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Tra spettacolo e combattimento, l’arte marziale indiana kalari payat offre spunti incredibili per provare a congelare l’azione.

Uno degli aspetti forse più intriganti della fotografia è proprio la sua capacità di congelare l’azione, permettendoci così di cogliere il momento, come altrimenti non saremmo in grado di fare, ma scattare buone fotografie con soggetti in movimento richiede una certa esperienza, che soltanto la pratica ci può dare.

In quasi tutte le situazioni dinamiche, esiste un particolare momento che riassume in modo efficace l’intera sequenza del movimento e noi dobbiamo essere capaci di cogliere esattamente quel momento – il climax dell’azione – e per fare questo possiamo scegliere tra due approcci: anticipare il movimento del soggetto oppure scattare una raffica di scatti in rapida successione.
Qualunque sia la nostra filosofia di scatto, scatto singolo o raffica, dovremo in ogni caso avere la macchina pronta, con tutti i parametri fondamentali (ISO, apertura e tempo) impostati correttamente per lo scatto, perché, mediamente, non ci sarà tempo per regolarli mentre si svolgerà l’azione che intendiamo congelare.
Facciamo molta attenzione all’inquadratura. Evitiamo di stringere troppo in fase di scatto, in modo da non tagliare inavvertitamente il soggetto, potremo sempre intervenire in fase di editing e apportare un crop più stretto.
Attenzione anche quando scegliamo focali più corte: tenderanno chiaramente ad offrire una maggiore profondità di campo e, nel caso fossero presenti più elementi, l’inquadratura potrebbe risultare un po’ affollata e così distogliere l’attenzione di chi guarda da ciò che davvero conta – con obiettivi corti, dobbiamo comporre con maggior cura.

L’arena di un combattimento di kalari payat attraverso l’occhio di un 8mm. Maggiore è il campo inquadrato e maggiore dovrà essere la cura che mettiamo nel comporre e nella scelta del momento da immortalare. Il ruolo del soggetto principale dev’essere sempre chiaro.

Se vogliamo congelare l’azione con successo, DOBBIAMO, anticipare i tempi, che significa fondamentalmente comporre l’inquadratura prima, impostare il tempo che riteniamo sufficiente per congelare il movimento del soggetto, impostare il diaframma corretto, tenendo conto anche di come il diaframma vada ad influenzare ciò che sarà a fuoco e ciò che invece risulterà sfocato.
Fatte queste operazioni… dito sul pulsante di scatto e occhi ben aperti!

Quale tempo scegliere?

Quello più rapido possibile, mi verrebbe da dire. Mai come quando decidiamo di congelare il movimento, abbondare con la rapidità del tempo di posa non può che aiutare.
A volte però conviene scegliere un tempo meno rapido, che riesca a congelare il grosso del movimento, ma che lasci intuire il dinamismo della scena attraverso alcuni dettagli mossi.

Un tempo rapido, ma non troppo rapido, ed ecco che rendiamo lo scatto ancora più dinamico

Quale modalità di scatto usare?

Il manuale, il famigerato manuale, potrebbe risultare un po’ macchinoso da gestire, per cui il mio consiglio, quando abbiamo a che fare con l’azione, è quello di impostare la macchina su una  delle due modalità semi-automatiche – A e S per i nikonisti, Av e Tv per i canonisti.

Quale scegliere tra le due modalità?
Molti risponderanno sicuri “priorità di tempo!” (S o Tv).
Corretto.  Se consideriamo il fatto che è proprio il tempo di posa che influisce sul congelamento dell’azione, scegliere di scattare in priorità di tempo è sicuramente la scelta corretta.
Per cui, impostiamo un tempo che riteniamo sufficientemente rapido per congelare l’azione e lasciamo che sia la macchina a scegliere il diaframma per noi. Click! Gioco fatto.

Ma non sarebbe neppure sbagliato scegliere di scattare in priorità di diaframma (A o Av).
Impostando il diaframma controlliamo meglio la profondità di campo e la profondità  di campo ci permette di isolare ancora di più il soggetto. Dunque anche la priorità di diaframma potrebbe risultare una scelta corretta,  a patto però  che non si perda di vista il tempo di posa suggerito dalla macchina.
In condizioni di luce buona, scegliendo un diaframma molto aperto, la macchina imposterà un tempo molto rapido – che va benissimo – ma, in condizioni di luce scarsa, potrebbe darsi che il tempo suggerito non sia sufficientemente rapido per lo scopo che ci proponiamo. Per cui, dobbiamo fare maggiore attenzione se scegliamo di scattare in priorità di diaframma una scena dinamica, con l’intenzione di bloccare il movimento del soggetto.

