Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘fotofrafia per principianti’

Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


Fotografia e viaggio, due grandi passioni che puoi vivere insieme, scopri come cliccando qui.


Read Full Post »

Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


Viaggi fotografici e workshop, di gruppo o individuali. Clicca qui per saperne di più.


 

Read Full Post »

Uno scatto. Una storia metropolitana. Una storia di quotidianità

Oggi parliamo di NARRAZIONE FOTOGRAFICA, sì avete letto bene… ho imparato la lezione di qualche settimana fa e, quanto più mi sarà possibile, sostituirò l’anglofono story telling  con un più italiano “narrazione”.

Con il post di oggi vorrei fissare quelli che sono gli elementi chiave della narrazione fotografica.

Un’immagine, mille parole.

L’adagio ci dovrebbe essere familiare e solitamente si dimostra piuttosto fondato. Nella maggior parte dei casi è proprio così: un’immagine ha la forza di mille parole, questo però non ci mette affatto al riparo da possibili errori, perché se è vero che un’immagine ha la forza di mille parole, non è dato per scontato che queste mille parole raccontino una storia.
Il punto è proprio questo: non è sufficiente inquadrare e scattare per aver confezionato una storia fotografica, così come per lo scrittore non è sufficiente mettere insieme una serie di paragrafi ortograficamente corretti, grammaticalmente e sintatticamente corretti per avere tra le mani un racconto (!).

 

Cos’è una storia.

La definizione di storia, nel senso di narrazione, è “l’esposizione di una sequenza di eventi, reali o immaginari, legati da una successione logica” e fino a qui non dovrebbero esserci problemi. Una storia, secondo Aristotele, ha tre momenti fondamentali: un inizio, un momento centrale e un epilogo. E questo, in realtà, quando ci spostiamo nel campo della narrazione fotografica, comincia a porci qualche ostacolo. Come facciamo, ad esempio, a creare i tre momenti caratterizzanti di una storia con una sola immagine? In questo, la fotografia, ci chiede un’abilità in più: l’abilità di condensare i tre momenti in uno sguardo.
Partiamo da qui… uno scatto che vuole raccontare una storia deve, prima di tutto deve agganciare la nostra attenzione e trasmetterci un messaggio, emozionandoci. Le storie catturano le emozioni umane, le nostre storie fotografiche FUNZIONANO quando riusciamo a trasmettere queste emozioni a chi guarda.

 

Il protagonista.

Nei miei workshop amo tracciare un parallelo tra la narrativa e la fotografia, tra lo scrittore e il fotografo.
Come per lo scrittore e per la narrativa, non esiste storia che non ruoti attorno ad almeno un protagonista, anche nella fotografia e in particolar modo nella narrazione fotografica, non esiste una storia se non esiste un protagonista.
Qual è la caratteristica che  deve avere il protagonista delle nostre storie per immagini? Principalmente, il protagonista deve essere in grado di trasmettere emozioni. Può sembrare una banalità, ma la differenza tra una storia e uno scatto – magari tecnicamente anche buono – è tutta qui. L’emozione!
Il protagonista ha il compito di creare una connessione con chi guarda. Se chi guarda si sente attratto dal nostro protagonista, si sentirà immediatamente attratto dalla nostra fotografia e noi saremo riusciti a raccontare una storia con un’immagine.

Il vecchio al mercato di Leh. Un buon protagonista.

 

Che emozioni vogliamo trasmettere?

Questa, dopo la scelta del protagonista, è la domanda chiave che dobbiamo porci nel momento in cui decidiamo di raccontare una storia attraverso le immagini. Cosa voglio trasmettere?
Rispondendoci a questa domanda, troveremo di conseguenza la chiave per entrare nel vivo della narrazione fotografica, troveremo il linguaggio, l’inquadratura che meglio si adattano, lo stile, la composizione e tutto il resto.
Amo ripetere una frase di David duChemin, “quello che non inquadri non esiste”, per me è un diktat. Questo però ci deve far comprendere che non solo la nostra storia è il mondo compreso nell’inquadratura – e soltanto quello, ma anche che, in buona sostanza, noi siamo i creatori di quel mondo e del messaggio o delle emozioni che affidiamo a quel mondo.

Quale emozione? L’intimità della sera

La fotografia non registra la realtà.

È bene che questo ce lo si metta in testa da subito. La fotografia non registra la realtà, ne crea una “alternativa” e molti di noi non se ne rendono conto. La fotografia, anche quella documentaristica – che per una questione etica dovrebbe essere la più aderente alla realtà – è  il prodotto della creatività di un autore, che ha operato delle scelte di linguaggio, di tecnica e di composizione, decidendo di includere o di escludere elementi nel suo personalissimo mondo bidimensionale, delimitato dai bordi del fotogramma.
Perché vi dico questo? Perché questo è alla base della narrazione fotografica, che parte da elementi reali per raccontare storie che possono staccarsi dalla realtà.

