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Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro viaggiano che generalmente mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e più dei monumenti, nonostante, è chiaro,  sia gli uni, sia gli altri, conservano il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine, una buona dose di faccia tosta e, a volte,  anche una capacità di riuscire a stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare che spesso vanno al di là di un idioma comune – a meno che non si tratti di ritratti rubati.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo, e, credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute, proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Spesso scorgiamo il soggetto ideale per un ritratto memorabile, ma un po’ l’ansia, un po’ la fretta o la timidezza, riducono il nostro slancio creativo a poco più di uno scatto passabile.
Ricordiamocelo bene: nella maggior parte dei casi, quell’occasione si presenterà una sola volta e per giusto una manciata di minuti, non dobbiamo lasciarcela sfuggire, per cui,  ecco 5 consigli che possono aiutarci a migliorare la nostra fotografia di ritratto quando viaggiamo.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente qualcosa.
    Qual è il loro segreto? Sicuramente una buona composizione. Sicuramente un uso corretto della tecnica. Ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Dobbiamo imparare ad aspettare e a selezionare. Dobbiamo cercare tra la folla e attendete con calma.
    Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e aspettiamo le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
    La fretta è la nostra peggior alleata. Saper attendere spesso è un’azione che viene premiata, altre volte no, l’importante, nel secondo caso, è non lasciarsi prendere dallo sconforto e perseverare, cercare un altro soggetto e rinnovare la sfida (!).
    A volte basta poco, basta un cenno, un sorriso, una sigaretta offerta o una parola per instaurare una breve relazione che ci aiuti a portare a casa un buon ritratto. Cerchiamo di ricordarcelo e dimostriamoci aperti, curiosi e pronti a fare un briciolo di conversazione, anche se le parole in comune non superano le tre.11731599_1218007728215891_6394859782575863498_o
  2. Dobbiamo essere rapidi e cortesi. Reattivi.
    Ma come!? Poche righe sopra dico di non aver fretta e ora predico la rapidità!?
    Fretta e rapidità, in fotografia soprattutto, non sono nemmeno sinonimi.
    Essere rapidi non significa fare le cose con fretta, ma bensì non perdere tempo, metterci tutto il tempo che serve per fera le cose per bene, ma non sprecarne e allenarsi per fare in modo che il tempo che il tempo che serve scenda con ogni viaggio, con ogni ritratto.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Questo significa lavorare in anticipo. Componiamo mentalmente, risolviamo i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile.  Evitatiamo di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e ci sta regalando un momento irripetibile, questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingerci ad essere sempre molto presenti. Dobbiamo essere reattivi!
    A volte le modalità semi-automatiche ci vengono molto comode, soprattutto se non abbiamo a che fare con ritratti posati, ma con candid più o meno rubate. Conoscere la propria macchina e conoscere come ragiona ci aiuta ad essere rapidi quando la rapidità è la seconda caratteristica richiesta – la prima, naturalmente è sempre l’occhio.

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    La rapidità è stata tutto in questo scatto. Il lama si è affacciato alla porta della sua stanza per appena una manciata di secondi, altro tempo non c’era per fare sì che posasse.

     

  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.
    Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte.
    In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impieghiamo.
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  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, consideriamo con molta attenzione la luce. Valutatiamone la direzione, analizziamone la qualità.
    Le zone in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitiamo la luce piatta, cerchiamo i contrasti – che io personalmente prediligo – e gestiamoli in modo che non interferiscano con il volto, ma che ne accentuino le fattezze.
    Componiamo sempre  con cura, osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti ci diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso cerchiamo sempre una posa che abbia comunque un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiamo e muniamoci di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidiamo di affidarci al flash, faccioamo in modo che sparisca, impariamo cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordiamoci il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usiamolo mai frontale e diretto.

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    Un piccolo flash, usato con un bank e disassato, ha contribuito ad attenuare alle ombra fastidiose di un sole a picco e ad aggiungere tridimensionalità

  5. Fondo pulito
    Se non stiamo scattando un ritratto ambientato, beneficiamo al massimo della minima profondità di campo.
    Mandiamo lo sfondo completamente fuori fuoco, rendiamolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Alleniamo l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Alleniamo l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra, abbassiamoci di un poco o alziamo il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

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    Un fondo sfocato, grazie ad una PDC molto limitata. Pare quasi uno scatto in studio. Ho fatto spostare il soggetto sotto un colonnato per ripararlo dal sole a picco di mezzogiorno, che però inondava la scena da dietro e si rifletteva da sotto. Il risultato mi pare buono.

     


Qui trovate una gallery di ritratti che ho realizzato nel corso di alcuni viaggi in India. Provate a vedere se qualcuno magari vi ispira.


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Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là della scelta del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Una delle doti di spicco di un buon fotografo è la sua capacità di vedere – contrapposta al verbo guardare.
Ma cosa significa vedere in questo caso?

