiego, mentre negli workshop difficilmente fotografo e preferisco dare consigli e assistere, durante i photo tour mi carico il mio zaino sulle spalle e fotografo con il resto del gruppo e sottolineo con il gruppo, non prima del gruppo, pessima abitudine di alcuni miei colleghi, anche più rinomati, che accompagnano i gruppi, ma, una volta sul posto, prima si occupano dei loro scatti e poi tolgono l’embargo al luogo. Onestamente non ne capisco il senso. Perché non andarci da soli, allora!? Per andarci a spese di un gruppo di entusiasti che hanno soltanto voglia di imparare!? Per paura che poi qualcuno possa rubare loro trucchetti e segreti!? Bah… non li capisco e basta. Ho sentito una volta di troppo di professionisti che riservano per loro stessi l’ora giusta e lo spot giusto e, soltanto dopo aver portato a casa i loro scatti giusti, lasciano al gruppo ciò che resta del divertimento. Bah…
Sarà, ma se siamo in 12, indovinate un po’ che scatta per dodicesimo nei miei photo tour…

Il compito di chi guida il gruppo è quello di mettere tutti nelle condizioni di fotografare al meglio, di essere presente e farsi trovare pronto per un consiglio, per una dritta, per un commento. Chi guida il gruppo non deve imporre tediose lezioni se non sono gradite, ma non deve sottrarsi nel momento in cui gli venissero chiesto, certo un photo tour, teoricamente non prevederebbe lezioni, ma… ma un chissenefrega non ce lo vogliamo mettere!?
Chi guida un gruppo non deve nutrire gelosie per i suoi segreti, io li considero un po’ come i segreti di Pulcinella, ognuno di noi ha personalità, visioni e ragioni diverse per fotografare e i nostri segreti sono davvero piccoli piccoli.
Chi guida un gruppo non deve nutrire invidie e non deve avere preferenze e cocchi… il rompicoglioni precisino deve tornare a casa con la stessa soddisfazione del bravo fotografo diligente che non apre bocca e assorbe conoscenza per osmosi.
Chi guida un gruppo deve farlo perché ha la passione per farlo, perché prova gioia nel vedere i partecipanti soddisfatti, perché anche se sono convinto che la fotografia sia un’attività per solitari, deve sentire che insegnarla è una cosa gratificante.

Hey, ma non ci sono macchine fotografiche!
Eggià… e in questa ci sono pure io.

 


Qui quello dove andiamo l’anno prossimo…


 

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In viaggio, soltanto quello che davvero pensiamo di usare

La questione è più complessa di quello che potrebbe sembrare.
Sono fermamente convinto che non esista il cavalletto ideale e, ancora di più, che non esista il cavalletto ideale per la fotografia di viaggio.
Il miglior cavalletto è quello che risponde alle nostre necessità e qui entriamo in una sfera decisamente personale.
Fotografare in viaggio comporta una scelta molto precisa dell’attrezzatura che porteremo con noi, determinata dalla meta, dal modo in cui ci si sposterà, dalle nostre abitudini di viaggiatori e fotografi.
Un cavalletto è un accessorio importante e spesso costoso e per non cadere in errore e scegliere un cavalletto che non fa quello che serve, dobbiamo rispondere ad una serie di domande.
Per cui, abbandoniamo la speranza di comprare il miglior cavalletto in assoluto e prendiamo in considerazione l’idea che, ad un certo punto, saremo chiamati a fare delle scelte e che il nostro cavalletto sarà il miglior compromesso possibile.
CI SERVE DAVVERO UN CAVALLETTO IN VIAGGIO?
Ecco la prima cosa da chiederci.
Dipende tutto da quello che intendiamo fotografare e dal linguaggio che sentiamo più nostro.
Se la nostra travel photography è più vicina alla street photography, la risposta è NO.
Se non siamo interessati a time lapse o lunghe esposizioni, ma puntiamo tutto sul reportage nudo e crudo, la risposta è ancora NO. Se siamo allergici al peso e non siamo intenzionati a caricarci, perché siamo fotografi leggeri, la risposta è nuovamente NO.

