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Posts Tagged ‘composizione fotografica’

Faccio una doverosa premessa, sarei un impostore se dicessi che sono di quei fotografi che bada agli istogrammi, perdonatemi, sono nato con la pellicola e non c’era nulla di simile agli istogrammi sulle mie prima macchine fotografiche… questo però non significa che gli istogrammi non siano un valido aiuto per il fotografo digitale alle prese con l’esposizione.

Lo scorso weekend ho tenuto un workshop di tecniche di base ad un piccolo gruppo di principianti e, una volta arrivati alla pratica istogrammi, mi sono reso conto che i loro occhi cominciavano a vagare in cerca di aiuto. Il secondo giorno, però, quando siamo usciti a scattare e abbiamo visto gli istogrammi applicati, ho apprezzato il fatto che i loro sguardi sono tornati normali. Questo per dire che nessun argomento, se affrontato con la giusta calma e portato anche nella pratica, è troppo complicato per non essere assimilato, istogrammi inclusi.

Prima di entrare nel vivo del posto, vorrei dire a tutti coloro che controllano meticolosamente l’esposizione delle loro fotografie guardando nel visore sul dorso: STATE BUTTANDO IL VOSTRO TEMPO!
Sì, è così, basare l’esposizione su ciò che il display vi dice è pressoché sprecare tempo.

Il solo modo certo per controllare l’effettiva esposizione di uno scatto è quello di controllare gli istrogrammi (!).

E allora buttiamoci su questi benedetti/maledetti istogrammi…

 

Gli istogrammi, in fotografia, sono la rappresentazione grafica della distribuzione della luminosità all’interno di una scena.
Il grafico è composto da una serie discreta di rettangoli (istogrammi) ai quali corrisponde la quantità di pixel che un valore uguale di luminosità. Sull’asse delle ordinate, Y, viene riportata la quantità  di pixel e sull’asse delle ascisse, X, la frequenza relativa alla luminosità, partendo da quella minore, a sinistra, che rappresenta le ombre, fino a all’estremità destra, che rappresenta i bianchi puri. Più alto è l’istogramma e più pixel hanno lo stesso valore di luminosità.

Leggere gli istogrammi

Imparare a leggere gli istogrammi è un’operazione piuttosto semplice che ci può immediatamente dire se la nostra foto è esposta correttamente, se è presente tutta la gamma tonale, se la scena comprende valori esterni alla latitudine di posa del sensore della nostra macchina, e tante altre informazioni che il visore da solo non sarebbe in grado di fornirci.

Intanto sarà bene ricordarci che l’esposimetro non è un essere pensante e quindi può solo produrre valori per i quali è stato programmato. L’esposimetro infatti considera corretta un’esposizione che riportata la scena al tono di grigio medio – schiarendo le scene scure e scurendo le scene chiare.
Una fotografia correttamente esposta viene rappresentata con un grafico ad istogrammi disposti su una curva a campana (o di Gauss) e con tutti i valori di luce (dal nero, al  bianco, passando per le ombre, i mezzitoni e le luci) presenti, anche in piccola percentuale.

Questo non significa che se le nostre foto non hanno questo tipo di istogramma allora sono sbagliata, ma semplicemente che si discostano dalla scena standard – il cartoncino di grigio medio.

Ecco un esempio di foto corretta, di foto sovraesposta e sottoesposta.

Nell’esempio 1, la foto è sovraesposta e gli istogrammi mostrano una completa assenza di neri e ombre e una grande concentrazione di bianchi puri.
Nell’esempio 2, la foto è corretta e gli istogrammi sono disposti lungo tutto l’asse delle ascisse, dicendoci che nello scatto sono presenti tutti i valori di luce, dai neri ai bianchi, ai mezzi toni.
Nell’esempio 3, la foto è sottoesposta e gli istogrammi sono tutti spostati verso i valori bassi (i neri.)

C’è vita oltre agli istogrammi

Non sto dicendo che se non imparerete a leggere gli istogrammi, non riuscirete mai ad esporre una foto correttamente. Tutt’altro!
Sto però cercando di indirizzarvi sulla via più corretta che è quella di imparare a vedere il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica e gli istogrammi rappresentano perfettamente questa situazione.
Imparare a leggere gli istogrammi e interpretarli ci rende fotografi più consapevoli e dunque migliori.

Quando gli istogrammi non servono a nulla

Quando siete già fotografi esperti e state esponendo in maniera consapevole o creativa, ad esempio:

In questo mio scatto,’istogramma suggerirebbe un grave errore di esposizione, ma in verità la sottoesposizione (pesante) è voluta ed la ragione per la quale la foto risulta interessante.

 

 

 

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Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là della scelta del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Una delle doti di spicco di un buon fotografo è la sua capacità di vedere – contrapposta al verbo guardare.
Ma cosa significa vedere in questo caso?

Sicuramente significa riuscire a cogliere quello che per molti occhi passa inosservato, ma molto più anche saper guardare il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica. e cioè una rappresentazione a due dimensioni della realtà.
Imparare a vedere come la macchina fotografica è un esercizio fondamentale, se intendiamo diventare fotografi migliori.
Riducendo la realtà a tre dimensioni ad una rappresentazione bidimensionale ci accorgiamo che tutto si riduce a forme geometriche semplici e soprattutto a linee.

Se impariamo a vedere le linee che compongono e sorreggono la scena, impariamo a costruire scatti più interessanti e più potenti.

