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Posts Tagged ‘fotografare per hobby’

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Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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Mi sono abbassato all’altezza del mio soggetto. Così facendo è come se usassi il punto di vista del soggetto ritratto e permette di rendere lo scatto più intimo.

Troppo spesso chi si è avvicinato alla fotografia da poco sottovaluta l’importanza del punto di vista. Troppo spesso i principianti si accontentano della soluzione più ovvia: in orizzontale, ad altezza occhi.
Pensateci, pensateci un attimo. Quante volte avete inquadrato e scattato senza prendere in considerazione una possibile inquadratura alternativa e vi siete accontentati di scattare la vostra foto inquadrando la scena ad altezza occhi.
Non sto dicendo che scattare ad altezza occhi sia la madre di tutti gli errori, ma di sicuro è la scelta spesso più banale, più ovvia.

E allora cerchiamo di fare di più, anche perché è molto più semplice di quanto possa sembrare e porta risultati decisamente molto più soddisfacenti.

Molto spesso scattare ad altezza occhi è frutto di pigrizia. E allora vinciamola questa pigrizia.

Quando i vostri soggetti sono bambini, fate uno sforzo in più: abbassatevi. Più di ogni cosa, si tratta di ricordarsi di farlo e niente più.
Abbassandovi creerete un punto di vista diverso. Si tratterà sempre di un un punto di visto ad altezza occhi, ma non saranno i  vostri occhi e questo conferirà ai vostri scatti un significato tutto nuovo.

Abbassandovi, ritraendo un soggetto basso, è come se portaste gli occhi di chi guarda esattamente ad altezza degli occhi di chi è ritratto.

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Dal basso.
Provate a fare uno sforzo in più, ora. Provate ad abbassarvi e ad inquadrare la scena del basso. I vostri scatti assumeranno subito un significato diverso, alternativo.
Non serve sdraiarsi a terra per ottenere buone fotografia, è sufficiente abbassarsi di una ventina di centimetri, di mezzo metro, e inclinare la macchina verso l’alto.
Il mondo, inquadrato così cambia radicalmente – anche quando il soggetto inquadrato è un volto.
Inquadrando dal basso, soprattutto con focali ridotte, andiamo ad enfatizzare quello che abbiamo sotto gli occhi e se ci spingiamo al limite, arriviamo addirittura ad ottenere l’esasperazione.
Ricordatevi: se ritraete un soggetto umano da sotto, gli conferirete immediatamente un ruolo di importanza maggiore.

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Quest’inquadratura dall’alto ha prodotto uno scatto molto interessante e non banale.

Dall’alto.
Come per ciò  he riguarda l’inquadratura dal basso, anche scegliere di scattare inquadrando dall’alto conferisce ai nostri scatti un tocco alternativo.
Non serve arrampicarsi oltre modo o salire chissà quale grattacielo, bastano poche decine di centimetri per creare scatti meno banali.
Dall’alto, la scena molto spesso perde i suoi connotati reali per assumere i toni del grafismo. Ricordatevi, più in alto salite e più terrete la l’inquadratura perpendicolare al terreno, e più realizzerete scatti molto grafici – il segreto sarà tutto nella vostra capacità di riconoscere le forme geometriche nelle quali si trasformeranno gli elementi presenti nella scena inquadrata.

 

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L’incisione magica di un 85mm fisso: l’obiettivo fisso ideale per i ritratti

La prima volta che inciampai nel concetto di obiettivo fisso, la mia reazione fu: ma perché diavolo dovrei spendere più soldi per avere qualcosa di molto limitato, quando con il mio zoom faccio praticamente tutto!?

Ero giovane, inesperto e badavo – un po’ superficialmente – alla sostanza.

Crescendo, come fotografo, ho avuto modo di apprezzare personalmente il bello di scattare con un obiettivo fisso – quello che gli anglofoni chiamano “prime lens”: la qualità dell’immagine in generale, l’incisione, i diaframmi aperti, gli sfocati sontuosi, l’assenza di vignettattura, la qualità delle lenti e molto, molto altro ancora che giustifica il prezzo spesso elevato da pagare.

Scegliere di acquistare una prime lens non è un passo che si può sottovalutare.

Il primo problema con le prime lens è il loro costo, decisamente più elevato rispetto agli zoom di fascia bassa o media.

Il secondo problema – meno pragmatico, se vogliamo, ma non meno ansiogeno – si riassume in una semplice domanda: che obiettivo mi compro?

Ecco un metodo molto pratico per rispondere a questa seconda annosa questione e, una volta superato superato lo shock  economico, scegliere con tranquillità l’obiettivo fisso che fa per noi sarà molto più facile.

Già, perché parte del problema è proprio insito in questa semplice, semplicissima domanda: che focale scelgo?

