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Archive for the ‘Capire la luce’ Category

Notte di luna piena nel Sahara.
La luce della luna illumina cielo e dune

Sono tornato da qualche settimana da un magnifico photo tour che ho organizzato in Marocco. Una delle tappe più entusiasmanti è senza ombra di dubbio quella che vede il gruppo passare la notte in un campo tendato beduino, tra le dune del deserto del Sahara. Durante la notte, organizzo una sessione di fotografia notturna, anche perché lo spettacolo delle stelle nel deserto è una di quelle esperienze che difficilmente si scordano – anche quando il cielo si copre di nuvole inaspettatamente, come è successo quest’anno.

La fotografia notturna ha una pessima caratteristica intrinseca negativa, quella di amplificare i problemi che si possono sperimentare sul campo, ma ha anche la capacità di regalare grandi emozioni a tutti, anche a coloro che hanno poca esperienza in materia.

Il mio consiglio, per coloro alle prime armi, è quello di dare una bella ripassata al manuale della propria reflex in modo di aver ben chiaro come accedere a certe funzioni della macchina e a come farlo rapidamente anche in condizioni disagiate come un campo di notte o una duna del Sahara.

Attrezzatura minima per fotografare le stelle:

  • una macchina fotografica
  • un obiettivo, meglio se grandangolo
  • batteria nuova (e carica al massimo)
  • card vuota
  • un cavalletto
  • uno scatto remoto, non è necessario che sia a infrarossi e per cominciare, non serve neppure che funga di intervallometro
  • una torcia
  • un timer
  • una borsa dedicata

Via tutti gli automatismi!
Via l’autofocus! Via gli eventuali dispositivi per ridurre le vibrazioni!
Macchina in manuale! Ok, mi sa che la metà di voi ha abbandonato la lettura del post a questo punto, se ci siete ancora, andiamo avanti…

Dove andare?
Non serve andare tra le dune del Sahara o sulla catena dello Zanskar, ma è necessario lasciarsi aree urbane e questo comporta un po’ di pianificazione, ma basteranno un paio di scatti azzeccati a ricompensarvi.

Quando andare?
La scelta della notte è sicuramente uno degli aspetti meno prevedibili, in quanto legato al meteo – se pensate che quest’anno, durante il photo tour in Marocco, siamo incappati in una rarissima nottata nuvolosa (!).
Quello che invece potete determinare con precisione scientifica è invece l’importanza della luna nelle notti che sceglierete per scattare.
Durante le notti vicine al plenilunio, quando cioè il disco lunare assume le massime dimensioni, la luce della luna influisce negativamente sulla visibilità delle stelle, ma rischiara la scena con una luce molto morbida e affascinante.
Al contrario, nelle notti prossime al novilunio, la quasi totale assenza del disco lunare nel cielo, rende le stelle decisamente più visibili, ma dovrete prepararvi a lavorare praticamente al buio.
In ogni caso è bene fare un po’ di compiti a casa prima di trovarsi sul posto per evitare lunghe attese perché non avevate previsto che la luna fosse un ospite non gradito della vostra inquadratura.
Determinare fasi lunari, altezza sull’orizzonte e posizione nel cielo della luna ormai non è più roba per astronomi.
Ci sono app alla portata di tutti, che vanno dal semplice calcolo della fase lunare, riportato in qualsiasi punto del mondo, fino a fornire tutte le informazioni che vi possono servire, come ad esempio l’ora esatta in cui spunterà il satelline, l’altezza nel cielo, riportato nel corso della notte, il percorso, e altro ancora, oltre naturalmente alla possibilità di impostare località e date diverse.
Una tra tutte, TPE (The Photo Ephemeris).

Comporre e mettere a fuoco. Due piccoli incubi.
Comporre un’inquadratura al buio non è cosa da poco, così come mettere a fuoco con cura.
Se ne avete la possibilità, fate un sopralluogo di giorno, altrimenti il vostro unico alleato è una torcia.
Componete con cura e cercate di includere qualche elemento in primo piano. NON inquadrate soltanto una porzione di cielo.
Inserite degli alberi, il profilo di una montagna, di una casa… insomma, avete capito. Gli elementi in primo piano, staccati dal cielo, hanno la capacità di rendere lo scatto del cielo più interessante.
Mettere a fuoco può essere un problema. Aiutatevi con la torcia, puntandola contro un elemento sufficientemente lontano e mettete a fuoco su di lui – se usate, come consigliato, un grandangolo, dovreste cavarvela.