Sicuramente significa riuscire a cogliere quello che per molti occhi passa inosservato, ma molto più anche saper guardare il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica. e cioè una rappresentazione a due dimensioni della realtà.
Imparare a vedere come la macchina fotografica è un esercizio fondamentale, se intendiamo diventare fotografi migliori.
Riducendo la realtà a tre dimensioni ad una rappresentazione bidimensionale ci accorgiamo che tutto si riduce a forme geometriche semplici e soprattutto a linee.

Se impariamo a vedere le linee che compongono e sorreggono la scena, impariamo a costruire scatti più interessanti e più potenti.

Chi segue i miei post sa quanto sono fissato con la composizione, che ritengo basilare per una buona fotografia. Lo scopo della composizione, nella fotografia e nelle arti visive in genere, è quello di guidare l’occhio di chi guarda attraverso la scena inquadrata – o dipinta. Uno degli strumenti di base della composizione, incredibilmente potente, è l’impiego delle linee di forza.

Spesso, durante alcuni esercizi nei miei workshop dedicati alla composizione, chiedo ai partecipanti di comporre le loro fotografie usando le linee ed ecco che scatta il qui pro quo e molti di loro si lanciano entusiasti a fotografare inferriate, tapparelline e attraversamenti pedonali, credendo, erroneamente, che “comporre impiegando le linee” significhi “fare foto di elementi lineari”.
No! No! No!

Impiegare le linee come elemento compositivo significa organizzare l’inquadratura in modo che l’occhio di chi guarda venga inequivocabilmente guidato attraverso la scena da linee precise verso il punto focale (elemento principale).

Chi ha iniziato da poco a fotografare può sentirsi un po’ spiazzato ed ecco che cerca immediatamente conforto nella realtà e cerca linee realmente esistenti, ma molto spesso le linee di forza sono linee immaginarie, che riusciamo a cogliere soltanto se impariamo vedere la scena reale come la sua rappresentazione bidimensionale – quello che io, nei miei workshop chiamo irriverentemente, “la schiacciatina” e cioè una versione schiacciata del mondo.
Nella schiacciatina le line di forza ci appariranno chiare, evidenti, quando spesso nel mondo reale, disturbati dalla terza dimensione, non è così.

Le linee di forza sono spesso delle illusioni ottiche, delle connessioni mentali, una sorta di trompe-l’oeil che compie la mente di chi compone e, di conseguenza, di chi guarderà successivamente,  ma non per questo sono meno  potenti di linee reali.
Nella nostra rappresentazione a due dimensioni della realtà (la scena inquadrata) qualsiasi elemento, o combinazione di più elementi, può tramutarsi in linee di forza, una strada che corre in prospettiva, una sequenza di paracarri, un colonnato, il profilo delle colline, le cabine in spiaggia… e così via.
Riconoscere le linee di forza richiede un po’ di esercizio, ma col tempo ci verrà naturale riconoscerle senza troppa fatica.

Ricordiamoci che linee di forza suggeriscono:

  • un senso di lettura all’inquadratura
  • il punto focale a chi guarda – e dunque la chiave del nostro scatto.

Le linee di forza possono essere rette, indifferentemente orizzontali, verticali o diagonali, continue o discontinue e curve.

L’impiego di linee orizzontali o verticali produce una composizione più statica e più riposante, mentre l’uso di linee di forza diagonali introduce immediatamente un elemento di tensione nella nostra composizione. Le curve hanno un effetto più ludico, portano in giro l’occhio di chi guarda, ma lo fanno con più dolcezza delle cugine diagonali.

Torniamo alla foto di apertura, il ragazzino di strada alla stazione della metro di Delhi.
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Sicuramente il soggetto contribuisce alla riuscita dello scatto: è difficile non restare agganciati a quello sguardo, esaltato dalla  scelta dell’angolo d’inquadratura.
Ma se analizziamo l’immagine scopriamo che, nonostante si tratti di un’istantanea che ho scattato mentre facevo la fila per il token della metropolitana, poggia su una composizione molto curata che sfrutta al massimo le linee di forza, in questo caso diagonali (diagonale = tensione).

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Le linee di forza suggeriscono un flusso di fruizione principale (!) che va dall’angolo basso destro verso l’alto dell’immagine, passando per il centro, dove incontra il punto focale: gli occhi del soggetto.

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Notiamo una serie di linee di forza diagonali (sinistra alto/destra basso) costituite dal gradino della colonna e dalla stessa posa assunta dal soggetto.

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Alla prima griglia di linee se ne sovrappone una seconda, perpendicolare alla prima, anch’essa diagonale (basso sinistra/alto destra).

Nessuna delle linee di forza di questo scatto è reale, ma si tratta di suggerimenti visivi. Più sono evidenti e più l’occhio è guidato. In questo caso, l’occhio di guarda, se non fosse catalizzato dallo sguardo del ragazzino, può contare su una doppia sovrastruttura compositiva inequivocabile che lo porta dritto al punto focale.