Chi segue i miei post sa quanto sono fissato con la composizione, che ritengo basilare per una buona fotografia. Lo scopo della composizione, nella fotografia e nelle arti visive in genere, è quello di guidare l’occhio di chi guarda attraverso la scena inquadrata – o dipinta. Uno degli strumenti di base della composizione, incredibilmente potente, è l’impiego delle linee di forza.

Spesso, durante alcuni esercizi nei miei workshop dedicati alla composizione, chiedo ai partecipanti di comporre le loro fotografie usando le linee ed ecco che scatta il qui pro quo e molti di loro si lanciano entusiasti a fotografare inferriate, tapparelline e attraversamenti pedonali, credendo, erroneamente, che “comporre impiegando le linee” significhi “fare foto di elementi lineari”.
No! No! No!

Impiegare le linee come elemento compositivo significa organizzare l’inquadratura in modo che l’occhio di chi guarda venga inequivocabilmente guidato attraverso la scena da linee precise verso il punto focale (elemento principale).

Chi ha iniziato da poco a fotografare può sentirsi un po’ spiazzato ed ecco che cerca immediatamente conforto nella realtà e cerca linee realmente esistenti, ma molto spesso le linee di forza sono linee immaginarie, che riusciamo a cogliere soltanto se impariamo vedere la scena reale come la sua rappresentazione bidimensionale – quello che io, nei miei workshop chiamo irriverentemente, “la schiacciatina” e cioè una versione schiacciata del mondo.
Nella schiacciatina le line di forza ci appariranno chiare, evidenti, quando spesso nel mondo reale, disturbati dalla terza dimensione, non è così.

Le linee di forza sono spesso delle illusioni ottiche, delle connessioni mentali, una sorta di trompe-l’oeil che compie la mente di chi compone e, di conseguenza, di chi guarderà successivamente,  ma non per questo sono meno  potenti di linee reali.
Nella nostra rappresentazione a due dimensioni della realtà (la scena inquadrata) qualsiasi elemento, o combinazione di più elementi, può tramutarsi in linee di forza, una strada che corre in prospettiva, una sequenza di paracarri, un colonnato, il profilo delle colline, le cabine in spiaggia… e così via.
Riconoscere le linee di forza richiede un po’ di esercizio, ma col tempo ci verrà naturale riconoscerle senza troppa fatica.

Ricordiamoci che linee di forza suggeriscono:

  • un senso di lettura all’inquadratura
  • il punto focale a chi guarda – e dunque la chiave del nostro scatto.

Le linee di forza possono essere rette, indifferentemente orizzontali, verticali o diagonali, continue o discontinue e curve.

L’impiego di linee orizzontali o verticali produce una composizione più statica e più riposante, mentre l’uso di linee di forza diagonali introduce immediatamente un elemento di tensione nella nostra composizione. Le curve hanno un effetto più ludico, portano in giro l’occhio di chi guarda, ma lo fanno con più dolcezza delle cugine diagonali.

Torniamo alla foto di apertura, il ragazzino di strada alla stazione della metro di Delhi.
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Sicuramente il soggetto contribuisce alla riuscita dello scatto: è difficile non restare agganciati a quello sguardo, esaltato dalla  scelta dell’angolo d’inquadratura.
Ma se analizziamo l’immagine scopriamo che, nonostante si tratti di un’istantanea che ho scattato mentre facevo la fila per il token della metropolitana, poggia su una composizione molto curata che sfrutta al massimo le linee di forza, in questo caso diagonali (diagonale = tensione).

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Le linee di forza suggeriscono un flusso di fruizione principale (!) che va dall’angolo basso destro verso l’alto dell’immagine, passando per il centro, dove incontra il punto focale: gli occhi del soggetto.

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Notiamo una serie di linee di forza diagonali (sinistra alto/destra basso) costituite dal gradino della colonna e dalla stessa posa assunta dal soggetto.

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Alla prima griglia di linee se ne sovrappone una seconda, perpendicolare alla prima, anch’essa diagonale (basso sinistra/alto destra).

Nessuna delle linee di forza di questo scatto è reale, ma si tratta di suggerimenti visivi. Più sono evidenti e più l’occhio è guidato. In questo caso, l’occhio di guarda, se non fosse catalizzato dallo sguardo del ragazzino, può contare su una doppia sovrastruttura compositiva inequivocabile che lo porta dritto al punto focale.

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Il soggetto, oltre a poggiare sulla sempre viva regola dei terzi, è incorniciato dentro un’area virtuale circoscritta dalle linee di forza.
Il risultato è uno scatto potente.
Ho volutamente scelto una candid, un’istantanea, per tagliare sul nascere i commenti del tipo “eh, ma non c’è sempre tempo di stare a comporre”. Blah, blah, blah… ok, ero a Delhi, ma la fila per il token non è durata più di qualche minuto… ok, avevo la macchina pronta e avevo visto il ragazzino… blah blah blah

Componete, gente, componete!

 

 

 

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Dzong tibetano

Dzong tibetano nella regione di Gyantze, Tibet

Comporre al limite, dove con limite intendo il limite dell’inquadratura.

Quasi sempre la regola dei terzi garantisce un risultato soddisfacente, ma, come spesso accade quando si ha a che fare con  regole, il rischio è quello di seguirle così pedissequamente, tanto da ingabbiare la propria  creatività in schemi fin troppo prevedibili.