 

Una buona storia fotografica è come una barzelletta…

È così! Se siamo costretti a spiegare una barzelletta, evidentemente o la barzelletta non era divertente o noi non siamo capaci di raccontarle (o entrambi i casi).
E così con le nostre storie per immagini… se siamo costretti a spiegare i nostri scatti, significa soltanto una cosa: POLLICE VERSO!
I nostri scatti DEVONO parlare per noi! Ricordate le proverbiali mille parole!? Ecco!
Se i nostri scatti hanno bisogno di post-it con la spiegazione… beh, siamo piuttosto lontani da un risultato anche solo vagamente accettabile.
Dobbiamo capire che il modo in cui il fotografo vede i suoi scatti è sensibilmente diverso da come li vede un altro. Ansel Adams diceva che ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e chi guarda. E se vogliamo raccontare storie fotografiche con successo, questo è un dettaglio che non possiamo ignorare.
Le storie fotografiche migliori si creano quando il fotografo, al momento dello scatto, riesce a vedere oltre al suo punto di vista, anche quello di chi poi quella foto la guarderà – una sorta di empatia.

una giovane madre e un figlio. un soggetto universale, capace di stabilire una connessione emotiva con chi guarda

Torneremo presto a parlare di narrazione fotografica, non perdete i prossimi post.


WORKSHOP INDIVIDUALI
Vorresti avere un professionista a tua disposizione, per due intere giornate, per aiutarti a migliorare, correggere gli errori, insegnarti le basi o aiutarti a sviluppare il tuo linguaggio fotografico?
SCOPRI COME FARE. Clicca qui.


 

Read Full Post »

oldmanmarket
Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro viaggiano che generalmente mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e più dei monumenti, nonostante, è chiaro,  sia gli uni, sia gli altri, conservano il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine, una buona dose di faccia tosta e, a volte,  anche una capacità di riuscire a stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare che spesso vanno al di là di un idioma comune – a meno che non si tratti di ritratti rubati.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo, e, credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute, proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Spesso scorgiamo il soggetto ideale per un ritratto memorabile, ma un po’ l’ansia, un po’ la fretta o la timidezza, riducono il nostro slancio creativo a poco più di uno scatto passabile.
Ricordiamocelo bene: nella maggior parte dei casi, quell’occasione si presenterà una sola volta e per giusto una manciata di minuti, non dobbiamo lasciarcela sfuggire, per cui,  ecco 5 consigli che possono aiutarci a migliorare la nostra fotografia di ritratto quando viaggiamo.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente qualcosa.
    Qual è il loro segreto? Sicuramente una buona composizione. Sicuramente un uso corretto della tecnica. Ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Dobbiamo imparare ad aspettare e a selezionare. Dobbiamo cercare tra la folla e attendete con calma.
    Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e aspettiamo le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
    La fretta è la nostra peggior alleata. Saper attendere spesso è un’azione che viene premiata, altre volte no, l’importante, nel secondo caso, è non lasciarsi prendere dallo sconforto e perseverare, cercare un altro soggetto e rinnovare la sfida (!).
    A volte basta poco, basta un cenno, un sorriso, una sigaretta offerta o una parola per instaurare una breve relazione che ci aiuti a portare a casa un buon ritratto. Cerchiamo di ricordarcelo e dimostriamoci aperti, curiosi e pronti a fare un briciolo di conversazione, anche se le parole in comune non superano le tre.11731599_1218007728215891_6394859782575863498_o
  2. Dobbiamo essere rapidi e cortesi. Reattivi.
    Ma come!? Poche righe sopra dico di non aver fretta e ora predico la rapidità!?
    Fretta e rapidità, in fotografia soprattutto, non sono nemmeno sinonimi.
    Essere rapidi non significa fare le cose con fretta, ma bensì non perdere tempo, metterci tutto il tempo che serve per fera le cose per bene, ma non sprecarne e allenarsi per fare in modo che il tempo che il tempo che serve scenda con ogni viaggio, con ogni ritratto.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Questo significa lavorare in anticipo. Componiamo mentalmente, risolviamo i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile.  Evitatiamo di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e ci sta regalando un momento irripetibile, questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingerci ad essere sempre molto presenti. Dobbiamo essere reattivi!
    A volte le modalità semi-automatiche ci vengono molto comode, soprattutto se non abbiamo a che fare con ritratti posati, ma con candid più o meno rubate. Conoscere la propria macchina e conoscere come ragiona ci aiuta ad essere rapidi quando la rapidità è la seconda caratteristica richiesta – la prima, naturalmente è sempre l’occhio.

    monk

    La rapidità è stata tutto in questo scatto. Il lama si è affacciato alla porta della sua stanza per appena una manciata di secondi, altro tempo non c’era per fare sì che posasse.