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Il soggetto, oltre a poggiare sulla sempre viva regola dei terzi, è incorniciato dentro un’area virtuale circoscritta dalle linee di forza.
Il risultato è uno scatto potente.
Ho volutamente scelto una candid, un’istantanea, per tagliare sul nascere i commenti del tipo “eh, ma non c’è sempre tempo di stare a comporre”. Blah, blah, blah… ok, ero a Delhi, ma la fila per il token non è durata più di qualche minuto… ok, avevo la macchina pronta e avevo visto il ragazzino… blah blah blah

Componete, gente, componete!

 

 

 

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Bimba sulla Awa Mahal Road, Jaipur (India)  – Una luce morbida, una profondità di campo ridotta, un fuoco preciso, ma soprattutto un soggetto incantevole (per lo meno a mio giudizio).

Visto il successo del post dedicato alla fotografia di paesaggio e agli errori più comuni – clicca qui – ho pensato di replicarne il modello e di dedicarmi questa volta alla fotografia di ritratto.

Partiamo dunque senza indugi, premettendo soltanto che non si tratta di leggi incise nella pietra, ma di semplici consigli che arrivano da qualche anno di esperienza.

Ecco alcuni degli errori più comuni:

  1. TUTTO A FUOCO
    Il ritratto vive in quel magico mondo dominato da una ridotta profondità di campo. Uno degli errori più comuni di chi si è avvicinato da poco alla fotografia – e in particolare alla fotografia di ritratto – è quelli di non sfruttare il fuori fuoco dato da una profondità di campo ridotta e di rovinare un potenziale scatto interessante lasciando troppo interesse allo sfondo.
    Non dobbiamo temere le aperture estreme. Componiamo con cura e usiamo il diaframma più aperto di cui il nostro obiettivo dispone. Nessun ci vieta di farlo, ma il mio consiglio è quello di scattare sempre tra f.2.8 e f.5.6, ricordandoci che la profondità di campo, oltre che dall’apertura del diaframma, è determinata dalla vicinanza del nostro soggetto e dalla lunghezza focale che impieghiamo.
    Ricordiamoci che,  LA PROFONDITÀ DI CAMPO SARÀ SEMPRE PIÙ RIDOTTA:

    1. PIÙ IL DIAFRAMMA È APERTO
    2. PIÙ LA DISTANZA DAL SOGGETTO È RIDOTTA
    3. PIÙ LA LUNGHEZZA FOCALE IMPIEGATA È LUNGA
  2. FUOCO INCERTO
    Altro errore tipico del principiante: non avere un punto focale preciso.
    Lavorare con diaframmi aperti, aumenta la possibilità di commettere errori nella messa a fuoco.
    I puristi – e per una mi trovo d’accordo con loro – esigono che, in un ritratto, gli occhi del soggetto siano SEMPRE perfettamente a fuoco.
    Il problema non si pone se il soggetto guarda in macchina con il volto perfettamente in asse, mentre qualche grattacapo in più nasce nel momento in cui invece assume una posa di 3/4, ad esempio, soprattutto se scattiamo con diaframmi molto aperti (f.2.8 o addirittura f.1,4 o f.1,2), utilizzando una focale tra gli 85mm e i 200mm.
    In certi casi, tipici però della fotografia di ritratto (ad es. con un soggetto a 1 metro, un 85mm e f.1.4) la profondità di campo si riduce a pochi centimetri e dobbiamo essere davvero attenti che gli occhi (almeno uno) siano perfettamente a fuoco.
  3. LUCE POCO INDICATA
    Il principiante di solito si entusiasma per il soggetto e tende a sottovalutare gli effetti catastrofici di una luce poco indicata per un ritratto.
    Evitiamo la luce del sole a picco – o di qualsiasi fonte luminosa (piccola) posta direttamente sopra il capo del nostro soggetto.
    Evitiamo anche la luce da sotto: fa immediatamente horror movie!
    E anche la luce radente è da utilizzare con molta circospezione, in quanto è micidiale nell’andare a sottolineare le imperfezioni della pelle.
    Meglio una luce morbida. Cerchiamo una finestra, la Luce che filtra da una finestra è sempre piuttosto morbida, magari ammorbiamola ulteriormente, schermando la luce con le tende (basta che siano bianche!).
    Se la luce è fortemente caratterizzata da una direzionalità, bilanciamo le ombre sul lato opposto di dove colpisce il soggetto, usando un riflettore – in commercio se trovano di vari tipi, pieghevoli e comodi, ma anche un semplice foglio di carta o un pezzo di polistirolo bianco possono aiutare.
    Il riflettore, sia di quelli professionali, sia approntato in corsa con un foglio di carta bianco, attenuerà le ombre.
    In una giornata di sole, all’aperto, cerchiamo sempre quello che i professionisti chiamano open shade e cioè una condizione che ponga il soggetto al riparo dalla luce diretta del sole – un portico, frasche, ecc. Non è necessario acquistare costosi teli traslucidi, basta guardarsi intorno e ricordarsi che il sole diretto non è certo il nostro miglior alleato nelle foto di ritratto.
  4. UN AMBIENTE OSTILE
    Ci concentriamo sul volto e non ci curiamo di tutto quello che sta attorno, soprattutto dietro. Ecco un errore molto comune, purtroppo comune anche in chi ha qualche esperienza in più.
    Cerchiamo di valutare sempre con cura l’effetto dell’ambiente sul volto ritratto.
    Scegliamo uno sfondo che non incomba, valutiamone colori ed intensità, valutiamo che non risulti troppo invadente.
  5. ANSIE, FRETTA E DISAGI VARI
    Ricordiamoci che pressoché nessuno, a meno che non faccia il modello di professione o che goda di una spiccata vanità, si trova a proprio agio di fronte ad una macchina fotografica spianata.
    Cerchiamo di andare sempre incontro ai nostri soggetti, facendo in modo che il loro disagio sia minimo. Come? Evitando di tenerli in posa troppo a lungo.
    Questo però non significa scattare con fretta, ma piuttosto avere le idee chiare prima di far posare il soggetto.
    Soprattutto se abbiamo fermato qualcuno per strada, cerchiamo di essere rapidi, cortesi e decisi. Ognuno di noi usi le tecniche che pensa più efficaci per mettere a propio agio il soggetto che stiamo ritraendo – io, personalmente, ci chiacchiero.
    Ricordiamoci che il sorriso è spesso la soluzione migliore, per cui… via i bronci!
    Ma lavorare sul disagio dei nostri soggetti non è sufficiente.
    Molto spesso, molti di noi, provano un profondo imbarazzo nello scattare un ritratto.
    E credetemi, il disagio del fotografo viene quasi sempre percepito anche dal modello, con il risultato di elevare oltre modo il suo livello d’ansia e di imbarazzo di fronte alla nostra macchina fotografica.
    La situazione è paradossale, ma il nostro disagio non fa che alimentare l’insicurezza e  il senso di inadeguatezza di chi sta posando per noi.
    Se siete timidi, la fotografia di ritratto non fa per voi!
    Chiedevi perché vi sentite a disagio nel fotografare le persone e trovate il modo di risolvere questo problema.
    L’esperienza mi ha indicato alcune cause alla base del DISAGIO DEL FOTOGRAFO :

