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Posts Tagged ‘capire la luce’

Usare la luce per esprimere emozioni.
L’intimità della sera, come avrebbe potuto scattarla Caravaggio (!).

L’idea per rispolverare questo post e di riscriverlo mi è venuta ieri, quando ho alzato gli occhi e lo sguardo è andato sbattere contro  un San Giovanni Battista di Caravaggio, in formato 3×2 che promuoveva la mostra “Dentro Caravaggio”.
Lo confesso! Sono colpevole! Io per Michelangelo Merisi da Caravaggio ho un debole… ma quale debole, io per Caravaggio ho una vera e propria adorazione, dai tratti quasi ossessivi (!).
Siamo “fotografi” – o ci crediamo tali, giusto!? Bene e allora dovremmo tutti andare a scuola da Caravaggio e imparare da lui come si scrive con la luce, perché “fotografia” proprio questo significa, da greco foto, luce, e grafia, scrittura.
Caravaggio mi ha sempre colpito ed entusiasmato per la sua capacità magistrale di usare la luce.
L’artista usa la luce in modo strettamente funzionale alla narrazione, che in alcune opere – che nella mia banalità giudico e godo come “assolute”, gli permette di asciugare la scena ad un livello oltre il quale sarebbe impossibile spingersi, con il risultato di produrre storie visive dalla potenza quasi dirompente.
La luce di Caravaggio è pathos, emozione, tragedia, dinamismo. E noi, che amiamo tanto definirci “fotografi”, ma anche voi che sul web vi firmate con un ben più chic “photographer”, dovremmo prenderci la briga di lasciare a casa l’ego ipertrofico per qualche ora e dedicarci a studiare come il genio (e sregolatezza) di Caravaggio impiega la luce per dare vita alle sue opere.

CONOSCERE E CAPIRE LA LUCE

È un nostro preciso dovere! Proprio come per uno scultore lo è conoscere le diverse pietre e per uno scrittore comprendere le regole della grammatica. Un fotografo deve conoscere, ma, soprattutto, capire la luce.

Si può imparare a capire la luce? Io sono fermamente convinto di sì.

FOTOGRAFARE SIGNIFICA SCRIVERE CON LA LUCE

La fotografia è fatta di luce e di ombre e non dobbiamo mai dimenticarlo.
Dobbiamo imparare a studiare la luce, la sua direzione, l’effetto che questa provoca sull’ambiente e sui soggetti del nostro scatto.
Dobbiamo imparare a familiarizzare con le qualità della luce.
Ahimè, molti di noi neppure le conoscono! Sarebbe un po’ come dire che uno scrittore non conoscesse le funzioni dei pronomi – anche se purtroppo qualche autore pubblicato sembra davvero esserne all’oscuro, giudicando da come scrive…
Le proprietà della luce (direzione, qualità, temperatura ed intensità) determinano la riuscita del nostro scatto tanto quanto la scelta del soggetto e l’uso della composizione, anzi, le proprietà della luce, esaltano la scelta di un buon soggetto e amplificano la potenza di una composizione curata.

CERCATORI DI LUCE

Troppo spesso prendiamo scorciatoie… i paesaggi si scattano al tramonto… i ritratti all’aperto si scattano in giorni nuvolosi… una donna va illuminata soltanto con luce diffusa… Blah, blah, blah… Tutto vero, tutto sacrosanto, ma non dobbiamo rilassarci e consegnarci all’ovvio, dobbiamo restare svegli e sperimentare. Dobbiamo cercare!
Dobbiamo, prima di tutto, prima di dirci fotografi – o firmarci photographer, imparare a cercare la luce. Dobbiamo diventare “cercatori di luce”.
Già la sola idea mi piace. Mi piace terribilmente il nome. “Cercatore di luce”, mi immagino qualcuno che non si accontenta della prima luce a disposizione, ma che si adopera per creare le condizioni di scattare SEMPRE con la luce giusta – giusta per quello scatto, per quella storia, per quel tono narrativo.
A allora cerchiamo!
Cerchiamo i controluce. Cerchiamo le luci di taglio, le luci radenti. Proviamo ad aggiungere  un flash per bilanciare il sole alle spalle del nostro soggetto… insomma, mandato a memoria l’ABC, proviamo ad andar oltre.

COME SI IMPARA A CONOSCERE LA LUCE

Ci sono esercizi che possiamo fare senza macchina fotografica per imparare a capire la luce.
Quando entriamo in una stanza, quando entriamo in un salone, in un qualsiasi ambiente, proviamo ad individuare la luce principale e a capire da dove (direzione). Osserviamo le ombre che crea. Analizziamole. Come cadono? Osserviamo le ombre, come cadono? Disegnano un contorno secco? Osserviamo la transizione tra le zone in luce e le zone in ombra.  Disegna un passaggio graduale, morbido? La luce è morbida? Riflessa? Dura e secca? Avvolgente? Cerchiamo tra gli aggettivi che conosciamo, fino a trovare quello meglio la descriva (qualità).
La luce è forte? È debole? (intensità). E ancora, continuiamo ad osservare. Ad esempio ci potrebbero essere un’abat-jour in un angolo e un neon appeso al soffitto. Osserviamo la differenza di colore tra le due fonti luminose e paragoniamole alla luce del giorno che entra dalla finestra. Siamo sicuri che siano proprio identiche? Quale fonte è più calda? Quale più fredda? (temperatura). E la temperatura della fonte luminosa, come influisce sui soggetti presenti nella scena?
Le diverse fonti interagiscono tra loro? Si sommano? Come risulterebbe la scena se potessimo spegnere una o più fonti luminose?
Cerchiamo poi di andare oltre. Che emozione ci procura quella particolare luce, che è data dall’insieme delle sue qualità (direzione, intensità, qualità e temperatura.)
È un semplicissimo esercizio e lo possiamo declinare in numerosissime variazioni, possiamo ripeterlo ovunque ci troviamo, all’aperto o in una stanza, davvero ovunque.

