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Uno scatto. Una storia metropolitana. Una storia di quotidianità

Oggi parliamo di NARRAZIONE FOTOGRAFICA, sì avete letto bene… ho imparato la lezione di qualche settimana fa e, quanto più mi sarà possibile, sostituirò l’anglofono story telling  con un più italiano “narrazione”.

Con il post di oggi vorrei fissare quelli che sono gli elementi chiave della narrazione fotografica.

Un’immagine, mille parole.

L’adagio ci dovrebbe essere familiare e solitamente si dimostra piuttosto fondato. Nella maggior parte dei casi è proprio così: un’immagine ha la forza di mille parole, questo però non ci mette affatto al riparo da possibili errori, perché se è vero che un’immagine ha la forza di mille parole, non è dato per scontato che queste mille parole raccontino una storia.
Il punto è proprio questo: non è sufficiente inquadrare e scattare per aver confezionato una storia fotografica, così come per lo scrittore non è sufficiente mettere insieme una serie di paragrafi ortograficamente corretti, grammaticalmente e sintatticamente corretti per avere tra le mani un racconto (!).

 

Cos’è una storia.

La definizione di storia, nel senso di narrazione, è “l’esposizione di una sequenza di eventi, reali o immaginari, legati da una successione logica” e fino a qui non dovrebbero esserci problemi. Una storia, secondo Aristotele, ha tre momenti fondamentali: un inizio, un momento centrale e un epilogo. E questo, in realtà, quando ci spostiamo nel campo della narrazione fotografica, comincia a porci qualche ostacolo. Come facciamo, ad esempio, a creare i tre momenti caratterizzanti di una storia con una sola immagine? In questo, la fotografia, ci chiede un’abilità in più: l’abilità di condensare i tre momenti in uno sguardo.
Partiamo da qui… uno scatto che vuole raccontare una storia deve, prima di tutto deve agganciare la nostra attenzione e trasmetterci un messaggio, emozionandoci. Le storie catturano le emozioni umane, le nostre storie fotografiche FUNZIONANO quando riusciamo a trasmettere queste emozioni a chi guarda.

 

Il protagonista.

Nei miei workshop amo tracciare un parallelo tra la narrativa e la fotografia, tra lo scrittore e il fotografo.
Come per lo scrittore e per la narrativa, non esiste storia che non ruoti attorno ad almeno un protagonista, anche nella fotografia e in particolar modo nella narrazione fotografica, non esiste una storia se non esiste un protagonista.
Qual è la caratteristica che  deve avere il protagonista delle nostre storie per immagini? Principalmente, il protagonista deve essere in grado di trasmettere emozioni. Può sembrare una banalità, ma la differenza tra una storia e uno scatto – magari tecnicamente anche buono – è tutta qui. L’emozione!
Il protagonista ha il compito di creare una connessione con chi guarda. Se chi guarda si sente attratto dal nostro protagonista, si sentirà immediatamente attratto dalla nostra fotografia e noi saremo riusciti a raccontare una storia con un’immagine.

Il vecchio al mercato di Leh. Un buon protagonista.

 

Che emozioni vogliamo trasmettere?

Questa, dopo la scelta del protagonista, è la domanda chiave che dobbiamo porci nel momento in cui decidiamo di raccontare una storia attraverso le immagini. Cosa voglio trasmettere?
Rispondendoci a questa domanda, troveremo di conseguenza la chiave per entrare nel vivo della narrazione fotografica, troveremo il linguaggio, l’inquadratura che meglio si adattano, lo stile, la composizione e tutto il resto.
Amo ripetere una frase di David duChemin, “quello che non inquadri non esiste”, per me è un diktat. Questo però ci deve far comprendere che non solo la nostra storia è il mondo compreso nell’inquadratura – e soltanto quello, ma anche che, in buona sostanza, noi siamo i creatori di quel mondo e del messaggio o delle emozioni che affidiamo a quel mondo.

