Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Tecnica’ Category

Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


Photo Avventure: viaggi fotografici e workshop. Dategli un occhio!


 

Read Full Post »

Ecco un esempio di uso del colore, in questo caso di uso di una palette molto ridotta

Il colore è un incredibile mezzo per veicolare le emozioni.
Il nostro cervello reagisce ai diversi colori in modo diverso, per motivi legati all’inconscio, all’inprinting e al nostro modello culturale.
Per questo, è fondamentale conoscere quelle che possono essere le implicazioni emotive legate a certe tonalità, in modo che il messaggio che vogliamo trasmettere con i nostri scatti non vada disperso, anzi, i grandi fotografi spesso usano il colore o i colori proprio per esaltare il messaggio.

Ovviamente quando ci si addentra in questi campi è difficile individuare linee generali precise, ma posso provare a riassumere in una sorta di specchietto alcune “sensazioni” legate ai colori – naturalmente relativi alla cultura occidentale.
Quello che segue non vuole essere scolpito nella pietra, ma recupera nozioni legate alla psicologia del colore, una disciplina che arriva da lontano.

ROSSO
Positivo; forza, potenza, energia, mascolinità, coraggio, calore, passione, amore.
Negativo: pericolo, tensione, dramma.

ROSA
Positivo
: tranquillità, femminilità, sensualità, amore.
Negativo: privazione, inibizione, claustrofobia, debolezza

BLU
Positivo
:intelligenza, fiducia, conoscenza, serenità, senso del dovere, calma, saggezza, fede, profondità, etereo.
Negativo:freddo, mancanza di emozioni, notte, inimicizia, distanza, etereo.

VERDE
Positivo: armonia, equilibrio, tranquillità, pace, amore per l’ambiente, compostezza, giovane.
Negativo: stagnazione, noia, mediocrità, invidia, disagio.

BIANCO
Positivo: purezza, candore, integrità, igiene, sacralità, chiarezza, virtù, efficienza, minimalismo, sofisticato, vita
Negativo: sterilità, freddo, distanza, difficoltà.

GRIGIO
Positivo: neutralità, rigore, equilibrio.
Negativo:distanza, diffidenza.

NERO
Positivo
: efficiente, sofisticatezza, minimalismo.
Negativo: oppresso, freddo, pesante, morte

MARRONE
Positivo: serietà, calma, tranquillità, materico, legato alla terra, legato all’ambiente, posatezza, equilibrio, saggezza. vecchio.
Negativo: triste, ovvio, mediocre, statico, pesante.

VIOLA
Positivo: spirituale, attento, verità, esotico, creativo, lussuoso, sofisticato, ricco, mistero, esoterico.
Negativo: decadente, maligno, dolore, mistero, esoterico.

GIALLO
Positivo: ottimismo, felicità, autostima, dinamico, estroverso, amicizia, creatività,
Negativo: paura, irrazionale, fragile, depresso, ansia

ARANCIONE
Positivo: fisico, consapevole, sicurezza, sensualità, passione, divertimento, entusiasmo, prosperità
Negativo:  privazione, frustrazione, frivolezza, immaturità.

Ok, come dicevo in apertura, non prendiamo questo elenco come un diktat, ma proviamo a ricordarcene quando scattiamo.
C’è ancora una cosa che possiamo fare, per aumentare la nostra consapevolezza della forza emotiva del colore: prendiamo qualche foto che troviamo ci comunichi qualcosa, proviamo ad analizzare la palette di colori impiegata nello scatto, e poi confrontiamola con l’elenco che vi ho proposto in questo post. Vedremo che, alla fine, seppur si tratti di una sorta di bigino, il mio elenco non si allontana poi di moltissimo.

 

Read Full Post »

Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


Viaggi fotografici e workshop, di gruppo o individuali. Clicca qui per saperne di più.


 

Read Full Post »

Il gesto della mano, sfocato, completa lo sguardo (fuori quadro) del vecchio al mercato di Leh. Carpe diem. Secondo voi c’era tempo per ragionare su come sfocare lo sfondo e congelare il gesto? Io dico di no. Motivo per il quale è necessario fare i propri ragionamenti prima.

Carpe diem, dicevano i latini. Cogli l’attimo. E, quando si parla di fotografia, forse nessuna locuzione racchiude così tanto significato.