Possiamo anche andare oltre.

Ma possiamo anche andare oltre e provare ad osservare come la luce a disposizione definisca la scena (non importa quale essa sia), per poi provare  ad immaginare la stessa scena illuminata da  una luce diversa.
Variamo mentalmente la direzione. Come cambierebbero le ombre? Come cambierebbe lo scatto?
Variamo mentalmente l’intensità o la qualità e immaginiamo il possibile risultato.
Pensiamo a come vorremmo fosse illuminata la scena per trasmettere un messaggio (e una storia) diverso.
Partendo da quello che abbiamo sotto gli occhi e modifichiamo mentalmente le proprietà delle fonti luminose.
Variamone la qualità. Ammorbidiamo le ombre. Immaginiamola dura e diretta, che genera contrasti drammatici.
Otterremmo lo stesso scatto? Io dico di no.
Pensiamo poi, con la luce a disposizione nella scena, a dove punteremmo per effettuare la lettura per l’esposizione. Chiediamoci cosa potrebbe cambiare, se cambiassimo il punto di lettura.
E così via…
Sono esercizi semplici, ma ci aiutano a capire meglio la luce e, in particolar modo, a capire meglio quale  tipo di luce meglio racconta la storia che stiamo cercando di a raccontare.
Ognuno di noi ha la sua personalissima sensibilità, non esiste una luce giusta, ma di sicuro, secondo me, esiste una luce sbagliata: la luce piatta.

LA LUCE È OMBRA

Per lo meno lo è per me.
luce si contrappone ombra. Sono tanto affascinato dalla luce, quanto dalla sua assenza, dall’ombra, che è comunque sempre e soltanto generata dalla luce.
La mia luce ideale è una luce fatta di ombre. Capire ed impiegare la luce significa gestirne la sua assenza, e cioè le ombre.
Luce ed ombra sono due protagonisti indiscussi nel mio modo di vedere la fotografia (ammesso che a qualcuno di voi possa vagamente interessare).
Abbandoniamo il preconcetto che l’ombra sia in qualche modo malvagia. L’ombra altro non è che assenza di luce (o non-luce, sperando che Parmenide non s’incazzi!).
Non esiste luce che non proietti ombra. Anzi, guardatevi dalla luce che non proietta ombra, di solito è banale, piatta, scontata, poco significativa, per nulla stimolante, grigia, senza spessore… – posso fermarmi!?

Se proprio non ce la fate a riconoscere la buona luce, per lo meno imparate a riconoscere la luce piatta e lasciatela a qualcun altro.

Luca Spataro in un progetto personale all’interno dello shooting AI 17/18 per Tucano Urbano

CHIEDEVI COME L’AVREBBE SCATTATA LUI, CARAVAGGIO

Datemi del rincoglionito, ma mi capita spesso di farlo. Ora non è che dobbiate farlo per forza anche voi, magari a voi il Merisi fa pure schifo e fate il tifo per Botticelli! Pero…

Abluzione sacra nel Gange. A volte la luce ambiente offre occasioni uniche. Dobbiamo essere pronti a riconoscerle, a coglierle e ad amplificarle, se sposano la storia che stiamo cercando di raccontare.

E ora tutti fuori a… cercare!

Marzo in MAROCCO. Aprile in INDIA. Ecco le prime due mete del calendario delle Photo Avventure, due viaggi fotografici diventati ormai dei super classici. QUI trovi tutte le informazioni: date, itinerari, modalità per partecipare.


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Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

La composizione è uno dei migliori alleati dello story telling fotografico. Faremmo bene a ricordarcelo!

La prima decisione da prendere riguarda l’inquadratura. Inquadrare NON significa semplicemente puntare la nostra macchina sulla scena, SIGNIFICA, come riprendere la scena e soprattutto decidere cosa rimarrà nella nostra foto e cosa no – questo è il primo atto autorale/creativo e forse anche il più importante.

Decidere come inquadrare,  cosa va nell’inquadratura e cosa invece no, e dove posizionarlo sono le basi dalle quali partire per raccontare con efficacia la nostra storia fotografica. Siamo appena entrati  nel fantastico mondo della composizione, che è poi quello che differenzia chi (semplicemente) scatta da chi (invece) fotografa.

La composizione – cioè le regole attraverso le quali creiamo le relazioni visive tra gli elementi all’interno della nostra inquadratura  – aiuta chi guarda a focalizzare la sua attenzione su ciò che per noi ha importanza, dal punto di vista del racconto fotografico. Ad esempio, la composizione indica il soggetto principale, suggerisce relazioni tra gli elementi, i pesi narrativi, in modo esplicito e meno esplicito. Dobbiamo pensare alla composizione come ad una sorta di  grammatica dell’inquadratura.

C’è una frase che amo ripetere, non è mia, è di un fotografo canadese che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa a Kathmandu, David du Chemin: “ciò che non è nell’inquadratura non esiste”. Questo per me è molto più di un diktat, qualcosa forse più vicino ad un mantra. Con questo postulato bene in mente, cerco di capire come comporre al meglio perché la mia storia appaia evidente a chi non è lì con me in quel momento.

Personalmente credo che questo sia davvero il punto di partenza per ogni scatto: decidere cosa includere e cosa no nell’inquadratura ed essere consapevoli che quello che decidiamo di escludere scomparirà per sempre, come se non fosse mai esistito.

