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Archive for the ‘Ritratto’ Category

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Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro viaggiano che generalmente mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e più dei monumenti, nonostante, è chiaro,  sia gli uni, sia gli altri, conservano il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine, una buona dose di faccia tosta e, a volte,  anche una capacità di riuscire a stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare che spesso vanno al di là di un idioma comune – a meno che non si tratti di ritratti rubati.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo, e, credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute, proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Spesso scorgiamo il soggetto ideale per un ritratto memorabile, ma un po’ l’ansia, un po’ la fretta o la timidezza, riducono il nostro slancio creativo a poco più di uno scatto passabile.
Ricordiamocelo bene: nella maggior parte dei casi, quell’occasione si presenterà una sola volta e per giusto una manciata di minuti, non dobbiamo lasciarcela sfuggire, per cui,  ecco 5 consigli che possono aiutarci a migliorare la nostra fotografia di ritratto quando viaggiamo.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente qualcosa.
    Qual è il loro segreto? Sicuramente una buona composizione. Sicuramente un uso corretto della tecnica. Ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Dobbiamo imparare ad aspettare e a selezionare. Dobbiamo cercare tra la folla e attendete con calma.
    Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e aspettiamo le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
    La fretta è la nostra peggior alleata. Saper attendere spesso è un’azione che viene premiata, altre volte no, l’importante, nel secondo caso, è non lasciarsi prendere dallo sconforto e perseverare, cercare un altro soggetto e rinnovare la sfida (!).
    A volte basta poco, basta un cenno, un sorriso, una sigaretta offerta o una parola per instaurare una breve relazione che ci aiuti a portare a casa un buon ritratto. Cerchiamo di ricordarcelo e dimostriamoci aperti, curiosi e pronti a fare un briciolo di conversazione, anche se le parole in comune non superano le tre.11731599_1218007728215891_6394859782575863498_o
  2. Dobbiamo essere rapidi e cortesi. Reattivi.
    Ma come!? Poche righe sopra dico di non aver fretta e ora predico la rapidità!?
    Fretta e rapidità, in fotografia soprattutto, non sono nemmeno sinonimi.
    Essere rapidi non significa fare le cose con fretta, ma bensì non perdere tempo, metterci tutto il tempo che serve per fera le cose per bene, ma non sprecarne e allenarsi per fare in modo che il tempo che il tempo che serve scenda con ogni viaggio, con ogni ritratto.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Questo significa lavorare in anticipo. Componiamo mentalmente, risolviamo i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile.  Evitatiamo di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e ci sta regalando un momento irripetibile, questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingerci ad essere sempre molto presenti. Dobbiamo essere reattivi!
    A volte le modalità semi-automatiche ci vengono molto comode, soprattutto se non abbiamo a che fare con ritratti posati, ma con candid più o meno rubate. Conoscere la propria macchina e conoscere come ragiona ci aiuta ad essere rapidi quando la rapidità è la seconda caratteristica richiesta – la prima, naturalmente è sempre l’occhio.

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    La rapidità è stata tutto in questo scatto. Il lama si è affacciato alla porta della sua stanza per appena una manciata di secondi, altro tempo non c’era per fare sì che posasse.

     

  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.
    Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte.
    In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impieghiamo.
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  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, consideriamo con molta attenzione la luce. Valutatiamone la direzione, analizziamone la qualità.
    Le zone in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitiamo la luce piatta, cerchiamo i contrasti – che io personalmente prediligo – e gestiamoli in modo che non interferiscano con il volto, ma che ne accentuino le fattezze.
    Componiamo sempre  con cura, osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti ci diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso cerchiamo sempre una posa che abbia comunque un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiamo e muniamoci di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidiamo di affidarci al flash, faccioamo in modo che sparisca, impariamo cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordiamoci il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usiamolo mai frontale e diretto.

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    Un piccolo flash, usato con un bank e disassato, ha contribuito ad attenuare alle ombra fastidiose di un sole a picco e ad aggiungere tridimensionalità

  5. Fondo pulito
    Se non stiamo scattando un ritratto ambientato, beneficiamo al massimo della minima profondità di campo.
    Mandiamo lo sfondo completamente fuori fuoco, rendiamolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Alleniamo l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Alleniamo l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra, abbassiamoci di un poco o alziamo il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

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    Un fondo sfocato, grazie ad una PDC molto limitata. Pare quasi uno scatto in studio. Ho fatto spostare il soggetto sotto un colonnato per ripararlo dal sole a picco di mezzogiorno, che però inondava la scena da dietro e si rifletteva da sotto. Il risultato mi pare buono.

