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Posts Tagged ‘Esposizione’

Notte di luna piena nel Sahara.
La luce della luna illumina cielo e dune

Sono tornato da qualche settimana da un magnifico photo tour che ho organizzato in Marocco. Una delle tappe più entusiasmanti è senza ombra di dubbio quella che vede il gruppo passare la notte in un campo tendato beduino, tra le dune del deserto del Sahara. Durante la notte, organizzo una sessione di fotografia notturna, anche perché lo spettacolo delle stelle nel deserto è una di quelle esperienze che difficilmente si scordano – anche quando il cielo si copre di nuvole inaspettatamente, come è successo quest’anno.

La fotografia notturna ha una pessima caratteristica intrinseca negativa, quella di amplificare i problemi che si possono sperimentare sul campo, ma ha anche la capacità di regalare grandi emozioni a tutti, anche a coloro che hanno poca esperienza in materia.

Il mio consiglio, per coloro alle prime armi, è quello di dare una bella ripassata al manuale della propria reflex in modo di aver ben chiaro come accedere a certe funzioni della macchina e a come farlo rapidamente anche in condizioni disagiate come un campo di notte o una duna del Sahara.

Attrezzatura minima per fotografare le stelle:

  • una macchina fotografica
  • un obiettivo, meglio se grandangolo
  • batteria nuova (e carica al massimo)
  • card vuota
  • un cavalletto
  • uno scatto remoto, non è necessario che sia a infrarossi e per cominciare, non serve neppure che funga di intervallometro
  • una torcia
  • un timer
  • una borsa dedicata

Via tutti gli automatismi!
Via l’autofocus! Via gli eventuali dispositivi per ridurre le vibrazioni!
Macchina in manuale! Ok, mi sa che la metà di voi ha abbandonato la lettura del post a questo punto, se ci siete ancora, andiamo avanti…

Dove andare?
Non serve andare tra le dune del Sahara o sulla catena dello Zanskar, ma è necessario lasciarsi aree urbane e questo comporta un po’ di pianificazione, ma basteranno un paio di scatti azzeccati a ricompensarvi.

Quando andare?
La scelta della notte è sicuramente uno degli aspetti meno prevedibili, in quanto legato al meteo – se pensate che quest’anno, durante il photo tour in Marocco, siamo incappati in una rarissima nottata nuvolosa (!).
Quello che invece potete determinare con precisione scientifica è invece l’importanza della luna nelle notti che sceglierete per scattare.
Durante le notti vicine al plenilunio, quando cioè il disco lunare assume le massime dimensioni, la luce della luna influisce negativamente sulla visibilità delle stelle, ma rischiara la scena con una luce molto morbida e affascinante.
Al contrario, nelle notti prossime al novilunio, la quasi totale assenza del disco lunare nel cielo, rende le stelle decisamente più visibili, ma dovrete prepararvi a lavorare praticamente al buio.
In ogni caso è bene fare un po’ di compiti a casa prima di trovarsi sul posto per evitare lunghe attese perché non avevate previsto che la luna fosse un ospite non gradito della vostra inquadratura.
Determinare fasi lunari, altezza sull’orizzonte e posizione nel cielo della luna ormai non è più roba per astronomi.
Ci sono app alla portata di tutti, che vanno dal semplice calcolo della fase lunare, riportato in qualsiasi punto del mondo, fino a fornire tutte le informazioni che vi possono servire, come ad esempio l’ora esatta in cui spunterà il satelline, l’altezza nel cielo, riportato nel corso della notte, il percorso, e altro ancora, oltre naturalmente alla possibilità di impostare località e date diverse.
Una tra tutte, TPE (The Photo Ephemeris).