Per nostra sfortuna, però, è vero anche il contrario e cioè che tutto quello che includiamo nell’inquadratura assume un significato per chi guarda. Anche questa è una cosa da tenere a mente, per cui se includiamo un dettaglio, un dettaglio qualsiasi, quel dettaglio, per chi guarda, assume immediatamente importanza, anche se lo facciamo per errore o per superficialità.
Pensiamoci bene quando inquadriamo, perché non potremo dire a chi guarderà i nostri scatti “no guarda, quello non c’entra”…

Un piccolo esempio pratico sul dentro o fuori.

Ho usato una foto scattata mentre io e il mio amico Mauro Cout, guida alpina di Champoluc, siamo alle prese con il ghiacciaio del Felik, sul Monte Rosa.
La prima è lo scatto originale: una composizione semplice e il soggetto sui terzi. Sulla sinistra compare la cima del Felik, un dettaglio minimo, la cui presenza, però racconta la storia (grazie anche ad un deciso sbilanciamento verso sinistra):  una cordata protesa alla meta.
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La seconda foto è invece una versione appositamente ritoccata, dove, con Photoshop, ho eliminato la roccia del Felik.
Nonostante la composizione sia identica – stessa foto di partenza (!) – l’assenza del piccolo, quasi insignificante, sperone di roccia sul bordo sinistro racconta un’altra storia. In questa seconda versione, l’occhio di chi guarda, ha soltanto due riferimenti: l’alpinista e l’orizzonte, in questa versione non ci sono mete e sembra quasi che l’alpinista vada incontro all’ignoto, quasi inghiottito dal nulla della natura inospitale del ghiacciaio.

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Eppure la differenza tra le due versioni sta tutta in un piccolo dettaglio addirittura relegato ai margini dell’inquadratura – zona dove spesso dimentichiamo elementi del tutto estranei alla storia, ma presenti nell’inquadratura.

Spero che quest’esempio ci aiuti a comprendere l’importanza che  ricopre la scelta di ciò che decidiamo di includere o escludere dall’inquadratura, su quanto questa scelta vada considerata parte integrante del processo autorale e creativo, al pari della scelta del soggetto principale, e a quanta cura sarebbe bene le dedicassimo.

La composizione come guida.

Le regole della composizione ci devono aiutare a rendere intelligibile il messaggio che intendiamo trasmettere con i nostri scatti.
Lo storytelling fotografico passa inesorabilmente per le regole della composizione, esattamente come per lo scrittore è fondamentale la scelta dei verbi, che lo aiutano a  rendere il giusto ritmo narrativo.
Nello storytelling fotografico non è sufficiente trovare un buon soggetto. Un buon soggetto è un ottimo punto di partenza, ma sono poi l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, il linguaggio fotografico scelto che completano il processo. Occhio, sensibilità, linguaggio… e tutti passano per la composizione.

Comporre significa guidare l’occhio di chi guarda.

Abituiamoci a considerare l’atto di comporre – di disporre cioè gli elementi all’interno dell’inquadratura – come un momento imprescindibile del processo creativo che genera uno scatto fotografico.

Esploriamo le varie possibilità che la composizione ci offre. Cerchiamo quale composizione possa meglio raccontare la nostra storia. Terzi, simmetria, linee guida, curve, armonie di colori, colori a contrasto, forme… le regole sono molte, esploriamole, applichiamole, non fermiamoci a quelle più ovvie – sarebbe come per uno scrittore impiegare sempre gli stessi vocaboli.

Pensiamo all’uso della profondità di campo ad esempio (uno dei pochi strumento tecnico/compositivo propri della fotografia e non mutuati dalle arti visive del passato), pensiamo a come la capacità di mettere a fuoco in maniera selettiva questo o quell’elemento della nostra scena possa modificare, se non ribaltare, la storia che stiamo raccontando con la nostra macchina fotografica.

Non starò qui a dilungarmi oltre sulla composizione, troverete tutto e di più un po’ ovunque  – ad esempio potete partire dai vari post che ho pubblicato su “Fotografia Facile”, li trovate sotto la categoria “Composizione”.
Sperimentate con le varie possibilità, ma soprattutto, sul campo, prendetevi il tempo necessario per comporre con attenzione, molto spesso un buono scatto diventa memorabile grazie ad un’attenta composizione.

Gli strumenti compositivi.

Per i fanatici delle liste, ecco alcune regole di base per comporre:

  • La simmetria
  • La regola dei terzi
  • Le linee verticali, orizzontali, diagonali e curve
  • Le linee d’entrata
  • Le forme
  • La ripetizione degli elementi
  • Quinte, cornici e vignette
  • Più piani
  • Il colore

Comporre significa suggerire la storia

In questo scatto ho usato due regole di composizione contrastanti tra loro: la simmetria e i colori a contrasto.
La simmetria rigorosa suggerisce uno stallo ed esalta la posa statica del saddhu, gli occhi, posizionati esattamente al centro catalizzano l’attenzione di chi guarda. La forza dell’espressione del saddhu scardina una posa fin troppo accademica.
Ha scalzare lo stallo estetico introdotto dalla simmetria, ho usato una tecnica di composizione avanzata, che gioca con i colori.
In questo caso, con l’aiuto di un flash ho forzato un po’ la realtà. Ho impostato il bilanciamento del bianco su “incandescenza”, che introduce una decisa dominante fredda, cioè blu/azzurra. Ho poi gellato il flash con un filtro arancione (1/2 CTO). Il filtro ha colorato il colpo di flash con una dominante arancione e fin dove ha colpito il lampo, la dominante arancione ha pulito lo scatto della dominante blu. Un giochino un po’ complicato, che però ha saputo produrre due piani cromatici distinti: lo sfondo blu e il primo piano giallo/arancione, due colori contrastanti, e comporre con due colori contrastanti assicura uno scatto dinamico, carico di tensione, tensione che ha spezzato lo stallo della simmetria usata per la posa.