     


Qui trovate una gallery di ritratti che ho realizzato nel corso di alcuni viaggi in India. Provate a vedere se qualcuno magari vi ispira.


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Ritratto low key di Anthony Hopkins - Helmut Newton

Ritratto low key di Anthony Hopkins – Helmut Newton

Visto il successo dello scorso post dedicato ad Helmut Newton, ho pensato di restare in zona e ho recuperato uno stralcio di un’intervista al maestro tedesco, che, in cinque punti, ci regala una lezione sulla fotografia di ritratto, adatta a  qualsiasi tipologia di fotografo, dal principiante, all’entusiasta.

1. Appunta le tue idee

“Investo molto tempo nella preparazione. Penso a lungo a ciò che voglio realizzare. Ho libri e piccoli quaderni, nei qualii scrivo tutto prima di una seduta fotografica, altrimenti dimenticherei le mie idee. Non godo di grande memoria.”

Quando posso faccio lo stesso. Mi preparo, anticipo mentalmente lo scatto che voglio realizzare, mi documento sul soggetto che dovrò ritrarre. Butto giù qualche appunto sull’atmosfera che voglio creare e sulla tecnica che penso di usare, penso al tipo di luce e a come le posizionerò.
Spesso poi, una volta al cospetto del mio soggetto, abbandono i miei appunti o magari li seguo solo in parte e lascio che sia il momento a guidarmi in modo definitivo. Ma so che l’aver preso appunti non è stato tempo buttato, anche quando non seguo nessuno degli appunti salvati.

2. Metti a suo agio il tuo soggetto

“Le persone comuni, davanti ad un obiettivo, non si comportano come le modelle: le modelle sono pagate per star lì. Un’attrice si sente fragile davanti l’obiettivo. Tutte le donne si sentono fragili, ma un’attrice più delle altre e lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, e hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simpatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela e metterla a sua agio.”

Se tralasciamo l’apertura sulle attrici – non credo che molti di noi avranno molte chances di fotografare un’attrice, il resto ci presenta una verità assoluta! Se teniamo al nostro soggetto, dobbiamo fare di tutto per ritrarlo al meglio e soprattutto liberarlo dall’ansia da macchina fotografica. Quasi sempre un buon ritratto è frutto della relazione che riusciamo a stabilire con il nostro soggetto, che va al di là dei parametri tecnici e della luce – nonostante, io credo, la luce sia il fattore chiave in qualsiasi ritratto.
Cercate di instaurare un rapporto cordiale con il vostro soggetto e lavorate affinché si senta a suo agio.
Ricordatevi che il vostro nervosismo si riflette sull’umore del soggetto.

3. Libera l’indole

“Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi mi faccio un giro e quando torno provo a cercare altre vie. Ma arrivo molto presto a un punto di saturazione, oltre il quale  tutto questo cercare mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.″

Spesso l’idea originale è quella giusta. E allora cominciamo col partire con quella, ma non fossilizziamoci, facciamo come Newton, cerchiamo alternative e mettiamole in pratica.
Ciò che conta, però, è percorrere ogni via creativa fino in fondo e non farsi prendere dalla fretta.
La fretta è una pessima compagna di lavoro durante una sessione fotografica.
Col tempo e con l’esperienza, impareremo ad essere più rapidi – che non significa affrettati.
Lasciamoci guidare dai nostri appunti, ma non diventiamone schiavi e lasciamo spazio all’indole creativa.
L’esperienza però mi ha insegnato che la creatività non può essere fine a se stessa. È necessario coglierla e metterla in pratica, altrimenti il rischio e diventare l’ennesima vittima di quella che chiamo creatività velenosa, fatta di fughe in avanti, troppe, e nessuna di loro portata a termine.
Altra cattiva compagna è l’adrenalina. L’adrenalina, nonostante possa innescare la creatività del momento, può rivelarsi fatale e può farci commettere errori a volte irrimediabili. Ho imparato che bisogna cercare un giusto equilibrio tra entusiasmo e razionalità, evitando fretta, voli pindarici e testardaggine.