Comporre e mettere a fuoco. Due piccoli incubi.
Comporre un’inquadratura al buio non è cosa da poco, così come mettere a fuoco con cura.
Se ne avete la possibilità, fate un sopralluogo di giorno, altrimenti il vostro unico alleato è una torcia.
Componete con cura e cercate di includere qualche elemento in primo piano. NON inquadrate soltanto una porzione di cielo.
Inserite degli alberi, il profilo di una montagna, di una casa… insomma, avete capito. Gli elementi in primo piano, staccati dal cielo, hanno la capacità di rendere lo scatto del cielo più interessante.
Mettere a fuoco può essere un problema. Aiutatevi con la torcia, puntandola contro un elemento sufficientemente lontano e mettete a fuoco su di lui – se usate, come consigliato, un grandangolo, dovreste cavarvela.

Per iniziare: stelle puntiformi
Anche se molti di voi saranno rimasti affascinati da tutti quegli scatti con le stelle che sembrano compiere dei giri luminosi, è bene che si proceda per piccoli passi.
Cominciate a scattare le stelle come puntini di luce.
Ecco qualche trucco.
Aprite al massimo. Chi può, f/2,8… altrimenti gli altri si tengano su f/3,5, f/4,5.
Occhio al tempo di posa. La terra ruota attorno al proprio asse e questo movimento rischia di riprodurre le stelle come piccole strisce anziché punti luminosi, se usate un tempo di posa troppo lungo.
Per cui affidatevi ad una regola vecchia, ma sempre valida: la regola del cinquecento.
Dividete 500 per la lunghezza focale dell’obiettivo che montate – ad es. se montate un 28, risolvete questa semplice operazione: 500/28. Il risultato è il tempo massimo che potete usare prima che le stelle appaiano mosse.
ATTENZIONE! La regola è pensata per fotocamere full frame, per i modelli APSC Nikon 500 si riduce a 333, mentre per i modelli APSC Canon 500 si trasforma in 316.
A questo punto avete la coppia tempo e diaframma, non resta che impostare gli ISO di conseguenza
Sparate gli ISO. Se avete tra le mani una buona macchina, in una notte senza luna, potete alzate gli ISO anche fino 3600. Se avete una macchina meno performante, tenetevi attorno ai 1250/1600 ISO. Sappiate però che pompando la sensibilità del sensore, le stelle guadagnano una certa consistenza.

Macchina saldamente agganciata al cavalletto e scatto remoto inserito, siete pronti a scattare.
Se possedete un software per gestire il formato RAW, preferitelo al JPEG, in caso contrario, avrete meno possibilità di recuperare gli errori o di intervenire. In questo caso, impostate il bilanciamento del bianco su 3600° K (o incandescenza, se la vostra macchina non offre la possibilità di impostare direttamente la scala Kelvin).

Non temete, torneremo ancora sull’argomento.

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Half Dome, Yosemite National Park, CA, USA

Il grande vecchio della fotografia di paesaggio. Il pioniere. Il puro tra i puri… potrei stare qui delle gran mezz’ore a raccogliere i vari modi con cui ci si è rivolti al grande fotografo statunitense negli ultimi quasi cento anni e in ogni caso renderei un servizio piuttosto parziale alla sua vera grandezza.

Nato a San Francisco nel 1902, la leggenda narra che a 14 anni, durante una gita nel parco nazionale di Yosemite, gli viene regalata la prima macchina fotografica, una Kodak Brownie, e come questo regalo abbia sancito il legame tra natura e fotografia per Adams.
Nel 19119, appena diciassettenne, si iscrive al Sierra Club, una delle prime associazioni ambientaliste americane e lega la sua fotografia sempre più alla causa ambientalista, fino a diventare qualche anno più tardi il fotografo ufficiale dell’associazione.
Ma è nel 1932, quando fonda il celebre club f/64, che Ansel Adams rende, per così dire, pubblico il suo manifesto nei confronti della fotografia. Il gruppo f/64 ha lo scopo di riunire fotografi che condividano le medesime idee su come utilizzare il nuovo medium e fonda la corrente detta della straight photography, alla quale aderiscono alcuni dei nomi più significativi dell’epoca come Edward Weston, Sonya Noskowiak e Imogen Cunningham. Già dal nome le intenzioni del gruppo erano piuttosto chiare: f/64, che rimandava alla minima apertura possibile, con la quale si sarebbe ottenuta la massima profondità di campo e il massimo del dettaglio. La cura maniacale dei dettagli era infatti il diktat del club f/64.

