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Posts Tagged ‘Esposizione’

Half Dome, Yosemite National Park, CA, USA

Il grande vecchio della fotografia di paesaggio. Il pioniere. Il puro tra i puri… potrei stare qui delle gran mezz’ore a raccogliere i vari modi con cui ci si è rivolti al grande fotografo statunitense negli ultimi quasi cento anni e in ogni caso renderei un servizio piuttosto parziale alla sua vera grandezza.

Nato a San Francisco nel 1902, la leggenda narra che a 14 anni, durante una gita nel parco nazionale di Yosemite, gli viene regalata la prima macchina fotografica, una Kodak Brownie, e come questo regalo abbia sancito il legame tra natura e fotografia per Adams.
Nel 19119, appena diciassettenne, si iscrive al Sierra Club, una delle prime associazioni ambientaliste americane e lega la sua fotografia sempre più alla causa ambientalista, fino a diventare qualche anno più tardi il fotografo ufficiale dell’associazione.
Ma è nel 1932, quando fonda il celebre club f/64, che Ansel Adams rende, per così dire, pubblico il suo manifesto nei confronti della fotografia. Il gruppo f/64 ha lo scopo di riunire fotografi che condividano le medesime idee su come utilizzare il nuovo medium e fonda la corrente detta della straight photography, alla quale aderiscono alcuni dei nomi più significativi dell’epoca come Edward Weston, Sonya Noskowiak e Imogen Cunningham. Già dal nome le intenzioni del gruppo erano piuttosto chiare: f/64, che rimandava alla minima apertura possibile, con la quale si sarebbe ottenuta la massima profondità di campo e il massimo del dettaglio. La cura maniacale dei dettagli era infatti il diktat del club f/64.

Dettaglio e wilderness (natura selvaggia) sono i due temi lungo i quali Ansel Adams sviluppa la sua fotografia nel corso degli anni.

Monte McKinley e lago Wonder

 

“La fotografia ha lo scopo di riflettere le emozioni che si provano di fronte a ciò che si vede.”, dirà a proposito del suo modo di intendere la fotografia.

Comprende l’importanza della tecnica nella fotografia e dedica ad essa molti anni di lavoro che si riassumo in tre volumi di base – ‘La macchina fotografica’, ‘Il negativo’, ‘La stampa’ – ed un compiendo – “Esempi’.
La maniacale cura del dettaglio e la volontà di riuscire sempre a riproporre in macchina e in stampa la scena fotografata lo portano a perfezionare il concetto di “visualizzzazione” – cioè come il fotografo intende realizzare l’immagine, prima ancora di esporre e poi stampare, concetto che lo porterà, nel corso degli Anni 30 ha inventare il celeberrimo “sistema zonale”.

Con il sistema zonale, Adams suddivide la scala tonale in 11 zone adiacenti, numerandole da 0 a 10, dove 0 corrisponde al nero pieno e 10 al bianco, sono chiaramente zone di riferimento, perché la pellicola in ogni caso registra i valori tonali in mondo continuo e non frammentato. L’introduzione delle 11 zone, separate da uno stop l’una dall’altra. secondo Adams, serve a dare un aiuto al fotografo nel determinare l’esposizione corretta in grado di registrare la gamma tonale più ampia.
Chi fosse interessato a capire di più sul sistema zonale, consiglio di cominciare a dare un occhio qui o qui.

Ansel Adams sulla sua Land Rover

Il corpus di Ansel Adams è impressionante e tuttora, a oltre mezzo secolo di distanza, le sue opere sono considerate dei capolavori assoluti nella fotografia paesaggistica.
Negli anni Ansel Adams ha dedicato al paesaggio americano centinaia e centinaia di immagini, molte delle quali entrate ormai nell’immaginario collettivo di chi ama la fotografia.
Infaticabile, sono famosi gli scatti che lo ritraggono sul tetto della sua Land Rover Defender alle prese con un ingombrante banco ottico, montato su un cavalletto di legno.
Ansel Adams muore nel 1984, lasciando un patrimonio di immagini inestimabili e una bibliografia di tecnica fotografica che, nonostante la rivoluzione digitale, garantirebbe una sana base a molti fotografi moderni.