Molti, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo, si portano in viaggio un cavalletto soltanto per qualcuno gli ha detto che non può partire senza. Spesso questa è un’idiozia, che ci costringe a mettere in valigia un aggeggio pesante e ingombrante, che finiamo col non utilizzare mai, o perché non è nelle nostre corde, o perché ci manca tutta una serie di altri accessori, ad esempio. Se viaggiamo da soli e il nostro modo di fotografare non prevede l’uso di un cavalletto, NON lasciamoci convincere a comprarne uno e a portarlo con noi. NON LO USEREMO MAI! E questo me lo ha insegnato l’esperienza pratica.
Diverso invece se viaggiamo in gruppo, in quel caso potrebbe darsi che qualcuno più esperto di noi ci possa aiutare a crescere fotograficamente e magari farci apprezzare quanto possa tornare utile anche un cavalletto.
Supponiamo, invece, di aver risposto SÌ alla prima domanda, questo punto possiamo passare ad una serie di domande un po’ più specifiche per individuare il compromesso ideale in termini di cavalletti, il modello, cioè, che quasi sempre riuscirà a fare quello che ci aspettiamo faccia – ho scritto quasi sempre, sì, dobbiamo mettere in conto sin da subito che ci si presenteranno situazioni dove anche il nostro cavalletto ci deluderà.
E ora, risposto  alla prima domanda, passiamo oltre e vediamo quali sono le caratteristiche che dobbiamo prendere in considerazione nell’acquisto di un cavalletto.
DIMENSIONI
Le dimensioni contano – ah ah ah!
Eccome se contano e in particolare modo quando si parla di cavalletti.
Domandiamoci se il modello di cavalletto che abbiamo individuato, una volta chiuso, entra in valigia – vi ricordo che la maggior parte delle compagnie aeree non ammette cavalletti a bordo, ma quello che lo consentono, non ammettono cavalletti che chiusi misurino più di 60 cm.
Chiediamoci inoltre se le misure del cavalletto chiuso permettono di trasportarlo con facilità attaccato al nostro zaino, che è poi come lo trasporteremo per la maggior parte del tempo in viaggio.
PESO
In viaggio, per la maggior parte del tempo, ci portiamo tutta la nostra attrezzatura sulle spalle, ecco perché il peso è fondamentale.
Personalmente viaggio con uno zaino che pesa circa 11 kg, cavalletto escluso, per cui non sono mai stato impressionato dal peso, ma chiaramente, alla fine di una giornata di fotografia, la stanchezza può farsi sentire.
Ragioniamo sempre tenendo in conto onestamente le nostre abitudini e attitudini. Fotografare in viaggio può risultare molto stancante e farlo con più chili di quelli che siamo in grado di portare quotidianamente può farcelo odiare.
PORTATA
La portata è una delle caratteristiche fondamentale da prendere in considerazione per la scelta di un cavalletto.
Ci indica quanto possiamo caricare, in termini di peso, e questo naturalmente è importantissimo.
Dobbiamo sempre consultare le specifiche tecniche di ogni modello e individuare i modelli che sono in grado di supportare il peso della nostra attrezzatura – ricordiamoci che dobbiamo sempre fare i conti con peso del corpo macchina, sommato al peso della nostra ottica più spinta e a questo risultato, sommare il peso di qualche altro possibile accessorio.

ROBUSTEZZA
Altro aspetto fondamentale.
La robustezza è data dal materiale con cui il cavalletto è costruito e anche, ma soltanto in parte, dal numero di sezioni che compone ogni staffa.
I materiali impiegati nell’ultima generazione di cavalletti, come ad esempio il carbonio o il basalto, combinano estrema robustezza a leggerezza, ma purtroppo, anche ad un prezzo piuttosto altro.
Chiediamoci per cosa useremo il nostro cavalletto principalmente. Time lapse da ore? Star trailing da ore? o più semplicemente qualche lunga esposizione al tramonto o all’alba? Questo ci aiuta a capire se abbiamo bisogno di un cavalletto super robusto o se possiamo accontentarci di qualcosa di meno strabiliante.

ALTEZZA
Ed eccoci ad una caratteristica a doppio taglio: l’altezza del cavalletto completamente esteso e quella del cavalletto chiuso.
Sono due aspetti importanti.
Il primo perché determina il massimo punto di ripresa consentito – purtroppo i modelli più economici si fermano abbastanza prima dell’altezza occhi – e il secondo determina quanto compatto può diventare il nostro cavalletto.

PREZZO
Agh! Le note dolenti. Il prezzo di solito riassume le caratteristiche. Un cavalletto robusto, leggero, alto, ma compatto e che possa venire caricato con svariati chilogrammi di attrezzatura… COSTA!
Io sono dell’idea che non convenga MAI risparmiare troppo, soprattutto se confidiamo molto nell’uso del cavalletto, ma neppure gettare i nostri soldi.