Per iniziare: stelle puntiformi
Anche se molti di voi saranno rimasti affascinati da tutti quegli scatti con le stelle che sembrano compiere dei giri luminosi, è bene che si proceda per piccoli passi.
Cominciate a scattare le stelle come puntini di luce.
Ecco qualche trucco.
Aprite al massimo. Chi può, f/2,8… altrimenti gli altri si tengano su f/3,5, f/4,5.
Occhio al tempo di posa. La terra ruota attorno al proprio asse e questo movimento rischia di riprodurre le stelle come piccole strisce anziché punti luminosi, se usate un tempo di posa troppo lungo.
Per cui affidatevi ad una regola vecchia, ma sempre valida: la regola del cinquecento.
Dividete 500 per la lunghezza focale dell’obiettivo che montate – ad es. se montate un 28, risolvete questa semplice operazione: 500/28. Il risultato è il tempo massimo che potete usare prima che le stelle appaiano mosse.
ATTENZIONE! La regola è pensata per fotocamere full frame, per i modelli APSC Nikon 500 si riduce a 333, mentre per i modelli APSC Canon 500 si trasforma in 316.
A questo punto avete la coppia tempo e diaframma, non resta che impostare gli ISO di conseguenza
Sparate gli ISO. Se avete tra le mani una buona macchina, in una notte senza luna, potete alzate gli ISO anche fino 3600. Se avete una macchina meno performante, tenetevi attorno ai 1250/1600 ISO. Sappiate però che pompando la sensibilità del sensore, le stelle guadagnano una certa consistenza.

Macchina saldamente agganciata al cavalletto e scatto remoto inserito, siete pronti a scattare.
Se possedete un software per gestire il formato RAW, preferitelo al JPEG, in caso contrario, avrete meno possibilità di recuperare gli errori o di intervenire. In questo caso, impostate il bilanciamento del bianco su 3600° K (o incandescenza, se la vostra macchina non offre la possibilità di impostare direttamente la scala Kelvin).

Non temete, torneremo ancora sull’argomento.

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L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

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Ladakh

Un buon paesaggio è questione di meteo favorevole, composizione curata e ora del giorno corretta

Se c’è un genere di fotografia che induce al paragone con gli scatti di altri fotografi, quella è senza dubbio la fotografia di paesaggio.
Diciamoci la verità, quanto è frustrante per ognuno di noi guardare il lavoro di un altro fotografo, scattato dal nostro medesimo punto e magari con la medesima inquadratura e con la medesima focale ed essere costretti ad ammettere che non c’è proprio paragone e che il nostro paesaggio non regge il confronto con la foto dell’altro.
Ed ecco che diamo fondo al baule delle scuse per cercare di difendere il nostro paesaggio… e tiriamo in ballo sfortuna, cattivo meteo, attrezzatura ancora poco conosciuta, post-produzione sbagliata, e blah, blah, blah, blah.
Ma c’è un trucco per migliorare la nostra fotografia di paesaggio e arriva molto prima di Photoshop e addirittura ancora prima di premere il pulsante di scatto, si chiama pianificazione.

E’ infatti attraverso una chiara pianificazione che gettiamo le basi per paesaggi memorabili.

Questo post è chiaramente dedicato a tutti coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia di paesaggio, ma può essere un  ripasso anche per coloro che si sentono più capaci.

Ecco 5 consigli che ci possono aiutare a fare un buon lavoro, ovviamente poi, una volta sul posto, l’attenta pianificazione dovrà essere sostituita da una certa sensibilità. un discreto talento, la conoscenza della tecnica e l’attrezzatura adatta… ma questo è tutto un altro discorso.

Se impareremo a pianificare con cura i nostri scatti di paesaggio, aumenteremo significativamente le nostre probabilità di successo.