Per saperne di più: Ansel Adams (sito ufficiale)

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L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

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Pura geometria e un sole inclemente. 1/2 stop di correzione negativa per rendere le ombre ancora più decise

Già mi sembra di sentirli i puristi… già mi sembra di sentire levare al cielo i loro strali… “Non si scatta mai col sole a picco!”.
Ok, ok! Non posso dar loro torto, anzi, diciamo che, nella maggior parte delle occasioni, hanno ragione.

Il sole a picco produce una luce molto dura, difficilmente si presta per un ritratto – sempre che si pensi al ritratto nel senso canonico – e altrettanto difficilmente è una luce adatta per uno scatto di paesaggio.
Il sole a picco crea ombre decise, a volte anche troppo decise, con una transizione tra le alte luci e i neri molto breve. Si tratta di una luce carica di contrasto, cattiva e difficile da gestire e misurare.

Questo però non significa che qualche volta non ci si possa cimentare con la luce del sole a picco. In questo caso, rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci a raccogliere una sfida interessante.
Sì, la luce del sole a picco è una sfida davvero interessante per qualsiasi fotografo.

Non tutti i soggetti sono adatti 
Il primo problema che dobbiamo risolvere è legato al soggetto che scegliamo di fotografare. NON TUTTI I SOGGETTI SONO ADATTI AL SOLE A PICCO. Dimentichiamoci i ritratti, soprattutto se pensiamo ad un ritratto canonico. Il sole a picco costringe i nostri soggette a strizzare gli occhi, che diventano delle minuscole fessure senza espressione, e crea fastidiose ombre sotto occhi, mento e naso – e queste ombre non rendono giustizia a nessun soggetto, neppure al più fotogenico.
L’architettura, invece, si dimostra molto adatta per essere scattata con il sole alto nel cielo.
Il forte contrasto produce ombre nette e ampie aree in piena luce. Sfruttiamo il contrasto! Il forte contrasto comprime molto il range tonale della scena e disegna forme geometriche piuttosto riconoscibili. CERCHIAMO LE GEOMETRIE!
Edifici, monumenti, statue… sono tutti elementi che si prestano in modo incredibile per questo tipo di luce dura.
EVITIAMO I PANORAMI, prediligiamo scorci o dettagli, giocando con il contrasto tra luce e ombre.
Avventuriamoci nel magico mondo del BIANCO E NERO.  Il gioco tra ombre e luci che crea il sole a picco è ideale per scattare in bianco e nero. Evitiamo però di scattare direttamente in bianco e nero, scattiamo a colori e solo in fase di post-produzione trasformiamo gli scatti in bianco e nero – in questo modo il sensore registrerà le informazioni dei tre canali (RGB) e non soltanto quella del canale monocromatico!

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Anche qui tanta geometria. L’ampia area illuminata suggeriva alla macchina di chiudere, ho preferito correggere i parametri suggeriti, aprendo di 1/2 stop, per non rendere i marmi in luce troppo grigi – se avessi aperto troppo, avrei corso il rischio di slavare le ombre.

Come misurare l’esposizione
Con il sole a picco, la nostra scena risulta sempre molto illuminata, questo significa che l’esposimetro della macchina, in generale, tenderà a chiudere, a sottoesporre.
Ricordiamoci però che ci troviamo in una situazione piuttosto estrema e dobbiamo sfruttare questa sfida in maniera creativa.
E allora bando agli indugi! Ma attenti… il sole a picco non è una luce per pavidi.
Esporre è comunque un atto creativo, per cui assumiamocene la responsabilità e andiamo a vincere la sfida con una luce cattiva come quella del sole alto nel cielo.
In scatti molto grafici, personalmente preferisco sottoesporre ulteriormente, in questo modo ottengo ombre ancora più decise – attenzione a non chiudere troppo il diaframma, rischieremmo di sporcare troppo le aree di luce.
Se invece siamo alle prese con scatti più descrittivi, allora meglio aprire un po’ di più, rispetto alla lettura dell’esposimetro, o rischiamo di perdere molti dettagli.