Ecco come fare, in cinque semplici mosse:

  1. Montiamo uno zoom che possediamo
  2. Fissiamo una lunghezza focale sulla ghiera
  3. Usciamo a scattare e per una settimana non spostiamo MAI la ghiera della focale.
  4. Fotografiamo i soggetti che ci sembrano più congeniali, quelli che fotografiamo più spesso, o quelli che ci danno maggiore soddisfazione, utilizzando  le tecniche che meglio conosciamo e impariamo a spostarci noi, anziché a modificare la lunghezza focale.
  5.  Ripetiamo l’esercizio con altre focali,

Il mio consiglio è di provare con 50mm, 85mm e 28mm. Non limitiamoci ad analizzare gli scatti, a dire questo mi piace di più, questo mi piace meno… concentriamoci sulle sensazioni mentre scattiamo, sulle difficoltà e su come le difficoltà le abbiamo aggirate e risolte.

Ssembrerà un esercizio banale, ma al termine delle tre settimane avremo un’idea molto precisa di qual’è la prime lens che fa per noi e, una volta ridotto il campo delle focali entro quali scegliere, il resto sarà soltanto un problema di tasca – 😦


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Nessun fotografo è uguale ad un altro e non esistono ricette buone per tutti in grado di farci migliorare. Esistono però alcune piccole abitudini che ci possono aiutare a crescere, soprattutto se messe in pratica con una certa insistenza.

  1. DAMIOCI AL MANUALE
    Il rischio è suonare piuttosto ovvi, ma abituarci ad esporre in manuale sempre con maggior frequenza ci aiuta ad assimilare le operazioni relative all’impostazione di tempo e diaframma, fino a farle diventare una sorta di automatismo.
    Scattare in manuale, oltre naturalmente a garantirci il massimo controllo , ci obbliga a pensare ad ogni scatto e ad analizzare tutti i parametri a nostra disposizione.
    Farlo con regolarità ci farà diventare più rapidi e più precisi.
    Lo considero un ottimo esercizio per migliorare la nostra tecnica e la nostra reattività nei confronti della scena. Molti fotografi esperti ammettono candidamente di preferire una delle due modalità semi-automatiche al manuale puro. Non c’è nulla di male! Ma scattare in manuale è un ottimo banco di prova, per cui: impariamo a scattare in manuale con una certa maestria e poi scegliamo pure la modalità con la quale ci troviamo meglio.
  2. CIMENTIAMOCI CON LE FOCALI FISSE
    Faccio una premessa: sono un fanatico degli zoom, che, soprattutto in viaggio mi aiutano a coprire al meglio la gamma delle focali, ma sarei un idiota nel non riconoscere la superiorità qualitativa di un’ottica fissa – chiamata in gergo anche prime lens.
    Sforzarsi, però, di scattare con ottiche fisse ci obbliga a rivedere un po’  il nostro modo di fotografare.
    Con un’ottica fissa, siamo costretti a sperimentare inquadrature alternative e questo ci costringe a pensare di più e ad abbandonare un po’ tutte quelle situazioni di estremo comfort che imbrigliano la nostra curva di apprendimento e di miglioramento.
    Con un’ottica fissa, siamo costretti a muoverci maggiormente dentro e fuori il perimetro della scena – non c’è la ghiera dello zoom che stringe o allarga il campo di ripresa!
    Inoltre, lavorando con ottiche fisse, ci si fa un’idea molto più precisa dell’influenza della focale sulla profondità di campo e su come viene resa la prospettiva.
  3. AFFIDIAMOCI AGLI ISTOGRAMMI
    Non fate quella faccia. So che, soltanto a nominarli, a molti di noi si rizzano i capelli in testa. Eppure se imparassimo a fidarci più di quelle barrette e meno del visore, otterremmo fotografia decisamente meglio esposte.
    Gli istogrammi altro non sono che la rappresentazione del numero di pixel in corrispondenza dei diversi valori di luminosità.
    Ma siccome gli istogrammi rappresentano con precisione la distribuzione dei valori di luminosità del nostro scatto, sono il solo vero strumento per valutare l’esposizione. Controllare il visore può sembrare una soluzione efficace, ma i piccoli display sul dorso delle nostre reflex sono poco affidabili per ciò che riguarda l’effettiva esposizione – vanno benissimo per capire se abbiamo composto correttamente.
    Ecco perché è un ottimo esercizio imparare a leggere gli istogrammi, soprattutto per ottenere lo scatto voluto al primo colpo.
  4. ANDIAMO OLTRE IL BILANCIAMENTO DEL BIANCO AUTOMATICO 
    Il bilanciamento del bianco automatico solitamente funziona bene in quasi tutte le occasioni, ma imparare ad andare oltre ci aiuta a capire meglio come la nostra macchina fotografica ragioni in fatto di luce e colori.
    La luce difficilmente è neutra, pensiamo ad esempio a quella emanata da una candela e confrontiamola con quella che invece potremmo incontrare in una giornata  nuvolosa. La prima è calda e gialla, la seconda è fredda e azzurrognola. Il colore della luce influisce sulla percezione del colore degli oggetti che la luce stessa investe.
    Un vestito bianco illuminato da una candela assume un tono aranciato, mentre se venisse illuminato da una luce filtrata da pesanti nubi grigie, virerebbe immediatamente al bluastro.
    Ciò nonostante, quella macchina perfetta che è il nostro cervello, non si lascia ingannare dalla dominante di colore introdotta dalla luce e rapidissimamente, ed in modo del tutto istintivo, si reimposta in modo da percepire i colori correttamente, superando in modo brillante l’ostacolo della dominante.
    La nostra reflex no – o meglio lo fa più o meno correttamente se impostiamo il bilanciamento del bianco automatico.
    Altrimenti, per riportare le cose sul binario corretto, in corrispondenza di una certa dominante introdotta dal colore della luce, la macchina aggiunge una dominante contraria. Ad esempio, nel caso della candela – dove la luce introduce una pesante dominante arancione – la macchina, per ripristinare la normalità, aggiunge del blu.
    E così, nel caso di una luce fredda, ad esempio uno scatto durante una giornata nuvolosa, la macchina bilancia gli azzurri introdotti dalla luce, aggiungendo dell’arancione.
    I pavidi posso continuare a muoversi nella comfort zone del bilanciamento automatico, noi altri possiamo invece provare a sperimentare bilanciamenti diversi, prima magari partendo dai vari preset presenti su ogni macchina, cercando di leggere la luce di accoppiare l’impostazione corretta, ma possiamo anche spingerci oltre e sperimentare un uso del bilanciamento del bianco decisamente più creativo.
    Se la nostra macchina ci permette di impostare la temperatura del colore (espressa in gradi Kelvin – K) proviamo a scattare un tramonto (luce molto calda) dicendo alla macchina che invece si tratta di una scena illuminata da una luce freddissima (ad es. 12.000 K). La macchina correggerà la dominante aggiungendo dell’arancione e teoricamente si tratterebbe di un errore, ma noi torneremmo a casa con uno dei tramonti più caldi e vibranti mai scattati.
  5. IMITIAMO – ma con moderazione
    Scegliamo un fotografo che ammiriamo e proviamo a scattare imitandone lo stile e cercando di replicarne la tecnica.
    È un buon esercizio, ma non abusiamone: non vogliamo tramutarci in cloni, in gente che scatta come … Noi siamo noi e anche nella pratica fotografica dobbiamo tendere a trovare la nostra voce – magari passando per qualche sana imitazione, se ci aiuta a crescere.