… e ricordiamoci, non esiste il cavalletto ideale, ma soltanto quello che fa quello che ci serve.


Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara.
CLICCA QUI


 

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Tra spettacolo e combattimento, l’arte marziale indiana kalari payat offre spunti incredibili per provare a congelare l’azione.

Uno degli aspetti forse più intriganti della fotografia è proprio la sua capacità di congelare l’azione, permettendoci così di cogliere il momento, come altrimenti non saremmo in grado di fare, ma scattare buone fotografie con soggetti in movimento richiede una certa esperienza, che soltanto la pratica ci può dare.

In quasi tutte le situazioni dinamiche, esiste un particolare momento che riassume in modo efficace l’intera sequenza del movimento e noi dobbiamo essere capaci di cogliere esattamente quel momento – il climax dell’azione – e per fare questo possiamo scegliere tra due approcci: anticipare il movimento del soggetto oppure scattare una raffica di scatti in rapida successione.
Qualunque sia la nostra filosofia di scatto, scatto singolo o raffica, dovremo in ogni caso avere la macchina pronta, con tutti i parametri fondamentali (ISO, apertura e tempo) impostati correttamente per lo scatto, perché, mediamente, non ci sarà tempo per regolarli mentre si svolgerà l’azione che intendiamo congelare.
Facciamo molta attenzione all’inquadratura. Evitiamo di stringere troppo in fase di scatto, in modo da non tagliare inavvertitamente il soggetto, potremo sempre intervenire in fase di editing e apportare un crop più stretto.
Attenzione anche quando scegliamo focali più corte: tenderanno chiaramente ad offrire una maggiore profondità di campo e, nel caso fossero presenti più elementi, l’inquadratura potrebbe risultare un po’ affollata e così distogliere l’attenzione di chi guarda da ciò che davvero conta – con obiettivi corti, dobbiamo comporre con maggior cura.

L’arena di un combattimento di kalari payat attraverso l’occhio di un 8mm. Maggiore è il campo inquadrato e maggiore dovrà essere la cura che mettiamo nel comporre e nella scelta del momento da immortalare. Il ruolo del soggetto principale dev’essere sempre chiaro.

Se vogliamo congelare l’azione con successo, DOBBIAMO, anticipare i tempi, che significa fondamentalmente comporre l’inquadratura prima, impostare il tempo che riteniamo sufficiente per congelare il movimento del soggetto, impostare il diaframma corretto, tenendo conto anche di come il diaframma vada ad influenzare ciò che sarà a fuoco e ciò che invece risulterà sfocato.
Fatte queste operazioni… dito sul pulsante di scatto e occhi ben aperti!

Quale tempo scegliere?

Quello più rapido possibile, mi verrebbe da dire. Mai come quando decidiamo di congelare il movimento, abbondare con la rapidità del tempo di posa non può che aiutare.
A volte però conviene scegliere un tempo meno rapido, che riesca a congelare il grosso del movimento, ma che lasci intuire il dinamismo della scena attraverso alcuni dettagli mossi.

Un tempo rapido, ma non troppo rapido, ed ecco che rendiamo lo scatto ancora più dinamico

Quale modalità di scatto usare?

Il manuale, il famigerato manuale, potrebbe risultare un po’ macchinoso da gestire, per cui il mio consiglio, quando abbiamo a che fare con l’azione, è quello di impostare la macchina su una  delle due modalità semi-automatiche – A e S per i nikonisti, Av e Tv per i canonisti.

Quale scegliere tra le due modalità?
Molti risponderanno sicuri “priorità di tempo!” (S o Tv).
Corretto.  Se consideriamo il fatto che è proprio il tempo di posa che influisce sul congelamento dell’azione, scegliere di scattare in priorità di tempo è sicuramente la scelta corretta.
Per cui, impostiamo un tempo che riteniamo sufficientemente rapido per congelare l’azione e lasciamo che sia la macchina a scegliere il diaframma per noi. Click! Gioco fatto.

Ma non sarebbe neppure sbagliato scegliere di scattare in priorità di diaframma (A o Av).
Impostando il diaframma controlliamo meglio la profondità di campo e la profondità  di campo ci permette di isolare ancora di più il soggetto. Dunque anche la priorità di diaframma potrebbe risultare una scelta corretta,  a patto però  che non si perda di vista il tempo di posa suggerito dalla macchina.
In condizioni di luce buona, scegliendo un diaframma molto aperto, la macchina imposterà un tempo molto rapido – che va benissimo – ma, in condizioni di luce scarsa, potrebbe darsi che il tempo suggerito non sia sufficientemente rapido per lo scopo che ci proponiamo. Per cui, dobbiamo fare maggiore attenzione se scegliamo di scattare in priorità di diaframma una scena dinamica, con l’intenzione di bloccare il movimento del soggetto.