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Saddhu sui ghat di Varanasi. Luce mista (flash + ambiente)

Al di là dei tecnicismi, più o meno astrusi, questo era per dire che la composizione gioca un ruolo davvero importante nella creazione di una storia fotografica. Sull’argomento, fortunatamente, si trova davvero molto – io stesso ho dedicato numerosi post, che trovate sotto la categoria “Composizione”.
Documentiamoci, sul web, sui libri, osservando gli scatti dei grandi maestri della fotografia e sperimentiamo, cercando di far diventare l’atto di comporre un’automatismo del nostro approccio fotografico sul campo.

Proviamo a fare il grande salto, smettiamo di essere gente che scatta e basta e cominciamo a diventare gente che fotografa.

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Ladakh

Un buon paesaggio è questione di meteo favorevole, composizione curata e ora del giorno corretta

Se c’è un genere di fotografia che induce al paragone con gli scatti di altri fotografi, quella è senza dubbio la fotografia di paesaggio.
Diciamoci la verità, quanto è frustrante per ognuno di noi guardare il lavoro di un altro fotografo, scattato dal nostro medesimo punto e magari con la medesima inquadratura e con la medesima focale ed essere costretti ad ammettere che non c’è proprio paragone e che il nostro paesaggio non regge il confronto con la foto dell’altro.
Ed ecco che diamo fondo al baule delle scuse per cercare di difendere il nostro paesaggio… e tiriamo in ballo sfortuna, cattivo meteo, attrezzatura ancora poco conosciuta, post-produzione sbagliata, e blah, blah, blah, blah.
Ma c’è un trucco per migliorare la nostra fotografia di paesaggio e arriva molto prima di Photoshop e addirittura ancora prima di premere il pulsante di scatto, si chiama pianificazione.

E’ infatti attraverso una chiara pianificazione che gettiamo le basi per paesaggi memorabili.

Questo post è chiaramente dedicato a tutti coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia di paesaggio, ma può essere un  ripasso anche per coloro che si sentono più capaci.

Ecco 5 consigli che ci possono aiutare a fare un buon lavoro, ovviamente poi, una volta sul posto, l’attenta pianificazione dovrà essere sostituita da una certa sensibilità. un discreto talento, la conoscenza della tecnica e l’attrezzatura adatta… ma questo è tutto un altro discorso.

Se impareremo a pianificare con cura i nostri scatti di paesaggio, aumenteremo significativamente le nostre probabilità di successo.

  1. CONTROLLIAMO IL METEO
    La fotografia di paesaggio è sicuramente uno dei generi più difficili da prevedere: NON ABBIAMO NESSUN CONTROLLO SULLE CONDIZIONI METEOROLOGICHE della scena.
    Molto spesso partiamo da casa con un’idea precisa di atmosfera da riprodurre nello scatto e, una volta giunti sul posto, troviamo una condizione meteo completamente diversa.
    Prima di saltare in macchina e guidare per ore, controlliamo le previsioni meteo, se non altro, ci risparmieranno un viaggio a vuoto o tanta fastidiosa frustrazione.
    A volte però le bizze del meteo possono trasformarsi in scatti unici.

    Un'improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

    Un’improvvisa tempesta di sabbia ha influito su questo scatto.

  2. SCEGLIAMO L’ORA MIGLIORE DELLA GIORNATA
    Luogo e meteo perfetti non ci salveranno dal disastro se ci presentiamo sul posto all’ora del giorno sbagliata.
    Nelle foto di paesaggio, la luce è  data dal sole (!). Le caratteristiche della luce del sole, e cioè la sua direzione, il calore, l’intensità e la qualità, sono date dalla posizione che il sole stesso occupa nel cielo, nel corso della giornata.
    E, a differenza del meteo, questo è un dettaglio decisamente più facile da prevedere.
    Facciamo in modo di essere sul posto quando il sole è nella posizione ideale per lo scatto che intendiamo portarci a casa.
    Tendenzialmente, a meno che non si tratti di paesaggi molto particolari – ad es. deserti – o di atmosfere molto precise, POSSIAMO TRANQUILLAMENTE EVITARE LE ORE CENTRALI DELLA GIORNATA.
    In queste ore, il cielo di solito risulta slavato e il sole a picco produce ombre corte e secche.
    I due momenti migliori per dedicarsi alla fotografia di paesaggio sono l’alba e il tramonto.
    La letteratura fotografica ama definire questi due momenti con i termini  blue hourgolden hour. La blue hour è quel periodo di tempo, di circa una mezzora, che precede l’alba al mattino e che segue il tramonto alla sera, durante il quale il cielo si presenta con un intenso color blu. La golden hour  – detta anche magic hour – è invece il momento della giornata subito dopo l’alba e che precede il tramonto, dove la dominante della luce è molto calda (rossa e arancio).
    E’ durante questi due momenti della giornata che i paesaggi offrono il massimo dal punto di vista fotografico.
    Esistono svariati modi per conoscere, addirittura con una precisione imbarazzante, il succedersi delle blue hour e delle golden hour. Il più rustico è sicuramente quello di leggere sul giornale ora di alba e tramonto. La blue hour del mattino inizierà circa trenta minuti prima del sorgere del sole e quella della sera inizierà qualche minuto dopo il tramonto e si protrarrà per circa una trentina di minuti. Così come la golden hour del mattino avrà inizio subito dopo l’alba e durerà circa una mezzora, mentre quella della sera comincerà una trentina di minuti prima del tramonto.
    Numerosissime app consentono di conoscere con estrema precisione inizio e fine di questi momenti della giornata, addirittura offrendo la possibilità di scegliere località e giorni diversi – può sembrare una velleità, ma torna molto utile se state pianificando viaggi e scatti nel tempo.
    E visto che dipendiamo dalla posizione che il sole occupa nel cielo della nostra scena, la qualità della luce varierà anche a seconda della stagione.