    1. NON SI SENTE ALL’ALTEZZA
    2. TEME DI FAR PERDERE TEMPO AL SOGGETTO
    3. NON HA LE IDEE CHIARE
    4. NON HA LE CONOSCENZE TECNICHE NECESSARIE
    5. NON CONOSCE ABBASTANZA LA PROPRIA MACCHINA FOTOGRAFICA

Naturalmente, mentre stilavo questi cinque punti, me ne venivano in mente almeno altri cinque…  vorrà dire che tornerò sull’argomento, sempre che la cosa sia di vostro interesse.

 

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Mi sono abbassato all’altezza del mio soggetto. Così facendo è come se usassi il punto di vista del soggetto ritratto e permette di rendere lo scatto più intimo.

Troppo spesso chi si è avvicinato alla fotografia da poco sottovaluta l’importanza del punto di vista. Troppo spesso i principianti si accontentano della soluzione più ovvia: in orizzontale, ad altezza occhi.
Pensateci, pensateci un attimo. Quante volte avete inquadrato e scattato senza prendere in considerazione una possibile inquadratura alternativa e vi siete accontentati di scattare la vostra foto inquadrando la scena ad altezza occhi.
Non sto dicendo che scattare ad altezza occhi sia la madre di tutti gli errori, ma di sicuro è la scelta spesso più banale, più ovvia.

E allora cerchiamo di fare di più, anche perché è molto più semplice di quanto possa sembrare e porta risultati decisamente molto più soddisfacenti.

Molto spesso scattare ad altezza occhi è frutto di pigrizia. E allora vinciamola questa pigrizia.

Quando i vostri soggetti sono bambini, fate uno sforzo in più: abbassatevi. Più di ogni cosa, si tratta di ricordarsi di farlo e niente più.
Abbassandovi creerete un punto di vista diverso. Si tratterà sempre di un un punto di visto ad altezza occhi, ma non saranno i  vostri occhi e questo conferirà ai vostri scatti un significato tutto nuovo.

Abbassandovi, ritraendo un soggetto basso, è come se portaste gli occhi di chi guarda esattamente ad altezza degli occhi di chi è ritratto.

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Dal basso.
Provate a fare uno sforzo in più, ora. Provate ad abbassarvi e ad inquadrare la scena del basso. I vostri scatti assumeranno subito un significato diverso, alternativo.
Non serve sdraiarsi a terra per ottenere buone fotografia, è sufficiente abbassarsi di una ventina di centimetri, di mezzo metro, e inclinare la macchina verso l’alto.
Il mondo, inquadrato così cambia radicalmente – anche quando il soggetto inquadrato è un volto.
Inquadrando dal basso, soprattutto con focali ridotte, andiamo ad enfatizzare quello che abbiamo sotto gli occhi e se ci spingiamo al limite, arriviamo addirittura ad ottenere l’esasperazione.
Ricordatevi: se ritraete un soggetto umano da sotto, gli conferirete immediatamente un ruolo di importanza maggiore.