 

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L’acqua può trasformarsi in un nemico mortale. Usiamo sempre la massima circospezione nel muoverci dentro e attorno all’acqua.

Da quando maneggio una reflex – e credetemi ormai i decenni si cominciano a contare a multipli di due… ma solo perché ho iniziato presto, molto presto (!) – ho sempre avuto la sensazione che la mia macchina fotografica fosse un oggetto di grande valore ed estremamente delicato.
In parole povere, ho sempre temuto che la mia amatissima reflex potesse danneggiarsi. Mi rendo conto che là fuori esiste un esercito di fotografi, anche non alle prime armi, che sviluppa un sentimento diametralmente opposto al mio.
Non fraintendetemi, non sono uno che risparmia le proprie macchine fotografiche e che conserva con la pellicola protettiva trasparente, tutt’altro: le uso, ma le rispetto e faccio di tutto per proteggerle.

Nella mia esperienza pratica ho individuato 5 nemici mortali per le nostre macchine fotografiche.
Nemici micidiali, che possono danneggiarle seriamente.
Voglio condividere con voi questo elenco di ammazza-reflex nel tentativo di sensibilizzarvi – nel caso ce ne fosse bisogno – sul fatto che le nostre macchine fotografiche sono meravigliosi oggetti in grado di aiutarci a realizzare alcuni piccoli nostri sogni, motivo per il quale andrebbero sempre trattate con il massimo del riguardo.