Quale emozione? L’intimità della sera

La fotografia non registra la realtà.

È bene che questo ce lo si metta in testa da subito. La fotografia non registra la realtà, ne crea una “alternativa” e molti di noi non se ne rendono conto. La fotografia, anche quella documentaristica – che per una questione etica dovrebbe essere la più aderente alla realtà – è  il prodotto della creatività di un autore, che ha operato delle scelte di linguaggio, di tecnica e di composizione, decidendo di includere o di escludere elementi nel suo personalissimo mondo bidimensionale, delimitato dai bordi del fotogramma.
Perché vi dico questo? Perché questo è alla base della narrazione fotografica, che parte da elementi reali per raccontare storie che possono staccarsi dalla realtà.

 

Una buona storia fotografica è come una barzelletta…

È così! Se siamo costretti a spiegare una barzelletta, evidentemente o la barzelletta non era divertente o noi non siamo capaci di raccontarle (o entrambi i casi).
E così con le nostre storie per immagini… se siamo costretti a spiegare i nostri scatti, significa soltanto una cosa: POLLICE VERSO!
I nostri scatti DEVONO parlare per noi! Ricordate le proverbiali mille parole!? Ecco!
Se i nostri scatti hanno bisogno di post-it con la spiegazione… beh, siamo piuttosto lontani da un risultato anche solo vagamente accettabile.
Dobbiamo capire che il modo in cui il fotografo vede i suoi scatti è sensibilmente diverso da come li vede un altro. Ansel Adams diceva che ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e chi guarda. E se vogliamo raccontare storie fotografiche con successo, questo è un dettaglio che non possiamo ignorare.
Le storie fotografiche migliori si creano quando il fotografo, al momento dello scatto, riesce a vedere oltre al suo punto di vista, anche quello di chi poi quella foto la guarderà – una sorta di empatia.

una giovane madre e un figlio. un soggetto universale, capace di stabilire una connessione emotiva con chi guarda

Torneremo presto a parlare di narrazione fotografica, non perdete i prossimi post.


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L’estate è alle porte. Già! E con le vacanze molti di noi, finalmente, si decideranno a tirar fuori la macchina fotografica dall’armadio – sempre meglio che lasciarla in letargo qualche altro mese, mi viene da dire, anche se mi piacerebbe che la nostra reflex fosse un po’ più presente durante tutto l’anno.
Ma per molti di noi è così… le scuse per lasciare la macchina a casa sono poi sempre le stesse… non ho mai tempo… ho sempre mille impegni… quando fotografo rallento gli amici… blah, blah, blah, blah!

Poi, al rientro, ecco che molti fotografi d’agosto vengono colti dalla madre di tutte le frustrazioni: partiti con le migliori aspettative, si ritrovano un pugno di card zeppe di scatti banali, quando va bene, semplicemente brutti, nel resto dei casi.
Non sarà un post a trasformarci magicamente nei nuovi Cartier-Bresson e quasi sicuramente continueremo ad ammirare le fotografie sul National Geographic e a invidiare gli scatti di Steve McCurry, ma un passo avanti possiamo provare a farlo anche noi e non serve partire per il delta del Mekong, le Dolomiti o il Salento d’agosto possono bastare a pure avanzare.

  1. IMPARIAMO A TENERE LA MACCHINA FOTOGRAFICA A PORTATA DI MANO
    Sento già il coro dei detrattori: ecco il festival dell’ovvio! che banalità assurda!
    Credetemi non è così, non è assolutamente una banalità. Soprattutto chi di noi è alle prime armi tende a non portarsi la macchina sempre appresso. Altri, che invece almeno ci provano, molto spesso la tengono spenta e con il tappo ben saldo sull’obiettivo.
    Vinciamo la pigrizia: PORTIAMO LA MACCHINA SEMPRE CON NOI.
    Facciamo un passo avanti: TENIAMOLA ACCESA, non sarà una batteria che si consuma a fermarci!
    Facciamone un altro: LIBERIAMO L’OBIETTIVO DAL TAPPO.
    Creiamoci un’abitudine: macchina in mano, accesa e tappo in tasca, da subito e per tutto il tempo.
    Facciamo trovare sempre pronti. La fotografia ha bisogno di un po’ di culo, ma noi dobbiamo dare una mano al culo e come pensiamo di fare foto senza macchina, o con la macchina spenta, o con il tappo sull’obiettivo!?