     

  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.
    Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte.
    In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impieghiamo.
    11705598_1218012498215414_8359077641043157666_o
  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, consideriamo con molta attenzione la luce. Valutatiamone la direzione, analizziamone la qualità.
    Le zone in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitiamo la luce piatta, cerchiamo i contrasti – che io personalmente prediligo – e gestiamoli in modo che non interferiscano con il volto, ma che ne accentuino le fattezze.
    Componiamo sempre  con cura, osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti ci diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso cerchiamo sempre una posa che abbia comunque un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiamo e muniamoci di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidiamo di affidarci al flash, faccioamo in modo che sparisca, impariamo cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordiamoci il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usiamolo mai frontale e diretto.

    worker

    Un piccolo flash, usato con un bank e disassato, ha contribuito ad attenuare alle ombra fastidiose di un sole a picco e ad aggiungere tridimensionalità

  5. Fondo pulito
    Se non stiamo scattando un ritratto ambientato, beneficiamo al massimo della minima profondità di campo.
    Mandiamo lo sfondo completamente fuori fuoco, rendiamolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Alleniamo l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Alleniamo l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra, abbassiamoci di un poco o alziamo il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

    11696402_1218009418215722_7402183322831787389_o-2

    Un fondo sfocato, grazie ad una PDC molto limitata. Pare quasi uno scatto in studio. Ho fatto spostare il soggetto sotto un colonnato per ripararlo dal sole a picco di mezzogiorno, che però inondava la scena da dietro e si rifletteva da sotto. Il risultato mi pare buono.

     


Qui trovate una gallery di ritratti che ho realizzato nel corso di alcuni viaggi in India. Provate a vedere se qualcuno magari vi ispira.


Read Full Post »

IMG_0410

L’incisione magica di un 85mm fisso: l’obiettivo fisso ideale per i ritratti

La prima volta che inciampai nel concetto di obiettivo fisso, la mia reazione fu: ma perché diavolo dovrei spendere più soldi per avere qualcosa di molto limitato, quando con il mio zoom faccio praticamente tutto!?

Ero giovane, inesperto e badavo – un po’ superficialmente – alla sostanza.

Crescendo, come fotografo, ho avuto modo di apprezzare personalmente il bello di scattare con un obiettivo fisso – quello che gli anglofoni chiamano “prime lens”: la qualità dell’immagine in generale, l’incisione, i diaframmi aperti, gli sfocati sontuosi, l’assenza di vignettattura, la qualità delle lenti e molto, molto altro ancora che giustifica il prezzo spesso elevato da pagare.

Scegliere di acquistare una prime lens non è un passo che si può sottovalutare.

Il primo problema con le prime lens è il loro costo, decisamente più elevato rispetto agli zoom di fascia bassa o media.

Il secondo problema – meno pragmatico, se vogliamo, ma non meno ansiogeno – si riassume in una semplice domanda: che obiettivo mi compro?

Ecco un metodo molto pratico per rispondere a questa seconda annosa questione e, una volta superato superato lo shock  economico, scegliere con tranquillità l’obiettivo fisso che fa per noi sarà molto più facile.

Già, perché parte del problema è proprio insito in questa semplice, semplicissima domanda: che focale scelgo?

Ecco come fare, in cinque semplici mosse:

  1. Montiamo uno zoom che possediamo
  2. Fissiamo una lunghezza focale sulla ghiera
  3. Usciamo a scattare e per una settimana non spostiamo MAI la ghiera della focale.
  4. Fotografiamo i soggetti che ci sembrano più congeniali, quelli che fotografiamo più spesso, o quelli che ci danno maggiore soddisfazione, utilizzando  le tecniche che meglio conosciamo e impariamo a spostarci noi, anziché a modificare la lunghezza focale.
  5.  Ripetiamo l’esercizio con altre focali,

Il mio consiglio è di provare con 50mm, 85mm e 28mm. Non limitiamoci ad analizzare gli scatti, a dire questo mi piace di più, questo mi piace meno… concentriamoci sulle sensazioni mentre scattiamo, sulle difficoltà e su come le difficoltà le abbiamo aggirate e risolte.