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    La luce calda dei minuti successivi all’alba e le brume invernali che si alzano dai campi. Ora del giorno e periodo dell’anno.

  3. FAMILIARIZZIAMO CON IL POSTO
    La prima tentazione è quesi sempre quella di presentarsi sul posto e scattare.  Non c’è nulla di male nel farlo, ma personalmente credo che prendersi un po’ di tempo per guardarsi in giro sia un’ottima maniera per portarsi a casa scatti memorabili. Ogni volta che ci si presenta l’occasione, cerchiamo di familiarizzare con la scena che abbiamo deciso di fotografare e quello che le sta attorno. Questo significa investire un po’ di tempo, magari presentarsi sul luogo con un certo anticipo, o magari recandosi sul posto nelle ore centrali del giorno, giusto per fare un piccolo sopralluogo, servendosi di uno smartphone e di un po’ di immaginazione.
    Conoscere la zona ci aiuta sempre. Ci aiuta a valutare le inquadrature migliori, ci aiuta a pensare ad inquadrature alternative. Ci aiuta a valutare possibili ostacoli fisici presenti sulla scena. Insomma, un sopralluogo prima dello scatto ci evita brutte sorprese.
  4. FACCIAMOCI TROVARE PRONTI
    Golden hour e blue hour non durano più di una mezzora e quasi sempre la luce migliore si concentra in appena una decina di minuti. DOBBIAMO ESSERE PRONTI quando questo accade! Ciò significa muoverci per tempo e arrivare sul posto con un certo anticipo, avere la macchina ben piazzata sul cavalletto e in testa l’idea precisa di quello che vogliamo ottenere.
    Controlliamo l’attrezzatura, scattiamo qualche test per verificare l’efficacia della composizione e magari proviamo anche una focale alternativa.
  5. FACCIAMO ATTENZIONE ALLE LOCALITA’ AFFOLLATE.
    Alcune località iconiche, in alcuni particolari momenti dell’anno, possono risultare decisamente affollate, e non sto riferendomi ad eventuali turisti, ma fotografi che, proprio come noi, sono lì per portarsi a casa lo scatto.
    Questo è un dettaglio da tenere in considerazione, perché a volte ci potrà capitare di condividere il luogo prescelto  con una cinquantina di altri fotografi e, in quei casi, piazzare il nostro cavalletto a volte potrebbe non essere una cosa così semplice.
    In questi casi è importante  ARRIVARE CON UN CERTO ANTICIPO, in modo da non dover soccombere all’affollamento di cavalletti e corpi.
    Ricordiamoci poi di MUOVERCI CON CAUTELA, evitiamo di impallare le inquadrature degli altri fotografi, facciamo attenzione a non urtare i cavalletti degli altri.  Può sembrare un consiglio banale, ma, quando il luogo è particolarmente affollato e l’ansia da prestazione sale, spesso ci si dimentica di quello che ci sta attorno e si sottovalutano le esigenze degli altri.

 

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La luce in questo scatto arriva da fuori inquadratura e riflette sull’acqua del Gange, illuminando in modo tenue il soggetto, alcuni tagli di luce diretta contribuiscono a rendere lo scatto più interessante

Se brillare di luce riflessa non è di certo una meta da inseguire, fotografare con luce riflessa può portare risultati di qualità.

La luce riflessa, tra tutte le tipologie di luce,  è quasi sicuramente una di quelle alle quali si pensa meno, eppure è quasi sempre a disposizione.

Esistono diversi tipi di luce riflessa, sicuramente quella più affascinante e quella che rimbalza sul terreno, o come nello scatto d’apertura, sull’acqua.

Pavimenti, marciapiedi, selciati – e massa d’acqua – hanno la capacità di trasformarsi per noi in ampi riflettori e di regalare a scatti, altrimenti anonimi, un’atmosfera spesso magica, riuscendo a generare una luce più avvolgente di quella diretta, se non addirittura estatica.

Affascinante, misteriosa, mai scontata, la luce riflessa offre molte opportunità al fotografo che sa guardarsi attorno, e tra le diverse possibilità, ancor di più, la luce che si riflette a terra.

SI tratta di una luce molto particolare, tenue e  carica di atmosfera. La cosa particolare è che là si deve cercare… nell’ombra. Sì, avete letto bene. La luce riflessa non è mai diretta (!) e la si trova spesso in ambienti pressoché chiusi – chiese, monasteri, ma anche garage, stalle e officine, la luce riflessa è molto democratica, ma altrettanto evocativa.
Bisogna sapere quello che si cerca e avere la pazienza che gli occhi si abituino alla semi oscurità, poi ci si aprirà un mondo di atmosfere tenui, contrasti ridotti, che quasi suggeriscono appena il nostro soggetto.

la luce riflessa dal basso è  morbida ed avvolgente, sempre ache nata, sempre, ma troppo esplicita – per questo serve un briciolo in più di allenamento e di pratica.

Attenzione al colore delle superfici sulle quali la luce riflette, perché una delle caratteristiche più difficili da gestire, quando si parla di luce, è che questa assume il colore della superficie sulla quale rimbalza, caricandosi di dominanti cromatiche qualche non desiderate.