Ricordiamoci che nelle modalità semi-automatiche, la macchina suggerisce il secondo parametro, che sia diaframma o tempo, in modo da esporre correttamente e cioè riportare la scena al fatidico grigio medio, per cui non dimentichiamoci di lavorare di compensazione, positiva o negativa, per ottenere l’esposizione che preferiamo.

Quando scattavo ancora in pellicola, me ne sarei guardato bene, ma ora mi affido allo scatto a raffica, mi garantisce, con un ridotto margine di errore, la certezza di cogliere il momento giusto all’interno di una sequenza.

ISO automatici?

Perché no!? Impostare la macchina su ISO automatici ci garantisce una flessibilità maggiore, in quanto sarà proprio la nostra reflex ad apportare le necessarie modifiche della sensibilità, nel caso fosse necessario – ad esempio nel caso in cui il soggetto, durante il suo percorso, attraversasse una zona d’ombra molto più buia della media della scena.
Per inciso, questa funzione, interviene sugli ISO per garantire un’esposizione corretta in corrispondenza di qualunque coppia tempo/diaframma impostata (fino, naturalmente al massimo del valore disponibile).

Il fuoco è tutto.

Un fuoco preciso, in uno scatto che congela l’azione, fa la differenza, anche se mettere a fuoco con precisione assoluta un soggetto che si muove, soprattutto se il movimento è casuale, non è assolutamente semplice.
L’autofocus ci toglie le castagne dal fuoco – quasi sempre.
Ma se vogliamo evitare brutte sorprese, dobbiamo conoscere a fondo le modalità di autofocus che che ci mette a disposizione la nostra macchina. E, ahimè, ci tocca aprire l’odiato manuale.
Innanzitutto impostiamo la modalità fuoco continuo, in questo modo la macchina continuerà a mettere a fuoco il soggetto inquadrato fin tanto che terremo premuto per metà il pulsante di scatto.
Questo ci permetterà di seguire il soggetto in movimento, mantenendolo sempre a fuoco ed è il punto di partenza per cimentarsi con soggetti che si muovono.
Ogni modello di reflex offre poi modalità più o meno complesse e flessibili di messa a fuoco automatica – più sofisticato è il nostro modello e, in genere, più ampia è la scelta delle modalità di autofocus.
Non ci resta che leggere a fondo il manuale del nostro modello e passare in rassegna quello che il nostro modello ci mette a disposizione.
Solitamente la differenza tra le varie modalità di messa a fuoco automatica è legata al numero di punti sui quali la macchina prende il fuoco, sulla loro disposizione all’interno dell’inquadratura (pattern), sulla possibilità che, attraverso un algoritmo, la macchina possa anticipare il movimento del soggetto, fin tanto che teniamo il pulsante premuto a metà, e passare da un punto di messa a fuoco al successivo.
Insomma, ça va sans dir, DOBBIAMO LEGGERE CON ATTENZIONE IL MANUALE. È fondamentale per capire quali possibilità ci offre la nostra macchina, quali sono i limiti e i vantaggi di ognuna delle modalità di messa a fuoco automatica.

A prescindere dalla modalità di autofocus che sceglieremo, il consiglio della vecchia guardia resta sempre fondamentale: dobbiamo imparare ad anticipare il movimento del soggetto e questo ce lo regala soltanto la pratica.

Riassumendo…

  • impostiamo una modalità di scatto semi-automatica
  • impostiamo l’autofocus e scegliamo la messa a fuoco continua
  • scegliamo la modalità di autofocus
  • impostiamo i parametri tempo e diaframma
  • impostiamo la funzione ISO Automatici (ci può aiutare)
  • componiamo l’inquadratura prima
  • teniamo il pulsante premuto a metà per tenere il soggetto a fuoco e aggiornare i parametri dell’esposizione
  • e lavoriamo con tempi rapidi!