4. Anche brutte foto, ma solo se funzionali al progetto

“Spesso cerco di fare delle ‘brutte foto’. Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, e anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta. Non penso mai al gioco grafico, o, se ci penso, è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.”

La fotografia è un’arte visiva, espressione delle nostra creatività, ma è anche tecnica e composizione.
Arte e creatività si esprimono a volte anche attraverso risultati che per gli altri possono sembrare errori, solo noi sappiamo quello che stiamo cercando di dire, anche attraverso un ritratto.
Non bisogna dimenticare però che le regole e la tecnica sono le infrastrutture sulle quali costruire la nostra arte fotografica.
Ernest Hemingway, pur non essendo un fotografo, ci lascia un monito incontrovertibile: “le regole sono fatte per essere infrante, ma solo dopo averle imparate”.

5. Non buttare via nulla

“Le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante – e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano.”

Anche in questo caso, ognuno di noi ha il suo modus operandi, di sicuro la buona abitudine di tenere tutto può tornare utile, soprattutto se torniamo a guardare a distanza di tempo quello che abbiamo scattato e magari, in prima battuta, scartato.
Tornare a guardare i vecchi scatti, a distanza di tempo, è  il modo migliore per  farsi un’idea precisa del percorso che abbiamo intrapreso, sia dal punto di vista creativo, sia dal punto di visto tecnico.
Personalmente mi è capitato poche volte di fare quello che descrive Helmut Newton e quasi sempre, anche a distanza di anni, ribadisco le mie scelte, anche se, tornare sugli scatti del passato, mi è molto utile e qualche volta mi suggerisce qualche scelta alternativa da affiancare a quelle che sono state le mie prime scelte.


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Bimba sulla Awa Mahal Road, Jaipur (India)  – Una luce morbida, una profondità di campo ridotta, un fuoco preciso, ma soprattutto un soggetto incantevole (per lo meno a mio giudizio).

Visto il successo del post dedicato alla fotografia di paesaggio e agli errori più comuni – clicca qui – ho pensato di replicarne il modello e di dedicarmi questa volta alla fotografia di ritratto.

Partiamo dunque senza indugi, premettendo soltanto che non si tratta di leggi incise nella pietra, ma di semplici consigli che arrivano da qualche anno di esperienza.

Ecco alcuni degli errori più comuni:

  1. TUTTO A FUOCO
    Il ritratto vive in quel magico mondo dominato da una ridotta profondità di campo. Uno degli errori più comuni di chi si è avvicinato da poco alla fotografia – e in particolare alla fotografia di ritratto – è quelli di non sfruttare il fuori fuoco dato da una profondità di campo ridotta e di rovinare un potenziale scatto interessante lasciando troppo interesse allo sfondo.
    Non dobbiamo temere le aperture estreme. Componiamo con cura e usiamo il diaframma più aperto di cui il nostro obiettivo dispone. Nessun ci vieta di farlo, ma il mio consiglio è quello di scattare sempre tra f.2.8 e f.5.6, ricordandoci che la profondità di campo, oltre che dall’apertura del diaframma, è determinata dalla vicinanza del nostro soggetto e dalla lunghezza focale che impieghiamo.
    Ricordiamoci che,  LA PROFONDITÀ DI CAMPO SARÀ SEMPRE PIÙ RIDOTTA:

    1. PIÙ IL DIAFRAMMA È APERTO
    2. PIÙ LA DISTANZA DAL SOGGETTO È RIDOTTA
    3. PIÙ LA LUNGHEZZA FOCALE IMPIEGATA È LUNGA
  2. FUOCO INCERTO
    Altro errore tipico del principiante: non avere un punto focale preciso.
    Lavorare con diaframmi aperti, aumenta la possibilità di commettere errori nella messa a fuoco.
    I puristi – e per una mi trovo d’accordo con loro – esigono che, in un ritratto, gli occhi del soggetto siano SEMPRE perfettamente a fuoco.
    Il problema non si pone se il soggetto guarda in macchina con il volto perfettamente in asse, mentre qualche grattacapo in più nasce nel momento in cui invece assume una posa di 3/4, ad esempio, soprattutto se scattiamo con diaframmi molto aperti (f.2.8 o addirittura f.1,4 o f.1,2), utilizzando una focale tra gli 85mm e i 200mm.
    In certi casi, tipici però della fotografia di ritratto (ad es. con un soggetto a 1 metro, un 85mm e f.1.4) la profondità di campo si riduce a pochi centimetri e dobbiamo essere davvero attenti che gli occhi (almeno uno) siano perfettamente a fuoco.
  3. LUCE POCO INDICATA
    Il principiante di solito si entusiasma per il soggetto e tende a sottovalutare gli effetti catastrofici di una luce poco indicata per un ritratto.
    Evitiamo la luce del sole a picco – o di qualsiasi fonte luminosa (piccola) posta direttamente sopra il capo del nostro soggetto.
    Evitiamo anche la luce da sotto: fa immediatamente horror movie!
    E anche la luce radente è da utilizzare con molta circospezione, in quanto è micidiale nell’andare a sottolineare le imperfezioni della pelle.
    Meglio una luce morbida. Cerchiamo una finestra, la Luce che filtra da una finestra è sempre piuttosto morbida, magari ammorbiamola ulteriormente, schermando la luce con le tende (basta che siano bianche!).
    Se la luce è fortemente caratterizzata da una direzionalità, bilanciamo le ombre sul lato opposto di dove colpisce il soggetto, usando un riflettore – in commercio se trovano di vari tipi, pieghevoli e comodi, ma anche un semplice foglio di carta o un pezzo di polistirolo bianco possono aiutare.
    Il riflettore, sia di quelli professionali, sia approntato in corsa con un foglio di carta bianco, attenuerà le ombre.
    In una giornata di sole, all’aperto, cerchiamo sempre quello che i professionisti chiamano open shade e cioè una condizione che ponga il soggetto al riparo dalla luce diretta del sole – un portico, frasche, ecc. Non è necessario acquistare costosi teli traslucidi, basta guardarsi intorno e ricordarsi che il sole diretto non è certo il nostro miglior alleato nelle foto di ritratto.
  4. UN AMBIENTE OSTILE
    Ci concentriamo sul volto e non ci curiamo di tutto quello che sta attorno, soprattutto dietro. Ecco un errore molto comune, purtroppo comune anche in chi ha qualche esperienza in più.
    Cerchiamo di valutare sempre con cura l’effetto dell’ambiente sul volto ritratto.
    Scegliamo uno sfondo che non incomba, valutiamone colori ed intensità, valutiamo che non risulti troppo invadente.
  5. ANSIE, FRETTA E DISAGI VARI
    Ricordiamoci che pressoché nessuno, a meno che non faccia il modello di professione o che goda di una spiccata vanità, si trova a proprio agio di fronte ad una macchina fotografica spianata.
    Cerchiamo di andare sempre incontro ai nostri soggetti, facendo in modo che il loro disagio sia minimo. Come? Evitando di tenerli in posa troppo a lungo.
    Questo però non significa scattare con fretta, ma piuttosto avere le idee chiare prima di far posare il soggetto.
    Soprattutto se abbiamo fermato qualcuno per strada, cerchiamo di essere rapidi, cortesi e decisi. Ognuno di noi usi le tecniche che pensa più efficaci per mettere a propio agio il soggetto che stiamo ritraendo – io, personalmente, ci chiacchiero.
    Ricordiamoci che il sorriso è spesso la soluzione migliore, per cui… via i bronci!
    Ma lavorare sul disagio dei nostri soggetti non è sufficiente.
    Molto spesso, molti di noi, provano un profondo imbarazzo nello scattare un ritratto.
    E credetemi, il disagio del fotografo viene quasi sempre percepito anche dal modello, con il risultato di elevare oltre modo il suo livello d’ansia e di imbarazzo di fronte alla nostra macchina fotografica.
    La situazione è paradossale, ma il nostro disagio non fa che alimentare l’insicurezza e  il senso di inadeguatezza di chi sta posando per noi.
    Se siete timidi, la fotografia di ritratto non fa per voi!
    Chiedevi perché vi sentite a disagio nel fotografare le persone e trovate il modo di risolvere questo problema.
    L’esperienza mi ha indicato alcune cause alla base del DISAGIO DEL FOTOGRAFO :