Ricordiamoci che nelle modalità semi-automatiche, la macchina suggerisce il secondo parametro, che sia diaframma o tempo, in modo da esporre correttamente e cioè riportare la scena al fatidico grigio medio, per cui non dimentichiamoci di lavorare di compensazione, positiva o negativa, per ottenere l’esposizione che preferiamo.

Quando scattavo ancora in pellicola, me ne sarei guardato bene, ma ora mi affido allo scatto a raffica, mi garantisce, con un ridotto margine di errore, la certezza di cogliere il momento giusto all’interno di una sequenza.

ISO automatici?

Perché no!? Impostare la macchina su ISO automatici ci garantisce una flessibilità maggiore, in quanto sarà proprio la nostra reflex ad apportare le necessarie modifiche della sensibilità, nel caso fosse necessario – ad esempio nel caso in cui il soggetto, durante il suo percorso, attraversasse una zona d’ombra molto più buia della media della scena.
Per inciso, questa funzione, interviene sugli ISO per garantire un’esposizione corretta in corrispondenza di qualunque coppia tempo/diaframma impostata (fino, naturalmente al massimo del valore disponibile).

Il fuoco è tutto.

Un fuoco preciso, in uno scatto che congela l’azione, fa la differenza, anche se mettere a fuoco con precisione assoluta un soggetto che si muove, soprattutto se il movimento è casuale, non è assolutamente semplice.
L’autofocus ci toglie le castagne dal fuoco – quasi sempre.
Ma se vogliamo evitare brutte sorprese, dobbiamo conoscere a fondo le modalità di autofocus che che ci mette a disposizione la nostra macchina. E, ahimè, ci tocca aprire l’odiato manuale.
Innanzitutto impostiamo la modalità fuoco continuo, in questo modo la macchina continuerà a mettere a fuoco il soggetto inquadrato fin tanto che terremo premuto per metà il pulsante di scatto.
Questo ci permetterà di seguire il soggetto in movimento, mantenendolo sempre a fuoco ed è il punto di partenza per cimentarsi con soggetti che si muovono.
Ogni modello di reflex offre poi modalità più o meno complesse e flessibili di messa a fuoco automatica – più sofisticato è il nostro modello e, in genere, più ampia è la scelta delle modalità di autofocus.
Non ci resta che leggere a fondo il manuale del nostro modello e passare in rassegna quello che il nostro modello ci mette a disposizione.
Solitamente la differenza tra le varie modalità di messa a fuoco automatica è legata al numero di punti sui quali la macchina prende il fuoco, sulla loro disposizione all’interno dell’inquadratura (pattern), sulla possibilità che, attraverso un algoritmo, la macchina possa anticipare il movimento del soggetto, fin tanto che teniamo il pulsante premuto a metà, e passare da un punto di messa a fuoco al successivo.
Insomma, ça va sans dir, DOBBIAMO LEGGERE CON ATTENZIONE IL MANUALE. È fondamentale per capire quali possibilità ci offre la nostra macchina, quali sono i limiti e i vantaggi di ognuna delle modalità di messa a fuoco automatica.

A prescindere dalla modalità di autofocus che sceglieremo, il consiglio della vecchia guardia resta sempre fondamentale: dobbiamo imparare ad anticipare il movimento del soggetto e questo ce lo regala soltanto la pratica.

Riassumendo…

  • impostiamo una modalità di scatto semi-automatica
  • impostiamo l’autofocus e scegliamo la messa a fuoco continua
  • scegliamo la modalità di autofocus
  • impostiamo i parametri tempo e diaframma
  • impostiamo la funzione ISO Automatici (ci può aiutare)
  • componiamo l’inquadratura prima
  • teniamo il pulsante premuto a metà per tenere il soggetto a fuoco e aggiornare i parametri dell’esposizione
  • e lavoriamo con tempi rapidi!

E ora fuori, a fare pratica!


Vieni a fotografare con noi. Photo Avventure: la tua dimensione del viaggio fotografico.
A breve i nuovi programmi, non perderli.


 

 

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Errori comuni. Errori recuperabili.

Un adagio napoletano recita che “nessuno nasce imparato”, che, tradotto in lingua più o meno significa che ognuno di noi deve poter commettere il suo numero di errori dovuti all’inesperienza, prima di poter accedere al livello superiore.