C’è vita oltre i terzi

La regola dei terzi è forse la regola compositiva più conosciuta e più sfruttata. Uno strumento potente  e semplice al tempo stesso e quasi sempre cava le castagne dal fuoco.
Ma qualche volta può valer la pena si spingersi oltre i terzi, spostando il soggetto principale dalle tradizionali intersezioni e avvicinandolo ai bordi dell’inquadratura. Questo piccolo azzardo solitamente produce scatti molto più carichi di tensione. Ovviamente non tutti i soggetti si prestano a questo tipo di composizione, ma l’ultima parola spetta soltanto alla nostra sensibilità.

Qui ho deciso di sganciarmi dalla regola dei terzi in favore di una composizione più azzardata, spostando cioè il soggetto verso i bordi del frame. Il risultato è uno scatto meno convenzionale è decisamente carico di una maggiore tensione, data dall’evidente – e consapevole – squilibrio tra i due elementi presenti, la fortezza e il cielo.

Vediamo come sarebbe cambiato lo scatto, se mi fossi affidato ai terzi, Ecco un’elaborazione fatta in post con Photoshop, dove ho riposizionato la fortezza sui terzi, mantenendo le proporzioni del formato originale:

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Vediamo ora le due versioni una fianco all’altra:

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Medesima scena, inquadrature simili, ma composizioni diverse e risultati diversi, dove la tensione dello scatto di sinistra (l’originale),  ottenuta attraverso un azzardo compositivo, non la si raggiunge nella versione di destra, composta seguendo con cura la regola dei terzi.

Ovviamente non tutte le scene si prestano a soluzioni di questo tipo.
Ho pensato che le nubi minacciose che andavano ammassandosi in cielo potessero essere un buon soggetto da contrapporre allo dzong in cima alla montagna. La fortezza dominava una piana desolata, vasta e deserta e  volevo suggerire tutte queste caratteristiche e tutte le sensazioni che mi dava quel luogo, ma al tempo stesso volevo sottolineare la forza della natura, la sua dominante presenza  e di come spesso la presenza dell’uomo risulti quasi marginale, in un luogo come il Tibet.
Cercavo tensione, spazi dilatati, disequilibrio. Dovevo calcare la mano e produrre uno scatto fortemente sbilanciato – ovvio che se il cielo fosse stato terso e sgombro di nubi, o banalmente grigio, forse non avrebbe funzionato.

Quando rompere le regole?

Non c’è una risposta. Possiamo provare e renderci poi conto successivamente se l’azzardo ha dato i suoi frutti o meno, la risposta è nella nostra sensibilità, nel nostro gusto e nel tipo di messaggio che intendiamo suggerire.
Teoricamente nessun soggetto è precluso dall’essere spostato ai margini, tolto dai terzi, ma ovviamente non tutti i soggetti si prestano al trasloco.

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Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

La composizione è uno dei migliori alleati dello story telling fotografico. Faremmo bene a ricordarcelo!

La prima decisione da prendere riguarda l’inquadratura. Inquadrare NON significa semplicemente puntare la nostra macchina sulla scena, SIGNIFICA, come riprendere la scena e soprattutto decidere cosa rimarrà nella nostra foto e cosa no – questo è il primo atto autorale/creativo e forse anche il più importante.

Decidere come inquadrare,  cosa va nell’inquadratura e cosa invece no, e dove posizionarlo sono le basi dalle quali partire per raccontare con efficacia la nostra storia fotografica. Siamo appena entrati  nel fantastico mondo della composizione, che è poi quello che differenzia chi (semplicemente) scatta da chi (invece) fotografa.

La composizione – cioè le regole attraverso le quali creiamo le relazioni visive tra gli elementi all’interno della nostra inquadratura  – aiuta chi guarda a focalizzare la sua attenzione su ciò che per noi ha importanza, dal punto di vista del racconto fotografico. Ad esempio, la composizione indica il soggetto principale, suggerisce relazioni tra gli elementi, i pesi narrativi, in modo esplicito e meno esplicito. Dobbiamo pensare alla composizione come ad una sorta di  grammatica dell’inquadratura.

C’è una frase che amo ripetere, non è mia, è di un fotografo canadese che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa a Kathmandu, David du Chemin: “ciò che non è nell’inquadratura non esiste”. Questo per me è molto più di un diktat, qualcosa forse più vicino ad un mantra. Con questo postulato bene in mente, cerco di capire come comporre al meglio perché la mia storia appaia evidente a chi non è lì con me in quel momento.

Personalmente credo che questo sia davvero il punto di partenza per ogni scatto: decidere cosa includere e cosa no nell’inquadratura ed essere consapevoli che quello che decidiamo di escludere scomparirà per sempre, come se non fosse mai esistito.

Per nostra sfortuna, però, è vero anche il contrario e cioè che tutto quello che includiamo nell’inquadratura assume un significato per chi guarda. Anche questa è una cosa da tenere a mente, per cui se includiamo un dettaglio, un dettaglio qualsiasi, quel dettaglio, per chi guarda, assume immediatamente importanza, anche se lo facciamo per errore o per superficialità.
Pensiamoci bene quando inquadriamo, perché non potremo dire a chi guarderà i nostri scatti “no guarda, quello non c’entra”…

Un piccolo esempio pratico sul dentro o fuori.