    1. NON SI SENTE ALL’ALTEZZA
    2. TEME DI FAR PERDERE TEMPO AL SOGGETTO
    3. NON HA LE IDEE CHIARE
    4. NON HA LE CONOSCENZE TECNICHE NECESSARIE
    5. NON CONOSCE ABBASTANZA LA PROPRIA MACCHINA FOTOGRAFICA

Naturalmente, mentre stilavo questi cinque punti, me ne venivano in mente almeno altri cinque…  vorrà dire che tornerò sull’argomento, sempre che la cosa sia di vostro interesse.

 

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Saddhu a Man Mandir Ghat, Varanasi. Cercate l’intensità. Scegliete la luce giusta.

Ormai dovrebbe essere piuttosto ovvio: il ritratto è il tipo di fotografia che più mi rappresenta, assieme a quella di viaggio.
Mi rendo conto però che spesso, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo e ha ancora poca esperienza (e autostima), si trovi in difficoltà nel fotografare la gente.

Ecco allora 5 semplici trucchi, che mi arrivano da qualche anno di esperienza, e che potrebbero aiutarvi a trarvi d’impaccio con la fotografia di ritratto.

  1. CERCATE L’INTENSITA’
    Spesso il principiante pensa che un buon ritratto sia dato dalla bellezza del soggetto, lasciatemi dire che non è così. CERCATE L’INTENSITA’, non la bellezza. Cercate quel  certo scintillio negli occhi del vostro soggetto… cercate quel  certo profilo.
    Non siate timidi, approcciate persone che non conoscete, se pensate che abbiano l’intensità giusta, non diranno tutti di no.
  2. SIATE SELETTIVI
    Non scattate a caso. Mantenete l’0cchio sempre nel mirino, sempre pronto a cogliere l’espressione giusta o il gesto giusto. Non distraetevi e non scattate a raffica, cercate di allenarvi a cogliere l’istante. Una buona e molto meglio di cento mediocri.
  3.  SIATE ORIGINALI
    Se siete voi i primi ad essere stanchi dei vostri scatti, è ora di sperimentare. Sperimentare con inquadrature nuove, tagli nuovi, espressioni diverse.
    Un buon ritratto, un ritratto intenso, non è sempre  occhi in macchina e sorriso, un buon ritratto è molto di più che l’aritmetica tempo/diaframma applicata alla lettera.
  4. FREGATEVENE DELLA REALTA’
    Siete fotografi! La realtà non vi appartiene, non preoccupatevene dunque ora.
    Non preoccupatevi se il vostro ritratto non corrisponde al soggetto – a meno che il proposito non sia una fototessera! Quello che conta è il risultato finale, non da dove siete partiti. Provateci, otterrete ritratti più interessanti.
  5. CERCATE LA LUCE FATTA DI OMBRE
    E’ la luce che preferisco, quella che disegna la tridimensionalità. E’ una luce che esalta il contrasto. Usatela nei vostri ritratti. Cercate un’ispirazione? Guardatevi Caravaggio. Non lasciatevi affascinare dalla luce facile, dalla luce piatta, solo perché è più rapido fare i calcoli, solo perché è più semplice portare a casa l0 scatto.
    Andate oltre.

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La piccola dhaba di Kathmandu. Moglie e marito, mi piacevano entrambi, ma soltanto chiacchierando un po’ ho capito le gerarchie familiari e ho scelto di ritrarre il marito come soggetto principale, nel loro piccolo ristorante, ma non senza inserire la moglie, di spalle, intenta a cucinare. Mi pare un buono scatto.

Spesso il successo di un ritratto si nasconde nella nostra capacità di entrare in sintonia con il soggetto.

ROMPERE IL GHIACCIO
È l’imperativo: ci aiuta a mettere tutti a proprio agio, sia noi, sia il nostro soggetto.
È fondamentale, molto più rilevante di quanto non si possa pensare.
Scattare in una situazione distesa, rilassata, aiuta davvero molto.
Personalmente chiacchiero molto con i soggetti che ritraggo, parlo di cose diverse, ma soprattutto pongo domande, la butto molto volentieri sul ridere e vedo che funziona quasi sempre. Ovviamente ognuno di noi è diverso, sia da questa parte dell’obiettivo, sia dall’altra, non sforziamoci di essere quelli che non siamo e cerchiamo di non esagerare. Un conto è rompere il ghiaccio, un altro è… rompere!