Dettaglio e wilderness (natura selvaggia) sono i due temi lungo i quali Ansel Adams sviluppa la sua fotografia nel corso degli anni.

Monte McKinley e lago Wonder

 

“La fotografia ha lo scopo di riflettere le emozioni che si provano di fronte a ciò che si vede.”, dirà a proposito del suo modo di intendere la fotografia.

Comprende l’importanza della tecnica nella fotografia e dedica ad essa molti anni di lavoro che si riassumo in tre volumi di base – ‘La macchina fotografica’, ‘Il negativo’, ‘La stampa’ – ed un compiendo – “Esempi’.
La maniacale cura del dettaglio e la volontà di riuscire sempre a riproporre in macchina e in stampa la scena fotografata lo portano a perfezionare il concetto di “visualizzzazione” – cioè come il fotografo intende realizzare l’immagine, prima ancora di esporre e poi stampare, concetto che lo porterà, nel corso degli Anni 30 ha inventare il celeberrimo “sistema zonale”.

Con il sistema zonale, Adams suddivide la scala tonale in 11 zone adiacenti, numerandole da 0 a 10, dove 0 corrisponde al nero pieno e 10 al bianco, sono chiaramente zone di riferimento, perché la pellicola in ogni caso registra i valori tonali in mondo continuo e non frammentato. L’introduzione delle 11 zone, separate da uno stop l’una dall’altra. secondo Adams, serve a dare un aiuto al fotografo nel determinare l’esposizione corretta in grado di registrare la gamma tonale più ampia.
Chi fosse interessato a capire di più sul sistema zonale, consiglio di cominciare a dare un occhio qui o qui.

Ansel Adams sulla sua Land Rover

Il corpus di Ansel Adams è impressionante e tuttora, a oltre mezzo secolo di distanza, le sue opere sono considerate dei capolavori assoluti nella fotografia paesaggistica.
Negli anni Ansel Adams ha dedicato al paesaggio americano centinaia e centinaia di immagini, molte delle quali entrate ormai nell’immaginario collettivo di chi ama la fotografia.
Infaticabile, sono famosi gli scatti che lo ritraggono sul tetto della sua Land Rover Defender alle prese con un ingombrante banco ottico, montato su un cavalletto di legno.
Ansel Adams muore nel 1984, lasciando un patrimonio di immagini inestimabili e una bibliografia di tecnica fotografica che, nonostante la rivoluzione digitale, garantirebbe una sana base a molti fotografi moderni.

Per saperne di più: Ansel Adams (sito ufficiale)

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L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

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Pura geometria e un sole inclemente. 1/2 stop di correzione negativa per rendere le ombre ancora più decise

Già mi sembra di sentirli i puristi… già mi sembra di sentire levare al cielo i loro strali… “Non si scatta mai col sole a picco!”.
Ok, ok! Non posso dar loro torto, anzi, diciamo che, nella maggior parte delle occasioni, hanno ragione.

Il sole a picco produce una luce molto dura, difficilmente si presta per un ritratto – sempre che si pensi al ritratto nel senso canonico – e altrettanto difficilmente è una luce adatta per uno scatto di paesaggio.
Il sole a picco crea ombre decise, a volte anche troppo decise, con una transizione tra le alte luci e i neri molto breve. Si tratta di una luce carica di contrasto, cattiva e difficile da gestire e misurare.

Questo però non significa che qualche volta non ci si possa cimentare con la luce del sole a picco. In questo caso, rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci a raccogliere una sfida interessante.
Sì, la luce del sole a picco è una sfida davvero interessante per qualsiasi fotografo.