E ora fuori, a fare pratica!


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A breve i nuovi programmi, non perderli.


 

 

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Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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Scatto rubato dall'auto - l'elemento orizzontale della portiere, inquadrato inclinato conferisce dinamismo alla foto

Scatto rubato dall’auto – l’elemento orizzontale della portiera, e le linee orizzontali e verticali dello sfondo, inquadrati inclinando la macchina, conferiscon dinamismo alla foto. Un esempio di angolo olandese.

Vi lascio al weekend lungo di Ognissanti con un post corto, dedicato ad una tecnica di composizione tanto semplice quanto efficace; l’angolo olandese.

Potrebbe sembrare una presa in giro, in realtà, nella vasta bibliografia dedicata alla composizione fotografica esiste un piccolo spazio dedicato ad una tecnica semplicissima, ma spesso efficace, che gli zelanti del nozionismo rubricano come angolo olandese e che in pratica si traduce con una decisa – e voluta – inclinazione della macchina fotografica durante l’inquadratura.

L’INCLINAZIONE OLANDESE,angolo olandese, conferisce un aumentato senso di drammaticità ad un’inquadratura.
Inclinando di una ventina di gradi l’asse di ripresa della macchina, otteniamo scatti con una prospettiva alterata, capaci, a volte, di regalare un certo interesse ad inquadrature altresì troppo convenzionali, se non addirittura banali.

Attenzione, in questo concetto non ricadono tutti quegli orizzonti che ci vengono storti per caso o per fretta…

Come possiamo immaginare, non si tratta affatto di una tecnica particolarmente sofisticata, ma il successo dipende molto dalla scelta del soggetto e dal messaggio che intendiamo trasmettere.

L’angolo olandese funziona molto bene con scene che contengono linee verticali ed orizzontali piuttosto marcate e con inquadrature che concedono un certo margine alla prospettiva.
Personalmente ne faccio ampio uso, proprio perché schioda  certe immagini. Il mio consiglio è però quello di non abusarne, perché non tutto si presta a venire inquadrato non in asse.

Vi avevo promesso un post corto e sono deciso a mantenere la promessa, ricordiamo soltanto che inclinando la macchina verso sinistra otterremo scatti inclinati verso destra e, viceversa, inclinando la macchina verso destra, le nostre foto risulteranno ruotate verso sinistra (!).
Inoltre, quando decidiamo di farlo all’olandese, andiamoci decisi e non incliniamo la macchina soltanto di pochi gradi.
L’inclinazione olandese è una questione di sensibilità e di consapevolezza di quello che stiamo facendo, andarci troppo cauti e titubanti produrrebbe soltanto scatti che sembrerebbe figli di un errore o di poca cura. Altresì, evitiamo di avventurarci oltre i 30° perché le nostre fotografie apparirebbero fastidiosamente in salita e per nulla piacevoli.

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali, accentuate da una ripresa dal basso con la macchina inclinata

 

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Ecco un altro esempio di impiego dell’inclinazione in fase di scatto. La macchina inclinata verso destra ha prodotto un’inquadratura finale inclinata a sinistra e molto più dinamica di una canonica inquadratura in asse.

Ora si tratta soltanto di farci un po’ la mano e l’occhio, in poco tempo gli angoli olandesi ci diventeranno così familiari da chiamarli… italiani!

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Dzong tibetano

Dzong tibetano nella regione di Gyantze, Tibet

Comporre al limite, dove con limite intendo il limite dell’inquadratura.

Quasi sempre la regola dei terzi garantisce un risultato soddisfacente, ma, come spesso accade quando si ha a che fare con  regole, il rischio è quello di seguirle così pedissequamente, tanto da ingabbiare la propria  creatività in schemi fin troppo prevedibili.

C’è vita oltre i terzi

La regola dei terzi è forse la regola compositiva più conosciuta e più sfruttata. Uno strumento potente  e semplice al tempo stesso e quasi sempre cava le castagne dal fuoco.
Ma qualche volta può valer la pena si spingersi oltre i terzi, spostando il soggetto principale dalle tradizionali intersezioni e avvicinandolo ai bordi dell’inquadratura. Questo piccolo azzardo solitamente produce scatti molto più carichi di tensione. Ovviamente non tutti i soggetti si prestano a questo tipo di composizione, ma l’ultima parola spetta soltanto alla nostra sensibilità.