Qual’è la modalità di esposizione migliore?
Non c’è. Dipende da noi, da come ci troviamo più a nostro agio e da come conosciamo la nostra macchina.
Gli esposimetri di ultima generazione sono in grado di esporre “correttamente” anche in scene cariche di contrasto, ma l’ultima parola spetta sempre a noi!  E non dimentichiamoci che gli esposimetri sono tarati per ricondurre tutto ad un grigio medio… se va bene, sotto il sole d’estate dell’una di pomeriggio, di grigio medio ce ne sarà davvero poco, per cui, affidarsi troppo ai parametri suggeriti dall’esposimetro, potrebbe slavare le ombreimbottire troppo le luci.

Il mio consiglio è impostare la macchina in manuale, questo ci dà il massimo controllo su tutti i parametri – non sentite già l’adrenalina scorrere!? ah ah ah,
In scatti molto grafici potrebbe essere una buona scelta quella di impostare la misurazione spot, che riduce l’area di lettura dell’esposizione ad poco più di un punto, in corrispondenza del punto di messa a fuoco.

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Lettura spot sulle ombre e il gioco è fatto. Del resto, quelle ombre davanti ai portoni sono proprio il grigio che piace tanto agli esposimetri. Il risultato è uno scatto che “trasuda caldo” – o no!?

In ogni caso, cerchiamo quelle poche aree di tono medio presenti nella scena e misuriamo lì: ci assicureranno un lettura di partenza abbastanza accurata, saremo noi poi a decidere se accontentarci o se intervenire, chiudendo – e quindi saturando – o aprendo – e quindi andando a recuperare dettagli nelle ombre. Attenzione! Sovraesponiamo con giudizio, il rischio di bruciare varie aree dell’inquadratura è dietro l’angolo.
… insomma, la luce del sole alto nel cielo non è il diavolo!
È una luce difficile, drammatica, ricca e che spesso non si lascia domare. È una luce impegnativa da misurare, ma che, per contro, promette scatti molto interessanti.

I giorni della pellicola sono lontani, per cui, usciamo e sperimentiamo… male che va, cancelleremo.

 

 

 

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Lettura spot!?
Quanti di noi ne conoscono l’esistenza? Ho avuto di verificare il dato: davvero pochi e ancora meno ne colgono la potenza.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire di cosa si tratta.
La LETTURA SPOT è una delle tre modalità standard di valutazione della luce che le macchine fotografiche ci mettono a disposizione: a matrice o valutativa, con media ponderata al centro e spot (anche se qualche modello di fascia economica, in realtà, la lettura spot non la supporta).

Come funzione la lettura spot?
L’esposimetro prende in considerazione SOLTANTO UNA PICCOLISSIMA PORZIONE DELLA SCENA e tralascia tutto il resto e ci suggerisce la coppia tempo/diaframma soltanto per quest’area.
Di solito è possibile agganciare l’area di lettura dell’esposimetro a quella dell’autofocus.

Quando la si usa?
Personalmente consiglio di passare alla lettura spot quando le condizioni di illuminazione sono particolarmente critiche, ad esempio scene molto contrastate o in controluce.
In una scena molto contrastata la lettura spot isola la lettura sul soggetto che ci interessa e espone di conseguenza.
Qualcuno usa la modalità spot anche per verificare il range di esposizione presente nella scena, leggendo prima la zona più e poi confrontandola con quella più chiara. I due valori danno la differenza tra i due valori dà la gamma tonale presente nella scena

ATTENZIONE!
Siccome l’area sulla quale l’esposimetro effettua la lettura è molto ridotta, anche un minimo spostamento può modificare (e anche di  molto) l’esposizione consigliata.
Spesso chi è alle prime, si dimentica di essere passato in lettura spot!
E’ un errore molto diffuso e devo ammettere che qualche volta l’ho commesso anch’io.

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principiante

La rivoluzione digitale ha semplificato e non poco la fotografia – pensate soltanto alla possibilità di controllare immediamente il risultato e decidere se tenerlo o meno lo scatto…
Questa semplificazione ha fatto sì che un gran numero di persone si è convinto ad acquistare una reflex e a buttarsi nella mischia.
Personalmente considero questo fenomeno molto positivo, anche se sono pronto a scommettere che molti fotografi dell’ultima generazione,  nell’era della pellicola, si sarebbero guardati bene dal cimentarsi con una macchina fotografica. Ma non è questo il punto.