Non tutti i soggetti sono adatti 
Il primo problema che dobbiamo risolvere è legato al soggetto che scegliamo di fotografare. NON TUTTI I SOGGETTI SONO ADATTI AL SOLE A PICCO. Dimentichiamoci i ritratti, soprattutto se pensiamo ad un ritratto canonico. Il sole a picco costringe i nostri soggette a strizzare gli occhi, che diventano delle minuscole fessure senza espressione, e crea fastidiose ombre sotto occhi, mento e naso – e queste ombre non rendono giustizia a nessun soggetto, neppure al più fotogenico.
L’architettura, invece, si dimostra molto adatta per essere scattata con il sole alto nel cielo.
Il forte contrasto produce ombre nette e ampie aree in piena luce. Sfruttiamo il contrasto! Il forte contrasto comprime molto il range tonale della scena e disegna forme geometriche piuttosto riconoscibili. CERCHIAMO LE GEOMETRIE!
Edifici, monumenti, statue… sono tutti elementi che si prestano in modo incredibile per questo tipo di luce dura.
EVITIAMO I PANORAMI, prediligiamo scorci o dettagli, giocando con il contrasto tra luce e ombre.
Avventuriamoci nel magico mondo del BIANCO E NERO.  Il gioco tra ombre e luci che crea il sole a picco è ideale per scattare in bianco e nero. Evitiamo però di scattare direttamente in bianco e nero, scattiamo a colori e solo in fase di post-produzione trasformiamo gli scatti in bianco e nero – in questo modo il sensore registrerà le informazioni dei tre canali (RGB) e non soltanto quella del canale monocromatico!

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Anche qui tanta geometria. L’ampia area illuminata suggeriva alla macchina di chiudere, ho preferito correggere i parametri suggeriti, aprendo di 1/2 stop, per non rendere i marmi in luce troppo grigi – se avessi aperto troppo, avrei corso il rischio di slavare le ombre.

Come misurare l’esposizione
Con il sole a picco, la nostra scena risulta sempre molto illuminata, questo significa che l’esposimetro della macchina, in generale, tenderà a chiudere, a sottoesporre.
Ricordiamoci però che ci troviamo in una situazione piuttosto estrema e dobbiamo sfruttare questa sfida in maniera creativa.
E allora bando agli indugi! Ma attenti… il sole a picco non è una luce per pavidi.
Esporre è comunque un atto creativo, per cui assumiamocene la responsabilità e andiamo a vincere la sfida con una luce cattiva come quella del sole alto nel cielo.
In scatti molto grafici, personalmente preferisco sottoesporre ulteriormente, in questo modo ottengo ombre ancora più decise – attenzione a non chiudere troppo il diaframma, rischieremmo di sporcare troppo le aree di luce.
Se invece siamo alle prese con scatti più descrittivi, allora meglio aprire un po’ di più, rispetto alla lettura dell’esposimetro, o rischiamo di perdere molti dettagli.

Qual’è la modalità di esposizione migliore?
Non c’è. Dipende da noi, da come ci troviamo più a nostro agio e da come conosciamo la nostra macchina.
Gli esposimetri di ultima generazione sono in grado di esporre “correttamente” anche in scene cariche di contrasto, ma l’ultima parola spetta sempre a noi!  E non dimentichiamoci che gli esposimetri sono tarati per ricondurre tutto ad un grigio medio… se va bene, sotto il sole d’estate dell’una di pomeriggio, di grigio medio ce ne sarà davvero poco, per cui, affidarsi troppo ai parametri suggeriti dall’esposimetro, potrebbe slavare le ombreimbottire troppo le luci.

Il mio consiglio è impostare la macchina in manuale, questo ci dà il massimo controllo su tutti i parametri – non sentite già l’adrenalina scorrere!? ah ah ah,
In scatti molto grafici potrebbe essere una buona scelta quella di impostare la misurazione spot, che riduce l’area di lettura dell’esposizione ad poco più di un punto, in corrispondenza del punto di messa a fuoco.

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Lettura spot sulle ombre e il gioco è fatto. Del resto, quelle ombre davanti ai portoni sono proprio il grigio che piace tanto agli esposimetri. Il risultato è uno scatto che “trasuda caldo” – o no!?