Spesso osservando uno scatto, nostro o di altri, ci rendiamo conto che tutta la sua forza sta nell’essere riusciti a cogliere esattamente quel momento.

Si può insegnare a cogliere l’attimo? È possibile imparare ad immortalare l’espressione giusta, il gesto particolare?
La mia risposta è… anche. Anche!? Sì, anche!
Premetto che una certa dose di fortuna – altresì nota anche come Fattore C – è necessaria, ma anche in fotografia, la fortuna aiuta gli audaci e, in questo caso, per audaci bisogna leggere quei fotografi che si sono fatti trovare pronti al momento giusto, che non si presenta bussando alla porta o suonando le campane.
Cosa può insegnarci questo?
Che dobbiamo farci trovare pronti il più spesso possibile.

Lo scrittore britannico Geoff Dyer, in un’intervista, si è chiesto “Quanto può durare una coincidenza, prima che cessi di essere tae?”. La risposta è: MOLTO POCO, ecco perché, se siamo a caccia di quelle coincidenze (leggete gesti, espressioni, pose…), dobbiamo essere consapevoli del fatto che non dureranno in eterno, ma soprattutto che forse non dureranno neppure il tempo perché noi si possa, comodamente, leggere la scena, inquadrare, comporre, impostare tempo, impostare diaframma e poi, finalmente, scattare.

Non buttiamoci giù!
In qualità di fotografi, possiamo migliorare… anzi, no! DOBBIAMO MIGLIORARE.

LAVORARE SUGLI AUTOMATISMI.
Come lo sportivo ha fatto dei movimenti base una serie di automatismi, il fotografo ha il dovere di fare diventare automatici alcuni processi mentali e alcune azioni, come ad esempio la scelta dell’inquadratura nel primo caso e le varie operazioni che sono necessarie per impostare l’esposizione voluta.
E soltanto la pratica e la conoscenza profonda della propria macchina fotografica e delle sue funzioni ci possono venire incontro.
Dobbiamo riuscire a passare da un diaframma aperto ad uno chiuso senza pensare a come si fa, senza domandarsi se la ghiera va girata verso destra o verso sinistra. Dobbiamo impostare la profondità di campo che riteniamo opportuna senza doverci fermare a pensare se è il diaframma che la influenza, oppure è il tempo, e senza chiederci se ad un diaframma più aperto corrisponda più o meno profondità di campo.
Questi sono soltanto due degli aspetti che dobbiamo imparare ad automatizzare.
La pratica, l’abitudine, ci aiuteranno a rendere anche il processo di composizione sempre più rapido, tanto che comporremo sui terzi quasi inconsciamente, o appoggeremo il nostro soggetto su forti linee guida, senza neppure perderci un secondo per pensarci.
Ma anche questo è soltanto parte di quello che serve.

HIC ET NUNC. QUI E ORA
Ecco un altro aspetto. Quando osserviamo uno scatto particolare, che ha colto in modo sapiente una certa coincidenza, dobbiamo dirci, lui era lì! È così, lo scrittore può ricreare un certo quartiere, una certa stanza, un certo mondo, addirittura una certa sensazione, senza neppure uscire di casa. NOI NO! Noi dobbiamo essere sul posto, in quel preciso istante.
Hic et nunc! Ancora i latini, qui e ora, e mai si dimostra inflessibilmente vero.
La fotografia, quella che immortale le coincidenze, i gesti, le espressioni, vive nel presente, nel qui ed ora e non concede proroghe e non regala bis. O ci siamo, o non se ne fa nulla.

Se non fossi stato in barca sul Gange, all’alba, con la macchina fotografica in mano, questo scatto non lo avrei potuto fare.

ESSERCI NON BASTA
Se bastasse esserci per cogliere tutto quello che pensiamo valga la pena cogliere, saremmo tutti dei premi Pulitzer per la fotografia.
Essere presenti è la condizione necessaria, ma non sufficiente. Servono altre condizioni affinché si riesca a cogliere le coincidenze.
La sola condizione per la quale non possiamo allenarci è il culo, la fortuna.
La fortuna è cieca, si dice, per cui rassegniamoci, prima o poi bacerà anche noi, l’importante e che quando le sue labbra si poseranno sulla nostra fronte, il nostro occhio sia ben incollato al mirino e la nostra reflex pronta a scattare.