    Scatto rubato dall’auto. Giusto il tempo di un semaforo rosso. Con la macchina in albergo, o in mano, ma spenta, o con il tappo sull’obiettivo, non sarei mai riuscito a cogliere la piccola mendicante indiana

     

  2. LA FOTOGRAFIA NON È UN’ATTIVITÀ SOCIALE
    Fotografare in vacanza o in viaggio significa – anche – dover fare qualche sacrificio o accettare qualche piccola rinuncia.
    La fotografia non è un’attività sociale, purtroppo, anzi ha bisogno di concentrazione e tempo, soprattutto per chi di noi non ha ancora molta esperienza.
    Meglio essere chiari da subito. Se siamo in vacanza con altre persone o se viaggiamo in gruppo e non tutti nutrono la nostra passione per la fotografia, diciamo loro che qualche volta ci staccheremo per fare qualche fotografia e di non prendere la cosa come uno sgarbo, né tanto meno come se stessimo dicendo che non apprezziamo la loro compagnia.
    Semplicemente la fotografia e i fotografi hanno tempi diversi dagli altri compagni di vacanza o di viaggio.
    Intestardirsi a rimanere in gruppo e fotografare mentre gli altri hanno per la testa altre cose porta soltanto due conseguenze: l’irritazione di chi non fotografa ed è costretto a subire le nostre soste e un’ansia incontrollata da parte nostra, nel tentativo di accelerare i tempi o di evitare lo scontro.
    Per non parlare dei risultati. Fretta, ansia, frustrazione, incazzature… tutti ingredienti che non aiutano a fare delle belle fotografie.
    Molto meglio ritagliarsi qualche finestra di tempo da dedicare soltanto alla nostra passione, cercando di non esagerare e tenendo sempre in mente le ragioni e le necessità degli altri.
  3. ALZIAMOCI PRESTO
    Quasi sempre la differenza tra uno scatto buono ed uno mediocre, se non pessimo, è la qualità della luce.
    Se ci alziamo con calma, facciamo colazione e cominciamo a fotografare soltanto dopo, non porteremo a casa granché di memorabile.
    Impariamo ad alzarci presto. Lo so, è un sacrificio, ma soltanto provandoci qualche volta, riusciremo a cogliere quella luce particolare.
    Non dico sempre, ma almeno qualche mattina, confortati dalle previsioni meteo, puntiamo la sveglia e cerchiamo di essere fuori, con la macchina pronta a scattare, per l’alba.
    Vinta la pigrizia, scopriremo che la luce migliore del mattino la si trova attorno all’alba, senza contare poi che anche i luoghi che di giorno sono affollati, così presto al mattino, saranno sgombri. Saremo soltanto noi e la nostra macchina fotografica e per qualche mezz’ora potremo davvero sentirci fotografi.
    Non riesco a dire che il soggetto non farà la differenza, ma posso giurare che qualsiasi scena, nella luce calda dei momenti a cavallo dell’alba acquista un fascino unico – e di certo porteremo a casa qualche scatto diverso dalle solite “foto delle vacanze”.