  1. CONTROLLIAMO IL METEO
    La fotografia di paesaggio è sicuramente uno dei generi più difficili da prevedere: NON ABBIAMO NESSUN CONTROLLO SULLE CONDIZIONI METEOROLOGICHE della scena.
    Molto spesso partiamo da casa con un’idea precisa di atmosfera da riprodurre nello scatto e, una volta giunti sul posto, troviamo una condizione meteo completamente diversa.
    Prima di saltare in macchina e guidare per ore, controlliamo le previsioni meteo, se non altro, ci risparmieranno un viaggio a vuoto o tanta fastidiosa frustrazione.
    A volte però le bizze del meteo possono trasformarsi in scatti unici.

    Un'improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

    Un’improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

  2. SCEGLIAMO L’ORA MIGLIORE DELLA GIORNATA
    Luogo e meteo perfetti non ci salveranno dal disastro se ci presentiamo sul posto all’ora del giorno sbagliata.
    Nelle foto di paesaggio, la luce è  data dal sole (!). Le caratteristiche della luce del sole, e cioè la sua direzione, il calore, l’intensità e la qualità, sono date dalla posizione che il sole stesso occupa nel cielo, nel corso della giornata.
    E, a differenza del meteo, questo è un dettaglio decisamente più facile da prevedere.
    Facciamo in modo di essere sul posto quando il sole è nella posizione ideale per lo scatto che intendiamo portarci a casa.
    Tendenzialmente, a meno che non si tratti di paesaggi molto particolari – ad es. deserti – o di atmosfere molto precise, POSSIAMO TRANQUILLAMENTE EVITARE LE ORE CENTRALI DELLA GIORNATA.
    In queste ore, il cielo di solito risulta slavato e il sole a picco produce ombre corte e secche.
    I due momenti migliori per dedicarsi alla fotografia di paesaggio sono l’alba e il tramonto.
    La letteratura fotografica ama definire questi due momenti con i termini  blue hourgolden hour. La blue hour è quel periodo di tempo, di circa una mezzora, che precede l’alba al mattino e che segue il tramonto alla sera, durante il quale il cielo si presenta con un intenso color blu. La golden hour  – detta anche magic hour – è invece il momento della giornata subito dopo l’alba e che precede il tramonto, dove la dominante della luce è molto calda (rossa e arancio).
    E’ durante questi due momenti della giornata che i paesaggi offrono il massimo dal punto di vista fotografico.
    Esistono svariati modi per conoscere, addirittura con una precisione imbarazzante, il succedersi delle blue hour e delle golden hour. Il più rustico è sicuramente quello di leggere sul giornale ora di alba e tramonto. La blue hour del mattino inizierà circa trenta minuti prima del sorgere del sole e quella della sera inizierà qualche minuto dopo il tramonto e si protrarrà per circa una trentina di minuti. Così come la golden hour del mattino avrà inizio subito dopo l’alba e durerà circa una mezzora, mentre quella della sera comincerà una trentina di minuti prima del tramonto.
    Numerosissime app consentono di conoscere con estrema precisione inizio e fine di questi momenti della giornata, addirittura offrendo la possibilità di scegliere località e giorni diversi – può sembrare una velleità, ma torna molto utile se state pianificando viaggi e scatti nel tempo.
    E visto che dipendiamo dalla posizione che il sole occupa nel cielo della nostra scena, la qualità della luce varierà anche a seconda della stagione.

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    La luce calda dei minuti successivi all’alba e le brume invernali che si alzano dai campi. Ora del giorno e periodo dell’anno.