Qui ho deciso di sganciarmi dalla regola dei terzi in favore di una composizione più azzardata, spostando cioè il soggetto verso i bordi del frame. Il risultato è uno scatto meno convenzionale è decisamente carico di una maggiore tensione, data dall’evidente – e consapevole – squilibrio tra i due elementi presenti, la fortezza e il cielo.

Vediamo come sarebbe cambiato lo scatto, se mi fossi affidato ai terzi, Ecco un’elaborazione fatta in post con Photoshop, dove ho riposizionato la fortezza sui terzi, mantenendo le proporzioni del formato originale:

sui-terzi

Vediamo ora le due versioni una fianco all’altra:

confronto

Medesima scena, inquadrature simili, ma composizioni diverse e risultati diversi, dove la tensione dello scatto di sinistra (l’originale),  ottenuta attraverso un azzardo compositivo, non la si raggiunge nella versione di destra, composta seguendo con cura la regola dei terzi.

Ovviamente non tutte le scene si prestano a soluzioni di questo tipo.
Ho pensato che le nubi minacciose che andavano ammassandosi in cielo potessero essere un buon soggetto da contrapporre allo dzong in cima alla montagna. La fortezza dominava una piana desolata, vasta e deserta e  volevo suggerire tutte queste caratteristiche e tutte le sensazioni che mi dava quel luogo, ma al tempo stesso volevo sottolineare la forza della natura, la sua dominante presenza  e di come spesso la presenza dell’uomo risulti quasi marginale, in un luogo come il Tibet.
Cercavo tensione, spazi dilatati, disequilibrio. Dovevo calcare la mano e produrre uno scatto fortemente sbilanciato – ovvio che se il cielo fosse stato terso e sgombro di nubi, o banalmente grigio, forse non avrebbe funzionato.

Quando rompere le regole?

Non c’è una risposta. Possiamo provare e renderci poi conto successivamente se l’azzardo ha dato i suoi frutti o meno, la risposta è nella nostra sensibilità, nel nostro gusto e nel tipo di messaggio che intendiamo suggerire.
Teoricamente nessun soggetto è precluso dall’essere spostato ai margini, tolto dai terzi, ma ovviamente non tutti i soggetti si prestano al trasloco.

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Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

La composizione è uno dei migliori alleati dello story telling fotografico. Faremmo bene a ricordarcelo!

La prima decisione da prendere riguarda l’inquadratura. Inquadrare NON significa semplicemente puntare la nostra macchina sulla scena, SIGNIFICA, come riprendere la scena e soprattutto decidere cosa rimarrà nella nostra foto e cosa no – questo è il primo atto autorale/creativo e forse anche il più importante.

Decidere come inquadrare,  cosa va nell’inquadratura e cosa invece no, e dove posizionarlo sono le basi dalle quali partire per raccontare con efficacia la nostra storia fotografica. Siamo appena entrati  nel fantastico mondo della composizione, che è poi quello che differenzia chi (semplicemente) scatta da chi (invece) fotografa.

La composizione – cioè le regole attraverso le quali creiamo le relazioni visive tra gli elementi all’interno della nostra inquadratura  – aiuta chi guarda a focalizzare la sua attenzione su ciò che per noi ha importanza, dal punto di vista del racconto fotografico. Ad esempio, la composizione indica il soggetto principale, suggerisce relazioni tra gli elementi, i pesi narrativi, in modo esplicito e meno esplicito. Dobbiamo pensare alla composizione come ad una sorta di  grammatica dell’inquadratura.

C’è una frase che amo ripetere, non è mia, è di un fotografo canadese che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa a Kathmandu, David du Chemin: “ciò che non è nell’inquadratura non esiste”. Questo per me è molto più di un diktat, qualcosa forse più vicino ad un mantra. Con questo postulato bene in mente, cerco di capire come comporre al meglio perché la mia storia appaia evidente a chi non è lì con me in quel momento.

Personalmente credo che questo sia davvero il punto di partenza per ogni scatto: decidere cosa includere e cosa no nell’inquadratura ed essere consapevoli che quello che decidiamo di escludere scomparirà per sempre, come se non fosse mai esistito.