  1. SABBIA
    Forse il nemico pubblico numero uno delle nostre reflex.
    Insidioso, proprio perché ognuno di noi si immagina quanto danno possa causare la sabbia nei sensibili meandri tecnologici delle nostre macchine.
    Se posso essere sincero, non c’è cosa che mi spaventi più della sabbia all’interno delle mie reflex o dei miei obiettivi.
    Le reflex sono costituite da fragili parti mobili e niente è più abrasivo ed incrostante come la sabbia.
    Non ci sono rimedi sicuri al 100% – forse soltanto quello di non portare la macchina in spiaggia o nel deserto, ma possiamo limitare la nostra creatività in questo modo così definitivo!? Io dico di no!
    Il consiglio più ovvio è quello di girare la manopola dell’attenzione al massimo ogni volta che ci troviamo a che fare con la sabbia, ma siccome l’attenzione non è sufficiente, potrebbe essere molto utile dotarci di uno di quei soffietti dotati di spazzolino – controlliamo sempre che le setole siano sufficientemente morbide.
    Il rimedio più semplice per evitare che la sabbia graffi le lenti esterne dei nostri obiettivi e quello di dotarli tutti di un filtro UV o Skylight: poca spesa, grandissima resa.
    Se pianifichiamo un giro nel deserto, teniamo a portata di mano un paio di quelle buste di pvc trasparente (quelle per congelare gli alimenti), infiliamoci la macchina, operiamo un foro largo il giusto per far sbucare l’obiettivo e scattiamo con molta attenzione.
    Manfrotto produce un comodo – e costoso – involuco trasparente, studiato per la pioggia, ma che all’evenienza si dimostra piuttosto pratico, decisamente più pratico delle buste trasparente, ma con un impatto economico del tutto diverso.
    Limitiamo al minimo i cambi di obiettivo. Niente attira i granelli di sabbia come un sensore. Minore il numero di cambi di lente e minore è il rischio di incamerare il deserto del Sahara nella nostra reflex.
    Qualsiasi sia stato il risultato, dopo una vacanza prolungata in spiaggia o un viaggio nel deserto, portiamo a pulire la nostra macchina in un centro professionale – per carità, NON FACCIAMOLO NOI! Saranno i soldi meglio spesi.
  2. ACQUA & UMIDITA’
    Ed ecco il nemico pubblico numero due: l’acqua.
    Il grado di sigillatura offerto dagli ultimi modelli, anche quelli di fascia meno alta, è decisamente salito, ma non mi sembra un buon motivo per dare il via ad un test di resistenza all’umidità e all’acqua.
    Buona regola pratica: QUANDO PIOVE, RIPONIAMO LA NOSTRA REFLEX, a meno che non sia protetta.
    Va da sé: EVITIAMO DI LASCIAR CADERE LA NOSTRA MACCHINA NELL’ACQUA: l’acqua ha un potere distruttivo immediato nei confronti degli indifesi circuiti stampati che sono il cuore delle nostre moderne macchine fotografiche.
    Approcciamo fiumi, laghi e mare con estrema consapevolezza del fatto che un involontario bagno potrebbe tradursi in una tragedia immediata ed irrimediabile.
    Prima di avventurarci in un fiume, oltre la battigia, in un lago, assicuriamoci sempre che la macchina sia saldamente agganciata allo strap e facciamo come quando eravamo pivelli principianti: passiamoci lo strap attorno al collo.
    Muoviamoci con cautela e pensiamo sempre a quello che teniamo in mano.
    Un UV o Skylight, saprà proteggere l’obiettivo dalla pioggia e dall’acqua.
    L’umidità merita una riflessione a parte, soprattutto il passaggio repentino da un ambiente climatizzato e ragionevolmente secco (leggi auto con aria condizionata a palla) ad un ambiente umido e caldo (leggi paese sub-tropicale o simile), che rischia di rendere la nostra macchina e i nostri obiettivi praticamente inutilizzabili per svariate decine di minuti – nonostante pensi di avere acquisito una certa esperienza sul campo, devo ammettere che ci sono cascato nuovamente poco meno di un mese fa, uscendo da un van climatizzato per immortalare il Taj Mahal all’alba, peccato che l’escursione termica fosse attorno ai 15 gradi e la differenza di umidità tra dentro e fuori fosse oltre il 50%, risultato: obiettivi appannati, mirino appannato, filtri appannati e io… appannato e incazzato.
    Per limitare questo inconveniente, che è sì passeggero, ma che è fastidiosissimo, possiamo provare a chiudere la macchina con l’obiettivo montato in una di quelle buste dotate di valvola per l’aria e possiamo provare a risucchiare l’umidità – lo stratagemma non è detto che funzioni sempre, però.
