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L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

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Bimba sulla Awa Mahal Road, Jaipur (India)  – Una luce morbida, una profondità di campo ridotta, un fuoco preciso, ma soprattutto un soggetto incantevole (per lo meno a mio giudizio).

Visto il successo del post dedicato alla fotografia di paesaggio e agli errori più comuni – clicca qui – ho pensato di replicarne il modello e di dedicarmi questa volta alla fotografia di ritratto.

Partiamo dunque senza indugi, premettendo soltanto che non si tratta di leggi incise nella pietra, ma di semplici consigli che arrivano da qualche anno di esperienza.

Ecco alcuni degli errori più comuni:

  1. TUTTO A FUOCO
    Il ritratto vive in quel magico mondo dominato da una ridotta profondità di campo. Uno degli errori più comuni di chi si è avvicinato da poco alla fotografia – e in particolare alla fotografia di ritratto – è quelli di non sfruttare il fuori fuoco dato da una profondità di campo ridotta e di rovinare un potenziale scatto interessante lasciando troppo interesse allo sfondo.
    Non dobbiamo temere le aperture estreme. Componiamo con cura e usiamo il diaframma più aperto di cui il nostro obiettivo dispone. Nessun ci vieta di farlo, ma il mio consiglio è quello di scattare sempre tra f.2.8 e f.5.6, ricordandoci che la profondità di campo, oltre che dall’apertura del diaframma, è determinata dalla vicinanza del nostro soggetto e dalla lunghezza focale che impieghiamo.
    Ricordiamoci che,  LA PROFONDITÀ DI CAMPO SARÀ SEMPRE PIÙ RIDOTTA:

    1. PIÙ IL DIAFRAMMA È APERTO
    2. PIÙ LA DISTANZA DAL SOGGETTO È RIDOTTA
    3. PIÙ LA LUNGHEZZA FOCALE IMPIEGATA È LUNGA
  2. FUOCO INCERTO
    Altro errore tipico del principiante: non avere un punto focale preciso.
    Lavorare con diaframmi aperti, aumenta la possibilità di commettere errori nella messa a fuoco.
    I puristi – e per una mi trovo d’accordo con loro – esigono che, in un ritratto, gli occhi del soggetto siano SEMPRE perfettamente a fuoco.
    Il problema non si pone se il soggetto guarda in macchina con il volto perfettamente in asse, mentre qualche grattacapo in più nasce nel momento in cui invece assume una posa di 3/4, ad esempio, soprattutto se scattiamo con diaframmi molto aperti (f.2.8 o addirittura f.1,4 o f.1,2), utilizzando una focale tra gli 85mm e i 200mm.
    In certi casi, tipici però della fotografia di ritratto (ad es. con un soggetto a 1 metro, un 85mm e f.1.4) la profondità di campo si riduce a pochi centimetri e dobbiamo essere davvero attenti che gli occhi (almeno uno) siano perfettamente a fuoco.
  3. LUCE POCO INDICATA
    Il principiante di solito si entusiasma per il soggetto e tende a sottovalutare gli effetti catastrofici di una luce poco indicata per un ritratto.
    Evitiamo la luce del sole a picco – o di qualsiasi fonte luminosa (piccola) posta direttamente sopra il capo del nostro soggetto.
    Evitiamo anche la luce da sotto: fa immediatamente horror movie!
    E anche la luce radente è da utilizzare con molta circospezione, in quanto è micidiale nell’andare a sottolineare le imperfezioni della pelle.
    Meglio una luce morbida. Cerchiamo una finestra, la Luce che filtra da una finestra è sempre piuttosto morbida, magari ammorbiamola ulteriormente, schermando la luce con le tende (basta che siano bianche!).
    Se la luce è fortemente caratterizzata da una direzionalità, bilanciamo le ombre sul lato opposto di dove colpisce il soggetto, usando un riflettore – in commercio se trovano di vari tipi, pieghevoli e comodi, ma anche un semplice foglio di carta o un pezzo di polistirolo bianco possono aiutare.
    Il riflettore, sia di quelli professionali, sia approntato in corsa con un foglio di carta bianco, attenuerà le ombre.
    In una giornata di sole, all’aperto, cerchiamo sempre quello che i professionisti chiamano open shade e cioè una condizione che ponga il soggetto al riparo dalla luce diretta del sole – un portico, frasche, ecc. Non è necessario acquistare costosi teli traslucidi, basta guardarsi intorno e ricordarsi che il sole diretto non è certo il nostro miglior alleato nelle foto di ritratto.
  4. UN AMBIENTE OSTILE
    Ci concentriamo sul volto e non ci curiamo di tutto quello che sta attorno, soprattutto dietro. Ecco un errore molto comune, purtroppo comune anche in chi ha qualche esperienza in più.
    Cerchiamo di valutare sempre con cura l’effetto dell’ambiente sul volto ritratto.
    Scegliamo uno sfondo che non incomba, valutiamone colori ed intensità, valutiamo che non risulti troppo invadente.
  5. ANSIE, FRETTA E DISAGI VARI
    Ricordiamoci che pressoché nessuno, a meno che non faccia il modello di professione o che goda di una spiccata vanità, si trova a proprio agio di fronte ad una macchina fotografica spianata.
    Cerchiamo di andare sempre incontro ai nostri soggetti, facendo in modo che il loro disagio sia minimo. Come? Evitando di tenerli in posa troppo a lungo.
    Questo però non significa scattare con fretta, ma piuttosto avere le idee chiare prima di far posare il soggetto.
    Soprattutto se abbiamo fermato qualcuno per strada, cerchiamo di essere rapidi, cortesi e decisi. Ognuno di noi usi le tecniche che pensa più efficaci per mettere a propio agio il soggetto che stiamo ritraendo – io, personalmente, ci chiacchiero.
    Ricordiamoci che il sorriso è spesso la soluzione migliore, per cui… via i bronci!
    Ma lavorare sul disagio dei nostri soggetti non è sufficiente.
    Molto spesso, molti di noi, provano un profondo imbarazzo nello scattare un ritratto.
    E credetemi, il disagio del fotografo viene quasi sempre percepito anche dal modello, con il risultato di elevare oltre modo il suo livello d’ansia e di imbarazzo di fronte alla nostra macchina fotografica.
    La situazione è paradossale, ma il nostro disagio non fa che alimentare l’insicurezza e  il senso di inadeguatezza di chi sta posando per noi.
    Se siete timidi, la fotografia di ritratto non fa per voi!
    Chiedevi perché vi sentite a disagio nel fotografare le persone e trovate il modo di risolvere questo problema.
    L’esperienza mi ha indicato alcune cause alla base del DISAGIO DEL FOTOGRAFO :