Per nostra sfortuna, però, è vero anche il contrario e cioè che tutto quello che includiamo nell’inquadratura assume un significato per chi guarda. Anche questa è una cosa da tenere a mente, per cui se includiamo un dettaglio, un dettaglio qualsiasi, quel dettaglio, per chi guarda, assume immediatamente importanza, anche se lo facciamo per errore o per superficialità.
Pensiamoci bene quando inquadriamo, perché non potremo dire a chi guarderà i nostri scatti “no guarda, quello non c’entra”…

Un piccolo esempio pratico sul dentro o fuori.

Ho usato una foto scattata mentre io e il mio amico Mauro Cout, guida alpina di Champoluc, siamo alle prese con il ghiacciaio del Felik, sul Monte Rosa.
La prima è lo scatto originale: una composizione semplice e il soggetto sui terzi. Sulla sinistra compare la cima del Felik, un dettaglio minimo, la cui presenza, però racconta la storia (grazie anche ad un deciso sbilanciamento verso sinistra):  una cordata protesa alla meta.
felik

La seconda foto è invece una versione appositamente ritoccata, dove, con Photoshop, ho eliminato la roccia del Felik.
Nonostante la composizione sia identica – stessa foto di partenza (!) – l’assenza del piccolo, quasi insignificante, sperone di roccia sul bordo sinistro racconta un’altra storia. In questa seconda versione, l’occhio di chi guarda, ha soltanto due riferimenti: l’alpinista e l’orizzonte, in questa versione non ci sono mete e sembra quasi che l’alpinista vada incontro all’ignoto, quasi inghiottito dal nulla della natura inospitale del ghiacciaio.

senzafelik

Eppure la differenza tra le due versioni sta tutta in un piccolo dettaglio addirittura relegato ai margini dell’inquadratura – zona dove spesso dimentichiamo elementi del tutto estranei alla storia, ma presenti nell’inquadratura.

Spero che quest’esempio ci aiuti a comprendere l’importanza che  ricopre la scelta di ciò che decidiamo di includere o escludere dall’inquadratura, su quanto questa scelta vada considerata parte integrante del processo autorale e creativo, al pari della scelta del soggetto principale, e a quanta cura sarebbe bene le dedicassimo.

La composizione come guida.

Le regole della composizione ci devono aiutare a rendere intelligibile il messaggio che intendiamo trasmettere con i nostri scatti.
Lo storytelling fotografico passa inesorabilmente per le regole della composizione, esattamente come per lo scrittore è fondamentale la scelta dei verbi, che lo aiutano a  rendere il giusto ritmo narrativo.
Nello storytelling fotografico non è sufficiente trovare un buon soggetto. Un buon soggetto è un ottimo punto di partenza, ma sono poi l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, il linguaggio fotografico scelto che completano il processo. Occhio, sensibilità, linguaggio… e tutti passano per la composizione.

Comporre significa guidare l’occhio di chi guarda.

Abituiamoci a considerare l’atto di comporre – di disporre cioè gli elementi all’interno dell’inquadratura – come un momento imprescindibile del processo creativo che genera uno scatto fotografico.

Esploriamo le varie possibilità che la composizione ci offre. Cerchiamo quale composizione possa meglio raccontare la nostra storia. Terzi, simmetria, linee guida, curve, armonie di colori, colori a contrasto, forme… le regole sono molte, esploriamole, applichiamole, non fermiamoci a quelle più ovvie – sarebbe come per uno scrittore impiegare sempre gli stessi vocaboli.

Pensiamo all’uso della profondità di campo ad esempio (uno dei pochi strumento tecnico/compositivo propri della fotografia e non mutuati dalle arti visive del passato), pensiamo a come la capacità di mettere a fuoco in maniera selettiva questo o quell’elemento della nostra scena possa modificare, se non ribaltare, la storia che stiamo raccontando con la nostra macchina fotografica.

Non starò qui a dilungarmi oltre sulla composizione, troverete tutto e di più un po’ ovunque  – ad esempio potete partire dai vari post che ho pubblicato su “Fotografia Facile”, li trovate sotto la categoria “Composizione”.
Sperimentate con le varie possibilità, ma soprattutto, sul campo, prendetevi il tempo necessario per comporre con attenzione, molto spesso un buono scatto diventa memorabile grazie ad un’attenta composizione.