    Il rimedio ovvio, ma che spesso non abbiamo a portata di mano quando serve, è quello di mettere nella borsa una di quelle pezze in microfibra per pulire le lenti degli occhiali e munirsi di tanta, tanta, tanta pazienza.
  3. POLVERE
    La polvere si pone sullo stesso livello della sabbia e dell’acqua, e, anche se non graffierà le parti mobili delle nostre reflex, come la sabbia, e non cortocircuiterà l’elettronica, come l’acqua, a lungo andare potrà causare danni più o meno ingenti, soprattutto al sensore.
    L’antidoto è di semplice impiego: SE L’AMBIENTE E’ MOLTO POLVEROSO, RIPONIAMO LA MACCHINA NELLA BORSA OGNI VOLTA CHE PENSIAMO DI NON UTILIZZARLA PER UN CERTO TEMPO  E LIMITIAMO I CAMBI DI OBIETTIVO.
    Con una certa frequenza  avviamo la procedura di pulizia del sensore e, una volta rientrati, portiamo la nostra macchina in un centro professionale per una pulizia più profonda. Il solito filtro UV o Skylight terrà lontana la polvere dalle ben più costose superfici delle lenti dei nostri obiettivi.
  4. SALE
    L’acqua salmastra è paragonabile al vetriolo. Il sale contenuto nell’acqua di mare – ma anche nell’aria in riva al mare – è altamente corrosivo.
    Se ci invitano in barca e non siamo muniti di nessuna protezione (nemmeno di un semplice sacchetto di plastica), pensiamoci più e più volte prima di tirare fuori la macchina fotografica.
    Evitiamo anche di lasciare per lungo tempo la macchina fotografica esposta all’aria salmastra, ricordiamoci di riporra al sicuro della borsa, se pensiamo di non usarla per tempo prolungato.
    Dopo una giornata passata a scattare in riva al mare o in barca, puliamo con cura il guscio della nostra macchina – in commercio si trovano svariate soluzioni spray. Usiamo una pezza in microfibra o delle salviettine morbide – assolutamente NON imbevute! EVITIAMO NEL MODO PIÙ DI PASSARLE SULLE PARTI INTERNE DELLA MACCHINA!
    Anche in questo caso un filtro UV o Skylight ci aiuterà a proteggere le lenti dall’azione devastante del sale.
    Evitiamo di cambiare frequentemente gli obiettivi. Limitiamo anche la sostituzione delle batterie e delle card.
    Quando non scattiamo teniamo la macchina ben protetta nella borsa o sotto un giubbotto impermeabile.
    Prevediamo SEMPRE spruzzi e ondate, posizioniamoci con saggezza, soprattutto se non abbiamo la giusta attrezzatura per proteggere la nostra reflex.
  5. COLPI & CADUTE
    L’incubo di tutti i fotografi – e il mio in particolare. Far cadere la macchina o farla urtare.
    Quando abbiamo la macchina fra le mani, FACCIAMO SOLTANTO MOSSE CONSAPEVOLI – anche se può capitare di non riuscirci sempre (sigh!).
    Alcuni modelli – soprattutto quelli di fascia alta – vengono progettati con gusci in grado di assorbire i colpi, la maggior parte, ahimè, no! Per cui abituiamoci sin dal primo giorno a trattare la nostra reflex con ESTREMA CURA, alla stregua di un prezioso e delicato calice di cristallo.
    Usiamo SOLO borse fotografiche con gli interni imbottiti. Assicuriamoci SEMPRE di aver chiuso completamente le cerniere della nostra borsa – può sembrare inverosimile, ma la maggior parte degli incidenti evitabili sono causati da borse appoggiate a terra con le cerniere aperte… andiamo sicuri, afferriamo la maniglia o lo spallaccio e la borsa si apre sotto i nostri occhi, rovesciando a terra il prezioso contenuto.
    Quando passiamo la nostra reflex a qualcun altro, sottolineiamo l’azione con una semplice domanda, “ce l’hai?”, e non molliamo la presa fino a che non riceviamo un cenno di riscontro. Lo so può sembrare pedante o superfluo, ma ci aiuta a salvare attrezzatura… e amicizia.
    Quando una macchina cade, non è detto che subisca danni irreparabili, ma nel caso sfortunato ci succedesse, vi consiglio di portarla a controllare successivamente, anche se non sono presenti danni visibili.
    E così anche per i nostri obiettivi, che addirittura si dimostrano più indifesi nei confronti di urti e cadute.
    La prima protezione per gli obiettivi ce la può dare un filtro UV o Skylight: molto meglio scheggiare o frantumare la lente di un filtro, anche se in commercio ne esistono di modelli di altissima qualità che arrivano a costare anche 60 euro, piuttosto che segnare la lente esterna di un obiettivo.

