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Posts Tagged ‘fotofrafia per principianti’

Uno scatto. Una storia metropolitana. Una storia di quotidianità

Oggi parliamo di NARRAZIONE FOTOGRAFICA, sì avete letto bene… ho imparato la lezione di qualche settimana fa e, quanto più mi sarà possibile, sostituirò l’anglofono story telling  con un più italiano “narrazione”.

Con il post di oggi vorrei fissare quelli che sono gli elementi chiave della narrazione fotografica.

Un’immagine, mille parole.

L’adagio ci dovrebbe essere familiare e solitamente si dimostra piuttosto fondato. Nella maggior parte dei casi è proprio così: un’immagine ha la forza di mille parole, questo però non ci mette affatto al riparo da possibili errori, perché se è vero che un’immagine ha la forza di mille parole, non è dato per scontato che queste mille parole raccontino una storia.
Il punto è proprio questo: non è sufficiente inquadrare e scattare per aver confezionato una storia fotografica, così come per lo scrittore non è sufficiente mettere insieme una serie di paragrafi ortograficamente corretti, grammaticalmente e sintatticamente corretti per avere tra le mani un racconto (!).

 

Cos’è una storia.

La definizione di storia, nel senso di narrazione, è “l’esposizione di una sequenza di eventi, reali o immaginari, legati da una successione logica” e fino a qui non dovrebbero esserci problemi. Una storia, secondo Aristotele, ha tre momenti fondamentali: un inizio, un momento centrale e un epilogo. E questo, in realtà, quando ci spostiamo nel campo della narrazione fotografica, comincia a porci qualche ostacolo. Come facciamo, ad esempio, a creare i tre momenti caratterizzanti di una storia con una sola immagine? In questo, la fotografia, ci chiede un’abilità in più: l’abilità di condensare i tre momenti in uno sguardo.
Partiamo da qui… uno scatto che vuole raccontare una storia deve, prima di tutto deve agganciare la nostra attenzione e trasmetterci un messaggio, emozionandoci. Le storie catturano le emozioni umane, le nostre storie fotografiche FUNZIONANO quando riusciamo a trasmettere queste emozioni a chi guarda.

 

Il protagonista.

Nei miei workshop amo tracciare un parallelo tra la narrativa e la fotografia, tra lo scrittore e il fotografo.
Come per lo scrittore e per la narrativa, non esiste storia che non ruoti attorno ad almeno un protagonista, anche nella fotografia e in particolar modo nella narrazione fotografica, non esiste una storia se non esiste un protagonista.
Qual è la caratteristica che  deve avere il protagonista delle nostre storie per immagini? Principalmente, il protagonista deve essere in grado di trasmettere emozioni. Può sembrare una banalità, ma la differenza tra una storia e uno scatto – magari tecnicamente anche buono – è tutta qui. L’emozione!
Il protagonista ha il compito di creare una connessione con chi guarda. Se chi guarda si sente attratto dal nostro protagonista, si sentirà immediatamente attratto dalla nostra fotografia e noi saremo riusciti a raccontare una storia con un’immagine.

Il vecchio al mercato di Leh. Un buon protagonista.

 

Che emozioni vogliamo trasmettere?

Questa, dopo la scelta del protagonista, è la domanda chiave che dobbiamo porci nel momento in cui decidiamo di raccontare una storia attraverso le immagini. Cosa voglio trasmettere?
Rispondendoci a questa domanda, troveremo di conseguenza la chiave per entrare nel vivo della narrazione fotografica, troveremo il linguaggio, l’inquadratura che meglio si adattano, lo stile, la composizione e tutto il resto.
Amo ripetere una frase di David duChemin, “quello che non inquadri non esiste”, per me è un diktat. Questo però ci deve far comprendere che non solo la nostra storia è il mondo compreso nell’inquadratura – e soltanto quello, ma anche che, in buona sostanza, noi siamo i creatori di quel mondo e del messaggio o delle emozioni che affidiamo a quel mondo.