Gli strumenti compositivi.

Per i fanatici delle liste, ecco alcune regole di base per comporre:

  • La simmetria
  • La regola dei terzi
  • Le linee verticali, orizzontali, diagonali e curve
  • Le linee d’entrata
  • Le forme
  • La ripetizione degli elementi
  • Quinte, cornici e vignette
  • Più piani
  • Il colore

Comporre significa suggerire la storia

In questo scatto ho usato due regole di composizione contrastanti tra loro: la simmetria e i colori a contrasto.
La simmetria rigorosa suggerisce uno stallo ed esalta la posa statica del saddhu, gli occhi, posizionati esattamente al centro catalizzano l’attenzione di chi guarda. La forza dell’espressione del saddhu scardina una posa fin troppo accademica.
Ha scalzare lo stallo estetico introdotto dalla simmetria, ho usato una tecnica di composizione avanzata, che gioca con i colori.
In questo caso, con l’aiuto di un flash ho forzato un po’ la realtà. Ho impostato il bilanciamento del bianco su “incandescenza”, che introduce una decisa dominante fredda, cioè blu/azzurra. Ho poi gellato il flash con un filtro arancione (1/2 CTO). Il filtro ha colorato il colpo di flash con una dominante arancione e fin dove ha colpito il lampo, la dominante arancione ha pulito lo scatto della dominante blu. Un giochino un po’ complicato, che però ha saputo produrre due piani cromatici distinti: lo sfondo blu e il primo piano giallo/arancione, due colori contrastanti, e comporre con due colori contrastanti assicura uno scatto dinamico, carico di tensione, tensione che ha spezzato lo stallo della simmetria usata per la posa.

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Saddhu sui ghat di Varanasi. Luce mista (flash + ambiente)

Al di là dei tecnicismi, più o meno astrusi, questo era per dire che la composizione gioca un ruolo davvero importante nella creazione di una storia fotografica. Sull’argomento, fortunatamente, si trova davvero molto – io stesso ho dedicato numerosi post, che trovate sotto la categoria “Composizione”.
Documentiamoci, sul web, sui libri, osservando gli scatti dei grandi maestri della fotografia e sperimentiamo, cercando di far diventare l’atto di comporre un’automatismo del nostro approccio fotografico sul campo.

Proviamo a fare il grande salto, smettiamo di essere gente che scatta e basta e cominciamo a diventare gente che fotografa.

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La statua del buddha di Hemis, composta simmetricamente. Uno scatto trasmette pace ed armonia.

Non potevo lasciare questo appello senza un seguito ed ecco un secondo post che ci aiuterà a superare la paura di andare oltre le certezze della regola dei terzi e ad avventurarci nel buio mondo  della composizione fotografica.

La simmetria
Di solito bistrattata, la simmetria risulta essere invece un elegante alternativa alla regola dei terzi.
Uno degli errori più comuni tra i principianti è  quello di posizionare sempre il soggetto principale al centro dell’inquadratura. Intendiamoci non è che poi si possa parlare apertamente di errore compositivo, ma un’inquadrature con un soggetto centrale, solitamente, risulta un po’ accademica e decisamente più statica di una composizione sui terzi.
Ma qui oggi siamo per trovare soluzioni alternative ai terzi e quindi la SIMMETRIA ben si presta al nostro caso.

Quando usare la simmetria.
Una premessa: comporre simmetricamente NON significa semplicemente piazzare il proprio soggetto al centro, ma SUDDIVIDERE L’INQUADRATURA IN DUE SPAZI PRESSOCHE’ IDENTICI e cercare di avere un SOGGETTO CHE SI SPECCHIA IN ENTRAMBI GLI SPAZI .Per composizione simmetrica s’intende quella che genera ad un’immagine i cui elementi costitutivi sono posti in proporzioni regolari all’interno del formato dell’immagine stessa – non lasciamoci spaventare dalle definizioni.

Una composizione simmetrica dà luogo ad immagini  MOLTO EQUILIBRATE  che trasmettono ARMONIA e PACE.
Detto ciò, mi pare chiaro che esistano soggetti per i quali vale la pena di impiegare la composizione  simmetrica – o no!?