ATTENZIONE
Non ci sono statistiche, non esistono tabelle di probabilità da consultare per sapere se una tale coincidenza possa più o meno avverarsi, per questo dobbiamo imparare ad essere sempre all’erta e pronti a scattare.
Impostiamo la macchina nella modalità che più ci dà tranquillità. Per assurdo, la mia è quella manuale, ma riconosco che scattare in A o S (T per i canonisti) regala una certa rapidità.
Preferiamo la raffica allo scatto singolo e l’autofocus al fuoco manuale. Uno zoom di certo aiuta, ma chiaramente dipenda da cosa siamo usciti a cacciare.
Non spegniamo mai la macchina e mettiamo via il tappo dell’obiettivo.
Agli ISO consigliati dal buon senso, aggiungiamone qualche centinaia, giusto per regalarci del margine.
E teniamo gli occhi aperti! Restiamo calmi, ma vigili.

La piccola mendicante ha bussato al finestrino del mio taxi mentre eravamo fermi al semaforo per chiedere l’elemosina. Quanto può essere durata questa coincidenza? Meno di un minuto, credo. Avevo la macchina pronta e mi aspettavo che qualcosa del genere potesse accadere, lo speravo, a dire il vero. Avevo visto uno scatto di McCurry piuttosto simile e speravo di tornarmene a casa con uno tutto mio. Beh, eccolo!

IMPARARE A LEGGERE LE  SITUAZIONI
Questo è un aspetto che si migliora molto con la pratica.
Ci sono situazioni e luoghi che promettono decine di coincidenze e altre che invece non ci regaleranno particolari soddisfazioni.
Impariamo a capire se la scena che abbiamo davanti agli occhi è della prima specie o della seconda. Non significa che, a priori, in una strada vuota non possa accadere qualcosa di interessante, ma la statistica ci dà ragione sul fatto che in un mercato affollato, ad una festa in piazza, in un luna park, ci siano più possibilità di imbatterci in qualcosa di valido.
Mentalmente prepariamoci possibili inquadrature e teniamo la macchina impostata correttamente per scattare nel minor tempo possibile.
Impariamo a muoverci su quello che io chiamo il perimetro delle situazioni, ai bordi della scena, alla periferia. Questo ci dà una certa visione più ampia di quello che ci succede di fronte.
Ma impariamo a capire quando è il momento di abbandonare l’angolo per tuffarsi nel centro di quello che accade, perché è lì che vogliamo essere e potrebbe trattarsi anche solo questione di pochi attimi.

A Covent Garden le situazioni favorevoli possono essere molte. Impariamo ad andare a scovare luoghi che possono offrircene. E impariamo a capire quali sono i momenti migliori, sia del giorno, sia della settimana, o del mese o dell’anno.


IMPARIAMO AD ANTICIPARE, IMPARIAMO AD ATTENDERE

Anticipare i movimenti dei soggetti, gli svolgimenti possibili, i gesti, è una delle caratteristiche principali del cacciatore di coincidenze. E per nostra fortuna è un aspetto che possiamo allenare e migliorare, anche senza macchina in mano.
Anticipare però significa aver scelto quello che per noi è fondamentale e attendere che si concretizzi. Non è detto che succeda, non è detto che il vecchietto di fronte a noi alla fine farà quel gesto o che nostro figlio si allargherà in un sorriso splendido, ma noi dobbiamo sapere anticipare sia il gesto, sia il sorriso.
Anticipare significa imparare ad osservare, cogliere il ritmo delle azioni.
Anticipare significa avere ben chiaro nella nostra testa soggetto e inquadratura.
Anticipare significa anche attendere, attendere per non scattare il banale, l’ovvio, attendere per riuscire a cogliere la coincidenza nel suo pieno.

Tenevo d’occhio la bimba da qualche minuto. Ho atteso e inaspettatamente anche l’uomo davanti a me ha alzato lo sguardo, quella era la coincidenza che ha reso lo scatto ancora più interessante (per me). Se non mi avesse mai guardato, avrei scattato comunque la bambina, ma forse non sarebbe stata la stessa cosa. Ho atteso che la bimba guardasse indietro e ho anticipato l’inquadratura, aspettando e sperando che lo facesse. Poi l’uomo ci ha messo del suo – questo è il famigerato “Fattore C”.