Quale emozione? L’intimità della sera

La fotografia non registra la realtà.

È bene che questo ce lo si metta in testa da subito. La fotografia non registra la realtà, ne crea una “alternativa” e molti di noi non se ne rendono conto. La fotografia, anche quella documentaristica – che per una questione etica dovrebbe essere la più aderente alla realtà – è  il prodotto della creatività di un autore, che ha operato delle scelte di linguaggio, di tecnica e di composizione, decidendo di includere o di escludere elementi nel suo personalissimo mondo bidimensionale, delimitato dai bordi del fotogramma.
Perché vi dico questo? Perché questo è alla base della narrazione fotografica, che parte da elementi reali per raccontare storie che possono staccarsi dalla realtà.

 

Una buona storia fotografica è come una barzelletta…

È così! Se siamo costretti a spiegare una barzelletta, evidentemente o la barzelletta non era divertente o noi non siamo capaci di raccontarle (o entrambi i casi).
E così con le nostre storie per immagini… se siamo costretti a spiegare i nostri scatti, significa soltanto una cosa: POLLICE VERSO!
I nostri scatti DEVONO parlare per noi! Ricordate le proverbiali mille parole!? Ecco!
Se i nostri scatti hanno bisogno di post-it con la spiegazione… beh, siamo piuttosto lontani da un risultato anche solo vagamente accettabile.
Dobbiamo capire che il modo in cui il fotografo vede i suoi scatti è sensibilmente diverso da come li vede un altro. Ansel Adams diceva che ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e chi guarda. E se vogliamo raccontare storie fotografiche con successo, questo è un dettaglio che non possiamo ignorare.
Le storie fotografiche migliori si creano quando il fotografo, al momento dello scatto, riesce a vedere oltre al suo punto di vista, anche quello di chi poi quella foto la guarderà – una sorta di empatia.

una giovane madre e un figlio. un soggetto universale, capace di stabilire una connessione emotiva con chi guarda

Torneremo presto a parlare di narrazione fotografica, non perdete i prossimi post.


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Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro viaggiano che generalmente mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e più dei monumenti, nonostante, è chiaro,  sia gli uni, sia gli altri, conservano il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine, una buona dose di faccia tosta e, a volte,  anche una capacità di riuscire a stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare che spesso vanno al di là di un idioma comune – a meno che non si tratti di ritratti rubati.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo, e, credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute, proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Spesso scorgiamo il soggetto ideale per un ritratto memorabile, ma un po’ l’ansia, un po’ la fretta o la timidezza, riducono il nostro slancio creativo a poco più di uno scatto passabile.
Ricordiamocelo bene: nella maggior parte dei casi, quell’occasione si presenterà una sola volta e per giusto una manciata di minuti, non dobbiamo lasciarcela sfuggire, per cui,  ecco 5 consigli che possono aiutarci a migliorare la nostra fotografia di ritratto quando viaggiamo.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente qualcosa.
    Qual è il loro segreto? Sicuramente una buona composizione. Sicuramente un uso corretto della tecnica. Ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Dobbiamo imparare ad aspettare e a selezionare. Dobbiamo cercare tra la folla e attendete con calma.
    Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e aspettiamo le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
    La fretta è la nostra peggior alleata. Saper attendere spesso è un’azione che viene premiata, altre volte no, l’importante, nel secondo caso, è non lasciarsi prendere dallo sconforto e perseverare, cercare un altro soggetto e rinnovare la sfida (!).
    A volte basta poco, basta un cenno, un sorriso, una sigaretta offerta o una parola per instaurare una breve relazione che ci aiuti a portare a casa un buon ritratto. Cerchiamo di ricordarcelo e dimostriamoci aperti, curiosi e pronti a fare un briciolo di conversazione, anche se le parole in comune non superano le tre.11731599_1218007728215891_6394859782575863498_o
  2. Dobbiamo essere rapidi e cortesi. Reattivi.
    Ma come!? Poche righe sopra dico di non aver fretta e ora predico la rapidità!?
    Fretta e rapidità, in fotografia soprattutto, non sono nemmeno sinonimi.
    Essere rapidi non significa fare le cose con fretta, ma bensì non perdere tempo, metterci tutto il tempo che serve per fera le cose per bene, ma non sprecarne e allenarsi per fare in modo che il tempo che il tempo che serve scenda con ogni viaggio, con ogni ritratto.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Questo significa lavorare in anticipo. Componiamo mentalmente, risolviamo i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile.  Evitatiamo di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e ci sta regalando un momento irripetibile, questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingerci ad essere sempre molto presenti. Dobbiamo essere reattivi!
    A volte le modalità semi-automatiche ci vengono molto comode, soprattutto se non abbiamo a che fare con ritratti posati, ma con candid più o meno rubate. Conoscere la propria macchina e conoscere come ragiona ci aiuta ad essere rapidi quando la rapidità è la seconda caratteristica richiesta – la prima, naturalmente è sempre l’occhio.