Ho ripensato ai numerosi errori nei quali sono caduto quando ho iniziato a fotografare, ma quella era l’era della pellicola e non fanno più testo, allora per stilare un elenco di errori un filo più aggiornato mi sono rifatto ai principianti che incontro nel corso dei miei workshop di tecniche di base.
A cosa può servire elencare alcuni tra gli errori più comuni che il fotografo alle prime armi commette? A rendersene conto e a non commetterli.

Partiamo dunque…

  1. “Io gli ISO alti non li uso.”
    Eccoci! La paura la fa da padrona  e un esercito di fotografi non si schioda da 100/200 ISO, anche quando le condizioni di luce lo richiederebbero. Ed ecco card dopo card di scatti sottoesposti.  Se vogliamo è  questo un errore compiuto pensando di fare bene, ma sempre di errore stiamo parlando.
    Gli ISO bassi garantiscono una qualità migliore, ma questo non significa che non si possa spaziare almeno fino a 600/800 ISO per i modelli più economici e addirittura 1200/1600 ISO per quelli un poco più costosi. Di certo tutti i modelli offrono prestazioni decisamente accettabili nella fascia che va dai 360 ai 600 ISO, perché dunque non sfruttare quella gamma di sensibilità per raccogliere più luce?
  2. “Non so che farmene del cavalletto. E’ soltanto un ingombro.”
    Certo, comprendo l’aspetto dell’ingombro fisico e del peso di un cavalletto, ma  possederne uno – ed usarlo – è uno di primi passi per allargare gli orizzonti creativi del proprio modo di fotografare. Riuscire a scattare anche quando la luce è bassa e cogliere quelle atmosfere crepuscolari così cariche di pathos, o cimentarsi con le strisce di luce, o, perché no, con il time lapse.
    Tutto territorio nel quale il cavalletto la fa da padrone, non contemplarlo nella nostra attrezzatura fotografica ci preclude dall’accedervi.
  3. “Sbaglio sempre modalità di autofocus.”
    Se c’è una cosa che la post-produzione non può sistemare è uno scatto fuori fuoco, ecco perché è bene capire a fondo le modalità di messa a fuoco automatica che ci offre la nostra macchina.
    Uno degli errori più frequenti è quello di aver attivato senza saperlo la modalità a fuoco singolo, quando invece stiamo fotografando scene ricche di soggetti in movimento.
    I vari modelli di reflex offrono possibilità di messa a fuoco automatica molto diverse, che vanno dal singolo punto centrale, al pattern, a complicatissimi metodi di messa a fuoco “intelligenti”.
    Uno degli aspetti frustranti è quello di aspettarsi che la macchina metta a fuoco un certo soggetto, salvo poi scoprire, solo dopo, che invece a fuoco c’è tutt’altro.
    Che fare? Leggere per bene la sezione del manuale dedicata all’autofocus e alle varie modalità offerte dal nostro modello di fotocamera.
  4.  “Non monto mai l’obiettivo corretto.”
    Ho un’amica che si è comprata un 18-300 e risponde a tutti coloro che le domandano come si trovi “da dio e poi così non devo mai cambiare obiettivo!”.
    Vero, certo , ma si tratta di una di quelle verità a metà. Se parliamo della comodità di un 18-300, non ci sono possibilità di smentita, ma se poi ci addentriamo nella qualità della resa di uno zoom così spinto, il verdetto cambia drasticamente.
    Non c’è nulla di male nel possedere uno zoom, ma bisogna aver presente che la qualità di uno zoom non sarà mai comparabile a quella di un obiettivo fisso.
    Il mio consiglio è che, via via che la nostra esperienza cresce, ci si doti di un parco lenti consono – un grandangolo, uno zoom medio e un tele, che poi, a seconda di quello che amiamo fotografare, possiamo completare con altre lenti accessorie.
    La cosa fondamentale è capire bene quali sono vantaggi e gli svantaggi di ognuna delle categorie di obiettivi, in modo da saper scegliere sempre la soluzione migliore (nel senso che meglio supporta ciò che intendiamo fotografare e la nostra creatività). Conoscere quale obiettivo ci offre la profondità di campo più estesa o l’angolo di ripresa più ristretto, quale invece ci offre il massimo schiacciamento della profondità o quale è in grado di rendere il volto umano, nelle sue proporzioni, più simile alla realtà.
    Questi possono sembrare dettagli, ma è della conoscenza di questi dettagli tecnici che è fatta la maestria di un fotografo.
  5. “Il flash è per i fotografi esperti.