Chi va a caccia di coincidenze deve essere un fine osservatore e un conoscitore delle relazioni umane, se il suo soggetto è l’uomo.
Esistono altre coincidenze nella realtà e queste spesso sono più semplici da immortalare, ad esempio il sole che spunta da un certo edificio, o il riflesso di nell’acqua di un lago. Non meno, però, bisogna farsi cogliere impreparati.

Per finire: saper cogliere una coincidenza non è soltanto questione di culo.

 


Viaggia e fotografa con noi.
Clicca qui per saperne di più


 

Read Full Post »

Faccio una doverosa premessa, sarei un impostore se dicessi che sono di quei fotografi che bada agli istogrammi, perdonatemi, sono nato con la pellicola e non c’era nulla di simile agli istogrammi sulle mie prima macchine fotografiche… questo però non significa che gli istogrammi non siano un valido aiuto per il fotografo digitale alle prese con l’esposizione.

Lo scorso weekend ho tenuto un workshop di tecniche di base ad un piccolo gruppo di principianti e, una volta arrivati alla pratica istogrammi, mi sono reso conto che i loro occhi cominciavano a vagare in cerca di aiuto. Il secondo giorno, però, quando siamo usciti a scattare e abbiamo visto gli istogrammi applicati, ho apprezzato il fatto che i loro sguardi sono tornati normali. Questo per dire che nessun argomento, se affrontato con la giusta calma e portato anche nella pratica, è troppo complicato per non essere assimilato, istogrammi inclusi.

Prima di entrare nel vivo del posto, vorrei dire a tutti coloro che controllano meticolosamente l’esposizione delle loro fotografie guardando nel visore sul dorso: STATE BUTTANDO IL VOSTRO TEMPO!
Sì, è così, basare l’esposizione su ciò che il display vi dice è pressoché sprecare tempo.

Il solo modo certo per controllare l’effettiva esposizione di uno scatto è quello di controllare gli istrogrammi (!).

E allora buttiamoci su questi benedetti/maledetti istogrammi…

 

Gli istogrammi, in fotografia, sono la rappresentazione grafica della distribuzione della luminosità all’interno di una scena.
Il grafico è composto da una serie discreta di rettangoli (istogrammi) ai quali corrisponde la quantità di pixel che un valore uguale di luminosità. Sull’asse delle ordinate, Y, viene riportata la quantità  di pixel e sull’asse delle ascisse, X, la frequenza relativa alla luminosità, partendo da quella minore, a sinistra, che rappresenta le ombre, fino a all’estremità destra, che rappresenta i bianchi puri. Più alto è l’istogramma e più pixel hanno lo stesso valore di luminosità.

Leggere gli istogrammi

Imparare a leggere gli istogrammi è un’operazione piuttosto semplice che ci può immediatamente dire se la nostra foto è esposta correttamente, se è presente tutta la gamma tonale, se la scena comprende valori esterni alla latitudine di posa del sensore della nostra macchina, e tante altre informazioni che il visore da solo non sarebbe in grado di fornirci.

Intanto sarà bene ricordarci che l’esposimetro non è un essere pensante e quindi può solo produrre valori per i quali è stato programmato. L’esposimetro infatti considera corretta un’esposizione che riportata la scena al tono di grigio medio – schiarendo le scene scure e scurendo le scene chiare.
Una fotografia correttamente esposta viene rappresentata con un grafico ad istogrammi disposti su una curva a campana (o di Gauss) e con tutti i valori di luce (dal nero, al  bianco, passando per le ombre, i mezzitoni e le luci) presenti, anche in piccola percentuale.

Questo non significa che se le nostre foto non hanno questo tipo di istogramma allora sono sbagliata, ma semplicemente che si discostano dalla scena standard – il cartoncino di grigio medio.

Ecco un esempio di foto corretta, di foto sovraesposta e sottoesposta.

Nell’esempio 1, la foto è sovraesposta e gli istogrammi mostrano una completa assenza di neri e ombre e una grande concentrazione di bianchi puri.
Nell’esempio 2, la foto è corretta e gli istogrammi sono disposti lungo tutto l’asse delle ascisse, dicendoci che nello scatto sono presenti tutti i valori di luce, dai neri ai bianchi, ai mezzi toni.
Nell’esempio 3, la foto è sottoesposta e gli istogrammi sono tutti spostati verso i valori bassi (i neri.)