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    La rapidità è stata tutto in questo scatto. Il lama si è affacciato alla porta della sua stanza per appena una manciata di secondi, altro tempo non c’era per fare sì che posasse.

     

  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.
    Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte.
    In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impieghiamo.
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  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, consideriamo con molta attenzione la luce. Valutatiamone la direzione, analizziamone la qualità.
    Le zone in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitiamo la luce piatta, cerchiamo i contrasti – che io personalmente prediligo – e gestiamoli in modo che non interferiscano con il volto, ma che ne accentuino le fattezze.
    Componiamo sempre  con cura, osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti ci diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso cerchiamo sempre una posa che abbia comunque un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiamo e muniamoci di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidiamo di affidarci al flash, faccioamo in modo che sparisca, impariamo cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordiamoci il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usiamolo mai frontale e diretto.

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    Un piccolo flash, usato con un bank e disassato, ha contribuito ad attenuare alle ombra fastidiose di un sole a picco e ad aggiungere tridimensionalità

  5. Fondo pulito
    Se non stiamo scattando un ritratto ambientato, beneficiamo al massimo della minima profondità di campo.
    Mandiamo lo sfondo completamente fuori fuoco, rendiamolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Alleniamo l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Alleniamo l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra, abbassiamoci di un poco o alziamo il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

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    Un fondo sfocato, grazie ad una PDC molto limitata. Pare quasi uno scatto in studio. Ho fatto spostare il soggetto sotto un colonnato per ripararlo dal sole a picco di mezzogiorno, che però inondava la scena da dietro e si rifletteva da sotto. Il risultato mi pare buono.

     


Qui trovate una gallery di ritratti che ho realizzato nel corso di alcuni viaggi in India. Provate a vedere se qualcuno magari vi ispira.


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L’incisione magica di un 85mm fisso: l’obiettivo fisso ideale per i ritratti

La prima volta che inciampai nel concetto di obiettivo fisso, la mia reazione fu: ma perché diavolo dovrei spendere più soldi per avere qualcosa di molto limitato, quando con il mio zoom faccio praticamente tutto!?

Ero giovane, inesperto e badavo – un po’ superficialmente – alla sostanza.

Crescendo, come fotografo, ho avuto modo di apprezzare personalmente il bello di scattare con un obiettivo fisso – quello che gli anglofoni chiamano “prime lens”: la qualità dell’immagine in generale, l’incisione, i diaframmi aperti, gli sfocati sontuosi, l’assenza di vignettattura, la qualità delle lenti e molto, molto altro ancora che giustifica il prezzo spesso elevato da pagare.

Scegliere di acquistare una prime lens non è un passo che si può sottovalutare.