    1. NON SI SENTE ALL’ALTEZZA
    2. TEME DI FAR PERDERE TEMPO AL SOGGETTO
    3. NON HA LE IDEE CHIARE
    4. NON HA LE CONOSCENZE TECNICHE NECESSARIE
    5. NON CONOSCE ABBASTANZA LA PROPRIA MACCHINA FOTOGRAFICA

Naturalmente, mentre stilavo questi cinque punti, me ne venivano in mente almeno altri cinque…  vorrà dire che tornerò sull’argomento, sempre che la cosa sia di vostro interesse.

 

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Priorità di diaframma (A per Nikon, AV per Canon) e controllo quello che voglio mantenere a fuoco e quello che voglio sfocare

Ma quale modalità devo scegliere!? Questa domanda credo di averla sentita fare almeno un centinaio di volte negli ultimi workshop che ho tenuto. È la tipica domanda che si pone chi comincia e ancora non ha sviluppato la dovuta confidenza con la macchina fotografica. Proviamo a tornarci sopra. Parliamo di MODALITÀ SEMI-AUTOMATICHE… Partiamo dall’inizio. Cosa diavolo sono le modalità semi-automatiche? Sono modalità che ci danno più controllo del modo P e un po’ meno del modo Manuale. Le modalità semi-automatiche sono 2:

  • Priorità di diaframma (A per Nikon e AV per Canon)
  • Priorità di tempo (S per Nikon e TV per Canon)

La PRIORITÀ DI DIAFRAMMA è quella particolare modalità di scatto dove la macchina sceglie il tempo corretto (corretto per eseguire una corretta esposizione) dopo che NOI abbiamo impostato il diaframma. Al contrario, la PRIORITÀ DI TEMPO è la modalità dove la macchina sceglie il diaframma corretto, una volta che NOI abbiamo scelto il tempo di posa.

E questa è la base, diciamo… Ma la base non ha ancora risposto alla domanda iniziale: quale modalità scegliamo?