Regola dei terzi = Dinamismo, tensione
Simmetria = Equilibrio, armonia.

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Anche un ritratto può essere composto simmetricamente.

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Simmetria verticale. Altro scatto che gioca sul’equilibrio per trasmettere pace.

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Lo stesso pontile, composto in modo diverso. I due scatti sono decisamente diversi tra loro, soprattutto per le sensazioni in grado di trasmettere.


 

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Senzatetto di Delhi

SI-PUÒ-FA-RE!
Per citare un cult movie degli Anni Ottanta, Frankenstein Jr. di Mel Brooks, e sdrammatizzare un po’ l’argomento “composizione”, che spesso fa strabuzzare gli occhi di chi si è avvicinato da poco alla fotografia.

Fermo restante il concetto che, personalmente, considero la composizione fondamentale, mi rendo conto, soprattutto quando chi ho di fronte ha poca esperienza.
Per un vezzo dei tempi, servito su un piatto d’argento dalla rivoluzione digitale, il principiante tende a sbadigliare quando sente parlare di composizione fotografico.
Va molto di modo considerarsi fotografi istintivi – eufemismo per evitare di usare l’aggettivo “ignoranti”. Il fotografo istintivo è allergico per natura ad imparare la tecnica, figuriamoci a cimentarsi nella composizione, che. scatola chiusa, considera alla stregua di una perdita di tempo.

Chi invece prova a fare un passettino oltre e cerca di fare suoi i concetti della composizione fotografica, troppo spesso, sgonfiatosi l’entusiasmo dei primi giorni, tende a sedersi e a consegnare gran parte dei suoi scatti alla famigerata regola dei terzi.

La conosciamo tutti, non serve che ne riprenda i concetti base proprio qui, in un post con il quale cerco di suggerire ai più pigri che si può andare oltre

Ebbene sì, c’è vita oltre la regola dei terzi.
Durante i miei workshop, sia di tecniche di base, sia di composizione presento la regola dei terzi come il porto sicuro, una sorta di paracadute.
Non sai come disporre gli elementi della scena!? Mettili sui terzi e te la cavi con poca fatica.
D’accordo, siano benedetti i terzi che tolgono i peccati della fotografia e le castagne dal fuoco al fotografo più e più volte, ma si può andare oltre – e con risultati altrettanto soddisfacenti. La composizione da secoli offre all’artista visivo numerosi strumenti per assicurarsi un certo successo.
Sperimentarli non nuoce, male che va ci sono sempre i terzi.
Proviamo a vedere…

Cercate le linee, ad esempio.
Oltre le colonne d’Ercole dei terzi, ci sono le linee guida, ad esempio.
Proviamo a comporre guidando l’occhio di chi guarda attraverso delle linee guida.
Attenzione, impiegare le linee guida come strumento di composizione NON significa fotografare delle linee, ma individuare linee (reali o suggerite) che guidino l’occhio verso il nostro soggetto.
Il mondo reale offre linee in abbondanza, basta allenare un po’ l’occhio e prestare attenzione a quello che ci circonda.
Dove possiamo trovare delle solide linee da impiegare nella composizione di un’inquadratura? Nella prospettiva di un filare di alberi, ad esempio… nel susseguirsi dei lampioni ai bordi di una strada, nel profilo di una montagna, nel ripetersi delle colonne di un colonnato… basta guardarsi attorno e,  ricordandosi che la nostra macchina ragiona solo con due dimensioni, il gioco è fatto.

Orizzontali, verticali, diagonali e curve. Tutte le linee portano al soggetto.
Questo dovrebbe essere il senso.
Le linee orizzontali costruiscono un’immagini più statica, rispetto alle sorelle verticali.
Le diagonali aggiungono un pizzico di dramma e di tensione alla composizione, mentre le linee curve hanno il vezzo di portare un po’ a spasso l’occhio di chi guarda, rendendo la fruizione più giocosa.

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Nella realtà – drammatica – del ponte di Chelmsworth Road di Delhi non ci sono linee, ma nella rappresentazione bidimensionale delle nostre macchine fotografiche ecco che miracolosamente compaiono, Sfruttiamole per indirizzare lo sguardo, ma soprattutto impariamo a vederle.


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