Il primo problema con le prime lens è il loro costo, decisamente più elevato rispetto agli zoom di fascia bassa o media.

Il secondo problema – meno pragmatico, se vogliamo, ma non meno ansiogeno – si riassume in una semplice domanda: che obiettivo mi compro?

Ecco un metodo molto pratico per rispondere a questa seconda annosa questione e, una volta superato superato lo shock  economico, scegliere con tranquillità l’obiettivo fisso che fa per noi sarà molto più facile.

Già, perché parte del problema è proprio insito in questa semplice, semplicissima domanda: che focale scelgo?

Ecco come fare, in cinque semplici mosse:

  1. Montiamo uno zoom che possediamo
  2. Fissiamo una lunghezza focale sulla ghiera
  3. Usciamo a scattare e per una settimana non spostiamo MAI la ghiera della focale.
  4. Fotografiamo i soggetti che ci sembrano più congeniali, quelli che fotografiamo più spesso, o quelli che ci danno maggiore soddisfazione, utilizzando  le tecniche che meglio conosciamo e impariamo a spostarci noi, anziché a modificare la lunghezza focale.
  5.  Ripetiamo l’esercizio con altre focali,

Il mio consiglio è di provare con 50mm, 85mm e 28mm. Non limitiamoci ad analizzare gli scatti, a dire questo mi piace di più, questo mi piace meno… concentriamoci sulle sensazioni mentre scattiamo, sulle difficoltà e su come le difficoltà le abbiamo aggirate e risolte.

Ssembrerà un esercizio banale, ma al termine delle tre settimane avremo un’idea molto precisa di qual’è la prime lens che fa per noi e, una volta ridotto il campo delle focali entro quali scegliere, il resto sarà soltanto un problema di tasca – 😦


Vorresti scattare ritratti migliori?  WORKSHOP DI FOTOGRAFIA DI RITRATTO 


 

 

 

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La sovrapposizione dei piani!? Non lasciatevi spaventare dalla pomposità del termine, si tratta di una tecnica tipica della composizione fotografica e – a mio personale avviso – piuttosto efficace e capace di attirare l’attenzione. Consiste nel fondere due elementi che nella realtà sono separati in un piano unico, o meglio, nel creare questa illusione in chi guarda.

Questa tecnica avanzata di composizione è piuttosto semplice da ottenere e funziona particolarmente bene se scegliamo elementi in contrasto tra loro. Più il contrasto tra gli elementi reali è evidente e più la sovrapposizione dei piani funziona.

La sovrapposizione dà al fotografo un potente strumento creativo, capace di veicolare messaggi forti, carichi di tensione, ironia ed interesse… ma bisogna allenare lo sguardo!

I tele (da 105mm in su, per intenderci) sono gli obiettivi che meglio si prestano a questo tipo di tecnica, per le loro caratteristica  di schiacciare la prospettiva.

… e il minuto dovrebbe essere più o meno finito, ci torneremo sopra, non temete.

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AF Singolo e un po' di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

AF Singolo e un po’ di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

Durante l’ultimo workshop ho dovuto affrontare il problema della messa a fuoco automatica – o meglio, ho dovuto cercare di risolvere con una delle partecipanti il dilemma di come trovare il sistema migliore per mettere a fuoco quello che interessa a noi e non alla macchina (!)

Imparare come funziona il sistema di autofocus della nostra reflex e quante e quali modalità diverse ci mette a disposizione è un aspetto di vitale importanza, se non vogliamo sprecare scatti.

Saltiamo a piè pari la teoria dietro il funzionamento dell’autofocus e buttiamoci nella pratica…

Innanzitutto la capacità di mettere a fuoco in automatico dipende essenzialmente da tre fattori:

  • la luce disponibile
  • il contrasto
  • il movimento del soggetto (o della macchina)

PREMESSA: l’autofocus si attiva premendo il tasto di scatto fino a metà corsa. Esistono modalità singole, dove ogni volta che vogliamo mettere a fuoco dobbiamo premere il pulsante di scatto a metà, e modalità continue, dove, tenendo il pulsante  premuto, la macchina continua a mettere a fuoco.