Esporre per la luce riflessa è piuttosto semplice, dal momento che tutta la scena, teoricamente, cade in un ridotto range tonale. La maestria sta nel decidere di sottoesporre, e dunque preferire uno scatto più intimo, ancora più accennato e povero di dettagli, oppure sovraesporre,  e scegliere dunque uno più diafano, più etereo. Il piccolo miracolo spesso si risolve nello spazio di un paio di stop.

La grandezza della luce che riflette sul terreno è tutta nella palette di colori molto contenuta e dall’allure che dona al soggetto, avvolgendolo dal basso.
Una buona alternativa creativa è quella di includere nella scena, quando possibile, qualche taglio di luce diretta nella scena, giusto per regalare una sferzata di energia.

 

 

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Luce flash e luce ambiente, più un piccolo trucco che vi svelerò nei prossimi post (!)

Luce flash e luce ambiente, più un piccolo trucco che vi svelerò nei prossimi post (!)

Ed eccoci al secondo appuntamento con questa breve serie di post dedicata all’impiego del flash.

Vediamo di affrontare le nozioni basi sul funzionamento del flash – non spaventatevi, come abitudine, lasceremo da parte ogni astrusità teorica.

Detta in soldoni:

Il flash è un dispositivo alimentato a batterie o a corrente, al suo interno opera un condensatore che si carica e  che, al momento dello scatto, rilascia l’energia elettrica immagazzinata al suo interno, scaricandola attraverso una lampada a tubo contenente una miscela di gas composta prevalentemente da xenon. I gas, sollecitati dall’elettricità , innescano una reazione e s’illuminano, producendo un bagliore intenso e breve (poco più di un millisecondo), con una temperatura molto simile a quella della luce diurna (5500° Kelvin)  – quello che tutti conosciamo come lampo del flash. Fine delle astrusità, giuro!

Usare il flash, sia che si tratti di un dispositivo esterno, sia che si tratti del piccolo flash incorporato, comporta qualche grattacapo, nell’ordine:

  • come cadrà la luce sul soggetto?
  • quanta ne cadrà? sarà troppa? sarà troppo poca?
  • come faccio a calcolare la corretta esposizione? – già faccio fatica a farlo con la luce ambiente, che vedo, figuriamoci con un lampo che dura molto meno di un secondo e sembra addirittura più accecante del sole…
  • … e un sacco di altri ancora.

In effetti, messa così, c’è da aver paura del flash.
Procediamo con calma, come sempre.

Prima di tutto.
Abbiamo deciso di usare un flash, bene, ora, prima di scattare, chiediamoci cosa vogliamo ottenere.
A cosa deve servire il nostro flash?

  • sarà la nostra luce principale (key light)?
  • servirà semplicemente a dare un colpo di schiarita?
  • sarà parte integrata dell’illuminazione finale?
  • dovrà miscelarsi alla luce ambiente?
  • dovrà contrastare il sole?
  • dovrà dare un accento – un colpo per far risaltare un dettaglio o per staccare il soggetto dallo sfondo?

Potrebbero sembrare domande banali, ma, credetemi, non lo sono affatto, perché dalle risposte che ci daremo dipenderà la potenza richiesta al nostro flash e, molte volte, anche la modalità con la quale lo impiegheremo.
Ad esempio se decideremo che la luce importante (se non la sola) nella scena sarà quella del nostro flash, dovremo usare  una potenza sufficiente per fare quello che ci prefiggiamo – e qualche volta non è possibile.

Ritratto con sola luce flash

Ritratto con sola luce flash. Potenza e posizione hanno determinato il risultato finale – che poi era quello che avevo in mente prima di scattare (!)

Se invece il flash dovrà semplicemente funzionare come schiarita, allora dovremo ragionare in modo opposto e limitarne la potenza, in modo da non sovraesporre in maniera irrimediabile l’immagine, la sua luce ci servirà soltanto per contrastare un controluce o per far affiorare certi dettagli in ombra.

Se invece il risultato che ci prefiggiamo è un mix di flash e luce ambiente, allora dobbiamo ragionare con calma, digerire per bene la teoria, fare molta pratica e non arrendersi di fronte ai primi insuccessi.

Ma il flash qui c'è o non c'è? Eh eh eh, è proprio questo il bello di mixare luce ambiente e flash. Il flash c'è, eccome se c'è, ma agisce in punta di… lampo, discretamente.

Ma il flash qui c’è o non c’è?
Eh eh eh,… è proprio questo il bello di mixare luce ambiente e flash.
Il flash c’è, eccome se c’è, ma agisce in punta di… lampo, discretamente, ma contribuisce in modo essenziale all’economia finale dello scatto. Senza il flash (anzi, senza i flash) questo scatto sarebbe risultato assolutamente insulso.

Proviamo a fissare qualche concetto base, che dite!?

Che cos’è la luce ambiente?
In questi post leggerete molto frequentemente il termine luce ambiente.
Sgombriamo subito il campo dai possibili fraintendimenti, con luce ambiente intendiamo qualsiasi fonte di illuminazione presente sulla scena che non sia quella prodotta dal nostro flash, sia che si tratti della luce del giorno, sia che si tratti di lampioni o lampade. Potrebbe sembrare futile specificarlo, ma, fidatevi, è fondamentale, molti alle prime esperienze con la fotografia flash cadono nell’errore di non considerare la luce di una lampada, siccome artificiale, luce ambiente. Meglio essere chiari da subito.