Ne avevo promessi cinque e cinque ne ho elencati, anche se, mentre buttavo giù questo post, me ne venivamo in mente almeno un altro paio, magari ci torneremo sopra – basta elencare sfighe!

Un ultimissima considerazione: SE AMIAMO LA FOTOGRAFIA, NON POSSIAMO NON AMARE LA NOSTRA MACCHINA FOTOGRAFICA, CHE LA RENDE POSSIBILE: TRATTIAMO CON LA DOVUTA CURA, CI RIPAGHERÀ.

 

 

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verso il felik

Colori adiacenti sulla ruota producono immagini armoniose. In questo scatto, fatto sul ghiacciaio del Castore, la palette dei colori è costruita sulle tonalità dell’azzurro e del blu. Notate come è evidente il contrasto, invece, tra le nuvole gialle e arancio e il blu del cielo?

Per imparare a fotografare, bisogna imparare a vedere.
Tutti guardiamo, qualcuno vede. E per imparare a fotografare, dobbiamo imparare a vedere.
La fotografia scrive con la luce e trasforma il mondo a tre dimensioni in un mondo bidimensionale, perfettamente circoscritto all’interno del perimetro del formato.
Se vogliamo cimentarci in qualche forma di fotografia che non sia il semplice inquadra-scatta, dobbiamo imparare a vedere.

Imparare a vedere significa imparare a riconoscere le forme implicite di ciò che ci circonda – perché la macchina schiaccerà le tre dimensioni come un sofisticato bulldozer, producendo una realtà di sole due dimensioni. Per cui siamo chiamati ad imparare a riconoscere linee immaginarie, così come siamo chiamati ad imparare a cogliere il rapporto tra i colori, perché nella nostra realtà schiacciata, le forme e le linee avranno dei colori.
Imparare a vedere può essere un processo lungo, che di sicuro richiede un po’ di volontà e anche la consapevolezza che non tutto riuscirà subito, al primo click. Si impara a vedere gradualmente, sperimentando, giocando con gli occhi e con la fantasia e, fortunatamente, non si smette mai di farlo.

Mettiamo da parte per un attimo linee e forme e proviamo a partire dai colori.

Miglioriamoci usando il colore.
Uno dei più grandi errori, tipici di chi comincia, è dare i colori delle nostre fotografie per scontati.
Se ci limitiamo alla pratica dell’inquadra-scatta, purtroppo sarà sempre così. Ma se introduciamo una fase fondamentale e trasformiamo il nostro approccio fotografico da inquadra-scattapensa-inquadra-componi-scatta  tutto cambia e nulla è davvero più così scontato, neppure il colore.
In questa nuova modalità – non cerchiamola sulla nostra reflex, perché è nella nostra testa – possiamo anche pensare di ribaltare il processo (creativo) e partire dal colore, sceglierne gli abbinamenti, e poi scattare. Proviamo…

Contrasto o armonia?
Ogni colore, all’interno dell’inquadratura, influenza ed è influenzato dagli altri colori presenti.
Senza gironzolare ed addentrarci troppo nella teoria del colore è bene che fissiamo un concetto decisamente fondamentale: il nostro scatto è fortemente influenzato dai colori presenti e l’accostamento dei colori determina il tono della nostra fotografia.

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Qui a fianco è rappresentata la RUOTA DEI COLORI, l’ho detto più volte, ma in questo post dedicato ad imparare a vedere, credo che sia importante partire dalle basi: partiamo dai colori, partiamo da questo semplice, ma utilissimo, modo di rappresentarli.

I colori interagiscono tra di loro in modo diverso e questa ruota ci aiuta a capire come.
Il nostro primo obiettivo è imparare ad usare gli accostamenti cromatici e piegarli al servizio del nostro scatto. In buona sostanza è proprio questo il significato di imparare a vedere i colori.

Dobbiamo imparare che i colori contrapposti tra loro sulla ruota – ad esempio viola e giallo – danno vita ad accostamenti molto contrastanti e gli accostamenti ricchi di contrasto, di solito, si traducono in scatti vibranti, spesso azzeccati, qualche volta memorabili, di sicuro mai scialbi.

Cerchiamo dunque gli accostamenti giusti prima e scattiamo poi. È un ottimo esercizio che può aiutarci a migliorare.

Usciamo e diamoci da fare, sperimentiamo con coppie di colori contrastanti:

  • verde vs. rosso
  • blu vs. arancio
  • viola vs. giallo
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Il folliate nel New England è un classico. il verde acceso dell’erba offre il massimo contrasto con il rosso vivo delle foglie. Colori opposti sulla ruota.