    La luce dell’alba è poesia

    Certe cose succedono soltanto all’alba

     

  4. NON FERMIAMOCI A UNO SCATTO SOLO PER SCENA
    Questo è quello che fanno i principianti! Ma noi vogliamo provare a diventare un po’ più bravi, no!?
    Bene! E allora cominciamo a farlo.
    Non fermiamoci ad una sola inquadratura della scena che ci piace. Forziamo la pigrizia mentale. Il “buona la prima” non ci fa migliorare e resta sempre sulla superficie delle nostre vacanze o dei nostri viaggi.
    Una volta trovata una scena che ci piace e una volta portata a casa la prima inquadratura, andiamo a caccia di dettagli che possano completare il primo scatto e poi proviamo a documentare la stessa scena da un’altra angolatura, con una focale diversa, magari. Facciamo quello che fanno i fotografi, raccontiamo le nostre storie con panoramiche larghe e poi portiamo chi guarda più dentro, facciamogli apprezzare i dettagli, possiamo anche esagerare, se ne vale la pena, e cogliere le materie pure che compongono la scena.
    La spiaggia di Miramare di Rimini, ad esempio, ci offre una campo largo, nel quale, magari, immortaliamo le file di ombrelloni, o la battigia affollatta, ma poi possiamo completare il racconto scattando il dettaglio del moscone del salvataggio, o del cesto del venditore di cocco – se pensate che i bomboloni alla crema facciano ingrassare anche solo in fotografia. Volendo, possiamo scendere ancora più nel dettaglio, magari usando un linguaggio più grafico, più astratto, e riprendere la texture del legno verniciato delle cabine o la pallina del calcio balilla.
    Insomma, qualsiasi scena, ma davvero qualsiasi questa volta, offre numerose possibili inquadrature, larghe, strette, strettissime, larghissime, dal basso, dall’alto, verticali, orizzontali… impariamo a vincere la pigrizia fisica e mentale e andiamo a caccia di tagli diversi, di dettagli, di pattern, di grafismi.
  5. USCIAMO LEGGERI, MA…
    Il vantaggio di chi di noi è alle prime armi – e dei fotografi d’agosto – è che spesso possediamo un solo corpo macchina e lo zoom che ci hanno venduto con il kit. Va benissimo!
    Usciamo leggeri, in modo che l’attrezzatura non pesi troppo sulla voglia di stare fuori e di fotografare.
    È una buona regola dalla quale partire: muoversi leggeri.
    Dunque, usciamo leggeri, ma… già, ma… e questo ma non è mica qui per caso… se possediamo qualche pezzo in più del kit di base, se ad esempio abbiamo un paio di obiettivi, magari tre, o un flash, o magari un cavalletto, o se magari possediamo un filtro polarizzatore o un kit di filtri ND… Ecco il senso di quel ma!
    Io non faccio molto testo, lo ammetto, sono abituato da sempre ad uscire a fotografare con uno zaino da 10 kg, con dentro tutto quello che penso possa servirmi, a volte, se ho idee strane per la testa, o so che starò fuori fino al crepuscolo, mi porto anche un cavalletto. Con questo non vi sto dicendo che anche voi vi dovete caricarvi come muli da soma, ma semplicemente, che per me la frustrazione di non essere riuscito a portare a casa uno scatto al quale tenevo, solo perché quello che mi serviva l’ho lasciato in albergo o a casa, pesa molto di più dei 10 kg della mia Lowepro.
    Impariamo capire cosa ci può servire e portiamocelo dietro e impariamo a capire cosa invece è solo peso inutile.
    Cominciamo col portarci soltanto roba che sappiamo utilizzare e che utilizzeremo con una certa probabilità, piano piano, prepariamoci mentalmente a sperimentare e, quindi, a portarci altra attrezzatura.

Ve l’avevo detto, non diventeremo i nuovi Erwitt leggendo questi 5 consigli, ma forse, qualcuno di noi, che tira fuori la reflex solo dopo aver staccato il settimo foglio del calendario e la ripone col 1° di settembre, riuscirà a portare a casa qualche scatto buono, di quelli che ci si sente orgogliosi nel mostrarli agli amici in autunno e magari si sentirà un po’ più fotografo e proverà a scrollarsi di dosso la pigrizia e a fotografare anche in ottobre o in dicembre o magari in marzo o aprile…
Sappiatemi dire.