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Quest’inquadratura dall’alto ha prodotto uno scatto molto interessante e non banale.

Dall’alto.
Come per ciò  he riguarda l’inquadratura dal basso, anche scegliere di scattare inquadrando dall’alto conferisce ai nostri scatti un tocco alternativo.
Non serve arrampicarsi oltre modo o salire chissà quale grattacielo, bastano poche decine di centimetri per creare scatti meno banali.
Dall’alto, la scena molto spesso perde i suoi connotati reali per assumere i toni del grafismo. Ricordatevi, più in alto salite e più terrete la l’inquadratura perpendicolare al terreno, e più realizzerete scatti molto grafici – il segreto sarà tutto nella vostra capacità di riconoscere le forme geometriche nelle quali si trasformeranno gli elementi presenti nella scena inquadrata.

 

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Atmosfera da fiaba: 1500 K

Nel post precedente ho provato a spiegarvi il concetto di temperatura della luce, in questo post affrontiamo il bilanciamento del bianco e proviamo a capire come si può impostare questo parametro per ottenere RISULTATI CREATIVI.

Il parametro del bilanciamento del bianco, come abbiamo visto nel post precedente, nasce per correggere le dominanti cromatiche introdotte dalle diverse tipologie di luce, in pratica aggiunge una dominante contraria, per bilanciare la luce e riportare la cromia alla normalità.
In realtà, però, possiamo impiegare questo parametro per fini più creativi.

 

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Un tramonto più caldo: 2000 K

Aggiungere calore al tramonto
La luce del tramonto è di per sé piuttosto calda – 1500/2000 K – e il buon senso imporrebbe di bilanciare la dominante calda con una fredda, impostando il bilanciamento su 2000 K o cercando un preset adeguato (luce neon o a filamento).
Ma si sa, il buon senso non tiene conto di finalità cretative, così facendo otterremmo una foto bilanciata correttamente e nulla di più.
Provate allora a spostare il bilanciamento verso Kelvin più alti.
Se avete la possibilità di impostarli manualmente, andate a fine scala, e impostate 8000/9000 K. Se non potete impostarli manualmente, scegliete l’icona dell’ombra.
Il vostro tramonto assumerà immediatamente un’atmosfera molto più calda e più interessante – e pace per i bianchi un po’ arancioni.

Dare colore alle pelli
Personalmente scatto sempre con la macchina impostata su “nuvolo”.
E’ un vezzo che mi permette di ottenere incarnati più caldi e pelli più abbronzate.
Perché? Perché il preset “nuvolo” introduce una dominante calda che servirebbe a contrastrare l’azzurrognolo delle nubi, ma se scattiamo in condizioni normali, il risultato è una foto più calda (di poco) e quindi con pelli più piacevoli.
Chiaramente se la giornata è nuvolosa, il trucchetto non sortisce grandi effetti.

Più atmosfera alle nebbie e alle quinte di monti
Quando trovate una bella sequenza di profili di montagne all’orizzonte, non indugiate: abbassate i Kelvin delle impostazione del bilanciamento attorno ai 1500/2000 K – tungsteno o filamento, otterrete foto più fredde e un’atmosfera più interessante.

Esempi a parte, la morale che mi piacerebbe imparaste è che il bilanciamento del bianco può essere visto come un ulteriore strumento creativo – pari ai filtri che si usavano un tempo. Imparate ad impiegarlo per aggiungere un tocco di creatività, oltre che per neutralizzare una dominante fastidiosa.
A voi!

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Un incrocio trafficato, le luci del crepuscolo, un (abbozzo) di skyline… et voilà, la magia!

Una dei piccoli miracoli della fotografia è quello di regalare “effetti speciali prêt-à-porter”, soprattutto se scattiamo in condizioni di luce tenue.
E, dopo le stelle del post precedente, ecco uno tra gli effetti speciali più inseguiti e meglio apprezzati: le strisce colorate delle auto in movimento.

Preparatevi a farlo anche voi!
È semplice e, con un pizzico di buona volontà, aiutata dalla fortuna, otterrete un discreto successo.

COME SI REALIZZANO LE “STRISCE COLORATE”
Il segreto è tutto nel modo in cui la nostra macchina fotografica rende gli oggetti in movimento se scattiamo con tempi di posa lunghi.
Impostando un tempo sufficientemente lungo (tutto è relativo alla velocità con la quali i soggetti si muovono), gli elementi in movimento vengono registrati con un effetto molto suggestivo, detto anche ghosting: l’oggetto impressiona il sensore per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto, dando vita ad un’immagine vagamente eterea e mossa.
È dunque fondamentale impostare un tempo lento, ma attenzione, fate un po’ di prove, perché un tempo troppo lento farebbe addirittura scomparire il soggetto.
Ad esempio, se impostate un tempo di 1 minuto e il soggetto attraversa la scena per meno di 3/4 secondi, difficilmente resterà traccia del suo passaggio (!) – questa è un’ottima tecnica per sfoltire la gente che passeggia davanti a monumenti o edifici.