C’è vita oltre agli istogrammi

Non sto dicendo che se non imparerete a leggere gli istogrammi, non riuscirete mai ad esporre una foto correttamente. Tutt’altro!
Sto però cercando di indirizzarvi sulla via più corretta che è quella di imparare a vedere il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica e gli istogrammi rappresentano perfettamente questa situazione.
Imparare a leggere gli istogrammi e interpretarli ci rende fotografi più consapevoli e dunque migliori.

Quando gli istogrammi non servono a nulla

Quando siete già fotografi esperti e state esponendo in maniera consapevole o creativa, ad esempio:

In questo mio scatto,’istogramma suggerirebbe un grave errore di esposizione, ma in verità la sottoesposizione (pesante) è voluta ed la ragione per la quale la foto risulta interessante.

 

 

 

Read Full Post »

L’estate è alle porte. Già! E con le vacanze molti di noi, finalmente, si decideranno a tirar fuori la macchina fotografica dall’armadio – sempre meglio che lasciarla in letargo qualche altro mese, mi viene da dire, anche se mi piacerebbe che la nostra reflex fosse un po’ più presente durante tutto l’anno.
Ma per molti di noi è così… le scuse per lasciare la macchina a casa sono poi sempre le stesse… non ho mai tempo… ho sempre mille impegni… quando fotografo rallento gli amici… blah, blah, blah, blah!

Poi, al rientro, ecco che molti fotografi d’agosto vengono colti dalla madre di tutte le frustrazioni: partiti con le migliori aspettative, si ritrovano un pugno di card zeppe di scatti banali, quando va bene, semplicemente brutti, nel resto dei casi.
Non sarà un post a trasformarci magicamente nei nuovi Cartier-Bresson e quasi sicuramente continueremo ad ammirare le fotografie sul National Geographic e a invidiare gli scatti di Steve McCurry, ma un passo avanti possiamo provare a farlo anche noi e non serve partire per il delta del Mekong, le Dolomiti o il Salento d’agosto possono bastare a pure avanzare.

  1. IMPARIAMO A TENERE LA MACCHINA FOTOGRAFICA A PORTATA DI MANO
    Sento già il coro dei detrattori: ecco il festival dell’ovvio! che banalità assurda!
    Credetemi non è così, non è assolutamente una banalità. Soprattutto chi di noi è alle prime armi tende a non portarsi la macchina sempre appresso. Altri, che invece almeno ci provano, molto spesso la tengono spenta e con il tappo ben saldo sull’obiettivo.
    Vinciamo la pigrizia: PORTIAMO LA MACCHINA SEMPRE CON NOI.
    Facciamo un passo avanti: TENIAMOLA ACCESA, non sarà una batteria che si consuma a fermarci!
    Facciamone un altro: LIBERIAMO L’OBIETTIVO DAL TAPPO.
    Creiamoci un’abitudine: macchina in mano, accesa e tappo in tasca, da subito e per tutto il tempo.
    Facciamo trovare sempre pronti. La fotografia ha bisogno di un po’ di culo, ma noi dobbiamo dare una mano al culo e come pensiamo di fare foto senza macchina, o con la macchina spenta, o con il tappo sull’obiettivo!?

    Scatto rubato dall’auto. Giusto il tempo di un semaforo rosso. Con la macchina in albergo, o in mano, ma spenta, o con il tappo sull’obiettivo, non sarei mai riuscito a cogliere la piccola mendicante indiana

     