In ogni caso, cerchiamo quelle poche aree di tono medio presenti nella scena e misuriamo lì: ci assicureranno un lettura di partenza abbastanza accurata, saremo noi poi a decidere se accontentarci o se intervenire, chiudendo – e quindi saturando – o aprendo – e quindi andando a recuperare dettagli nelle ombre. Attenzione! Sovraesponiamo con giudizio, il rischio di bruciare varie aree dell’inquadratura è dietro l’angolo.
… insomma, la luce del sole alto nel cielo non è il diavolo!
È una luce difficile, drammatica, ricca e che spesso non si lascia domare. È una luce impegnativa da misurare, ma che, per contro, promette scatti molto interessanti.

I giorni della pellicola sono lontani, per cui, usciamo e sperimentiamo… male che va, cancelleremo.

 

 

 

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Lettura spot!?
Quanti di noi ne conoscono l’esistenza? Ho avuto di verificare il dato: davvero pochi e ancora meno ne colgono la potenza.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire di cosa si tratta.
La LETTURA SPOT è una delle tre modalità standard di valutazione della luce che le macchine fotografiche ci mettono a disposizione: a matrice o valutativa, con media ponderata al centro e spot (anche se qualche modello di fascia economica, in realtà, la lettura spot non la supporta).

Come funzione la lettura spot?
L’esposimetro prende in considerazione SOLTANTO UNA PICCOLISSIMA PORZIONE DELLA SCENA e tralascia tutto il resto e ci suggerisce la coppia tempo/diaframma soltanto per quest’area.
Di solito è possibile agganciare l’area di lettura dell’esposimetro a quella dell’autofocus.

Quando la si usa?
Personalmente consiglio di passare alla lettura spot quando le condizioni di illuminazione sono particolarmente critiche, ad esempio scene molto contrastate o in controluce.
In una scena molto contrastata la lettura spot isola la lettura sul soggetto che ci interessa e espone di conseguenza.
Qualcuno usa la modalità spot anche per verificare il range di esposizione presente nella scena, leggendo prima la zona più e poi confrontandola con quella più chiara. I due valori danno la differenza tra i due valori dà la gamma tonale presente nella scena

ATTENZIONE!
Siccome l’area sulla quale l’esposimetro effettua la lettura è molto ridotta, anche un minimo spostamento può modificare (e anche di  molto) l’esposizione consigliata.
Spesso chi è alle prime, si dimentica di essere passato in lettura spot!
E’ un errore molto diffuso e devo ammettere che qualche volta l’ho commesso anch’io.

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La rivoluzione digitale ha semplificato e non poco la fotografia – pensate soltanto alla possibilità di controllare immediamente il risultato e decidere se tenerlo o meno lo scatto…
Questa semplificazione ha fatto sì che un gran numero di persone si è convinto ad acquistare una reflex e a buttarsi nella mischia.
Personalmente considero questo fenomeno molto positivo, anche se sono pronto a scommettere che molti fotografi dell’ultima generazione,  nell’era della pellicola, si sarebbero guardati bene dal cimentarsi con una macchina fotografica. Ma non è questo il punto.

Da principianti – chiamiamoli benevolmente aspiranti fotografi – si commettono molti errori, soprattutto di tecnica.
Si tratta di normalissimi incidenti di percorso, che non devono demoralizzare e che non devono farci perdere la voglia di fotografare.
Durante i miei workshop ho avuto modo di notare che ci sono alcune domande che gli aspiranti fotografi mi pongono con maggiore insistenza e allora ho ad elencarne cinque tra le più frequenti.
Ad ognuna di queste cinque domande corrisponde un errore tipico da principiante, oops, chiedo scusa, da aspirante.