Ho usato una foto scattata mentre io e il mio amico Mauro Cout, guida alpina di Champoluc, siamo alle prese con il ghiacciaio del Felik, sul Monte Rosa.
La prima è lo scatto originale: una composizione semplice e il soggetto sui terzi. Sulla sinistra compare la cima del Felik, un dettaglio minimo, la cui presenza, però racconta la storia (grazie anche ad un deciso sbilanciamento verso sinistra):  una cordata protesa alla meta.
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La seconda foto è invece una versione appositamente ritoccata, dove, con Photoshop, ho eliminato la roccia del Felik.
Nonostante la composizione sia identica – stessa foto di partenza (!) – l’assenza del piccolo, quasi insignificante, sperone di roccia sul bordo sinistro racconta un’altra storia. In questa seconda versione, l’occhio di chi guarda, ha soltanto due riferimenti: l’alpinista e l’orizzonte, in questa versione non ci sono mete e sembra quasi che l’alpinista vada incontro all’ignoto, quasi inghiottito dal nulla della natura inospitale del ghiacciaio.

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Eppure la differenza tra le due versioni sta tutta in un piccolo dettaglio addirittura relegato ai margini dell’inquadratura – zona dove spesso dimentichiamo elementi del tutto estranei alla storia, ma presenti nell’inquadratura.

Spero che quest’esempio ci aiuti a comprendere l’importanza che  ricopre la scelta di ciò che decidiamo di includere o escludere dall’inquadratura, su quanto questa scelta vada considerata parte integrante del processo autorale e creativo, al pari della scelta del soggetto principale, e a quanta cura sarebbe bene le dedicassimo.

La composizione come guida.

Le regole della composizione ci devono aiutare a rendere intelligibile il messaggio che intendiamo trasmettere con i nostri scatti.
Lo storytelling fotografico passa inesorabilmente per le regole della composizione, esattamente come per lo scrittore è fondamentale la scelta dei verbi, che lo aiutano a  rendere il giusto ritmo narrativo.
Nello storytelling fotografico non è sufficiente trovare un buon soggetto. Un buon soggetto è un ottimo punto di partenza, ma sono poi l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, il linguaggio fotografico scelto che completano il processo. Occhio, sensibilità, linguaggio… e tutti passano per la composizione.

Comporre significa guidare l’occhio di chi guarda.

Abituiamoci a considerare l’atto di comporre – di disporre cioè gli elementi all’interno dell’inquadratura – come un momento imprescindibile del processo creativo che genera uno scatto fotografico.

Esploriamo le varie possibilità che la composizione ci offre. Cerchiamo quale composizione possa meglio raccontare la nostra storia. Terzi, simmetria, linee guida, curve, armonie di colori, colori a contrasto, forme… le regole sono molte, esploriamole, applichiamole, non fermiamoci a quelle più ovvie – sarebbe come per uno scrittore impiegare sempre gli stessi vocaboli.

Pensiamo all’uso della profondità di campo ad esempio (uno dei pochi strumento tecnico/compositivo propri della fotografia e non mutuati dalle arti visive del passato), pensiamo a come la capacità di mettere a fuoco in maniera selettiva questo o quell’elemento della nostra scena possa modificare, se non ribaltare, la storia che stiamo raccontando con la nostra macchina fotografica.

Non starò qui a dilungarmi oltre sulla composizione, troverete tutto e di più un po’ ovunque  – ad esempio potete partire dai vari post che ho pubblicato su “Fotografia Facile”, li trovate sotto la categoria “Composizione”.
Sperimentate con le varie possibilità, ma soprattutto, sul campo, prendetevi il tempo necessario per comporre con attenzione, molto spesso un buono scatto diventa memorabile grazie ad un’attenta composizione.

Gli strumenti compositivi.

Per i fanatici delle liste, ecco alcune regole di base per comporre:

  • La simmetria
  • La regola dei terzi
  • Le linee verticali, orizzontali, diagonali e curve
  • Le linee d’entrata
  • Le forme
  • La ripetizione degli elementi
  • Quinte, cornici e vignette
  • Più piani
  • Il colore

Comporre significa suggerire la storia

In questo scatto ho usato due regole di composizione contrastanti tra loro: la simmetria e i colori a contrasto.
La simmetria rigorosa suggerisce uno stallo ed esalta la posa statica del saddhu, gli occhi, posizionati esattamente al centro catalizzano l’attenzione di chi guarda. La forza dell’espressione del saddhu scardina una posa fin troppo accademica.
Ha scalzare lo stallo estetico introdotto dalla simmetria, ho usato una tecnica di composizione avanzata, che gioca con i colori.
In questo caso, con l’aiuto di un flash ho forzato un po’ la realtà. Ho impostato il bilanciamento del bianco su “incandescenza”, che introduce una decisa dominante fredda, cioè blu/azzurra. Ho poi gellato il flash con un filtro arancione (1/2 CTO). Il filtro ha colorato il colpo di flash con una dominante arancione e fin dove ha colpito il lampo, la dominante arancione ha pulito lo scatto della dominante blu. Un giochino un po’ complicato, che però ha saputo produrre due piani cromatici distinti: lo sfondo blu e il primo piano giallo/arancione, due colori contrastanti, e comporre con due colori contrastanti assicura uno scatto dinamico, carico di tensione, tensione che ha spezzato lo stallo della simmetria usata per la posa.

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Saddhu sui ghat di Varanasi. Luce mista (flash + ambiente)

Al di là dei tecnicismi, più o meno astrusi, questo era per dire che la composizione gioca un ruolo davvero importante nella creazione di una storia fotografica. Sull’argomento, fortunatamente, si trova davvero molto – io stesso ho dedicato numerosi post, che trovate sotto la categoria “Composizione”.
Documentiamoci, sul web, sui libri, osservando gli scatti dei grandi maestri della fotografia e sperimentiamo, cercando di far diventare l’atto di comporre un’automatismo del nostro approccio fotografico sul campo.