Usare il flash è come fare due foto sovrapposte.
Quando mi capita di spiegare la base della fotografia flash in qualche workshop uso spesso questa scorciatoia.
Usare il flash è come fare due foto sovrapposte, una è quella prodotta della luce del flash e l’altra è quella prodotta della luce ambiente. La sovrapposizione delle due è lo scatto finale. Per entrambe è necessario pensare alla corretta esposizione. Diciamo che la foto prodotta dalla luce del flash è totalmente governata dal diaframma, mentre per la foto prodotta dalla luce ambiente è totalmente governata dal tempo di posa.
Capire questo paradigma di base non è poca cosa, credetemi, e ci tornerà utile ogni volta che monteremo un flash.

La distanza conta.
Mai, come nell’impiego del flash, le distanze sono fondamentali.
Il flash ha una copertura limitata che dipende dalla sua potenza, naturalmente. Il piccolo flash incorporato arriva ad un massimo di 4/5 metri, al massimo della potenza. Le unità che si montano sulla slitta possono raggiungere i 10/12 metri. per cui è fatica sprecata cercare di illuminare di notte il campanile sullo sfondo (!) – anche se giuro di averlo visto fare più di una volta…
Questo è un altro concetto che dobbiamo capire e che, più avanti, impareremo anche a sfruttare con un pizzico di creatività e di malizia.
Per cui, il flash serve per illuminare un soggetto che non è più distante (dal flash, non dalla nostra macchina fotografica) di una decina di metri, tutto ciò che sta oltre questo limite non viene influenzato dal nostro lampo artificiale.
La distanza tra flash e soggetto determina dunque quanta luce artificiale illumina quest’ultimo.
ATTENZIONE! se avvicino o allontano il soggetto dal flash questo parametro cambia.

TTL o Manuale?
I flash offrono varie modalità di funzionamento, lasciamo perdere quelle proprietarie delle varie marche e quelle che mai utilizzeremo nella vita e concentriamoci sulle due modalità principe: TTL e Manuale.
TTL è l’acronimo inglese di Through The Lens e cioè “attraverso l’obiettivo”. Si tratta di un sistema molto sofisticato che misura la luce riflessa da soggetto e la rimbalza attraverso l’obiettvo, determinando con cura la potenza da impiegare per soddisfare il diaframma impostato. Vi risparmio i tecnicismi, ma sottolineo che il sistema TTL è davvero una manna quando il soggetto si muove – proprio in virtù del fatto che è in grado di aggiornare per noi la potenza erogata dal flash al momento del click.
Ma se è così, allora io il mio flash lo uso soltanto in TTL!
Errore! Perché, nonostante il sistema sia altamente sofisticato ed affidabile, spesso gli automatismi non fanno quello che abbiamo in testa noi.
Ed ecco perché a volte conviene affidarsi al caro vecchio Manuale.
Impostando la modalità Manuale sul flash, siamo noi che abbiamo il totale controllo della potenza erogata.
Solitamente possiamo scegliere frazioni che vanno da un minimo di 1/128 della potenza massima fino ad 1/1, che significa  oltre questo, non ce n’è più!

Vantaggi del Manuale:

  • controllo  la potenza
  • incremento e decremento la potenza come preferisco
  • mi garantisce una continuità assoluta di risultato, a patto che la distanza tra soggetto e flash non cambi

Svantaggi del Manuale:

  • sono costretto ad operare per interventi successivi
  • se il soggetto si muove rischio di ottenere scatti bruciato o bui

Vantaggi del TTL:

  • la macchina e il flash si parlano direttamente
  • il flash imposta la potenza necessaria per ottenere il risultato
  • non devo intervenire continuamente sul flash
  • se il soggetto si muove, il flash imposta la potenza di conseguenza
  • è molto più rapido
  • è comodo per situazioni che prevedono l’azione

Svantaggi del TTL:

  • a volte fattori esterni influenzano il calcolo della potenza erogata
  • non ho il controllo e qualche volta i conti che fanno macchina e flash producono risultati diversi da quelli che avremmo voluto
  • non ho la certezza di ottenere un’illuminazione costante

La potenza di un flash
Conoscere la potenza di un flash può tornarci piuttosto utile, soprattutto quando lo stiamo per acquistare.
La potenza di un flash è espressa attraverso il numero guida (GN).
Il numero guida è il risultato di un’equazione  molto semplice e si basa sulla capacità di un flash di esporre correttamente un soggetto ad una certa distanza (espressa in piedi, ft.) con un dato diaframma con un dato ISO,  ad esempio, un flash capace di esporre un soggetto distante 10 ft. con f.4.5 a ISO avrà un numero guida pari a 45
Maggiore è il numero guida, maggiore è la potenza che il flash è in grado di erogare.
Solitamente i costruttori indicano il numero guida in base a ISO 100, ma fate attenzione, perché qualche volta, soprattutto dall’introduzione del digitale e di modelli che non scendono sotto ISO 200, il GN viene indicato in riferimento a ISO 200
Questa trovata può causare qualche fraintendimento e consiglio sempre di controllare gli ISO di riferimento.
Bene, direi che, come secondo post dedicato alla flash photography, possiamo fermarci qui.
Abbiamo fissato un paio di concetti cardine e la prossima volta affronteremo il dilemma di come misurare la corretta esposizione. Stay tuned!

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Antelope Canyon, Arizona (USA) La luce diretta del sole, prima di dominanti, filtra solo per piccola apertura del canyon. Il resto è luce riflessa, carica delle dominanti calde raccolte rimbalzando sulle pareti interne del canyon.

Antelope Canyon, Arizona (USA)
La luce diretta del sole, prima di dominanti, filtra solo per piccola apertura del canyon. Il resto è luce riflessa, carica delle dominanti calde raccolte rimbalzando sulle pareti interne del canyon.