Ssembrerà un esercizio banale, ma al termine delle tre settimane avremo un’idea molto precisa di qual’è la prime lens che fa per noi e, una volta ridotto il campo delle focali entro quali scegliere, il resto sarà soltanto un problema di tasca – 😦


Vorresti scattare ritratti migliori?  WORKSHOP DI FOTOGRAFIA DI RITRATTO 


 

 

 

Read Full Post »

image

La sovrapposizione dei piani!? Non lasciatevi spaventare dalla pomposità del termine, si tratta di una tecnica tipica della composizione fotografica e – a mio personale avviso – piuttosto efficace e capace di attirare l’attenzione. Consiste nel fondere due elementi che nella realtà sono separati in un piano unico, o meglio, nel creare questa illusione in chi guarda.

Questa tecnica avanzata di composizione è piuttosto semplice da ottenere e funziona particolarmente bene se scegliamo elementi in contrasto tra loro. Più il contrasto tra gli elementi reali è evidente e più la sovrapposizione dei piani funziona.

La sovrapposizione dà al fotografo un potente strumento creativo, capace di veicolare messaggi forti, carichi di tensione, ironia ed interesse… ma bisogna allenare lo sguardo!

I tele (da 105mm in su, per intenderci) sono gli obiettivi che meglio si prestano a questo tipo di tecnica, per le loro caratteristica  di schiacciare la prospettiva.

… e il minuto dovrebbe essere più o meno finito, ci torneremo sopra, non temete.

Read Full Post »

AF Singolo e un po' di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

AF Singolo e un po’ di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

Durante l’ultimo workshop ho dovuto affrontare il problema della messa a fuoco automatica – o meglio, ho dovuto cercare di risolvere con una delle partecipanti il dilemma di come trovare il sistema migliore per mettere a fuoco quello che interessa a noi e non alla macchina (!)

Imparare come funziona il sistema di autofocus della nostra reflex e quante e quali modalità diverse ci mette a disposizione è un aspetto di vitale importanza, se non vogliamo sprecare scatti.

Saltiamo a piè pari la teoria dietro il funzionamento dell’autofocus e buttiamoci nella pratica…

Innanzitutto la capacità di mettere a fuoco in automatico dipende essenzialmente da tre fattori:

  • la luce disponibile
  • il contrasto
  • il movimento del soggetto (o della macchina)

PREMESSA: l’autofocus si attiva premendo il tasto di scatto fino a metà corsa. Esistono modalità singole, dove ogni volta che vogliamo mettere a fuoco dobbiamo premere il pulsante di scatto a metà, e modalità continue, dove, tenendo il pulsante  premuto, la macchina continua a mettere a fuoco.

Qualche volta però mettere a fuoco correttamente in automatico può risultare un’operazione più complessa di quanto non si possa credere e spesso la scena inganna il cervello della macchina, che magari mette perfettamente a fuoco lo sfondo e sfoca miseramente il nostro soggetto.

Questo succede quando, ad esempio, la scena è scarsamente illuminata, o il soggetto è in ombra rispetto ad uno sfondo molto chiaro. In alcune modalità multipunto, la nostra reflex può venire ingannata nel caso di un soggetto fermo e di uno sfondo ricco di elementi che si muovono – in questo caso il sistema AF multipunto legge i movimenti sullo sfondo e continua ad adattare la messa a fuoco, senza però sapere che è nostra intenzione concentrarci sull’unico elemento fermo della scena (!).

Nella messa a fuoco multipunto possiamo, usando di solito un comando che è posto sul dorso, spostare manualmente il punto attivo (o il gruppo di punti attivi) e quindi scegliere con cura dove prendere il fuoco. Costa un po’ di pratica, ma paga, fidatevi.

Ma non è tutto. Le macchine moderne ci offrono la possibilità aggiornare automaticamente la messa a fuoco fin tanto che teniamo il tasto di scatto a metà corsa – sempre che si abbia scelta una modalità continua.
Esistono poi modalità automatiche molto sofisticate che analizzano la scena inquadrata a decidono per noi cosa su cosa mettere a fuoco.
Personalmente le sconsiglio, possono risultare molto pratiche, ma sono troppo spesso causa di pasticci.
Ognuno però sperimenti e scelga il modo che più lo mette a suo agio.
Su molti aspetti della fotografia il manuale d’uso che troviamo nella confezione ci aiuta davvero poco, ma nel caso dell’autofocus, mai libricino sa essere utile ed esauriente. Per cui…  leggerlo con attenzione, capire quali modalità offre il nostro modello, come impostarle, dove si trovano i comandi per passare rapidamente da una modalità all’altra, ecc., ecc., ecc…

Vediamo ora quali sono le modalità più diffuse e cerchiamo di capire rapidamente quando usarle

 

Menu-Autofocus06-Selettore-dorso-DSLR

Modalita AF singola

Di solito viene indicata con il simbolo evidenziato.
Siamo noi che scegliamo qual è il punto in cui la macchina metterà a fuoco – il punto lo possiamo spostare tra quelli disponibili (il numero e la disposizione dei punti varia da modello a modello e da marca a marca, 4, 9, 13 e così via).