Per cui, se controllando lo scatto nel nostro visore ci stiamo domandando…

  1. PERCHÈ È VENUTA TUTTA MOSSA?
    Quasi sempre la risposta è una soltanto: abbiamo scattato con un tempo piuttosto lungo, decisamente troppo lungo per essere certi di non aver mosso la mano che teneva la macchina fotografica durante lo scatto.
    Questo capita in situazioni di scarsa luce, dove siamo costretti a scendere con i tempi di scatto.
    Dobbiamo tenere presente che per quasi chiunque è difficile tenere ben salda una reflex, scattando con tempi più lunghi di 1/15′ .
    Le soluzioni possibili sono:

    • apriamo il diaframma, entrerà più luce e potremmo usare un tempo più rapido.
    • se non possiamo aprire il diaframma ulteriormente, alziamo gli ISO
    • vogliamo mantenere gli ISO bassi e non vogliamo aprire il diaframma? affidiamoci ad un cavalletto.
  2. PERCHÉ È VENUTA COSÌ SCURA?
    Intanto è fondamentale capire come stiamo dicendo alla macchina di leggere la luce presente nella scena che stiamo inquadrando. Quasi tutti i modelli offrono almeno tre modalità di lettura: SU TUTTA LA SCENA, CONCENTRATA NEL CENTRO DEL MIRINO e SPOT.
    Se la lettura è impostata SU TUTTA LA SCENA, la macchina, nell’attribuire la luminosità, prende in considerazione tutto quello che inquadriamo, per cui se la scena contiene ampie aree molto chiare (ad esempio un cielo un po’ slavato), la nostra reflex tenderà a chiudere più del dovuto.
    In questo caso possiamo compensare in positivo con il pulsante di compensazione dell’esposizione, nel caso stessimo scattaondo in modalità di scatto automatiche o semi-automatiche (P, A, S per Nikon e P, AV, TV per Canon), se invece stiamo scattando in manuale, possiamo sceglier impostare un diaframma più a aperto o un tempo più lento.
    Se la lettura è impostata su MEDIA PONDERATA AL CENTRO, dobbiamo fare attenzione a cosa c’è al centro della nostra inquadratura, perché è a quell’area la macchina dà più importanza del resto, per cui, se per esempio al centro c’è un soggetto vestito di bianco, o una finestra aperta, ecco che tutta la lettura verrà influenzata e l’esposizione corretta verso la sottoesposizione.
    Se invece stiamo lavorando con la lettura SPOT, dobbiamo essere ancora più attenti, perché, in questa modalità, la lettura della luce viene effettuata su un’area molto ristretta (dal 2 al 5% di tutta l’inquadratura), creando solitamente qualche problema a chi ha poca esperienza. Il mio consiglio per chi comincia è quello di stare lontano dalla misurazione spot.
  3. PERCHÉ È VENUTA COSÌ CHIARA?
    Se avete letto il punto 2, mi risparmi il discorso sulle modalità e salto dritto al cuore del problema: l’esposimetro della macchina è influenzato da ampie aree molto scure (nel caso di lettura su tutta l’inquadratura), oppure legge in punti dove c’è poca luce (nel caso di media al centro e spot).
    Le soluzioni sono semplici: nel caso di modalità di scatto automatiche o semi-automatiche (P, A, S per Nikon e P, AV, TV per Canon), possiamo compensare negativamente, nel caso scattassimo in manuale, possiamo chiudere il diaframma o scegliere un tempo più rapido.
  4. SCELGO “PRIORITÀ DI TEMPI” O “PRIORITÀ DI DIAFRAMMI”?
    Baaaaaaah! Domanda sbagliata! Domandiamo piuttosto: cosa intendo fare?
    Se c’è di mezzo la profondità di campo, se è importante avere tutto a fuoco o avere a fuoco il meno possibile, la risposta è una sola: PRIORITÀ DI DIAFRAMMI, in questa modalità imposto il diaframma – e quindi la profondità di campo, cioè cosa è o non è a fuoco – e il tempo di scatto me lo suggerisce la macchina.
    Se invece c’è di mezzo il movimento – sia che lo si voglia congelare, sia che lo si voglia suggerire, con un bel mosso in macchina – allora la risposta è questa: PRIORITÀ DI TEMPI, ho il massimo controllo sulla velocità dell’otturatore, la imposto e la macchina mi suggerisce il diaframma corretto.
    Facile, no!?
  5. PERCHÉ LA MACCHINA NON METTE A FUOCO DOVE VOGLIO IO?
    Le moderne macchine fotografiche sono dotate di sofisticati sistemi di messa a fuoco automatica, il problema è che spesso sembra che pensino in modo autonomo – e diverso dal nostro.
    Esistono modalità a matrice, 3D, a fuoco predittivo e chi più ne ha, più ne metta.
    Il modo più facile per non sbagliare è quello di impostare la reflex su AF A PUNTO SINGOLO (SINGLE POINT AF). Questo ci assicura che il fuoco verrà preso su un punto solo. Possiamo concederci il lusso di impostare l’autofocus continuo (AF C), in modo che, tenendo premuto a metà il pulsante di scatto, la macchina continua a mettere a fuoco.
    Quando avremo fatto la giusta pratica sul campo, potremo esplorare le altre modalità di autofocus e godere degli strabilianti passi in avanti che ha fatto la tecnologia, per il momento, con grande umiltà, starei su SINGLE POINT, a buon intenditore, pochi… point.