  3. FAMILIARIZZIAMO CON IL POSTO
    La prima tentazione è quesi sempre quella di presentarsi sul posto e scattare.  Non c’è nulla di male nel farlo, ma personalmente credo che prendersi un po’ di tempo per guardarsi in giro sia un’ottima maniera per portarsi a casa scatti memorabili. Ogni volta che ci si presenta l’occasione, cerchiamo di familiarizzare con la scena che abbiamo deciso di fotografare e quello che le sta attorno. Questo significa investire un po’ di tempo, magari presentarsi sul luogo con un certo anticipo, o magari recandosi sul posto nelle ore centrali del giorno, giusto per fare un piccolo sopralluogo, servendosi di uno smartphone e di un po’ di immaginazione.
    Conoscere la zona ci aiuta sempre. Ci aiuta a valutare le inquadrature migliori, ci aiuta a pensare ad inquadrature alternative. Ci aiuta a valutare possibili ostacoli fisici presenti sulla scena. Insomma, un sopralluogo prima dello scatto ci evita brutte sorprese.
  4. FACCIAMOCI TROVARE PRONTI
    Golden hour e blue hour non durano più di una mezzora e quasi sempre la luce migliore si concentra in appena una decina di minuti. DOBBIAMO ESSERE PRONTI quando questo accade! Ciò significa muoverci per tempo e arrivare sul posto con un certo anticipo, avere la macchina ben piazzata sul cavalletto e in testa l’idea precisa di quello che vogliamo ottenere.
    Controlliamo l’attrezzatura, scattiamo qualche test per verificare l’efficacia della composizione e magari proviamo anche una focale alternativa.
  5. FACCIAMO ATTENZIONE ALLE LOCALITA’ AFFOLLATE.
    Alcune località iconiche, in alcuni particolari momenti dell’anno, possono risultare decisamente affollate, e non sto riferendomi ad eventuali turisti, ma fotografi che, proprio come noi, sono lì per portarsi a casa lo scatto.
    Questo è un dettaglio da tenere in considerazione, perché a volte ci potrà capitare di condividere il luogo prescelto  con una cinquantina di altri fotografi e, in quei casi, piazzare il nostro cavalletto a volte potrebbe non essere una cosa così semplice.
    In questi casi è importante  ARRIVARE CON UN CERTO ANTICIPO, in modo da non dover soccombere all’affollamento di cavalletti e corpi.
    Ricordiamoci poi di MUOVERCI CON CAUTELA, evitiamo di impallare le inquadrature degli altri fotografi, facciamo attenzione a non urtare i cavalletti degli altri.  Può sembrare un consiglio banale, ma, quando il luogo è particolarmente affollato e l’ansia da prestazione sale, spesso ci si dimentica di quello che ci sta attorno e si sottovalutano le esigenze degli altri.

 

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Pura geometria e un sole inclemente. 1/2 stop di correzione negativa per rendere le ombre ancora più decise

Già mi sembra di sentirli i puristi… già mi sembra di sentire levare al cielo i loro strali… “Non si scatta mai col sole a picco!”.
Ok, ok! Non posso dar loro torto, anzi, diciamo che, nella maggior parte delle occasioni, hanno ragione.

Il sole a picco produce una luce molto dura, difficilmente si presta per un ritratto – sempre che si pensi al ritratto nel senso canonico – e altrettanto difficilmente è una luce adatta per uno scatto di paesaggio.
Il sole a picco crea ombre decise, a volte anche troppo decise, con una transizione tra le alte luci e i neri molto breve. Si tratta di una luce carica di contrasto, cattiva e difficile da gestire e misurare.

Questo però non significa che qualche volta non ci si possa cimentare con la luce del sole a picco. In questo caso, rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci a raccogliere una sfida interessante.
Sì, la luce del sole a picco è una sfida davvero interessante per qualsiasi fotografo.

Non tutti i soggetti sono adatti 
Il primo problema che dobbiamo risolvere è legato al soggetto che scegliamo di fotografare. NON TUTTI I SOGGETTI SONO ADATTI AL SOLE A PICCO. Dimentichiamoci i ritratti, soprattutto se pensiamo ad un ritratto canonico. Il sole a picco costringe i nostri soggette a strizzare gli occhi, che diventano delle minuscole fessure senza espressione, e crea fastidiose ombre sotto occhi, mento e naso – e queste ombre non rendono giustizia a nessun soggetto, neppure al più fotogenico.
L’architettura, invece, si dimostra molto adatta per essere scattata con il sole alto nel cielo.
Il forte contrasto produce ombre nette e ampie aree in piena luce. Sfruttiamo il contrasto! Il forte contrasto comprime molto il range tonale della scena e disegna forme geometriche piuttosto riconoscibili. CERCHIAMO LE GEOMETRIE!
Edifici, monumenti, statue… sono tutti elementi che si prestano in modo incredibile per questo tipo di luce dura.
EVITIAMO I PANORAMI, prediligiamo scorci o dettagli, giocando con il contrasto tra luce e ombre.
Avventuriamoci nel magico mondo del BIANCO E NERO.  Il gioco tra ombre e luci che crea il sole a picco è ideale per scattare in bianco e nero. Evitiamo però di scattare direttamente in bianco e nero, scattiamo a colori e solo in fase di post-produzione trasformiamo gli scatti in bianco e nero – in questo modo il sensore registrerà le informazioni dei tre canali (RGB) e non soltanto quella del canale monocromatico!