Torniamo ad occuparci di luce, che troppo spesso, distratti dalla tecnologia che incalza e promette subdola, ci dimentichiamo essere la veragrande, protagonista della fotografia.
In questo post parliamo di luce riflessa.

La luce riflessa non illumina il soggetto direttamente, ma attraverso rimbalzi su una o più superfici adiacenti al nostro soggetto. Ogni rimbalzo ne attenuarne l’intensità e la carica di una dominate cromatica propria della superficie sulla quale la luce rimbalza. No, non sgranate gli occhi, è molto più semplice di quanto non possa sembrare.

Proviamo ad immaginare di trovarci a mezzogiorno di una giornata estiva di pieno sole e immaginiamo il sole a picco, le ombre nette, il massimo contrasto, blah, blah, blah…
Immaginiamo ora di dover, obtorto collo, scattare un ritratto… un vero incubo.
Di scattare in pieno sole, ovviamente, non se parla, sarebbe soltanto un disastro annunciato.
Spostiamo dunque il soggetto in un angolo riparato, cercando di fare in modo di illuminarlo attraverso il riverbero della luce del sole che rimbalza, diciamo, su una parete di fronte. Ecco un perfetto esempio di luce riflessa, molto più diffusa e meno cruda della luce diretta del sole a picco – disastro scongiurato, lezione imparata.

Ma attenzione… la luce riflessa non è soltanto diffusa e morbida, ha anche un’altra caratteristica peculiaresi colora con dominanti cromatiche che prende dalle superfici sulle quali rimbalza.
Ad esempio, se la parete che ipotizzavamo poco fa fosse ocra, il nostro soggetto verrebbe illuminato da una luce calda e carica di una spiccata dominante arancione, raccolta nel rimbalzo sulla parete ocra.
E fin qui tutto bene, ma se la parete in questione fosse stata verde? Bè, il risultato non sarebbe stato altrettanto esaltante, credetemi: davvero pochi fanno salti di gioia nel vedersi ritratti con un incarnato da oltretomba.

Facciamo attenzione dunque al colore della superficie sulla quale  rimbalza la luce che illumina i nostri soggetti!

Laghi e specchi d’acqua sono ottimi riflettori naturali, perfetti per creare scatti molto intensi, sia per fotografie di persone, sia per scatti di paesaggi. Il meglio lo si ottiene quando il soggetto principale, illuminato dalla luce diretta del sole, ha colori piuttosto vibranti e l’acqua, che lo riflette, si trova in ombra – ad esempio, la cima di una montagna, illuminata dal sole che tramonta, che si riflette in un lago in ombra.
Analogamente, nevai e ghiacciai hanno una forte caratteristica riflettente e funzionano come enormi pannelli di polistirolo, aggiungendo quel tocco di luce riflessa in grado di bilanciare le vette infiammate dal sole che tramonta e le zone d’ombra.

Un’ultima considerazione: la luce rimbalza ovunque, che noi lo si voglia o no. Impariamo dunque a sfruttarne il meglio. Ogni superficie vicina al nostro soggetto, funge da riflettore, ognuna con il suo livello di impatto, ognuna con la sua intensità. Impariamo a farne tesoro. Le sole superfici che non riflettono sono quelle di colore nero, questo non significa per forza un problema, tutt’altro, dal momento che anche loro possono portare il loro contributo al nostro scatto in termini di ombre, enfatizzando la tridimensionalità.

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un esempio, per nulla sciapo, di luce frontalle (almeno spero)

 Ed eccoci al terzo appuntamento con la mini-serie di post dedicati alla luce naturale.

In questo post parliamo di luce fontale. Alzi la mano chi, quando ha cominciato a fotografe, non è stato avvertito da cosidetti esperti che “si fotografa sempre con il sole alle spalle”… dimenticatevelo!

Personalmente credo che non esista luce più insignificante di quella che ci arriva da dietro e investe il nostro soggetto in modo uniforme. Va bene per il principiante, perché gli risolve qualsiasi problema legato all’esposizione, creando un’illuminazione bilanciata e priva di grandi contrasti tra luce ed ombre.

Se c’è una cosa che adoro della luce è… l’ombra! Ah ah ah!

E allora perché prendersi la briga di scrivere un post su un tipo di luce che non apprezzo particolarmente!?
Perché, in realtà, la luce frontale, se sfruttata in certe ore particolari della giornata – si legga golden hours – soprattutto per scatti di paesaggio, può regalare scatti tutt’altro che banali.
Nelle golden hours, grazie al fatto che il sole è basso sull’orizzonte, anche la luce frontale può assumere connotati interessanti e creare contrasti ed ombre impensabili nelle altre ore del giorno, se aggiungiamo il fatto che poi la luce frontale non è quasi mai un problema da misurare, il gioco è fatto, anche per chi inizia.

Il sole alle spalle (di noi che fotografiamo), non è quasi mai la scelta più interessante in termini di illuminazione, ma se abbiamo l’accortezza di attendere le manciate di minuti che precedono il tramonto, può riservarci qualche emozione inaspettata.

Un ultimo consiglio, quasi buttato lì, ma che se vorrete testarlo sul campo, saprà tirare fuori  il proverbiale coniglio dal cilindro: nella vostra scena cercate di includere superfici riflettenti, come ad esempio specchi d’acqua o edifici dalle ampie vetrate, avranno il merito di aggiungere un efficace controcanto al sole alle vostre spalle.

Esporre per la luce frontale non comporta particolari problemi e possiamo tranquillamente fidarci dell’esposimetro della nostra macchina, anche il mio consiglio personale – questa volta davvero l’ultimo, giuro… – è quello di sottoesporre di 1/2 stop per rendere il risultato un po’ più saturo.

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