Non preoccupiamoci di porci queste domande. Immagino che se le siano posti anche i più grandi, quando ancora il loro talento era soltanto una possibilità remota.
Ma soprattutto, non preoccupiamoci di commettere errori. È attraverso l’errore che passa la strada per migliorarsi – l’importante è capire le cause dell’errore e porci rimedio.

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Il controluce è senza ombra di dubbio una categoria di foto decisamente molto affascinante, ma, soprattutto per chi si avvicina alla fotografia, può nascondere non poche insidie.

Il fatto di scattare contro luce, appunto, fa sì che l’esposimetro della nostra macchina fotografica decida di chiudere, e suggerisca una coppia diaframma/tempo in grado di rendere al meglio lo sfondo, ma che consegna irrimediabilmente al nero il primo piano.
Nessun problema se la nostra intenzione e quella di produrre delle interessanti silhouette contro un cielo arancio al tramonto… meno bene se invece pensavamo di far emergere qualche dettaglio di quello che ci sta davanti.
Del resto la macchina e il suo esposimetro non fanno altro che il loro dovere – che non è interpretare il nostro desiderio, ma bensì leggere la quantità di luce e operare di conseguenza.

E se volessimo scattare contro luce, ma salvare i dettagli dei soggetti in primo piano?
Come possiamo fare?

Abbiamo due soluzioni:

  • aprire un po’
  • usare il flash

Nessuna paura! Si tratta di due soluzioni molto semplici e alla portata di tutti.

Aprire un po’ significa correggere la valutazione fatta dall’esposimetro, significa fare entrare un po’ più di luce di quello che la macchina riterrebbe corretta, o aprendo il diaframmo o allungando il tempo di posa.
Se stiamo scattando in modalità auto o semi-auto, dobbiamo compensare positivamente, utilizzando il pulsante di compensazione e impostando  +1/2 o +1. Questa semplicissima operazione correggerà la lettura suggerita dalla macchina e renderà la scena un po’ più chiara.
Il risultato sarà quello di perdere i dettagli del soggetto in primo piano e renderà il contro luce dello sfondo un po’ più luminoso.
Nel caso stessimo scattando in manuale, potremo scegliere un diaframma un po’ più aperto  o un tempo più lungo.

Oppure possiamo tirare fuori il piccolo flash incorporato e mantenere l’esposizione consigliata.
Usando il flash in TTL o alla minima potenza otterremo un colpo di flash – tecnicamente detto di riempimento – che avrà la capacità di illuminare i dettagli dei soggetti in primo piano, senza influenzare lo sfondo – il flash incorporato, al massimo della sua modesta potenza, arriva al massimo a quattro/cinque metri. Possiamo provare ad usare la compensazione della potenza del flash: sempre in TTL, proviamo a impostarla a +1/3 o a +1/2, fino ad arrivare a +1 – la differenza potrebbe essere decisamente interessante per il risultato finale.

Ecco due segreti di Pulcinella su come scattare in contro luce ed evitare che i soggetti in primo piano si riducano a delle semplici silhouette.

Ora si tratta soltanto di fare qualche prova.

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