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Anche qui tanta geometria. L’ampia area illuminata suggeriva alla macchina di chiudere, ho preferito correggere i parametri suggeriti, aprendo di 1/2 stop, per non rendere i marmi in luce troppo grigi – se avessi aperto troppo, avrei corso il rischio di slavare le ombre.

Come misurare l’esposizione
Con il sole a picco, la nostra scena risulta sempre molto illuminata, questo significa che l’esposimetro della macchina, in generale, tenderà a chiudere, a sottoesporre.
Ricordiamoci però che ci troviamo in una situazione piuttosto estrema e dobbiamo sfruttare questa sfida in maniera creativa.
E allora bando agli indugi! Ma attenti… il sole a picco non è una luce per pavidi.
Esporre è comunque un atto creativo, per cui assumiamocene la responsabilità e andiamo a vincere la sfida con una luce cattiva come quella del sole alto nel cielo.
In scatti molto grafici, personalmente preferisco sottoesporre ulteriormente, in questo modo ottengo ombre ancora più decise – attenzione a non chiudere troppo il diaframma, rischieremmo di sporcare troppo le aree di luce.
Se invece siamo alle prese con scatti più descrittivi, allora meglio aprire un po’ di più, rispetto alla lettura dell’esposimetro, o rischiamo di perdere molti dettagli.

Qual’è la modalità di esposizione migliore?
Non c’è. Dipende da noi, da come ci troviamo più a nostro agio e da come conosciamo la nostra macchina.
Gli esposimetri di ultima generazione sono in grado di esporre “correttamente” anche in scene cariche di contrasto, ma l’ultima parola spetta sempre a noi!  E non dimentichiamoci che gli esposimetri sono tarati per ricondurre tutto ad un grigio medio… se va bene, sotto il sole d’estate dell’una di pomeriggio, di grigio medio ce ne sarà davvero poco, per cui, affidarsi troppo ai parametri suggeriti dall’esposimetro, potrebbe slavare le ombreimbottire troppo le luci.

Il mio consiglio è impostare la macchina in manuale, questo ci dà il massimo controllo su tutti i parametri – non sentite già l’adrenalina scorrere!? ah ah ah,
In scatti molto grafici potrebbe essere una buona scelta quella di impostare la misurazione spot, che riduce l’area di lettura dell’esposizione ad poco più di un punto, in corrispondenza del punto di messa a fuoco.

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Lettura spot sulle ombre e il gioco è fatto. Del resto, quelle ombre davanti ai portoni sono proprio il grigio che piace tanto agli esposimetri. Il risultato è uno scatto che “trasuda caldo” – o no!?

In ogni caso, cerchiamo quelle poche aree di tono medio presenti nella scena e misuriamo lì: ci assicureranno un lettura di partenza abbastanza accurata, saremo noi poi a decidere se accontentarci o se intervenire, chiudendo – e quindi saturando – o aprendo – e quindi andando a recuperare dettagli nelle ombre. Attenzione! Sovraesponiamo con giudizio, il rischio di bruciare varie aree dell’inquadratura è dietro l’angolo.
… insomma, la luce del sole alto nel cielo non è il diavolo!
È una luce difficile, drammatica, ricca e che spesso non si lascia domare. È una luce impegnativa da misurare, ma che, per contro, promette scatti molto interessanti.

I giorni della pellicola sono lontani, per cui, usciamo e sperimentiamo… male che va, cancelleremo.

 

 

 

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Atmosfera da fiaba: 1500 K

Nel post precedente ho provato a spiegarvi il concetto di temperatura della luce, in questo post affrontiamo il bilanciamento del bianco e proviamo a capire come si può impostare questo parametro per ottenere RISULTATI CREATIVI.

Il parametro del bilanciamento del bianco, come abbiamo visto nel post precedente, nasce per correggere le dominanti cromatiche introdotte dalle diverse tipologie di luce, in pratica aggiunge una dominante contraria, per bilanciare la luce e riportare la cromia alla normalità.
In realtà, però, possiamo impiegare questo parametro per fini più creativi.