Una fonte luminosa che si muove, se fotografata con un tempo lento, produce una scia.
Ecco, segreto svelato!

COSA SERVE PER REALIZZARE LE “STRISCE COLORATE”

  • Una strada trafficata di sera
  • La vostra reflex
  • Un cavalletto
  • Uno scatto remoto o un intervallometro
  • Un po’ di pazienza e un po’ di tempo da investire

DUE MODI, UN RISULTATO.
Ci sono fondamentalmente due modi per ottenere il risultato della foto d’apertura: uno scatto unico, sequenza di scatti (montati successivamente).
Innanzitutto, sgombriamo il campo da qualsiasi possibile dubbio: entrambi i metodi sono buoni. Quale scegliere, allora? Andiamo con calma…

Entrambi i metodi sfruttano i tempi di posa lunghi, per cui è necessario che ci si munisca di cavalletto.
Prima di passare in rassegna i pro e i contro di ciascuno dei due metodi, sistemiamo la macchina sul cavalletto, componiamo l’inquadratura con estrema cura, escludiamo l’autofocus, escludiamo qualsiasi tipo di sistema per la riduzione delle vibrazioni (in questo caso, con macchina su cavalletto, non farebbe che consumare batteria inutilmente, anzi potrebbe addirittura introdurre delle vibrazioni dovute ai suoi motorini, ma soprattutto,  impostiamo la nostra reflex in manuale (M) – aiuto! Già vi vedo strabuzzare gli occhi… tranquilli, non è una pistola puntata alla tempia!

Bene, partiamo dal metodo Scatto Unico e analizziamone pro e contro.

SCATTO UNICO

  • PRO
    • basta un semplice scatto remoto – addirittura l’autoscatto della stessa macchina, se il tempo scelto è al massimo di 30″;
    • non è necessario possedere  applicazioni da usare successivamente per montare gli scatti;
    • il risultato finale è immediatamente visibile e giudicabile.
  • CONTRO
    • per ottenere un effetto pieno potrebbe essere necessario scattare con tempi anche superiori a 5 minuti e questo è possibile soltanto impostando la macchina in “bulb”;
    • per esposizioni lunghe (5/10 minuti) il sensore potrebbe aggiungere del rumore digitale, soprattutto nei modelli di reflex di fascia medio/bassa;
    • il calcolo dell’esposizione è piuttosto difficile – e sbagliarlo potrebbe costare l’attimo – fino a 30″ vi aiuta l’esposimetro incorporato, poi dovremo affidarci alla nostra capacità di calcolare gli stop che ci separano dal tempo di posa scelto e quindi impostare la corretta coppia tempo/diaframma (ad esempio, se la nostra macchina ci suggerisce che con 30″ il diaframma corretto è f.8, con 1′ sarà f.11, con 2′ f.16, con 4′ f.22 e così via…);
    • serve un briciolo di familiarità con il tempo bulli (l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che teniamo premuto il pulsante);
    • serve un cronometro per calcolare il tempo esatto.

    Passiamo ora alla Sequenza di Scatti

    SEQUENZA DI SCATTI

    • PRO
      • calcolare l’esposizione è relativamente più semplice, rispetto al metodo precedente,  perché non è necessario lavorare con tempi superiori ai 30″ e l’esposimetro della nostra macchina ci viene in aiuto;
      • possiamo riempire di strisce colorate la scena a piacimento: basterà aumentare il numero di scatti da fare in sequenza;
      • siccome il tempo di posa di ogni scatto non sarà mai molto lungo, anche con modelli di reflex meno sofisticati, otterremo scatti quasi privi di rumore;
    • CONTRO
      • è necessario munirsi di un intervallometro – uno scatto remoto un poco più sofisticato, in grado di far scattare la macchina per N volte, con un ritardo stabilito tra uno scatto e il successivo (non disperate, Phottix e Neewer producono intervallometri di tutti i generi, per tutte le marche di reflex e con costi che vanno da un minimo di 19 euro (!) ad massimo di un centinaio di euro – per i modelli superfighi wireless);
      • è necessario importare la sequenza di scatti in un programma che li trasformi in uno scatto solo (ad es. StarStaX).

    Come abbiamo visto, entrambi i metodi sono relativamente semplici.

    Qualche trucco per  lo “scatto unico”:

    •  attiviamo la riduzione del rumore per le pose lunghe;
    • copriamo il mirino con l’apposito coperchietto in plastica
    • nel caso di un’esposizione davvero lunga, impostiamo attraverso il menù della macchina, la possibilità di bloccare lo specchio durante lo scatto (controlliamo se la funzione è disponibile per il nostro modello: solitamente si chiama “Mirror Up”);
    • togliamo gli automatismi (autofocus, riduzione vibrazioni, bracketing vari, ecc.);
    • impostiamo la macchina in manuale;
    • se il tempo di posa supera i 30″, impostiamo il tempo bulb;
    • in bulb, ci serve  un cronometro o un timer per calcolare la corretta durata della posa;
    • in bulli, utilizziamo la funzione Lock (blocco) dello scatto remoto, di solito è una piccola leva posta o sopra o di fianco al pulsante di scatto. Nei piccoli scatti remoti wireless, con la macchina in bulb, un primo click apre l’otturatore, che si chiuderà soltanto con il successivo click.