Qualche volta però mettere a fuoco correttamente in automatico può risultare un’operazione più complessa di quanto non si possa credere e spesso la scena inganna il cervello della macchina, che magari mette perfettamente a fuoco lo sfondo e sfoca miseramente il nostro soggetto.

Questo succede quando, ad esempio, la scena è scarsamente illuminata, o il soggetto è in ombra rispetto ad uno sfondo molto chiaro. In alcune modalità multipunto, la nostra reflex può venire ingannata nel caso di un soggetto fermo e di uno sfondo ricco di elementi che si muovono – in questo caso il sistema AF multipunto legge i movimenti sullo sfondo e continua ad adattare la messa a fuoco, senza però sapere che è nostra intenzione concentrarci sull’unico elemento fermo della scena (!).

Nella messa a fuoco multipunto possiamo, usando di solito un comando che è posto sul dorso, spostare manualmente il punto attivo (o il gruppo di punti attivi) e quindi scegliere con cura dove prendere il fuoco. Costa un po’ di pratica, ma paga, fidatevi.

Ma non è tutto. Le macchine moderne ci offrono la possibilità aggiornare automaticamente la messa a fuoco fin tanto che teniamo il tasto di scatto a metà corsa – sempre che si abbia scelta una modalità continua.
Esistono poi modalità automatiche molto sofisticate che analizzano la scena inquadrata a decidono per noi cosa su cosa mettere a fuoco.
Personalmente le sconsiglio, possono risultare molto pratiche, ma sono troppo spesso causa di pasticci.
Ognuno però sperimenti e scelga il modo che più lo mette a suo agio.
Su molti aspetti della fotografia il manuale d’uso che troviamo nella confezione ci aiuta davvero poco, ma nel caso dell’autofocus, mai libricino sa essere utile ed esauriente. Per cui…  leggerlo con attenzione, capire quali modalità offre il nostro modello, come impostarle, dove si trovano i comandi per passare rapidamente da una modalità all’altra, ecc., ecc., ecc…

Vediamo ora quali sono le modalità più diffuse e cerchiamo di capire rapidamente quando usarle

 

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Modalita AF singola

Di solito viene indicata con il simbolo evidenziato.
Siamo noi che scegliamo qual è il punto in cui la macchina metterà a fuoco – il punto lo possiamo spostare tra quelli disponibili (il numero e la disposizione dei punti varia da modello a modello e da marca a marca, 4, 9, 13 e così via).

Vantaggi:

  • massimo controllo da parte del fotografo
  • autofocus più rapido
  • messa a fuoco più precisa

Svantaggi

  • Se il soggetto si sposta, siamo costretti a rimettere a fuoco.
  • serve un po’ di pratica per scegliere il punto o spostarsi tra i vari punti (ma la pratica fa bene!)

Quando usarla: la modalità AF singola è perfetta se il nostro soggetto non si muove – ma se anche si muove, con un po’ di pratica… insomma, avete capito.

 

 

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È una variante sofisticata della AF singola.
L’AF dinamica ci lascia sempre la possibilità di scegliere un punto preciso per la messa a fuoco, ma anziché concentrarsi solamente sul solo punto scelto, il sistema di messa a fuoco lo circonda con un gruppo di punti sensibili e nel caso il soggetto si sposti, la macchina sceglie automaticamente il punto migliore vicino a quello principale – scelto da noi – all’interno dell’area dinamica – di solito evidenziata nel mirino.
La figura mostra appunto il mirino con il punto scelto (in rosso) e l’area coperta dall’autofocus (punti in nero).