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Notte di luna piena nel Sahara.
La luce della luna illumina cielo e dune

Sono tornato da qualche settimana da un magnifico photo tour che ho organizzato in Marocco. Una delle tappe più entusiasmanti è senza ombra di dubbio quella che vede il gruppo passare la notte in un campo tendato beduino, tra le dune del deserto del Sahara. Durante la notte, organizzo una sessione di fotografia notturna, anche perché lo spettacolo delle stelle nel deserto è una di quelle esperienze che difficilmente si scordano – anche quando il cielo si copre di nuvole inaspettatamente, come è successo quest’anno.

La fotografia notturna ha una pessima caratteristica intrinseca negativa, quella di amplificare i problemi che si possono sperimentare sul campo, ma ha anche la capacità di regalare grandi emozioni a tutti, anche a coloro che hanno poca esperienza in materia.

Il mio consiglio, per coloro alle prime armi, è quello di dare una bella ripassata al manuale della propria reflex in modo di aver ben chiaro come accedere a certe funzioni della macchina e a come farlo rapidamente anche in condizioni disagiate come un campo di notte o una duna del Sahara.

Attrezzatura minima per fotografare le stelle:

  • una macchina fotografica
  • un obiettivo, meglio se grandangolo
  • batteria nuova (e carica al massimo)
  • card vuota
  • un cavalletto
  • uno scatto remoto, non è necessario che sia a infrarossi e per cominciare, non serve neppure che funga di intervallometro
  • una torcia
  • un timer
  • una borsa dedicata

Via tutti gli automatismi!
Via l’autofocus! Via gli eventuali dispositivi per ridurre le vibrazioni!
Macchina in manuale! Ok, mi sa che la metà di voi ha abbandonato la lettura del post a questo punto, se ci siete ancora, andiamo avanti…

Dove andare?
Non serve andare tra le dune del Sahara o sulla catena dello Zanskar, ma è necessario lasciarsi aree urbane e questo comporta un po’ di pianificazione, ma basteranno un paio di scatti azzeccati a ricompensarvi.

Quando andare?
La scelta della notte è sicuramente uno degli aspetti meno prevedibili, in quanto legato al meteo – se pensate che quest’anno, durante il photo tour in Marocco, siamo incappati in una rarissima nottata nuvolosa (!).
Quello che invece potete determinare con precisione scientifica è invece l’importanza della luna nelle notti che sceglierete per scattare.
Durante le notti vicine al plenilunio, quando cioè il disco lunare assume le massime dimensioni, la luce della luna influisce negativamente sulla visibilità delle stelle, ma rischiara la scena con una luce molto morbida e affascinante.
Al contrario, nelle notti prossime al novilunio, la quasi totale assenza del disco lunare nel cielo, rende le stelle decisamente più visibili, ma dovrete prepararvi a lavorare praticamente al buio.
In ogni caso è bene fare un po’ di compiti a casa prima di trovarsi sul posto per evitare lunghe attese perché non avevate previsto che la luna fosse un ospite non gradito della vostra inquadratura.
Determinare fasi lunari, altezza sull’orizzonte e posizione nel cielo della luna ormai non è più roba per astronomi.
Ci sono app alla portata di tutti, che vanno dal semplice calcolo della fase lunare, riportato in qualsiasi punto del mondo, fino a fornire tutte le informazioni che vi possono servire, come ad esempio l’ora esatta in cui spunterà il satelline, l’altezza nel cielo, riportato nel corso della notte, il percorso, e altro ancora, oltre naturalmente alla possibilità di impostare località e date diverse.
Una tra tutte, TPE (The Photo Ephemeris).