  2. LA FOTOGRAFIA NON È UN’ATTIVITÀ SOCIALE
    Fotografare in vacanza o in viaggio significa – anche – dover fare qualche sacrificio o accettare qualche piccola rinuncia.
    La fotografia non è un’attività sociale, purtroppo, anzi ha bisogno di concentrazione e tempo, soprattutto per chi di noi non ha ancora molta esperienza.
    Meglio essere chiari da subito. Se siamo in vacanza con altre persone o se viaggiamo in gruppo e non tutti nutrono la nostra passione per la fotografia, diciamo loro che qualche volta ci staccheremo per fare qualche fotografia e di non prendere la cosa come uno sgarbo, né tanto meno come se stessimo dicendo che non apprezziamo la loro compagnia.
    Semplicemente la fotografia e i fotografi hanno tempi diversi dagli altri compagni di vacanza o di viaggio.
    Intestardirsi a rimanere in gruppo e fotografare mentre gli altri hanno per la testa altre cose porta soltanto due conseguenze: l’irritazione di chi non fotografa ed è costretto a subire le nostre soste e un’ansia incontrollata da parte nostra, nel tentativo di accelerare i tempi o di evitare lo scontro.
    Per non parlare dei risultati. Fretta, ansia, frustrazione, incazzature… tutti ingredienti che non aiutano a fare delle belle fotografie.
    Molto meglio ritagliarsi qualche finestra di tempo da dedicare soltanto alla nostra passione, cercando di non esagerare e tenendo sempre in mente le ragioni e le necessità degli altri.
  3. ALZIAMOCI PRESTO
    Quasi sempre la differenza tra uno scatto buono ed uno mediocre, se non pessimo, è la qualità della luce.
    Se ci alziamo con calma, facciamo colazione e cominciamo a fotografare soltanto dopo, non porteremo a casa granché di memorabile.
    Impariamo ad alzarci presto. Lo so, è un sacrificio, ma soltanto provandoci qualche volta, riusciremo a cogliere quella luce particolare.
    Non dico sempre, ma almeno qualche mattina, confortati dalle previsioni meteo, puntiamo la sveglia e cerchiamo di essere fuori, con la macchina pronta a scattare, per l’alba.
    Vinta la pigrizia, scopriremo che la luce migliore del mattino la si trova attorno all’alba, senza contare poi che anche i luoghi che di giorno sono affollati, così presto al mattino, saranno sgombri. Saremo soltanto noi e la nostra macchina fotografica e per qualche mezz’ora potremo davvero sentirci fotografi.
    Non riesco a dire che il soggetto non farà la differenza, ma posso giurare che qualsiasi scena, nella luce calda dei momenti a cavallo dell’alba acquista un fascino unico – e di certo porteremo a casa qualche scatto diverso dalle solite “foto delle vacanze”.

    La luce dell’alba è poesia

    Certe cose succedono soltanto all’alba

     

  4. NON FERMIAMOCI A UNO SCATTO SOLO PER SCENA
    Questo è quello che fanno i principianti! Ma noi vogliamo provare a diventare un po’ più bravi, no!?
    Bene! E allora cominciamo a farlo.
    Non fermiamoci ad una sola inquadratura della scena che ci piace. Forziamo la pigrizia mentale. Il “buona la prima” non ci fa migliorare e resta sempre sulla superficie delle nostre vacanze o dei nostri viaggi.
    Una volta trovata una scena che ci piace e una volta portata a casa la prima inquadratura, andiamo a caccia di dettagli che possano completare il primo scatto e poi proviamo a documentare la stessa scena da un’altra angolatura, con una focale diversa, magari. Facciamo quello che fanno i fotografi, raccontiamo le nostre storie con panoramiche larghe e poi portiamo chi guarda più dentro, facciamogli apprezzare i dettagli, possiamo anche esagerare, se ne vale la pena, e cogliere le materie pure che compongono la scena.
    La spiaggia di Miramare di Rimini, ad esempio, ci offre una campo largo, nel quale, magari, immortaliamo le file di ombrelloni, o la battigia affollatta, ma poi possiamo completare il racconto scattando il dettaglio del moscone del salvataggio, o del cesto del venditore di cocco – se pensate che i bomboloni alla crema facciano ingrassare anche solo in fotografia. Volendo, possiamo scendere ancora più nel dettaglio, magari usando un linguaggio più grafico, più astratto, e riprendere la texture del legno verniciato delle cabine o la pallina del calcio balilla.
    Insomma, qualsiasi scena, ma davvero qualsiasi questa volta, offre numerose possibili inquadrature, larghe, strette, strettissime, larghissime, dal basso, dall’alto, verticali, orizzontali… impariamo a vincere la pigrizia fisica e mentale e andiamo a caccia di tagli diversi, di dettagli, di pattern, di grafismi.
  5. USCIAMO LEGGERI, MA…
    Il vantaggio di chi di noi è alle prime armi – e dei fotografi d’agosto – è che spesso possediamo un solo corpo macchina e lo zoom che ci hanno venduto con il kit. Va benissimo!
    Usciamo leggeri, in modo che l’attrezzatura non pesi troppo sulla voglia di stare fuori e di fotografare.
    È una buona regola dalla quale partire: muoversi leggeri.
    Dunque, usciamo leggeri, ma… già, ma… e questo ma non è mica qui per caso… se possediamo qualche pezzo in più del kit di base, se ad esempio abbiamo un paio di obiettivi, magari tre, o un flash, o magari un cavalletto, o se magari possediamo un filtro polarizzatore o un kit di filtri ND… Ecco il senso di quel ma!
    Io non faccio molto testo, lo ammetto, sono abituato da sempre ad uscire a fotografare con uno zaino da 10 kg, con dentro tutto quello che penso possa servirmi, a volte, se ho idee strane per la testa, o so che starò fuori fino al crepuscolo, mi porto anche un cavalletto. Con questo non vi sto dicendo che anche voi vi dovete caricarvi come muli da soma, ma semplicemente, che per me la frustrazione di non essere riuscito a portare a casa uno scatto al quale tenevo, solo perché quello che mi serviva l’ho lasciato in albergo o a casa, pesa molto di più dei 10 kg della mia Lowepro.
    Impariamo capire cosa ci può servire e portiamocelo dietro e impariamo a capire cosa invece è solo peso inutile.
    Cominciamo col portarci soltanto roba che sappiamo utilizzare e che utilizzeremo con una certa probabilità, piano piano, prepariamoci mentalmente a sperimentare e, quindi, a portarci altra attrezzatura.