Proviamo a fare il grande salto, smettiamo di essere gente che scatta e basta e cominciamo a diventare gente che fotografa.

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Punto di ripresa alto, uso di una focale spinta e una composizione attenta e rigorosa hanno reso l’inquadratura di questa scena molto semplice, ma efficace. 

“Less is More”, meno è di più, e vale soprattutto quando facciamo riferimento alla composizione dell’inquadratura.

Non mi stancherò mai di consigliarlo nel corso degli workshop dedicati alla composizione. E’ una sorta di mantra che spero che, ripetendolo con insistenza, venga capito e diventi una sorta di caposaldo per tutti.

Mettiamo in dieta le nostre inquadrature. Limitiamo gli elementi e i nostri scatti, se potessero farlo, ci ringrazierebbero, perché davvero LESS IS MORE!

Le inquadrature asciutte funzionano meglio – a meno che il fatto di riempire il fotogramma sia una scelta consapevole di linguaggio.
Le inquadrature pulite arrivano meglio, si lasciano ricordare più a lungo e non concedono distrazioni a chi guarda – ma anche attenuanti a chi scatta.

Uno degli errori più frequenti di chi si avvicina alla fotografia è proprio quello di lasciare troppi elementi nell’inquadratura.
Spesso capita per pigrizia, altre volte per poca cura.
Il mio personalissimo consiglio è quello di imparare a costruire inquadrature molto asciutte, dove sia immediatamente chiaro qual è il soggetto principale  e quali le dinamiche tra i diversi elementi presenti.

Una scena asciutta è spesso più potente di una complicata, ma una scena asciutta è un’arma a doppio taglio, va studiata e composta con cura, perché non ci sono elementi superflui dietro i quali nascondere la nostra poca padronanza del mezzo fotografico, sia che si tratti di tecnica, sia che si tratti di linguaggio.

Imparare ad asciugare non è un processo semplice, ma farlo diventare pratica quotidiana può aiutarci a migliorare il nostro approccio fotografico

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Questo scatto è il risultato di una combinazione di azioni che hanno contribuito ad asciugare l’inquadratura: mi sono avvicinato, mi sono abbassato, ho gentilmente chiesto agli altri body builder presenti di farsi da parte e ho scattato. Secondo me così funzionava meglio.

Messa così può sembrare il solito concetto teorico e astratto, in realtà asciugare le inquadrature è spesso un’attività fisica.

La realtà difficilmente offre scene già asciugate.
Purtroppo è così e allora dobbiamo farci carico di un po’ di lavoro per pulire l’inquadratura e renderla davvero potente, perché LESS IS MORE e, molto spesso, la differenza tra una buona foto e uno scatto mediocre è nel lavoro di spazzini dell’inquadratura.

Per asciugare dobbiamo:

  • individuare il punto di ripresa migliore, in grado di tagliare fuori ciò che non serve.
  • scegliere la giusta angolazione, per lo stesso motivo di sopra.
  • scegliere la focale opportuna (e non pensate che montando il pesante tele sia la sempre la scorciatoia valida).
  • intervenire sulla scena, sempre che sia possibile, ad esempio spostando elementi o chiedendo a soggetti non graditi di farsi gentilmente da parte.

Spesso saremo costretti a muoverci a lungo sul perimetro della scena, alla ricerca del punto di ripresa migliore. A volte, invece, basterà, spostarsi di qualche decina di centimetri in su o in giù, di qualche passo a destro o a sinistra, per approdare all’inquadratura migliore.
Altre volta, invece, dovremo semplicemente imparare a non essere precipitosi e aspettare qualche attimo, affinché la scena si pulisca da sola – qualche volta questo non accade e la nostra paziente attesa si tramuta in frustrante perdita di tempo, ma la fotografia è fatta sia si attesa, sia di frustrazione, alla lunga verremo ripagati.


Volete migliorare la vostra fotografia?
Qui trovate molti appuntamenti per farlo: Avventure Fotografiche


 

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La fotografia di paesaggio è una fotografia alla portata di tutti, molti però non hanno chiaro quali sono le dinamiche che trasformano uno scatto normale in uno scatto memorabile.

Il primo ingrediente, ovviamente, è un buon paesaggio, ma sappiate che non è sufficiente, anzi, molto spesso, nonostante ci si  trovi al cospetto di un panorama mozzafiato, molti principianti non riescono a trasferire la scena in una fotografia altrettanto mozzafiato.