    Qualche trucco per “la sequenza”:

    • disattiviamo ASSOLUTAMENTE la riduzione del rumore sulle pose lunghe o altrimenti l’intervallometro non riuscirà a pilotare correttamente la macchina,
    • usiamo l’accortezza di memorizzare le varie sequenze in cartelle diverse, risulterà più agevole montarle successivamente;
    • possiamo impostare il tempo di posa direttamente dall’intervallometro, ma questo comporterà che la macchina sia impostata su bulb;
    • possiamo impostare il tempo in macchina e impostare il ritardo tra uno scatto e l’altro con l’intervallometro  – leggiamo con attenzione le istruzioni dell’intervallometro, funzionano più o meno tutti allo stesso modo, solo che alcuni interpretano il ritardo tra uno scatto e l’altro in maniera assoluta, mentre altri lo sommano al tempo di esposizione impostato in macchina e questo potrebbe complicare un po’ le cose, in questo caso per ottenere uno scatto ogni 2″ con un tempo di 20″, dovremo impostare un ritardo di 22″ (2+20);
    • impostiamo la macchina in scatto continuo (soprattutto se i tempi di posa sono piuttosto brevi e il ritardo tra uno scatto e l’altro minimo);
    • impostiamo ritardi di 1″ 1,5″ al massimo.

    Personalmente preferisco scattare una sequenza e poi montarla successivamente: mi dà più flessibilità nel riempire la scena con più scie e arrivare all’esposizione voluta è un gioco da ragazzi.
    Fondamentale, nelle foto notturne di scie luminose è la composizione. Dedichiamoci molta cura. A poco serviranno mirabolanti scie colorate, se la nostra scena sarà composta malamente!

    Per i malati dei dati di scatto, la foto d’apertura è il risultato di una sequenza da 20 scatti, ognuno dei quali impostato a ISO 100, 25″, f.11 (in realtà ho anche montato un filtro ND variabile e ho ridotto la luminosità della scena di 8 stop, perché temevo che se avessi aspettato l’ora giusta per ottenere quel cielo, cioè circa le 21, l’incrocio sarebbe risultato ormai sgombro dal traffico serale).

    E ora fuori, la notte è lunga, ma non infinita.


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AF Singolo e un po' di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

AF Singolo e un po’ di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

Durante l’ultimo workshop ho dovuto affrontare il problema della messa a fuoco automatica – o meglio, ho dovuto cercare di risolvere con una delle partecipanti il dilemma di come trovare il sistema migliore per mettere a fuoco quello che interessa a noi e non alla macchina (!)

Imparare come funziona il sistema di autofocus della nostra reflex e quante e quali modalità diverse ci mette a disposizione è un aspetto di vitale importanza, se non vogliamo sprecare scatti.

Saltiamo a piè pari la teoria dietro il funzionamento dell’autofocus e buttiamoci nella pratica…

Innanzitutto la capacità di mettere a fuoco in automatico dipende essenzialmente da tre fattori:

  • la luce disponibile
  • il contrasto
  • il movimento del soggetto (o della macchina)

PREMESSA: l’autofocus si attiva premendo il tasto di scatto fino a metà corsa. Esistono modalità singole, dove ogni volta che vogliamo mettere a fuoco dobbiamo premere il pulsante di scatto a metà, e modalità continue, dove, tenendo il pulsante  premuto, la macchina continua a mettere a fuoco.

Qualche volta però mettere a fuoco correttamente in automatico può risultare un’operazione più complessa di quanto non si possa credere e spesso la scena inganna il cervello della macchina, che magari mette perfettamente a fuoco lo sfondo e sfoca miseramente il nostro soggetto.

Questo succede quando, ad esempio, la scena è scarsamente illuminata, o il soggetto è in ombra rispetto ad uno sfondo molto chiaro. In alcune modalità multipunto, la nostra reflex può venire ingannata nel caso di un soggetto fermo e di uno sfondo ricco di elementi che si muovono – in questo caso il sistema AF multipunto legge i movimenti sullo sfondo e continua ad adattare la messa a fuoco, senza però sapere che è nostra intenzione concentrarci sull’unico elemento fermo della scena (!).

Nella messa a fuoco multipunto possiamo, usando di solito un comando che è posto sul dorso, spostare manualmente il punto attivo (o il gruppo di punti attivi) e quindi scegliere con cura dove prendere il fuoco. Costa un po’ di pratica, ma paga, fidatevi.