Ve l’avevo detto, non diventeremo i nuovi Erwitt leggendo questi 5 consigli, ma forse, qualcuno di noi, che tira fuori la reflex solo dopo aver staccato il settimo foglio del calendario e la ripone col 1° di settembre, riuscirà a portare a casa qualche scatto buono, di quelli che ci si sente orgogliosi nel mostrarli agli amici in autunno e magari si sentirà un po’ più fotografo e proverà a scrollarsi di dosso la pigrizia e a fotografare anche in ottobre o in dicembre o magari in marzo o aprile…
Sappiatemi dire.


Impara a fotografare con noi. Clicca qui


 

Read Full Post »

Notte di luna piena nel Sahara.
La luce della luna illumina cielo e dune

Sono tornato da qualche settimana da un magnifico photo tour che ho organizzato in Marocco. Una delle tappe più entusiasmanti è senza ombra di dubbio quella che vede il gruppo passare la notte in un campo tendato beduino, tra le dune del deserto del Sahara. Durante la notte, organizzo una sessione di fotografia notturna, anche perché lo spettacolo delle stelle nel deserto è una di quelle esperienze che difficilmente si scordano – anche quando il cielo si copre di nuvole inaspettatamente, come è successo quest’anno.

La fotografia notturna ha una pessima caratteristica intrinseca negativa, quella di amplificare i problemi che si possono sperimentare sul campo, ma ha anche la capacità di regalare grandi emozioni a tutti, anche a coloro che hanno poca esperienza in materia.

Il mio consiglio, per coloro alle prime armi, è quello di dare una bella ripassata al manuale della propria reflex in modo di aver ben chiaro come accedere a certe funzioni della macchina e a come farlo rapidamente anche in condizioni disagiate come un campo di notte o una duna del Sahara.

Attrezzatura minima per fotografare le stelle:

  • una macchina fotografica
  • un obiettivo, meglio se grandangolo
  • batteria nuova (e carica al massimo)
  • card vuota
  • un cavalletto
  • uno scatto remoto, non è necessario che sia a infrarossi e per cominciare, non serve neppure che funga di intervallometro
  • una torcia
  • un timer
  • una borsa dedicata

Via tutti gli automatismi!
Via l’autofocus! Via gli eventuali dispositivi per ridurre le vibrazioni!
Macchina in manuale! Ok, mi sa che la metà di voi ha abbandonato la lettura del post a questo punto, se ci siete ancora, andiamo avanti…

Dove andare?
Non serve andare tra le dune del Sahara o sulla catena dello Zanskar, ma è necessario lasciarsi aree urbane e questo comporta un po’ di pianificazione, ma basteranno un paio di scatti azzeccati a ricompensarvi.