  1. Cercate sempre la luce migliore
    La luce gioca un ruolo fondamentale nella fotografia di paesaggio.
    Una luce piatta ha la capacità di ammazzare qualsiasi panorama.
    La luce migliore è la luce del sole basso sull’orizzonte, all’alba e al tramonto – blue e golden hours.
    La luce di questi momenti è più calda e più morbida e, grazie alla bassa posizione del sole sull’orizzonte, le ombre disegnano ombre interessanti.
    Cercate di non cadere nell’errore che molti principianti compiono e cioè pensare che i paesaggi si scattino solamente durante le giornate di sole.
    Niente di più sbagliato. Spesso la luce più interessante la si trova poco prima e poco dopo un temporale, le nubi incombono e sguardi di luce.
  2. Componete con cura
    La composizione resta forse lo strumento più importante, dopo la luce.
    Componete con cura, usate le linee ideali che vi offre la scena, usatele per guidare l’occhio di chi guarda. Posizionate elementi chiavi sui terzi, provate a posizionare la linea dell’orizzonte lontano dalla mediana orizzontale.
    Arrivate sul posto con un po’ di anticipo e ragionate con calma su come comporre l’inquadratura – qui sta la differenza!
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  3. Lentamente rapidi
    La maggior parte della gente pensa che la fotografia di paesaggio sia un’attività lenta e in effetti lo è.
    Scattare paesaggi consente di piazzarsi con calma, scegliere la miglior inquadratura e esporre correttamente, ma è bene che impariate ad essere pronti, perché la luce giusta non dura più di una manciata di minuti.
    Da qui la necessità di essere sul posto con un certo anticipo.
  4. Sopralluoghi e ricerca
    Forse mai come nella paesaggistica la ricerca e il sopralluogo pagano.
    Anticipate il movimento del sole, studiate con anticipo la sua posizione all’alba o al tramonto in modo di non arrivare sul posto con la fonte principale di luce nella posizione sbagliata.
    Lo potete fare con l’aiuto di numerose applicazioni in grado di darvi con estrema precisione orari e altezza del sole sull’orizzonte.
    Se vi è possibile effettuate qualche sopralluogo. Cercate di capire in anticipo qual’è la l’inquadratura migliore, in modo da tornare a colpo sicuro.
  5. Non siate timidi
    Siate pronti a sporcarvi, a stendervi nell’erba o nel fango, a mettervi a mollo nel greto di un fiume o nelle acque di un lago per trovare l’angolo migliore. Portatevi una coperta, portatevi degli stivali, se scatterete in prossimità di laghi e fiumi – potrebbe fare la differenza immergersi quei pochi metri, munitevi di spray anti-zanzare, se scattate al tramonto in estate.
  6. Usate focali diverse
    Chi ha detto che per fare dei bei paesaggi bisogna montare un grandangolo?
    Certamente una focale piccola aiuta ad abbracciare un angolo ampio, ma nulla vieta di provare a scattare anche con obiettivi più spinti e sfruttare la loro capacità di schiacciare la prospettiva.
    A differenti focali, corrisponderanno differenti risultati e differenti emozioni.
    Non fermatevi ad una sola focale.
  7. Usate i filtri 
    La differenza di luminosità tra il cielo e la terra è spesso uno dei problemi da risolvere per chi si dedica alla fotografia di paesaggio. Espongo per il cielo o espongo per la terra? Se espongo per il cielo, tutto quello che ho in primo piano verrà maledettamente sottoesposto e, al contrario, se espongo per la terra, il cielo risulterà inevitabilmente bruciato.
    Come superare l’ostacolo?
    Con un filtro digradante. Ne esistono di diverse marche in commercio.
    I filtri digradanti neutri sono filtri quadrati da posizionare davanti all’obiettivo per mezzo di attacchi dedicati e presentano una metà più scura. Il passaggio dal chiaro allo scuro avviene attraverso una sfumatura, più o meno dolce.
    È possibile anche scegliere tra diverse gradazioni – 1, 2, 3 o più stop di differenza tra le due metà del filtro.
    Posizionando il filtro davanti all’obbiettivo, riduciamo la differenza di luminosità tra cielo e terra, ad esempio.
    La transizione tra la parte scura del filtro e quella chiara vi permetterà di bilanciare l’esposizione.
  8. Non sottovalutate il primo piano
    Molti principianti pensano che una foto di paesaggio non abbia bisogno di nulla in primo piano. Errore!
    Scegliete sempre qualche oggetto in primo piano, è utile per stabilire le proporzioni e per guidare l’occhio di chi guarda,
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  9. Tutto a fuoco
    Massimizzate la profondità di campo scegliendo un diaframma chiuso, questo vi potrà costringere ad usare tempi più lunghi, motivo per il quale vi consiglio di impiegare un cavalletto, oltre al fatto che un cavalletto vi aiuterà a comporre con maggiore cura.
  10. Sbirciate i grandi
    Date un’occhiata ai grandi nomi della fotografia di paesaggio. Guardate la maestria di Ansel Adams, osservate Salgado.
    Sfogliate le pagine del National Geographic… e poi uscite, magari non tornerete a casa con scatti di simile portata, ma di sicuro non avrete perso tempo – ah ah ah.

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Saddhu a Man Mandir Ghat, Varanasi. In questo ritratto ritrovo molto del mio stile personale, che è il prodotto della tecnica, della mia sensibilità e dell'influenza di chi si ammira

Saddhu a Man Mandir Ghat, Varanasi.
In questo ritratto ritrovo molto del mio stile personale, che è il prodotto della tecnica, della mia sensibilità e dell’influenza di chi si ammira

Non ho resistito, ci sono cascato di nuovo… ecco un altro decalogo!
In realtà stavo pensando a quali consigli darei ad un fotografo alle prime armi che mi chiedesse cosa fare per migliorare e il caso ha voluto che mi fermassi al consiglio numero 10.