 

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Un tramonto più caldo: 2000 K

Aggiungere calore al tramonto
La luce del tramonto è di per sé piuttosto calda – 1500/2000 K – e il buon senso imporrebbe di bilanciare la dominante calda con una fredda, impostando il bilanciamento su 2000 K o cercando un preset adeguato (luce neon o a filamento).
Ma si sa, il buon senso non tiene conto di finalità cretative, così facendo otterremmo una foto bilanciata correttamente e nulla di più.
Provate allora a spostare il bilanciamento verso Kelvin più alti.
Se avete la possibilità di impostarli manualmente, andate a fine scala, e impostate 8000/9000 K. Se non potete impostarli manualmente, scegliete l’icona dell’ombra.
Il vostro tramonto assumerà immediatamente un’atmosfera molto più calda e più interessante – e pace per i bianchi un po’ arancioni.

Dare colore alle pelli
Personalmente scatto sempre con la macchina impostata su “nuvolo”.
E’ un vezzo che mi permette di ottenere incarnati più caldi e pelli più abbronzate.
Perché? Perché il preset “nuvolo” introduce una dominante calda che servirebbe a contrastrare l’azzurrognolo delle nubi, ma se scattiamo in condizioni normali, il risultato è una foto più calda (di poco) e quindi con pelli più piacevoli.
Chiaramente se la giornata è nuvolosa, il trucchetto non sortisce grandi effetti.

Più atmosfera alle nebbie e alle quinte di monti
Quando trovate una bella sequenza di profili di montagne all’orizzonte, non indugiate: abbassate i Kelvin delle impostazione del bilanciamento attorno ai 1500/2000 K – tungsteno o filamento, otterrete foto più fredde e un’atmosfera più interessante.

Esempi a parte, la morale che mi piacerebbe imparaste è che il bilanciamento del bianco può essere visto come un ulteriore strumento creativo – pari ai filtri che si usavano un tempo. Imparate ad impiegarlo per aggiungere un tocco di creatività, oltre che per neutralizzare una dominante fastidiosa.
A voi!

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Ecco un concetto che crea sempre qualche perplessità: la temperatura del luce.

Non lasciamoci ingannare da quella perfezione tecnologica che sono i nostri occhi, in grado di adattarsi a tutti i tipi di luce (e alle relative temperature) senza venire fuorviati dalle dominanti cromatiche che le diverse tipologie di luce introducono.
Il sensore della nostra macchina fotografica non è così sofisticato, è bene perciò capire che ogni tipo di luce ha un colore particolare e una temperatura, espressa in gradi Kelvin, relativa.
Capire questo, ci aiuta a capire come intervenire sulle impostazioni della nostra reflex ed ottenere immagini sempre ben bilanciate.

Il parametro che modifica le impostazioni relative alla temperatura della luce è il bilanciamento del bianco  ed è buona regaola, per lo meno di partenza, associare un corretto bilanciamento del bianco ad ogni tipologia specifica della luce.

La luce, che i nostri meravigliosi  occhi vedono sempre bianca, in realtà si muove  lungo tutto lo spettro visibile, dai toni del rosso ai toni del violetto – al di fuori di questa gamma si entra, appunto nell’infrarosso (al di sotto del rosso) e nell’ultravioletto (sopra il violetto).
OGNI SORGENTE LUMINOSA EMETTE LUCE PER COMBUSTIONE e viene misurata con un’apposita scala in gradi, intitolati a William Kelvin – i gradi Kelvin (K), appunto.
Le luci calde – candele, lampadine a filamento, il tramonto – hanno un basso valore di gradi Kelvin, mentre le luci più fredde – luce del cielo coperto, ombra – hanno un alto valore di gradi Kelvin.