Quando andare?
La scelta della notte è sicuramente uno degli aspetti meno prevedibili, in quanto legato al meteo – se pensate che quest’anno, durante il photo tour in Marocco, siamo incappati in una rarissima nottata nuvolosa (!).
Quello che invece potete determinare con precisione scientifica è invece l’importanza della luna nelle notti che sceglierete per scattare.
Durante le notti vicine al plenilunio, quando cioè il disco lunare assume le massime dimensioni, la luce della luna influisce negativamente sulla visibilità delle stelle, ma rischiara la scena con una luce molto morbida e affascinante.
Al contrario, nelle notti prossime al novilunio, la quasi totale assenza del disco lunare nel cielo, rende le stelle decisamente più visibili, ma dovrete prepararvi a lavorare praticamente al buio.
In ogni caso è bene fare un po’ di compiti a casa prima di trovarsi sul posto per evitare lunghe attese perché non avevate previsto che la luna fosse un ospite non gradito della vostra inquadratura.
Determinare fasi lunari, altezza sull’orizzonte e posizione nel cielo della luna ormai non è più roba per astronomi.
Ci sono app alla portata di tutti, che vanno dal semplice calcolo della fase lunare, riportato in qualsiasi punto del mondo, fino a fornire tutte le informazioni che vi possono servire, come ad esempio l’ora esatta in cui spunterà il satelline, l’altezza nel cielo, riportato nel corso della notte, il percorso, e altro ancora, oltre naturalmente alla possibilità di impostare località e date diverse.
Una tra tutte, TPE (The Photo Ephemeris).

Comporre e mettere a fuoco. Due piccoli incubi.
Comporre un’inquadratura al buio non è cosa da poco, così come mettere a fuoco con cura.
Se ne avete la possibilità, fate un sopralluogo di giorno, altrimenti il vostro unico alleato è una torcia.
Componete con cura e cercate di includere qualche elemento in primo piano. NON inquadrate soltanto una porzione di cielo.
Inserite degli alberi, il profilo di una montagna, di una casa… insomma, avete capito. Gli elementi in primo piano, staccati dal cielo, hanno la capacità di rendere lo scatto del cielo più interessante.
Mettere a fuoco può essere un problema. Aiutatevi con la torcia, puntandola contro un elemento sufficientemente lontano e mettete a fuoco su di lui – se usate, come consigliato, un grandangolo, dovreste cavarvela.

Per iniziare: stelle puntiformi
Anche se molti di voi saranno rimasti affascinati da tutti quegli scatti con le stelle che sembrano compiere dei giri luminosi, è bene che si proceda per piccoli passi.
Cominciate a scattare le stelle come puntini di luce.
Ecco qualche trucco.
Aprite al massimo. Chi può, f/2,8… altrimenti gli altri si tengano su f/3,5, f/4,5.
Occhio al tempo di posa. La terra ruota attorno al proprio asse e questo movimento rischia di riprodurre le stelle come piccole strisce anziché punti luminosi, se usate un tempo di posa troppo lungo.
Per cui affidatevi ad una regola vecchia, ma sempre valida: la regola del cinquecento.
Dividete 500 per la lunghezza focale dell’obiettivo che montate – ad es. se montate un 28, risolvete questa semplice operazione: 500/28. Il risultato è il tempo massimo che potete usare prima che le stelle appaiano mosse.
ATTENZIONE! La regola è pensata per fotocamere full frame, per i modelli APSC Nikon 500 si riduce a 333, mentre per i modelli APSC Canon 500 si trasforma in 316.
A questo punto avete la coppia tempo e diaframma, non resta che impostare gli ISO di conseguenza
Sparate gli ISO. Se avete tra le mani una buona macchina, in una notte senza luna, potete alzate gli ISO anche fino 3600. Se avete una macchina meno performante, tenetevi attorno ai 1250/1600 ISO. Sappiate però che pompando la sensibilità del sensore, le stelle guadagnano una certa consistenza.

Macchina saldamente agganciata al cavalletto e scatto remoto inserito, siete pronti a scattare.
Se possedete un software per gestire il formato RAW, preferitelo al JPEG, in caso contrario, avrete meno possibilità di recuperare gli errori o di intervenire. In questo caso, impostate il bilanciamento del bianco su 3600° K (o incandescenza, se la vostra macchina non offre la possibilità di impostare direttamente la scala Kelvin).

Non temete, torneremo ancora sull’argomento.

Read Full Post »

Older Posts »