Vantaggi:

  • buon controllo
  • il soggetto può anche muoversi nella scena
  • molto utile quando combinata con la modalità continua – è possibile seguire con precisione il soggetto anche se si muove rapidamente o in maniera non proprio prevedibile (ad es. sport o foto di fauna)

Svantaggi:

  • li sistema  qualche volta viene ingannato
  • autofocus meno rapido
  • in modalità continua può mangiare un po’ di batteria di troppo

Quando usarla: quando il soggetto potrebbe spostarsi nella scena, ma attenzione allo sfondo, può fregare il cervello sofisticato della nostra reflex molto più facilmente e frequentemente di quanto possiamo credere.

 

 

Modalità AF automatica

Lo dice il nome! La macchina fa tutto.
Il numero di punti di messa a fuoco dipende dal modello di macchina… serve che lo dica!? NON È LA MIA MODALITÀ, non ci lascia molto da scegliere.
Per cui… non la scelgo.
Vantaggi:

  • utile in situazioni molto rapide e con molti soggetti in movimento, scene complesse

Svantaggi

  • dipendiamo totalmente dal software della macchina – intendiamoci, con gli algoritmi di riconoscimento dei volti e tutte le altre amenità tecnologiche caricate sulle reflex moderne, nell’80% dei casi funziona in modo soddisfacente, ma io resto dell’idea che lo scatto buono potrebbe essere nel restante 20% e l’idea di portarlo a casa sfocato non mi rende per nulla felice

Quando usarla: durante un attacco di pigrizia irresistibile, per sbaglio o se abbiamo seriamente deciso di non volere imparare a fotografare sul serio (ah ah ah) – no, scherzo. Usatela se fotografate in situazioni che richiedono molta rapidità.

 

 

NOTE DI CODA
Qualsiasi modalità si scelga, IN AUTOFOCUS LA NOSTRA MACCHINA SCATTERÀ SOLTANTO QUANDO IL SOGGETTO È EFFETTIVAMENTE A FUOCO. Per cui in situazioni di illuminazione scarsa o di contrasto povero, la macchina continuerà a cercare di mettere a fuoco (spesso senza riuscirci) e fin tanto che ci proverà, noi non riusciremo a scattare! CONSIGLIO: se succede, disattivate l’autofocus e passate alla messa a fuoco manuale – in manuale si scatta sempre (fin tanto che c’è batteria!)

Dove trovo il selettore dell’autofocus: di solito vicino all’aggancio dell’obiettivo (un piccolo selettore)

Dove trovo le modalità diverse di AF: di solito sul dorso, sicuramente nelle voci del menù (cercate AF o Autofocus)

Impostato sulla macchina, l’AF va impostato anche sull’obiettivo!

In un prossimo post mi occuperò della messa a fuoco continua e della messa a fuoco singola. 

 

 

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Priorità di diaframma (A per Nikon, AV per Canon) e controllo quello che voglio mantenere a fuoco e quello che voglio sfocare

Ma quale modalità devo scegliere!? Questa domanda credo di averla sentita fare almeno un centinaio di volte negli ultimi workshop che ho tenuto. È la tipica domanda che si pone chi comincia e ancora non ha sviluppato la dovuta confidenza con la macchina fotografica. Proviamo a tornarci sopra. Parliamo di MODALITÀ SEMI-AUTOMATICHE… Partiamo dall’inizio. Cosa diavolo sono le modalità semi-automatiche? Sono modalità che ci danno più controllo del modo P e un po’ meno del modo Manuale. Le modalità semi-automatiche sono 2:

  • Priorità di diaframma (A per Nikon e AV per Canon)
  • Priorità di tempo (S per Nikon e TV per Canon)

La PRIORITÀ DI DIAFRAMMA è quella particolare modalità di scatto dove la macchina sceglie il tempo corretto (corretto per eseguire una corretta esposizione) dopo che NOI abbiamo impostato il diaframma. Al contrario, la PRIORITÀ DI TEMPO è la modalità dove la macchina sceglie il diaframma corretto, una volta che NOI abbiamo scelto il tempo di posa.