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI DIAFRAMMA quando ci troviamo in situazioni dove vogliamo avere il massimo CONTROLLO SULLA PROFONDITÀ DI CAMPO – sulle cose che vogliamo tenere a fuoco e su quelle che vogliamo invece sfocare.
Controllare la profondità di campo ci permette di comporre con attenzione, creare interesse sui primi piani e togliere l’interesse dallo sfondo, oppure ci consente di essere certi che tutto, primo piano e sfondo, risultino perfettamente a fuoco. Per cui, nel caso di ritratti o dettagli, sceglieremo un diaframma aperto, mentre nel caso di panorami o di scene corali, imposteremo diaframmi più chiusi. E non ci dovremo preoccupare del tempo di posa, perché di quello se ne occuperà la nostra macchina.

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI TEMPO quando invece abbiamo a che fare con l’azione, con il movimento.
Se decidiamo di congelare il movimento del nostro soggetto, imposteremo un tempo rapido – 1/125, 1/250 o addirittura 1/500. Se invece vogliamo fare in modo che il nostro soggetto in movimento risulti mosso – strisciato, per intenderci – dobbiamo impostare tempi più brevi, ad esempio 1/30 o 1/15 o 1/8. Come per la modalità precedente, la macchina fotografica, una volta impostato il tempo di posa, sceglierà per noi il diaframma corretto.

Ora forse le cose sono un po’ più chiare… no!?

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Outdoor-Photography

Ho deciso di dedicare questo post alla base della tecnica fotografica: l’esposizione.
Lo scorso weekend, durante un workshop dedicato alla street photography, ho notato, soprattutto nei partecipanti alle prime armi, un certo pallore sul volto ogni volta che usavo espressioni tipo esponiamo per le luci leggiamo l’esposizione sulle parti in ombra… quelle facce un po’ sorprese mi hanno spinto a prendere in considerazione il fatto di parlare di esposizione, partendo dall’inizio – del resto queto blog si chiama o non si chiama “Fotografia Facile”!?

Dunque,

L’esposizione è quanta luce colpisce il sensore e per quanto tempo. Detto con il massimo della semplicità, questo è il concetto da capire.

Per cui dobbiamo tenere a mente due concetti fondamentali – legati all’esposizione – QUANTA LUCE PER QUANTO TEMPO.
A questi due concetti ora aggiungiamone un terzo, che è relativo alla sensibilità del nostro sensore  e che impostiamo con gli ISO.

Per cui i parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • quantità di luce
  • tempo
  • sensibilità del sensore

Facciamo un passo in là, noi siamo in grado di controllare tutti e tre i parametri che influenzano l’esposizione.
Come?

Impostiamo la sensibilità del sensore in base alle condizioni nelle quali scattiamo, ad es. in una giornata di pieno sole potremo usare ISO bassi, mentre di sera o all’interno dovremo scegliere ISO più elevati. Ad ISO elevati corrisponde una maggiore sensibilità del senore.

Ciò detto, cerchiamo di mandare a memoria che: il DIAFRAMMA regola la quantità di luce, il TEMPO DI POSA regola il tempo, gli ISO regolano la sensibilità del sensore.

Vediamoli uno ad uno, per provare a capire meglio:

Il diaframma è un dispositivo lamellare  montato all’interno dell’obiettivo in grado di aprirsi e chiudersi a nostro piacere e in grado di regolare la quantità di luce che colpisce il sensore, una sorta di rubinetto per la luce.
Qunando premiamo il pulsante di scatto, la macchina apre l’otturatore (immaginiamo una porticina o una tenda)  e lascia che la luce colpisca il sensore – che stà dietro l’otturatore. Otturatore e sensore stanno entrambi sul corpo macchina.
La quantità di luce che andrà a colpire il sensore dipenderà dall’apertura del diaframma – dalla sua ampiezza fisica.
Il tempo per il quale l’otturatore permetterà alla luce di colpire il sensore, passando attraverso il diaframma, sarà regolato dal tempo di posa.

Quando impostiamo la macchina in automatico, la nostra reflex decide per noi quanto tempo deve stare aperto l’otturatore e comando il diaframma all’interno dell’obiettivo.

Quando scegliamo una modalità semiautomatica, possiamo impostare uno dei due parametri  – tempo o diaframma – e la macchina imposterà il secondo per ottenere un’esposizione corretta.

Se lavoriamo in manuale, tutte le due scelte dipenderanno da noi, e la macchina si limiterà a dirci se la coppia diaframma/tempo che abbiamo scelto è corretta o se la luce è troppo poco o troppa (per dirla in maniera molto, molto, molto semplice).

Vi consiglio di leggere anche questo post, sempre sulle basi dell’esposizione – il triangolo magico

 

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jeep

Abbiamo mai pensato che il cielo può diventare il vero protagonista delle nostre fotografie di paesaggio?