Bene, ora rientriamo e torniamo alla nostra ruota (magica) del colore, abbandoniamo i contrasti e proviamo a creare l’armonia. Questa è la forza della fotografia, ci permette di crearne una realtà tutta nostra, che della realtà prende soltanto in prestito gli elementi, ma per nascere, la nostra realtà, ha bisogno di occhi allenati, capaci di vedere, capaci di selezionare, scegliere, includere ed escludere – non spaventatevi, se avete appena iniziato, col tempo tutto vi sembrerà più naturale e anch’io meno sconclusionato…

Abbiamo visto come interagiscono colori contrapposti, impariamo ora, invece, che i colori vicini tra loro sulla ruota – ad esempio azzurro e verde – danno vita ad accostamenti morbidi e gli accostamenti morbidi, se usati con una certa creatività e una certa astuzia, producono scatti eterei, carichi di poesia, ricchi di atmosfera (non aggiungo altro, ma potreste provare a stupire gli amici usando solamente qualche accostamento cromatico… paraculo)

Per cui usciamo di nuovo e sperimentiamo qualche scatto (non siate tirchi!) con colori adiacenti:

  • gli azzurri e i blu
  • gli azzurri e i verdi
  • giallo, arancione e rosso 
  • rosso e rosso mattone
  • viola e blu
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La statua del buddha di Hemis, in Ladakh. La palette predominante è di colori adiacenti tra loro: rosso, arancione, giallo, bronzo, oro, ciò determina uno scatto cromaticamente armonico – non lasciatevi fuorviare dalla saturazione, i colori lavorano in armonia

Come primo passo verso l’arte di vedere, può bastare così, ci torneremo presto, perché se la tecnica la può imparare anche un mulo, diceva il mio amico Pietro Donzelli, è il resto che fa la differenza tra uno che scatta foto e un fotografo – in inglese suona meglio “you can take a picture or you can MAKE a picture.

In questo post ho provato a raccontarvi che , partendo dai colori e non arrivandoci (per caso), avremo fatto un piccolo passo nel cammino che ci porta ad imparare a vedere.

Vi va di fare qualche prova sul campo?
Molto bene… uscite e imponetevi di partire dai colori – per il momento il soggetto consideratelo secondario.
Cominciate col fare quattro scatti con soggetti dai colori contrastanti e poi altri quattro dove i colori presentano una certa armonia… e se vi va, mandatemeli o postateli come commento. Impariamo a vedere!

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AF Singolo e un po' di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

AF Singolo e un po’ di esperienza. Ho deciso di inquadrare Laura defilata, per cui ho scelto a priori un un punto di messa a fuoco sulla sinistra

Durante l’ultimo workshop ho dovuto affrontare il problema della messa a fuoco automatica – o meglio, ho dovuto cercare di risolvere con una delle partecipanti il dilemma di come trovare il sistema migliore per mettere a fuoco quello che interessa a noi e non alla macchina (!)

Imparare come funziona il sistema di autofocus della nostra reflex e quante e quali modalità diverse ci mette a disposizione è un aspetto di vitale importanza, se non vogliamo sprecare scatti.

Saltiamo a piè pari la teoria dietro il funzionamento dell’autofocus e buttiamoci nella pratica…

Innanzitutto la capacità di mettere a fuoco in automatico dipende essenzialmente da tre fattori:

  • la luce disponibile
  • il contrasto
  • il movimento del soggetto (o della macchina)

PREMESSA: l’autofocus si attiva premendo il tasto di scatto fino a metà corsa. Esistono modalità singole, dove ogni volta che vogliamo mettere a fuoco dobbiamo premere il pulsante di scatto a metà, e modalità continue, dove, tenendo il pulsante  premuto, la macchina continua a mettere a fuoco.

Qualche volta però mettere a fuoco correttamente in automatico può risultare un’operazione più complessa di quanto non si possa credere e spesso la scena inganna il cervello della macchina, che magari mette perfettamente a fuoco lo sfondo e sfoca miseramente il nostro soggetto.

Questo succede quando, ad esempio, la scena è scarsamente illuminata, o il soggetto è in ombra rispetto ad uno sfondo molto chiaro. In alcune modalità multipunto, la nostra reflex può venire ingannata nel caso di un soggetto fermo e di uno sfondo ricco di elementi che si muovono – in questo caso il sistema AF multipunto legge i movimenti sullo sfondo e continua ad adattare la messa a fuoco, senza però sapere che è nostra intenzione concentrarci sull’unico elemento fermo della scena (!).

Nella messa a fuoco multipunto possiamo, usando di solito un comando che è posto sul dorso, spostare manualmente il punto attivo (o il gruppo di punti attivi) e quindi scegliere con cura dove prendere il fuoco. Costa un po’ di pratica, ma paga, fidatevi.