Ma non è tutto. Le macchine moderne ci offrono la possibilità aggiornare automaticamente la messa a fuoco fin tanto che teniamo il tasto di scatto a metà corsa – sempre che si abbia scelta una modalità continua.
Esistono poi modalità automatiche molto sofisticate che analizzano la scena inquadrata a decidono per noi cosa su cosa mettere a fuoco.
Personalmente le sconsiglio, possono risultare molto pratiche, ma sono troppo spesso causa di pasticci.
Ognuno però sperimenti e scelga il modo che più lo mette a suo agio.
Su molti aspetti della fotografia il manuale d’uso che troviamo nella confezione ci aiuta davvero poco, ma nel caso dell’autofocus, mai libricino sa essere utile ed esauriente. Per cui…  leggerlo con attenzione, capire quali modalità offre il nostro modello, come impostarle, dove si trovano i comandi per passare rapidamente da una modalità all’altra, ecc., ecc., ecc…

Vediamo ora quali sono le modalità più diffuse e cerchiamo di capire rapidamente quando usarle

 

Menu-Autofocus06-Selettore-dorso-DSLR

Modalita AF singola

Di solito viene indicata con il simbolo evidenziato.
Siamo noi che scegliamo qual è il punto in cui la macchina metterà a fuoco – il punto lo possiamo spostare tra quelli disponibili (il numero e la disposizione dei punti varia da modello a modello e da marca a marca, 4, 9, 13 e così via).

Vantaggi:

  • massimo controllo da parte del fotografo
  • autofocus più rapido
  • messa a fuoco più precisa

Svantaggi

  • Se il soggetto si sposta, siamo costretti a rimettere a fuoco.
  • serve un po’ di pratica per scegliere il punto o spostarsi tra i vari punti (ma la pratica fa bene!)

Quando usarla: la modalità AF singola è perfetta se il nostro soggetto non si muove – ma se anche si muove, con un po’ di pratica… insomma, avete capito.

 

 

multicam_3500Modalità AF dinamica

È una variante sofisticata della AF singola.
L’AF dinamica ci lascia sempre la possibilità di scegliere un punto preciso per la messa a fuoco, ma anziché concentrarsi solamente sul solo punto scelto, il sistema di messa a fuoco lo circonda con un gruppo di punti sensibili e nel caso il soggetto si sposti, la macchina sceglie automaticamente il punto migliore vicino a quello principale – scelto da noi – all’interno dell’area dinamica – di solito evidenziata nel mirino.
La figura mostra appunto il mirino con il punto scelto (in rosso) e l’area coperta dall’autofocus (punti in nero).

Vantaggi:

  • buon controllo
  • il soggetto può anche muoversi nella scena
  • molto utile quando combinata con la modalità continua – è possibile seguire con precisione il soggetto anche se si muove rapidamente o in maniera non proprio prevedibile (ad es. sport o foto di fauna)

Svantaggi:

  • li sistema  qualche volta viene ingannato
  • autofocus meno rapido
  • in modalità continua può mangiare un po’ di batteria di troppo

Quando usarla: quando il soggetto potrebbe spostarsi nella scena, ma attenzione allo sfondo, può fregare il cervello sofisticato della nostra reflex molto più facilmente e frequentemente di quanto possiamo credere.

 

 

Modalità AF automatica

Lo dice il nome! La macchina fa tutto.
Il numero di punti di messa a fuoco dipende dal modello di macchina… serve che lo dica!? NON È LA MIA MODALITÀ, non ci lascia molto da scegliere.
Per cui… non la scelgo.
Vantaggi:

  • utile in situazioni molto rapide e con molti soggetti in movimento, scene complesse

Svantaggi

  • dipendiamo totalmente dal software della macchina – intendiamoci, con gli algoritmi di riconoscimento dei volti e tutte le altre amenità tecnologiche caricate sulle reflex moderne, nell’80% dei casi funziona in modo soddisfacente, ma io resto dell’idea che lo scatto buono potrebbe essere nel restante 20% e l’idea di portarlo a casa sfocato non mi rende per nulla felice

Quando usarla: durante un attacco di pigrizia irresistibile, per sbaglio o se abbiamo seriamente deciso di non volere imparare a fotografare sul serio (ah ah ah) – no, scherzo. Usatela se fotografate in situazioni che richiedono molta rapidità.

 

 

NOTE DI CODA
Qualsiasi modalità si scelga, IN AUTOFOCUS LA NOSTRA MACCHINA SCATTERÀ SOLTANTO QUANDO IL SOGGETTO È EFFETTIVAMENTE A FUOCO. Per cui in situazioni di illuminazione scarsa o di contrasto povero, la macchina continuerà a cercare di mettere a fuoco (spesso senza riuscirci) e fin tanto che ci proverà, noi non riusciremo a scattare! CONSIGLIO: se succede, disattivate l’autofocus e passate alla messa a fuoco manuale – in manuale si scatta sempre (fin tanto che c’è batteria!)

Dove trovo il selettore dell’autofocus: di solito vicino all’aggancio dell’obiettivo (un piccolo selettore)

Dove trovo le modalità diverse di AF: di solito sul dorso, sicuramente nelle voci del menù (cercate AF o Autofocus)

Impostato sulla macchina, l’AF va impostato anche sull’obiettivo!

In un prossimo post mi occuperò della messa a fuoco continua e della messa a fuoco singola. 

 

 

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