A volte incappiamo in cieli così intensi che non fotografarli sarebbe davvero uno spreco.

Ecco allora qualche consiglio sparso per rendere al meglio una fotografia paesaggistica dove il cielo è protagonista

SPAZIO AL PROTAGONISTA
Se abbiamo scelto il cielo come protagonista dei nostri scatti, diamogli il giusto spazio. Componiamo dando al cielo almeno due terzi dell’inquadratura. Due terzi di cielo, un terzo di terra, e magari un soggetto interessante anche sulla terra, ecco una buona ricetta.

DOVE LEGGO LA LUCE
Scattare il cielo può essere un esercizio delicato per l’esposimetro della macchina.
Abbiamo più scelte a disposizione:

  • Scegliamo la modalità di esposizione a matrice e lasciamo fare alla macchina, ma così il rischio è che la foto venga un filo chiara – sovraesposta.
  • Scegliamo la modalità spot o centrale e leggiamo la luce nel punto più chiaro dell’inquadratura, questo renderà tutta la scena più scura – sottoesposta – e il nostro cielo risulterà più interessante e drammatico

Il mio consiglio è di prendere la seconda strada, ma attenzione, potremmo perderci qualche dettaglio in primo piano, perché la macchina tenderà  a scegliere un diaframma chiuso.

QUALE DIAFRAMMA FUNZIONA MEGLIO
Si tratta sempre e comunque di uno scatto paesaggistico, chiudiamo il diaframma per tenere tutto a fuoco (massima profondità di campo). Ricordiamoci però che gli obiettivi danno il loro massimo in termini di nitidezza attorno a f.11, per cui scegliamo di scattare tra f.11 e f.16, così avremo una profondità di campo piuttosto ampia e manterremo una buona nitidezza.

MEGLIO LE NUBI DEI CIELI AZZURRI
Molto di noi pensano che il cielo perfetto sia il cielo sgombro da nuvole e colorato di azzurro intenso. Errore! O meglio, lo è se intendiamo passare qualche ora in libertà, ma non lo è affatto se intendiamo fotografarlo.
I cieli azzurri e sgombri sono validi soggetti soltanto se intendiamo fare scatti molto grafici, per i quali però dobbiamo scegliere anche un valido contro-soggetto, cioè un orizzonte molto lineare.

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MEGLIO UN GRANDANGOLO
Sì, meglio scegliere un grandangolo. Un 28mm o un 35mm vanno benissimo. Dobbiamo essere in grado di abbracciare più cielo possibile, ricordiamocelo.

IL MALTEMPO E’ NOSTRO ALLEATO
La fotografia non è attività che dobbiamo legare solo alle giornate di sole, anzi, le migliori foto di cieli sono quelle che scattiamo in giornate di temporale o di meteo variabile.  Usciamo quando il tempo sta per cambiare, dal sole alla pioggia o dalla pioggia al sole.

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Pantheon

… del resto la luce è la materia prima nella fotografia e vale la pena dedicarle un po’ ancora di spazio.

Può sembrare un argomento per esperti, ma in realtà, imparare ad osservare la luce e a capirla è un esercizio che fa bene a tutti i fotografi, professionisti o neofiti.

 

SULLA LUCE DURA…

Torniamo a parlare di LUCE DURA.

La luce dura, con le sue ombre decise e il suo alto contrasto, crea profondità.
Domare la luce dura non è cosa semplice, siamo chiamati a fare delle scelte. Dove misurare la luce?  nelle zone d’ombra o nelle zone chiare?

Il consiglio che dò a chi comincia è: affidatevi ad una lettura totale (matrice, 3d, o come diavolo la chiama la vostra macchina). Ormai la tecnologia è in grado di interpretare  – più o meno senza sbagliare – qualsiasi tipo di scena, anche la più intricata.
Affidate il compito di districare la lettura esposimetrica alla macchina, soprattutto all’inizio.

Man mano che diventerete esperti, potrete passare a modalità dio lettura più selettivi – ad esempio la lettura a spot, che prende in considerazione soltanto una piccolissima percentuale di inquadratura.
ATTENZIONE! misurando in modalità spot risulterà fondamentale dove puntate – se lo spot cadrà in una zona d’ombra, la macchina penserà che tutta l’inquadratura ha quel valore di luminosità e si comporterà di conseguenza, suggernendo di aprire il diaframma (e di conseguenza, addio al vostro effetto drammatico dato dalla luce dura.)
Se invece la luce la misurerete  da un’area molto chiara, l’effetto sarà opposto, la macchina vi suggerirà un coppia tempo diaframma che tenderà a sottoesporre.