Da principianti – chiamiamoli benevolmente aspiranti fotografi – si commettono molti errori, soprattutto di tecnica.
Si tratta di normalissimi incidenti di percorso, che non devono demoralizzare e che non devono farci perdere la voglia di fotografare.
Durante i miei workshop ho avuto modo di notare che ci sono alcune domande che gli aspiranti fotografi mi pongono con maggiore insistenza e allora ho ad elencarne cinque tra le più frequenti.
Ad ognuna di queste cinque domande corrisponde un errore tipico da principiante, oops, chiedo scusa, da aspirante.

Per cui, se controllando lo scatto nel nostro visore ci stiamo domandando…

  1. PERCHÈ È VENUTA TUTTA MOSSA?
    Quasi sempre la risposta è una soltanto: abbiamo scattato con un tempo piuttosto lungo, decisamente troppo lungo per essere certi di non aver mosso la mano che teneva la macchina fotografica durante lo scatto.
    Questo capita in situazioni di scarsa luce, dove siamo costretti a scendere con i tempi di scatto.
    Dobbiamo tenere presente che per quasi chiunque è difficile tenere ben salda una reflex, scattando con tempi più lunghi di 1/15′ .
    Le soluzioni possibili sono:

    • apriamo il diaframma, entrerà più luce e potremmo usare un tempo più rapido.
    • se non possiamo aprire il diaframma ulteriormente, alziamo gli ISO
    • vogliamo mantenere gli ISO bassi e non vogliamo aprire il diaframma? affidiamoci ad un cavalletto.
  2. PERCHÉ È VENUTA COSÌ SCURA?
    Intanto è fondamentale capire come stiamo dicendo alla macchina di leggere la luce presente nella scena che stiamo inquadrando. Quasi tutti i modelli offrono almeno tre modalità di lettura: SU TUTTA LA SCENA, CONCENTRATA NEL CENTRO DEL MIRINO e SPOT.
    Se la lettura è impostata SU TUTTA LA SCENA, la macchina, nell’attribuire la luminosità, prende in considerazione tutto quello che inquadriamo, per cui se la scena contiene ampie aree molto chiare (ad esempio un cielo un po’ slavato), la nostra reflex tenderà a chiudere più del dovuto.
    In questo caso possiamo compensare in positivo con il pulsante di compensazione dell’esposizione, nel caso stessimo scattaondo in modalità di scatto automatiche o semi-automatiche (P, A, S per Nikon e P, AV, TV per Canon), se invece stiamo scattando in manuale, possiamo sceglier impostare un diaframma più a aperto o un tempo più lento.
    Se la lettura è impostata su MEDIA PONDERATA AL CENTRO, dobbiamo fare attenzione a cosa c’è al centro della nostra inquadratura, perché è a quell’area la macchina dà più importanza del resto, per cui, se per esempio al centro c’è un soggetto vestito di bianco, o una finestra aperta, ecco che tutta la lettura verrà influenzata e l’esposizione corretta verso la sottoesposizione.
    Se invece stiamo lavorando con la lettura SPOT, dobbiamo essere ancora più attenti, perché, in questa modalità, la lettura della luce viene effettuata su un’area molto ristretta (dal 2 al 5% di tutta l’inquadratura), creando solitamente qualche problema a chi ha poca esperienza. Il mio consiglio per chi comincia è quello di stare lontano dalla misurazione spot.
  3. PERCHÉ È VENUTA COSÌ CHIARA?
    Se avete letto il punto 2, mi risparmi il discorso sulle modalità e salto dritto al cuore del problema: l’esposimetro della macchina è influenzato da ampie aree molto scure (nel caso di lettura su tutta l’inquadratura), oppure legge in punti dove c’è poca luce (nel caso di media al centro e spot).
    Le soluzioni sono semplici: nel caso di modalità di scatto automatiche o semi-automatiche (P, A, S per Nikon e P, AV, TV per Canon), possiamo compensare negativamente, nel caso scattassimo in manuale, possiamo chiudere il diaframma o scegliere un tempo più rapido.
  4. SCELGO “PRIORITÀ DI TEMPI” O “PRIORITÀ DI DIAFRAMMI”?
    Baaaaaaah! Domanda sbagliata! Domandiamo piuttosto: cosa intendo fare?
    Se c’è di mezzo la profondità di campo, se è importante avere tutto a fuoco o avere a fuoco il meno possibile, la risposta è una sola: PRIORITÀ DI DIAFRAMMI, in questa modalità imposto il diaframma – e quindi la profondità di campo, cioè cosa è o non è a fuoco – e il tempo di scatto me lo suggerisce la macchina.
    Se invece c’è di mezzo il movimento – sia che lo si voglia congelare, sia che lo si voglia suggerire, con un bel mosso in macchina – allora la risposta è questa: PRIORITÀ DI TEMPI, ho il massimo controllo sulla velocità dell’otturatore, la imposto e la macchina mi suggerisce il diaframma corretto.
    Facile, no!?
  5. PERCHÉ LA MACCHINA NON METTE A FUOCO DOVE VOGLIO IO?
    Le moderne macchine fotografiche sono dotate di sofisticati sistemi di messa a fuoco automatica, il problema è che spesso sembra che pensino in modo autonomo – e diverso dal nostro.
    Esistono modalità a matrice, 3D, a fuoco predittivo e chi più ne ha, più ne metta.
    Il modo più facile per non sbagliare è quello di impostare la reflex su AF A PUNTO SINGOLO (SINGLE POINT AF). Questo ci assicura che il fuoco verrà preso su un punto solo. Possiamo concederci il lusso di impostare l’autofocus continuo (AF C), in modo che, tenendo premuto a metà il pulsante di scatto, la macchina continua a mettere a fuoco.
    Quando avremo fatto la giusta pratica sul campo, potremo esplorare le altre modalità di autofocus e godere degli strabilianti passi in avanti che ha fatto la tecnologia, per il momento, con grande umiltà, starei su SINGLE POINT, a buon intenditore, pochi… point.