FACCIAMO DOMANDE.
Fare domande aiuta a spostare l’attenzione di chi stiamo per ritrarre dall’obiettivo puntato alle risposte che ci sta per dare. È un buon metodo per stemperare l’imbarazzo – da entrambe le parti, se ce ne fosse bisogno, ma soprattuto è un ottimo modo per entrare nel mondo personale dei nostri soggetti.

Mostrare curiosità, non solo crea una certa sintonia (che aiuta), ma ci può anche aiutare a trovare soluzioni creative alternative.

A CACCIA DI DETTAGLI.
Trasformiamoci in cacciatori di dettagli.
Per prima cosa, i dettagli fisici. Ad esempio, un naso importante, una cicatrice, i calli sulle mani, le zampe di gallina attorno agli occhi, una pancia da bevitore. Cogliamone le particolarità e facciamole emergere.
Andiamo oltre, non fermiamoci ai dettagli fisici.
Impariamo a notare atteggiamenti e gesti, ci diranno molto della personalità dei nostri soggetti e ci suggeriranno il modo migliore per ritrarli.
Osserviamo con attenzione il nostro soggetto. Prestiamo attenzione al modo in cui sta in piedi, a come si siede, se muove le mani mentre parla…
La personalità traspare anche dalla scelta dell’abbigliamento, andiamo a caccia di accessori… un anello particolare, la montatura degli occhiali, un cappello, la sigaretta sempre accesa o un sigaro, un orologio da taschino…
Spesso alcuni accessori nascondo piccole grandi storie, non teniamoci il dubbio: poniamo domande e sfruttiamo le eventuali storie che le risposte ci offriranno.

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Guardate Keith Richards ritratto per il New York Times da Hedi Slimane.
Sguardo di sfida, rughe sul volto, giubbotto di pelle, camicia aperta sul petto, sigaretta tra le labbra e cappello sulle ventitré.
Un gran bel ritratto e tutto, in questo scatto, urla “rock ‘n’ roll”.
Questo significa cogliere la personalità e sottolinearla attraverso dettagli.

Non a tutti però è concesso di ritrarre un’icona del rock e non sempre la personalità dei nostri soggetti è così esplicita, ecco perché dobbiamo imparare a porre domande, a chiedere: scopriremo forse alcuni aspetti caratteriali meno evidenti, che potremmo sfruttare per ottenere ritratti più interessanti.

NON TRASFORMIAMO I NOSTRI SOGGETTI IN QUALCUN ALTRO.
Evitiamo di barricarci dietro ritratti che si reggono soltanto su sorrisi stucchevoli.
Ma come si può fare?
Facendo qualche domanda in più, entrando un po’ in confidenza e provando a conoscere un po’ del mondo e della vita dei nostri soggetti.

Facciamo domande e scopriremo inaspettati suggerimenti su come portare a casa ritratti più interessanti.
Le risposte dei nostri soggetti ci suggeriranno il mood del nostro ritratto, il tipo di luce da impiegare, a volte addirittura la posa, e spesso l’ambientazione.
Vi pare poco!?
E allora, impariamo a fare domande, ci torneranno utili le risposte.


 

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Ho atteso che i miei compagni di viaggio su questo locale verso Agra si abituassero alla mia presenza e alla presenza della mia macchina fotografica. Ho ridotto i beep al minimo e ho scattato quello che considero un buon ritratto rubato.

Quando si pensa alla fotografia di ritratto, siamo portati a pensare ad un soggetto che posa davanti al nostro obiettivo e a tutto il tempo del mondo per scattare.

Spesso è così, ma altrettanto spesso, invece, il ritratto può essere uno scatto rubato.

Attenzione, a parte il “fattore C”, che rende ritratti normali, foto davvero toccanti, rubare scatti significa molto spesso pianificare e altrettanto spesso saper attendere e prepararsi il campo.