Comporre e mettere a fuoco. Due piccoli incubi.
Comporre un’inquadratura al buio non è cosa da poco, così come mettere a fuoco con cura.
Se ne avete la possibilità, fate un sopralluogo di giorno, altrimenti il vostro unico alleato è una torcia.
Componete con cura e cercate di includere qualche elemento in primo piano. NON inquadrate soltanto una porzione di cielo.
Inserite degli alberi, il profilo di una montagna, di una casa… insomma, avete capito. Gli elementi in primo piano, staccati dal cielo, hanno la capacità di rendere lo scatto del cielo più interessante.
Mettere a fuoco può essere un problema. Aiutatevi con la torcia, puntandola contro un elemento sufficientemente lontano e mettete a fuoco su di lui – se usate, come consigliato, un grandangolo, dovreste cavarvela.

Per iniziare: stelle puntiformi
Anche se molti di voi saranno rimasti affascinati da tutti quegli scatti con le stelle che sembrano compiere dei giri luminosi, è bene che si proceda per piccoli passi.
Cominciate a scattare le stelle come puntini di luce.
Ecco qualche trucco.
Aprite al massimo. Chi può, f/2,8… altrimenti gli altri si tengano su f/3,5, f/4,5.
Occhio al tempo di posa. La terra ruota attorno al proprio asse e questo movimento rischia di riprodurre le stelle come piccole strisce anziché punti luminosi, se usate un tempo di posa troppo lungo.
Per cui affidatevi ad una regola vecchia, ma sempre valida: la regola del cinquecento.
Dividete 500 per la lunghezza focale dell’obiettivo che montate – ad es. se montate un 28, risolvete questa semplice operazione: 500/28. Il risultato è il tempo massimo che potete usare prima che le stelle appaiano mosse.
ATTENZIONE! La regola è pensata per fotocamere full frame, per i modelli APSC Nikon 500 si riduce a 333, mentre per i modelli APSC Canon 500 si trasforma in 316.
A questo punto avete la coppia tempo e diaframma, non resta che impostare gli ISO di conseguenza
Sparate gli ISO. Se avete tra le mani una buona macchina, in una notte senza luna, potete alzate gli ISO anche fino 3600. Se avete una macchina meno performante, tenetevi attorno ai 1250/1600 ISO. Sappiate però che pompando la sensibilità del sensore, le stelle guadagnano una certa consistenza.

Macchina saldamente agganciata al cavalletto e scatto remoto inserito, siete pronti a scattare.
Se possedete un software per gestire il formato RAW, preferitelo al JPEG, in caso contrario, avrete meno possibilità di recuperare gli errori o di intervenire. In questo caso, impostate il bilanciamento del bianco su 3600° K (o incandescenza, se la vostra macchina non offre la possibilità di impostare direttamente la scala Kelvin).

Non temete, torneremo ancora sull’argomento.

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Half Dome, Yosemite National Park, CA, USA

Il grande vecchio della fotografia di paesaggio. Il pioniere. Il puro tra i puri… potrei stare qui delle gran mezz’ore a raccogliere i vari modi con cui ci si è rivolti al grande fotografo statunitense negli ultimi quasi cento anni e in ogni caso renderei un servizio piuttosto parziale alla sua vera grandezza.

Nato a San Francisco nel 1902, la leggenda narra che a 14 anni, durante una gita nel parco nazionale di Yosemite, gli viene regalata la prima macchina fotografica, una Kodak Brownie, e come questo regalo abbia sancito il legame tra natura e fotografia per Adams.
Nel 19119, appena diciassettenne, si iscrive al Sierra Club, una delle prime associazioni ambientaliste americane e lega la sua fotografia sempre più alla causa ambientalista, fino a diventare qualche anno più tardi il fotografo ufficiale dell’associazione.
Ma è nel 1932, quando fonda il celebre club f/64, che Ansel Adams rende, per così dire, pubblico il suo manifesto nei confronti della fotografia. Il gruppo f/64 ha lo scopo di riunire fotografi che condividano le medesime idee su come utilizzare il nuovo medium e fonda la corrente detta della straight photography, alla quale aderiscono alcuni dei nomi più significativi dell’epoca come Edward Weston, Sonya Noskowiak e Imogen Cunningham. Già dal nome le intenzioni del gruppo erano piuttosto chiare: f/64, che rimandava alla minima apertura possibile, con la quale si sarebbe ottenuta la massima profondità di campo e il massimo del dettaglio. La cura maniacale dei dettagli era infatti il diktat del club f/64.