Ma non è tutto. Le macchine moderne ci offrono la possibilità aggiornare automaticamente la messa a fuoco fin tanto che teniamo il tasto di scatto a metà corsa – sempre che si abbia scelta una modalità continua.
Esistono poi modalità automatiche molto sofisticate che analizzano la scena inquadrata a decidono per noi cosa su cosa mettere a fuoco.
Personalmente le sconsiglio, possono risultare molto pratiche, ma sono troppo spesso causa di pasticci.
Ognuno però sperimenti e scelga il modo che più lo mette a suo agio.
Su molti aspetti della fotografia il manuale d’uso che troviamo nella confezione ci aiuta davvero poco, ma nel caso dell’autofocus, mai libricino sa essere utile ed esauriente. Per cui…  leggerlo con attenzione, capire quali modalità offre il nostro modello, come impostarle, dove si trovano i comandi per passare rapidamente da una modalità all’altra, ecc., ecc., ecc…

Vediamo ora quali sono le modalità più diffuse e cerchiamo di capire rapidamente quando usarle

 

Menu-Autofocus06-Selettore-dorso-DSLR

Modalita AF singola

Di solito viene indicata con il simbolo evidenziato.
Siamo noi che scegliamo qual è il punto in cui la macchina metterà a fuoco – il punto lo possiamo spostare tra quelli disponibili (il numero e la disposizione dei punti varia da modello a modello e da marca a marca, 4, 9, 13 e così via).

Vantaggi:

  • massimo controllo da parte del fotografo
  • autofocus più rapido
  • messa a fuoco più precisa

Svantaggi

  • Se il soggetto si sposta, siamo costretti a rimettere a fuoco.
  • serve un po’ di pratica per scegliere il punto o spostarsi tra i vari punti (ma la pratica fa bene!)

Quando usarla: la modalità AF singola è perfetta se il nostro soggetto non si muove – ma se anche si muove, con un po’ di pratica… insomma, avete capito.

 

 

multicam_3500Modalità AF dinamica

È una variante sofisticata della AF singola.
L’AF dinamica ci lascia sempre la possibilità di scegliere un punto preciso per la messa a fuoco, ma anziché concentrarsi solamente sul solo punto scelto, il sistema di messa a fuoco lo circonda con un gruppo di punti sensibili e nel caso il soggetto si sposti, la macchina sceglie automaticamente il punto migliore vicino a quello principale – scelto da noi – all’interno dell’area dinamica – di solito evidenziata nel mirino.
La figura mostra appunto il mirino con il punto scelto (in rosso) e l’area coperta dall’autofocus (punti in nero).

Vantaggi:

  • buon controllo
  • il soggetto può anche muoversi nella scena
  • molto utile quando combinata con la modalità continua – è possibile seguire con precisione il soggetto anche se si muove rapidamente o in maniera non proprio prevedibile (ad es. sport o foto di fauna)

Svantaggi:

  • li sistema  qualche volta viene ingannato
  • autofocus meno rapido
  • in modalità continua può mangiare un po’ di batteria di troppo

Quando usarla: quando il soggetto potrebbe spostarsi nella scena, ma attenzione allo sfondo, può fregare il cervello sofisticato della nostra reflex molto più facilmente e frequentemente di quanto possiamo credere.

 

 

Modalità AF automatica

Lo dice il nome! La macchina fa tutto.
Il numero di punti di messa a fuoco dipende dal modello di macchina… serve che lo dica!? NON È LA MIA MODALITÀ, non ci lascia molto da scegliere.
Per cui… non la scelgo.
Vantaggi:

  • utile in situazioni molto rapide e con molti soggetti in movimento, scene complesse

Svantaggi

  • dipendiamo totalmente dal software della macchina – intendiamoci, con gli algoritmi di riconoscimento dei volti e tutte le altre amenità tecnologiche caricate sulle reflex moderne, nell’80% dei casi funziona in modo soddisfacente, ma io resto dell’idea che lo scatto buono potrebbe essere nel restante 20% e l’idea di portarlo a casa sfocato non mi rende per nulla felice

Quando usarla: durante un attacco di pigrizia irresistibile, per sbaglio o se abbiamo seriamente deciso di non volere imparare a fotografare sul serio (ah ah ah) – no, scherzo. Usatela se fotografate in situazioni che richiedono molta rapidità.

 

 

NOTE DI CODA
Qualsiasi modalità si scelga, IN AUTOFOCUS LA NOSTRA MACCHINA SCATTERÀ SOLTANTO QUANDO IL SOGGETTO È EFFETTIVAMENTE A FUOCO. Per cui in situazioni di illuminazione scarsa o di contrasto povero, la macchina continuerà a cercare di mettere a fuoco (spesso senza riuscirci) e fin tanto che ci proverà, noi non riusciremo a scattare! CONSIGLIO: se succede, disattivate l’autofocus e passate alla messa a fuoco manuale – in manuale si scatta sempre (fin tanto che c’è batteria!)

Dove trovo il selettore dell’autofocus: di solito vicino all’aggancio dell’obiettivo (un piccolo selettore)

Dove trovo le modalità diverse di AF: di solito sul dorso, sicuramente nelle voci del menù (cercate AF o Autofocus)

Impostato sulla macchina, l’AF va impostato anche sull’obiettivo!

In un prossimo post mi occuperò della messa a fuoco continua e della messa a fuoco singola. 

 

 

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