Ecco un esempio di alcune sorgenti con le relative temperature espresse in Kelvin:

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Fin qui, direi tutto chiaro.
Ora facciamo un passetto più in là: ogni sorgente luminosa INTRODUCE UNA DOMINANTE COLORATA nella scena. Ed è appunto su questo concetto che dobbiamo fare le nostre considerazioni da fotografi.
IL SENSORE DELLA NOSTRA REFLEX NON E’IN GRADO DI RICONOSCERE LA TIPOLOGIA DI LUCE E DI ADATTARSI AUTOMATICAMENTE (se non quando impostato in bilanciamento del bianco automatico AWB), per cui dobbiamo essere noi ad intervenire e ad impostare il parametro corretto.
Non sempre il bilanciamento automatico funziona in modo soddisfacente, per cui basterà che si imposti il parametro corrispondente – ad esempio SOLE quando scattiamo in condizioni di pieno sole; OMBRA,  quando scattiamo in ombra o FILAMENTO, quando scattiamo in interni illuminati da lampadine a filamento.

Cosa avviene quando interveniamo con il bilanciamento del bianco?
La macchina si regola di conseguenza e bilancia la dominante colorata della luce con una dominante contraria.
Facciamo un esempio: stiamo scattando in una condizione di ombra e la luce dunque ha una componente molto fredda, azzurrognola (7000 K), se impostiamo il paramento “ombra”, la macchina fotografica aggiunge una dominante giallo/arancione che ha il compito di scaldare  e neutralizzare la componente fredda della luce.
Chiaro, no!? Bene, perché questo succede con tutti i parametri a disposizione.

Proviamo a riepilogare il tutto in questo specchietto:

Luce Kelvin

Nel prossimo post affronteremo più nel dettaglio il bilanciamento del bianco.


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La luce in questo scatto arriva da fuori inquadratura e riflette sull’acqua del Gange, illuminando in modo tenue il soggetto, alcuni tagli di luce diretta contribuiscono a rendere lo scatto più interessante

Se brillare di luce riflessa non è di certo una meta da inseguire, fotografare con luce riflessa può portare risultati di qualità.

La luce riflessa, tra tutte le tipologie di luce,  è quasi sicuramente una di quelle alle quali si pensa meno, eppure è quasi sempre a disposizione.

Esistono diversi tipi di luce riflessa, sicuramente quella più affascinante e quella che rimbalza sul terreno, o come nello scatto d’apertura, sull’acqua.

Pavimenti, marciapiedi, selciati – e massa d’acqua – hanno la capacità di trasformarsi per noi in ampi riflettori e di regalare a scatti, altrimenti anonimi, un’atmosfera spesso magica, riuscendo a generare una luce più avvolgente di quella diretta, se non addirittura estatica.

Affascinante, misteriosa, mai scontata, la luce riflessa offre molte opportunità al fotografo che sa guardarsi attorno, e tra le diverse possibilità, ancor di più, la luce che si riflette a terra.

SI tratta di una luce molto particolare, tenue e  carica di atmosfera. La cosa particolare è che là si deve cercare… nell’ombra. Sì, avete letto bene. La luce riflessa non è mai diretta (!) e la si trova spesso in ambienti pressoché chiusi – chiese, monasteri, ma anche garage, stalle e officine, la luce riflessa è molto democratica, ma altrettanto evocativa.
Bisogna sapere quello che si cerca e avere la pazienza che gli occhi si abituino alla semi oscurità, poi ci si aprirà un mondo di atmosfere tenui, contrasti ridotti, che quasi suggeriscono appena il nostro soggetto.

la luce riflessa dal basso è  morbida ed avvolgente, sempre ache nata, sempre, ma troppo esplicita – per questo serve un briciolo in più di allenamento e di pratica.

Attenzione al colore delle superfici sulle quali la luce riflette, perché una delle caratteristiche più difficili da gestire, quando si parla di luce, è che questa assume il colore della superficie sulla quale rimbalza, caricandosi di dominanti cromatiche qualche non desiderate.

Esporre per la luce riflessa è piuttosto semplice, dal momento che tutta la scena, teoricamente, cade in un ridotto range tonale. La maestria sta nel decidere di sottoesporre, e dunque preferire uno scatto più intimo, ancora più accennato e povero di dettagli, oppure sovraesporre,  e scegliere dunque uno più diafano, più etereo. Il piccolo miracolo spesso si risolve nello spazio di un paio di stop.

La grandezza della luce che riflette sul terreno è tutta nella palette di colori molto contenuta e dall’allure che dona al soggetto, avvolgendolo dal basso.
Una buona alternativa creativa è quella di includere nella scena, quando possibile, qualche taglio di luce diretta nella scena, giusto per regalare una sferzata di energia.

 

 

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