Essere pronti!
Ancora una volta la parola chiave è preparazione.
Se pensiamo che una certa situazione si possa evolvere in un buono scatto, facciamo tutto quello che ci è permesso per studiarne le dinamiche e, possibilmente, anticipamole.
Ad esempio, un gruppetto di ragazzini tira fuori un pallone e prende a giocare per strada, molto bene, appostiamoci e cominciamo a studiarne le mosse, le espressioni, cerchiamo di capire chi potrebbe regalarci il ritratto rubato più interessante.

Rendersi invisibili!
La seconda caratteristica necessaria per riuscire a portare a casa ritratti naturali è quella di rendersi invisibili.
Impariamo a muoverci sul perimetro della scena senza attirare troppa attenzione, che si traduce con il minimo dell’attrezzatura necessaria in vista, beep altri suoni ridotti al minimo e movimenti leggeri.

Resistere all’ansia da scatto!
Che significa, in soldoni: imparare ad aspettare qualche manciata di istanti – a meno che non pensiamo che la scena sia davvero irripetibile.
Durante quei primi attimi, diamo modo al nostro soggetto – o ai nostri soggetti – di non fare più troppo caso a noi e alla nostra macchina fotografica e questo ci consentirà di cogliere espressioni più naturali.


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milano

Per iniziare, chiedete ai soggetti di guardare in macchina: vi aiuterà. Poi, ogni tanto, provate anche a divagare un po’.

Spesso chi si avvicina alla fotografia di ritratto tende ad applicare la regola di “un solo soggetto per scatto” in modo fin troppo draconiano.
A volte la situazione ci indica che separare i soggetti tende ad impoverire lo scatto, ma quando farlo è soltanto la nostra sensibilità che potrà dircelo – già perché in realtà non esiste nessun comandamento scritto a tal proposito.

Personalmente mi affido alla mia sensibilità e al senso che voglio dare al mio scatto.
Quando però scattiamo più soggetti in una fotografia di ritratto, anche se posata, dobbiamo ricordarci che per ognuno di loro introduciamo una serie di variabili con le quali dovremo fare i conti al momento del click.
Nulla di trascendentale, naturalmente, ma dovremo porre più attenzione alla composizione, dovremo prestare maggior cura all’illuminazione e fare in modo che tutti i soggetti presenti ne beneficino al meglio, dovremo controllare – e ricontrollare – le pose, le espressioni, gli atteggiamenti. E se la cosa può risultare complicata con un solo soggetto…

Esistono scatti che IMPONGONO più soggetti, ad esempio quando il legame tra i soggetti è esplicito come nel caso di famigliari, soci o compagni di squadra o nel caso stessimo raccontando una qualche avventura (0 disavventura) vissuta dai soggetti.

Altre volte la ragione di un ricatto con più soggetti può venire suggerita dalla semplice relazione estetica – funziona molto bene la relazione degli opposti – ad es. un bianco e un nero, un bimbo e un anziano, un uomo e una donna, ecc.

Una cosa però va ricordata: UN BUON RITRATTO DI GRUPPO DEVE COMUNQUE SAPERE TRASMETTERE LE DIVERSE INDIVIDUALITA’ RITRATTE, se così non è, lo scatto non è pienamente riuscito.

Uno delle convinzioni più comuni, nei ritratti con più soggetti, è che tutti debbano guardare in macchina. Non è necessario. È necessario però che ognuno dei soggetti ritratti esprima la propria personalità, questo sì ed è decisamente molto più importante.

Quando abbiamo a che fare con più persone, dobbiamo usare un po’ di psicologia in più, tenendo presente che nel gruppo (ma anche nella semplice coppia) c’è sempre chi viene meglio e chi è meno abituato.
Cogliamo inoltre il linguaggio del corpo. I soggetti, anche se in posa, tenderanno ad interagire tra loro all’interno del perimetro del nostro formato e sarà nostro compito sfruttare al meglio l’opportunità, che aggiunge un livello di comunicazione.

Detto ciò, non fatevi intimorire e scattate. Scattate di più di quanto fareste di norma con un solo soggetto, provate inquadrature diverse e, se ne aveste la possibilità, cambiate le posizioni dei soggetti di scatto in scatto.

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Più soggetti interagiscono tra loro. Le pose che assumono e la relazione tra di loro carica lo scatto di significati. Cercate le interazioni.


 

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