Non preoccupiamoci di porci queste domande. Immagino che se le siano posti anche i più grandi, quando ancora il loro talento era soltanto una possibilità remota.
Ma soprattutto, non preoccupiamoci di commettere errori. È attraverso l’errore che passa la strada per migliorarsi – l’importante è capire le cause dell’errore e porci rimedio.

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Il controluce è senza ombra di dubbio una categoria di foto decisamente molto affascinante, ma, soprattutto per chi si avvicina alla fotografia, può nascondere non poche insidie.

Il fatto di scattare contro luce, appunto, fa sì che l’esposimetro della nostra macchina fotografica decida di chiudere, e suggerisca una coppia diaframma/tempo in grado di rendere al meglio lo sfondo, ma che consegna irrimediabilmente al nero il primo piano.
Nessun problema se la nostra intenzione e quella di produrre delle interessanti silhouette contro un cielo arancio al tramonto… meno bene se invece pensavamo di far emergere qualche dettaglio di quello che ci sta davanti.
Del resto la macchina e il suo esposimetro non fanno altro che il loro dovere – che non è interpretare il nostro desiderio, ma bensì leggere la quantità di luce e operare di conseguenza.

E se volessimo scattare contro luce, ma salvare i dettagli dei soggetti in primo piano?
Come possiamo fare?

Abbiamo due soluzioni:

  • aprire un po’
  • usare il flash

Nessuna paura! Si tratta di due soluzioni molto semplici e alla portata di tutti.

Aprire un po’ significa correggere la valutazione fatta dall’esposimetro, significa fare entrare un po’ più di luce di quello che la macchina riterrebbe corretta, o aprendo il diaframmo o allungando il tempo di posa.
Se stiamo scattando in modalità auto o semi-auto, dobbiamo compensare positivamente, utilizzando il pulsante di compensazione e impostando  +1/2 o +1. Questa semplicissima operazione correggerà la lettura suggerita dalla macchina e renderà la scena un po’ più chiara.
Il risultato sarà quello di perdere i dettagli del soggetto in primo piano e renderà il contro luce dello sfondo un po’ più luminoso.
Nel caso stessimo scattando in manuale, potremo scegliere un diaframma un po’ più aperto  o un tempo più lungo.