E questa è la base, diciamo… Ma la base non ha ancora risposto alla domanda iniziale: quale modalità scegliamo?

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI DIAFRAMMA quando ci troviamo in situazioni dove vogliamo avere il massimo CONTROLLO SULLA PROFONDITÀ DI CAMPO – sulle cose che vogliamo tenere a fuoco e su quelle che vogliamo invece sfocare.
Controllare la profondità di campo ci permette di comporre con attenzione, creare interesse sui primi piani e togliere l’interesse dallo sfondo, oppure ci consente di essere certi che tutto, primo piano e sfondo, risultino perfettamente a fuoco. Per cui, nel caso di ritratti o dettagli, sceglieremo un diaframma aperto, mentre nel caso di panorami o di scene corali, imposteremo diaframmi più chiusi. E non ci dovremo preoccupare del tempo di posa, perché di quello se ne occuperà la nostra macchina.

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI TEMPO quando invece abbiamo a che fare con l’azione, con il movimento.
Se decidiamo di congelare il movimento del nostro soggetto, imposteremo un tempo rapido – 1/125, 1/250 o addirittura 1/500. Se invece vogliamo fare in modo che il nostro soggetto in movimento risulti mosso – strisciato, per intenderci – dobbiamo impostare tempi più brevi, ad esempio 1/30 o 1/15 o 1/8. Come per la modalità precedente, la macchina fotografica, una volta impostato il tempo di posa, sceglierà per noi il diaframma corretto.

Ora forse le cose sono un po’ più chiare… no!?

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Lo so, la maggior parte di noi pensa che l’obiettivo deputato per gli scatti panoramici sia il grandangolo.
In effetti, grazie al suo largo campo visivo, il grandangolo è la tipologia di lenti che offre forse la massima possibilità quando vogliamo scattare un panorama, ma non dobbiamo assolutamente sottovalutare il teleobiettivo.

Nonostante il suo ristretto angolo di ripresa, il teleobiettivo offre una caratteristica del tutto inesistente nelle lenti grandangolari: la compressione.
Molti di noi diranno, e allora!? e allora è molto semplice, possiamo sfruttare la compressione offerta dai tele per scattare interessanti paesaggi.

Dunque, i teleobietttivi tendono a comprire i piani, per cui possiamo sfuttare questa caratteristica per creare scatti paesaggistici un po’ diversi dal solito.

Per scattare panorami con un tele il punto di ripresa è fondamentale, di solito questa tecnica di ripresa/composizione funziona meglio se il punto di ripresa è dominante rispetto alle scena che stiamo inquadrando.
Naturalmente anche il soggetto è fondamentale. I soggetti che funzionano meglio sono quelli che presenatano una successione di piani guardando verso l’orizzonte – pensiamo a catene montuose, a colline, ad alberi che si ripetono, a siepi, ecc.
L’ora di ripresa è altrettanto fondamentale, anzi oserei dire che l’ora è il vero elemento che farà la differenza tra uno scatto buono e un tentativo.
Questa tipologia di scatti paesaggistici funziona molto bene se si gioca con la foschia tipica del mattino presto e con la luce radente del tramonto e del crepuscolo.
Per cui armiamoci di buona volontà e facciamoci trovare pronti all’ora giusta.
L’orientamento non è fontamentale, ma scattare in verticale offre una drammaticità maggiore, ricordiamocelo.

Cosa dobbiamo fare?

  • un sopralluogo, in modo da aver ben chiaro che tipo di inquadratura andremo a fare
  • portiamoci un cavalletto
  • documentiamoci sull’ora del tramonto o dell’alba e sulla direzione che avrà la luce in quel momento (questo si è fondamentale).
  • esponiamo con calma, proviamo prima a esporre per le luci e poi per le aree più scure (il risultato finale cambierà in modo impressionante)

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