    Lo ammetto, il flash un po’ spaventava anche me, quando ho iniziato – ma a mia discolpa va anche il fatto che non c’era possibilità di controllare immediatamente quello che avevo scattato.
    In effetti il flash un po’ di soggezione la mette ancora, ma il mio consiglio è che anche il principiante provi ad affacciarsi al mondo del flash, magari partendo dalla tecnica del “colpo di schiarita” (o fill-in flash). Chi invece si sente vagamente più temerario, provi a dotarsi di un flash a slitta e comincia a sperimentare un po’, vedrà che piano piano anche il flash non farà più paura.
  6. “Il back-up è una perdita di tempo.”
    … e forse lo sarà anche, almeno fino a quando, per colpa di un hard disk difettoso, gran parte delle fotografie del nostro viaggio nella foresta pluviale dell’Amazzonia genereranno un messaggio d’errore sulla falsariga di “file corrupted”, quando cercheremo di aprirle.
    Fare il back-up dei propri lavori e quasi importante quanto scattare. Non dobbiamo pensare che sia soltanto una gran perdita di tempo o un esborso di quattrini senza senso.
    La rete è ricca di consigli su come costruire il proprio flusso di back-up e ognuno lo organizzi secondo le proprie necessità e la propria capacità di spendere, ma non lasciamo i nostri scatti soltanto in un unico posto (magari l’hard disk del vostro computer). Prendiamo in considerazione tutte le possibilità, da vari dischi rigidi esterni, a sistemi in cloud, accessibili da remoto (o alla somma di entrambi). Io ad esempio, oltre a duplicare gli scatti su un’unita esterna NAS (che comunque mi garantisce l’accesso via web), copio tutto su due servizi di back-up in cloud (Google Drive e Amazon Drive). Eccesso di zelo!? Può darsi, ma meglio abbondare…
  7. “Photoshop è per i professionisti. Io uso solo software di editing gratuito.”
    Certo, potrebbero sembrarci soldi buttati quelli investiti nel noleggio di Photoshop (circa 20/mese), ma le potenzialità dell’applicazione non trovano paragoni in nessuno dei softwarini che si trovano in giro, scaricabili gratuitamente da internet. Un tempo, quando Photoshop costava anche 2 milioni di lire e si pagavano tutti gli aggiornamenti, era roba per noi professionisti, ma oggi… oggi Adobe concede una licenza ufficiale di utilizzo per poche decine di euro al mese, la quale dà diritto all’uso del software, oltre al fatto che gli aggiornamenti sono compresi nel canone di affitto. Perché insistere a pastrugnare i propri scatti con strumenti scadenti o instabili?
  8. “Non me ne faccio nulla di un lettore di card. Io le foto le passo al computer con il cavo USB.”
    Degustibus… ma se vogliamo che il trasferimento dalla card al pc o mac sia più rapido, è bene farlo attraverso un lettore di card – anche in questo caso, cerchiamo di non scegliere proprio un primo prezzo.
  9. “Il manuale non serve a niente.”
    Questa, non prendiamocela, ma è una delle frasi più idiote che sento ripetere.
    Il manuale è uno strumento fondamentale, per capire cosa può fare la nostra macchina, ma soprattutto per capire cosa NON può fare.
    Il manuale deve diventare un riferimento e non uno scoglio.
    Avvaliamoci della rivoluzione digitale e scarichiamo il pdf del manuale della nostra macchina sul nostro tablet o sul nostro smartphone, in modo fa averlo sempre con noi e consultabile.
    Il manuale ci toglie le castagne dal fuoco e qualche volta può anche ispirare la nostra creatività.
  10. “Se c’è brutto tempo non scatto.”
    Che sciocchezza! Eppure lo dicono in tanti e lo pensano in ancora di più. Certo, una bella giornata di sole offre maggior comfort, ma escludere a prescindere di scattare quando il tempo è brutto è una follia, perché ci taglia fuori da tutta una serie di scatti molto evocativi, con cieli carichi di nuvole, con strade bagnate che riflettono le luci, con soggetti che si manifestano soltanto quando il tempo è brutto. Alla fine basta vestirsi adeguatamente per non prendere freddo o per non bagnarsi e basta proteggere la nostra attrezzatura, soprattutto dalla pioggia.

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Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


Photo Avventure: viaggi fotografici e workshop. Dategli un occhio!


 

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