Oppure possiamo tirare fuori il piccolo flash incorporato e mantenere l’esposizione consigliata.
Usando il flash in TTL o alla minima potenza otterremo un colpo di flash – tecnicamente detto di riempimento – che avrà la capacità di illuminare i dettagli dei soggetti in primo piano, senza influenzare lo sfondo – il flash incorporato, al massimo della sua modesta potenza, arriva al massimo a quattro/cinque metri. Possiamo provare ad usare la compensazione della potenza del flash: sempre in TTL, proviamo a impostarla a +1/3 o a +1/2, fino ad arrivare a +1 – la differenza potrebbe essere decisamente interessante per il risultato finale.

Ecco due segreti di Pulcinella su come scattare in contro luce ed evitare che i soggetti in primo piano si riducano a delle semplici silhouette.

Ora si tratta soltanto di fare qualche prova.

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Magia? No, flash sulla seconda tendina e un tempo sufficientemente lungo per tracciare una doppia v con l’accendino

 

Questo post è dedicato ad una fascia di amatori un po’ più esperti, ciò non significa che chi ha meno esperienza lo debba saltare a piè pari, anzi, tutto fa conoscenza, soprattutto in un campo un po’ ostico come la fotografia con il flash.
Mi rendo conto che ogni volta che tocco l’argomento flash gli occhi di molti strabuzzano, proviamo ad affrontare la basi con chiarezza e senza farci prendere dal panico.

Il flash non è un nemico!  Il flash non è soltanto quel fastidioso lampo che rovina l’atmosfera  della scena, rendendola piatta o ricca di ombre troppo decise.
Tutt’altro, il flash può un grande alleato, se impariamo a conoscerlo e ad impiegarlo secondo quello che vogliamo fare.

Avviciniamoci al magico mondo del flash a piccoli passi, partendo dal flash incorporato e partendo dalle modalità di funzionamento che la maggior parte dei modelli di fotocamera ci mette a disposizione.

  • NO FLASH
    Lo dice la parola stessa. Il flash non scatta.
  • AUTO FLASH
    La macchina determina qual’è la soglia minima di illuminazione e, al di sotto, fa scattare il flash in automatico.
  • FILL FLASH (non tutti i modelli lo presentano)
    In questa modalità la macchina legge l’esposizione sul soggetto principale e determina la corretta potenza del flash per schiarire le ombre.
    Il fill flashcolpo di schiarita è una modalità utilissima perché ci risparmia spesso quei calcoli odiosi e difficili soprattutto per chi è alle prime armi. Il colpo di schiarita ci viene incontro nei ritratti controluce, dove altrimenti il soggetto risulterebbe fortemente sottoesposto.
    Alcuni modelli consento di gestire manualmente la potenza del fill, altri fanno tutto in automatico.
    Cliccate qui per leggere di più sul flash di schiarita.
  • SYNC SULLA PRIMA TENDINA
    Di solito è l’impostazione di default (ma che consiglio a tutti di modificare come prima cosa).
    Il flash scatta all’inizio dell’esposizione.
    In  pratica si traduce in questo:

    • click
    • l’otturatore si apre e il flash scatta
    • la scena viene congelata
    • l’otturatore resta aperto per il resto del tempo di posa (il flash è molto più veloce del normale tempo di posa)
    • il sensore registra il resto della scena.
    • l’otturatore si chiude
  • SYNC SULLA SECONDA TENDINA
    L’impostazione che suggerisco.
    Il flash scatta al termine dell’esposizione.
    In pratica:

    • click
    • l’otturatore si apre
    • il sensore registra la scena con la luce ambiente disponibile
    • mentre si chiude la tendina dell’otturatore, il flash scatta
    • la scena viene congelata
    • si chiude l’otturatore
  • HSS o FP
    HSS sta per Hyper Sync Speed (Canon) mentre FP sta per Focal Plane (Nikon), anche se in pratica significano la stessa cosa e cioè un modo per fregare il flash e usare tempi di posa molto più rapidi di quello di default (di solito 1/60″ o 1/250″).
    Si tratta di una modalità avanzata, ma in certi casi molto utile perché consente di accoppiare diaframmi molto aperti a tempi rapidissimi.
    Si tratta di una tecnologia piuttosto complessa e non credo che, per il momento, siate interessati a capire come tecnicamente venga realizzata – nel caso contrario, basta che me lo chiediate attraverso lo spazio per i commenti e sono disposto a scendere nel dettaglio.
    Quello che c’è da sapere è che la si può impostare nelle preferenze della macchina fotografica e vi permette di usare tempi molto rapidi (anche 1/8000″).
    Qual è il vantaggio dell’Hyper Sync Speed? Ad esempio scattare conto sole a mezzogiorno o realizzare scatti con flash ad aperture molto spinte (f.2.8 ad esempio).
    Qual è lo svantaggio? Il consumo delle batterie. L’HSS è noto per mangiarsi le batterie del flash nel tempo di qualche decina di scatti.
  • TTL
    Impostando questa modalità il flash viene calibrato attraverso una misurazione TTL (trhough the lens – attraverso l’obiettivo), che in parole povere significa che la macchina fotografica misura luce e apporta, attraverso il flash, il necessario colpo di luce per ottenere un risultato corretto, secondo quello che vede attraverso l’obbiettivo.
    L’avanzamento tecnologico ottenuto negli ultimi anni fa sì che questa modalità risulti piuttosto soddisfacente e che garantisca risultati piuttosto apprezzabili – ovviamente se cerchiamo un risultato standard.
    In pratica, la modalità TTL legge la luminosità (riflessa) del soggetto, la luce ambiente e la distanza tra soggetto e fotocamera e interviene in tempo reale sulla potenza da erogare. Se il soggetto o la macchina si spostano, la potenza viene adeguata. Se la luminosità varia, varia anche la potenza del flash. Il tutto in meno che possiate battere ciglio.
    Perfetta per chi ha a che fare con situazioni dinamiche o per chi non ha tempo da perdere.
    Purtroppo la macchina non è intelligente come noi e soprattutto non sa quello che abbiamo in testa, per cui reagisce e interviene sul flash ad ogni variazione di luminosità della scena e ad ogni variazione della distanza soggetto/fotocamera e non sempre questo semplifica le cose. Se i cambiamenti sono previsti, va tutto bene. Se invece le variabili sono casuali… ahi ahi ahi.
  • MULTI-FLASH o STROBE
    Si tratta di un’oscura modalita che replica quello che avveniva con l’impiego di luci stroboscopico. Il flash scatta una serie di lampi ad una frequenza molto rapida – e di solito programmabile – dando la possibilità di fissare un soggetto in movimento più volte nello stesso scatto.
    Da provare per divertimento e mettere in archivio – questo è il mio consiglio.
    Lo strobing funziona molto meglio se il soggetto è illuminato contro uno sfondo scuro.
    Si tratta di un’altra modalità sciupa batterie.
  • MANUALE
    Anche qui lo dice la parola. Abbiamo a disposizione diversi step di potenza, che di solito vanno da potenza piena (1/1) a 1/128.
    È forse la modalità più flessibile, ma di certo la meno rapida. Ad ogni spostamento del soggetto o della fotocamera è necessario intervenire sulla potenza del flash (se la scena è dinamica è fortemente sconsigliato scattare con il flash in manuale).
    Non viene influenzata dalla luminosità (più o meno variabile) della scena – un pro, ma anche un contro… a voi la scelta.
    Quando uso questa modalità, uso sempre un esposimetro esterno per misurare la luce – ma questo temo dovrà essere trattato in un post dedicato, che ne dite!?

Due parole sulle tendine. Prima o seconda?
Io scelgo sempre la seconda, arrivando alla fine dell’esposizione il colpo di flash (e quindi congelando l’azione proprio al termine) ottengo un effetto mosso molto reale. Ad esempio, se imposto un 1/15″ e scatto una persona che mi corre davanti, attraversando la scena da sinistra a destra, il risultato che ottengo è un’immagine strisciata che va da sinistra a destra e che culmina in immagine congelata a destra (quando cioè scatta il flash al termine dell’esposizione). Se scegliessi la prima tendina, con lo stesso tempo, otterrei un’immagine congelata  a sinistra e poi lo strisciato… poco credibile, che ne dite.

Bene, da 1 a 10, quanto siete confusi!?
Tranquilli, sul flash ci torneremo più volte.

 

 

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