Premetto che ognuno di noi ha il suo modo per imparare e ognuno di noi ha la sua personalissima curva d’apprendimento, ma credo che qualche consiglio pratico non vi offenderà – speriamo…

  1. Osserviamo la luce
    Quando si comincia, la cosa ovvia è quella di concentrarsi sulla propria macchina fotografica… ok, ora facciamo un passo avanti, concentriamoci sulla luce.
    È la luce che crea le fotografie ed è alla luce che dobbiamo dedicare la nostra attenzione – la nostra reflex è soltanto uno strumento, un attrezzo. Secondo voi lo scultore dirige la sua attenzione verso scalpello o verso il blocco di marmo che sta per modellare?
    Prestiamo attenzione alla luce, anche quando non abbiamo la macchina fotografica tra le mani.
    Prestiamo attenzione alla direzione della luce, alla sua qualità, a come crea le ombre.
    Prestiamo attenzione al colore della luce e alla dominante che assumono gli oggetti investiti dalla luce.
    È morbida? È dura? È radente, frontale, a picco? Crea ombre morbide? Dure?
    Poniamoci queste domande sempre più spesso.
    Cerchiamo di familiarizzare con la vera padrona dei nostri scatti: la luce. Diventiamone amici!
  2. La nostra macchina non deve avere segreti per noi.
    Se la luce è il mezzo attraverso il quale la fotografia è possibile, la nostra macchina è lo strumento che rende possibile la scrittura con la luce.
    Dobbiamo conoscere come funziona nei dettagli.
    È inutile mandare a memoria qualche modalità e qualche funzione e muoverci soltanto all’interno del perimetro noto, non ci aiuterà affatto a migliorare.
    Diventeremo fotografi migliori soltanto quando conosceremo a fondo (tutte) le funzionalità della nostra reflex.
    Mandiamo a memoria le funzioni di base e rendiamone automatico il loro impiego, poi facciamo un passo oltre e dedichiamoci a tutte quelle funzioni avanzate che rendono la nostra macchina fotografica uno strumento potentissimo.
    Può sembrare pedante, ma conoscere a fondo la nostra reflex, combinato con la conoscenza della tecnica fotografica, amplia le nostre possibilità creative. Sapremo sempre cosa possiamo fare e cosa no!
    Forza, recuperiamo il tanto bistrattato manuale e mettiamoci a studiare… e a provare.
  3. Dedichiamo del tempo alla composizione
    Non smetterò mai di ripeterlo – a costo di suonare come un disco incantato: le regole della composizione sono uno strumento creativo fondamentale.
    Non sottovalutiamo la composizione, studiamone le regole di base, facciamo pratica, studiamone le regole avanzate.
    Il percorso che porta a diventare fotografi migliori passa dalla conoscenza della composizione.
    Non nascondiamoci dietro idiozie quali “non c’era tempo”, se davvero non c’era tempo, vuol dire che siamo ancora troppo lenti e che comporre non ci viene ancora del tutto in automatico… e se siamo ancora troppo lenti, vuol dire che dobbiamo tornare a studiare  e quindi tornare a fare pratica.
    Dobbiamo rendere la composizione un’azione automatica che sta tra l’inquadrare e lo scattare e comporre non ci deve portare via troppo tempo. Dobbiamo imparare a comporre mentalmente, prima ancora di puntare e inquadrare, e questo non accade per imposizione delle mani, ma soltanto attraverso la pratica e la voglia di applicarsi.
  4. Il colore
    Il colore gioca un ruolo fondamentale nella fotografia.
    Studiamo la teoria del colore, studiamo gli accostamenti, come i colori interagiscono tra di loro.
    L’uso degli accostamenti rende uno scatto speciale uno scatto altrimenti normale.
    C’è colore anche nelle fotografie in bianco e nero, non pensiate…
    Il colore influenza il sapore di una foto, evitiamo di scattare fotografie sciape.
    Il colore è divertimenti ed è divertente imparare ad usarlo. Non preoccupiamoci se il bilanciamento del bianco che stiamo usando è corretto, sperimentiamo, spostiamo tutto verso i blu e scattiamo, vediamo cosa succede, poi spostiamolo tutto verso i toni caldi, la stessa scena cambierà completamente ed è attraverso questi esperimenti che cresciamo come fotografi.
  5.  Abituiamoci a stampare
    Non sto dicendo stampiamo tutto quello che scattiamo, ma impariamo a stampare le foto che consideriamo buone – e già che ci siamo, affidiamoci ad un laboratorio professionale.
    Osservare i nostri scatti su carta, in un formato 30×20 ci aiuta a capire se davvero abbiamo tra le mani una buona foto – il monitor inganna e il piccolo schermo della nostra reflex serve a tutt’altro.
    Osservare le stampe delle nostre foto migliori evidenzia la reale qualità dei nostri scatti.
    Stampiamo qualche copia e conserviamola con cura, ci sarà d’aiuto tornare a confrontare quello che abbiamo fatto nei mesi e negli anni, ci mostrerà i progressi e il percorso che stiamo facendo come fotografi.
  6. Sviluppiamo un nostro stile
    Ognuno di noi fotografa per motivi tutti suoi. Ognuno di noi sceglie il genere fotografico che sente più vicino.
    Questo non significa che ognuno di noi abbia un suo stile.
    Sviluppare un proprio stile personale richiede tempo e – voglio essere tremendamente sincero – non è detto che tutti ci riescano con successo.