Vantaggi:

  • massimo controllo da parte del fotografo
  • autofocus più rapido
  • messa a fuoco più precisa

Svantaggi

  • Se il soggetto si sposta, siamo costretti a rimettere a fuoco.
  • serve un po’ di pratica per scegliere il punto o spostarsi tra i vari punti (ma la pratica fa bene!)

Quando usarla: la modalità AF singola è perfetta se il nostro soggetto non si muove – ma se anche si muove, con un po’ di pratica… insomma, avete capito.

 

 

multicam_3500Modalità AF dinamica

È una variante sofisticata della AF singola.
L’AF dinamica ci lascia sempre la possibilità di scegliere un punto preciso per la messa a fuoco, ma anziché concentrarsi solamente sul solo punto scelto, il sistema di messa a fuoco lo circonda con un gruppo di punti sensibili e nel caso il soggetto si sposti, la macchina sceglie automaticamente il punto migliore vicino a quello principale – scelto da noi – all’interno dell’area dinamica – di solito evidenziata nel mirino.
La figura mostra appunto il mirino con il punto scelto (in rosso) e l’area coperta dall’autofocus (punti in nero).

Vantaggi:

  • buon controllo
  • il soggetto può anche muoversi nella scena
  • molto utile quando combinata con la modalità continua – è possibile seguire con precisione il soggetto anche se si muove rapidamente o in maniera non proprio prevedibile (ad es. sport o foto di fauna)

Svantaggi:

  • li sistema  qualche volta viene ingannato
  • autofocus meno rapido
  • in modalità continua può mangiare un po’ di batteria di troppo

Quando usarla: quando il soggetto potrebbe spostarsi nella scena, ma attenzione allo sfondo, può fregare il cervello sofisticato della nostra reflex molto più facilmente e frequentemente di quanto possiamo credere.

 

 

Modalità AF automatica

Lo dice il nome! La macchina fa tutto.
Il numero di punti di messa a fuoco dipende dal modello di macchina… serve che lo dica!? NON È LA MIA MODALITÀ, non ci lascia molto da scegliere.
Per cui… non la scelgo.
Vantaggi:

  • utile in situazioni molto rapide e con molti soggetti in movimento, scene complesse

Svantaggi

  • dipendiamo totalmente dal software della macchina – intendiamoci, con gli algoritmi di riconoscimento dei volti e tutte le altre amenità tecnologiche caricate sulle reflex moderne, nell’80% dei casi funziona in modo soddisfacente, ma io resto dell’idea che lo scatto buono potrebbe essere nel restante 20% e l’idea di portarlo a casa sfocato non mi rende per nulla felice

Quando usarla: durante un attacco di pigrizia irresistibile, per sbaglio o se abbiamo seriamente deciso di non volere imparare a fotografare sul serio (ah ah ah) – no, scherzo. Usatela se fotografate in situazioni che richiedono molta rapidità.

 

 

NOTE DI CODA
Qualsiasi modalità si scelga, IN AUTOFOCUS LA NOSTRA MACCHINA SCATTERÀ SOLTANTO QUANDO IL SOGGETTO È EFFETTIVAMENTE A FUOCO. Per cui in situazioni di illuminazione scarsa o di contrasto povero, la macchina continuerà a cercare di mettere a fuoco (spesso senza riuscirci) e fin tanto che ci proverà, noi non riusciremo a scattare! CONSIGLIO: se succede, disattivate l’autofocus e passate alla messa a fuoco manuale – in manuale si scatta sempre (fin tanto che c’è batteria!)

Dove trovo il selettore dell’autofocus: di solito vicino all’aggancio dell’obiettivo (un piccolo selettore)

Dove trovo le modalità diverse di AF: di solito sul dorso, sicuramente nelle voci del menù (cercate AF o Autofocus)

Impostato sulla macchina, l’AF va impostato anche sull’obiettivo!

In un prossimo post mi occuperò della messa a fuoco continua e della messa a fuoco singola. 

 

 

Read Full Post »

Older Posts »