Il bello della luce dura è l’alto contrasto.
Contrasto e ombra secche, ben definite, creano tridensionalità, tensione e dramma.
ATTENZIONE! Usiamo con molta attenzione la luce nei ritratti, il rischio grosso è quello di non rendere giustizia ai soggetti che fotografiamo.

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Alto contrasto, ombre decise, aree illuminate nette. Ecco uno scatto con luce dura, che resnde il carattere “feroce” della statua

 

SULLA LUCE MORBIDA…

La luce morbida è rassicurante  e piacevole, ma può risultare monotona.
Le ombre sono spente e il contrasto è basso, la scena deve avere un forte messaggio intrinseco, altrimenti il rischio è  quello di uno scatto banale.
Quando scattiamo con luce morbida, cerchiamo di comporre con attenzione, limiteremo la possibilità di fare una brutta foto.

Misurare l’esposizione in condizioni di luce morbida è un po’ come…  vincere facile. La scelta della  modalità di lettura dell’esposizione non è così determinante come con in condizioni di luce dura. L’esposimetro non è stressato da contrasti ai limiti e solitamente la coppia tempo/diaframma suggerita è corretta.

Il bello della luce morbida è la capacità di abbracciare il soggetto, rivela senza enfatizzare oltre misura e perdona molto.

Uno scatto illuminato con luce morbida

Uno scatto illuminato con luce morbida

E ora sperimentiamo!

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Industrial Lights

Paesaggio industriale – un solo piano, f.8 e f.11 bastano e avanzano

Scattare paesaggi significa essere padroni della profondità di campo.

Innanzitutto, prima di iniziare a scattare, è bene che facciamo un ripasso sul concetto di profondità di campo.
La profondità di campo (in inglese depth of field, abbreviato spesso con DOF)   è la distanza davanti e dietro al soggetto messo a fuoco che appare nitida.

La profondità di campo è regolata da tre parametri:

  • apertura del diaframma
  • focale dell’obiettivo
  • distanza dal soggetto

Saltiamo a piè pari i tecnicismi e cerchiamo di fissare le regole pratiche:

  • diaframma chiuso : maggiore profondità di campo (più oggetti a fuoco)
  • focale piccola : maggiore profondità di campo
  • distanza del soggetto massima : maggiore profondità di campo

Se impariamo queste tre regole pratiche, possiamo poi immaginare anche come fare a minimizzare la profondità di campo – ma non è l’argomento del post.

Per cui, per scattare foto di paesaggi dove tutti i piani risultano a fuoco, dobbiamo, scattare con un diaframma chiuso, usare una focale ridotta e porsi ad una distanza piuttosto considerevole dal soggetto.

Molto semplice, direi!

Come scattare belle foto di paesaggio
I paesaggi funzionano meglio quando riusciamo a creare due piani perfettamente a fuoco. Un primo piano, che ci invita a guardare  e un secondo piano, all’orizzonte.
Per ottenere tutti i due piani a fuoco, non dobbiamo fare altro che seguire il consiglio sopra; diaframma chiuso, focale ridotta e distanda considerevole dal primo piano. E… tah-dah! il gioco è fatto.
Potrebbe sembrare una perdita di tempo o una velleità inutile includere un soggetto in primo piano in uno scatto di paesaggio, ma ricordiamoci che l’occhio inizia a guardare i paesaggi partendo dal primo piano e quindi aiutiamolo!

Ogni obiettivo ha un diaframma ideale, un’apertura cioè che permette di ottenere la massima definizione. Non è quasi mai in corrispondenza né della massima apertura, né della minima. Quello che gli anglofoni chiamano sweet spot di solito si trova tra f.8 e f.11 – in corrispondenza di queste aperture di diaframma i nostri obiettivi danno il massimo.
Spesso però, se siamo molto prossimi al primo piano o se abbiamo più elementi che corrono verso lo sfondo, dobbiamo abbandonare la massima definizione in favore della massima profondità di campo, che si ottiene chiudendo il diaframma e scendendo a f. importanti, quali ad esempio f.16 o f.22.

Regola pratica – se inquadriamo un paesaggio su un solo piano (ad es. una catena montuosa lontana, o degli edifici) impostiamo tranquillamente il diaframma su f.8 (f.11 al massimo).

… e ricordiamoci di tenere gli orizzonti dritti e per questo aiutiamoci con un cavalletto!

 

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