    Si comincia guardandosi in giro, copiando un po’ qui e un po’ là – non c’è nulla di male. Poi, per fare il salto, è necessario cominciare a capire cosa ci interessa fotografare, ma soprattutto cominciare a farlo con un proprio occhio, con un proprio stile. La tecnica è fondamentale, ma la imparano anche i muli, lo stile non lo si impara, se mai lo si intercetta, lo si coltiva, lo si affina. Uno stile è un punto d’arrivo fondamentale, potrebbero volerci anni. Sviluppare un proprio stile è un’aspetto della fotografia molto appagante, ma che può dimostrarsi anche piuttosto frustrante.
    Sviluppare il proprio stile significa trovare la propria voce, ad alcuni viene naturale, ad altri costa molta fatica.
    Il mio consiglio è quello di provarci.
  7. Fotografare! Fotografare! Fotografare!
    Il miglioramento passa per la pratica. È molto semplice, lapalissiano.
    Più fotograferemo e più ci verrà naturale farlo.
    Portiamoci la macchina ogni volta che possiamo farlo – e quando non ci è consentito, impariamo a scattare fotografie mentali, proprio così, inquadriamo con la mente, componiamo, e click, scattiamo con l’immaginazione. Anche questo aiuta, non come la pratica reale, ma aiuta.
    Non pensiamo che valga la pena fotografare solo se ci troviamo in viaggio, in vacanza o in qualche luogo esotico – impressionare con scatti relativamente buoni fatti in qualche regione remota ed esotica è in qualche modo più semplice.
    Un buon fotografo riesce a fare buoni scatti anche in luoghi ordinari.
    Facciamo pratica con l’ordinario, cerchiamo di affinare la creatività fotografando il quartiere o il borgo nel quale viviamo, vedrete che sarà molto più difficile che fotografare in India.
    Usciamo e facciamo pratica, ogni volta che si presenta l’occasione.
    Se l’occasione non si presenta, creiamocela.
    Il percorso di crescita passa attraverso la pratica. Fotografiamo! Fotografiamo! Fotografiamo!
  8. Prendiamoci delle pause
    Se soltanto poche righe più sopra vi ho esortato ad uscire e a fotografare, ora voglio confondervi e invertire la rotta.
    Sì! Prendiamoci delle pause.
    Le pause dalla fotografia – se non troppo prolungate – hanno lo scopo di farci ricaricare e di non renderci tossici da click. Non c’è nulla di peggio del fotografo bulimico.
    Quando la passione imperversa è difficile dire basta, ma di tanto in tanto è la cosa giusta da fare.
    Trasformarsi in invasati da reflex non aiuta a diventare fotografi migliori, contribuisce solamente a riempire i nostri dischi rigidi di RAW o JPG sempre più uguali tra loro e sempre meno interessanti.
    La dipendenza da click mangia tempo alla ricerca, allo sviluppo ed erode, senza che ce ne si renda conto, la nostra capacità di migliorare.
    Una sana pausa ha la capacità di ristabilire gli equilibri e lascia spazio all’autocritica.
    Una sana pausa sgombra la mente, che altrimenti rischierebbe di andare in corto circuito, e ci restituisce alla fotografia con rinnovata passione ed energia.
  9. Nutriamo la mente con la fotografia
    La fotografia allinea cuore, occhio e mano, giusto per parafrasare Henri Cartier-Bresson, che qualche buona foto mi pare l’abbia fatta nella sua vita (!).
    Molti dei migliori scatti si creano, prima ancora che nella realtà, nella nostra testa.
    La nostra mente va tenuta allenata. Nutriamola di fotografia e vedremo che anche i nostri scatti miglioreranno.
    Andiamo per mostre e facciamola diventare una piacevole abitudine.
    Andiamo per mostre, ma non restringiamo il campo alle sole mostre fotografiche – quanto si può imparare ammirando un Caravaggio o un Rembrandt, un Canaletto.
    Andiamo per mostre e portiamoci a casa i cataloghi, così da poterli sfogliare con calma in seguito.
    Andiamo per mostre e cerchiamo di cogliere l’essenza delle immagini esposte, cosa le rende importanti, speciali, cerchiamo di scoprire la storia dietro gli scatti esposti, cerchiamo di conoscere la biografia degli autori.
    Vi state domandando a cosa serva? Prendetemi alla lettera, per una volta, SERVE!
    Cerchiamo di approfondire i motivi per i quali apprezziamo più un fotografo di un altro. Osserviamo e proviamo a copiarne lo stile, tenendo sempre in mente che quello è soltanto il punto di partenza e che l’obbiettivo è quello di sviluppare un proprio stile e linguaggio personale.
    Poniamoci di fronte ad uno scatto che consideriamo bello e proviamo a capire perché ci appare bello.
    È l’uso del colore? È come è stato composto? È l’istante che è stato immortalato? L’uso della focale? Del mosso?
    Cerchiamo di capire cosa ci emoziona e forse ci risulterà più semplice capire come emozionare gli altri.
    Usiamo il lavoro dei grandi come ispirazione, senza frustrazione e soprattutto senza mormorare vabbè, questa la facevo pure io! – non aiuta, non aiuta.
  10. Torniamoci sopra
    Repetita juvant! È un buon esercizio: a distanza di tempo, proviamo a ripetere alcuni scatti.
    Cimentiamoci col panning, ad esempio, scattiamone qualcuno e poi riproviamoci a distanza di tempo, non importa che il soggetto e il luogo siano i medesimi, al fine dell’esercizio è fondamentale applicare di nuovo la tecnica e confrontare i risultati, confrontare l’eventuale facilità con la quale abbiamo scattato le volte successive e l’eventuale rapidità con la quale abbiamo riconosciuto un potenziale panning.
    Proviamoci con i paesaggi, con i ritratti posati, con istantanee da strada.

… e siamo a 10! Spero che possano tornarvi utili in qualche maniera.

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