Dettaglio e wilderness (natura selvaggia) sono i due temi lungo i quali Ansel Adams sviluppa la sua fotografia nel corso degli anni.

Monte McKinley e lago Wonder

 

“La fotografia ha lo scopo di riflettere le emozioni che si provano di fronte a ciò che si vede.”, dirà a proposito del suo modo di intendere la fotografia.

Comprende l’importanza della tecnica nella fotografia e dedica ad essa molti anni di lavoro che si riassumo in tre volumi di base – ‘La macchina fotografica’, ‘Il negativo’, ‘La stampa’ – ed un compiendo – “Esempi’.
La maniacale cura del dettaglio e la volontà di riuscire sempre a riproporre in macchina e in stampa la scena fotografata lo portano a perfezionare il concetto di “visualizzzazione” – cioè come il fotografo intende realizzare l’immagine, prima ancora di esporre e poi stampare, concetto che lo porterà, nel corso degli Anni 30 ha inventare il celeberrimo “sistema zonale”.

Con il sistema zonale, Adams suddivide la scala tonale in 11 zone adiacenti, numerandole da 0 a 10, dove 0 corrisponde al nero pieno e 10 al bianco, sono chiaramente zone di riferimento, perché la pellicola in ogni caso registra i valori tonali in mondo continuo e non frammentato. L’introduzione delle 11 zone, separate da uno stop l’una dall’altra. secondo Adams, serve a dare un aiuto al fotografo nel determinare l’esposizione corretta in grado di registrare la gamma tonale più ampia.
Chi fosse interessato a capire di più sul sistema zonale, consiglio di cominciare a dare un occhio qui o qui.

Ansel Adams sulla sua Land Rover

Il corpus di Ansel Adams è impressionante e tuttora, a oltre mezzo secolo di distanza, le sue opere sono considerate dei capolavori assoluti nella fotografia paesaggistica.
Negli anni Ansel Adams ha dedicato al paesaggio americano centinaia e centinaia di immagini, molte delle quali entrate ormai nell’immaginario collettivo di chi ama la fotografia.
Infaticabile, sono famosi gli scatti che lo ritraggono sul tetto della sua Land Rover Defender alle prese con un ingombrante banco ottico, montato su un cavalletto di legno.
Ansel Adams muore nel 1984, lasciando un patrimonio di immagini inestimabili e una bibliografia di tecnica fotografica che, nonostante la rivoluzione digitale, garantirebbe una sana base a molti fotografi moderni.

Per saperne di più: Ansel Adams (sito ufficiale)

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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


    Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara!
    Clicca qui per saperne di più.


     

 

 

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Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Già immagino lo sguardo un po’ schifato degli snob, ma tiro dritto e me ne frego – come faccio di solito!
Già li sento… “Chi è ‘sto qui per dirmi come fare a diventare un fotografo migliore!?”
Beh, forse hanno ragione, però qualche consiglio provo a darlo comunque…

Anche se sono convinto che ognuno debba seguire la sua personalissima curva d’apprendimento, credo anche che ci possano essere piccoli accorgimenti che aiutino questa maledetta curva a diventare un filo più ripida.
Intendiamoci, non è oro colato quello che sto per scrivere e tutto quello che leggerete in questo post è opinabile o, male che va, poco efficace per dare una mano al vostro talento addormentato.
Sono altrettanto convinto però, che se butterete un po’ del vostro tempo a mettere in pratica qualcuno dei consigli che sto per  buttare giù, può darsi che qualche miglioramento lo ravvisiate davvero. Fatemi sapere, poi…

Tutto, naturalmente, è frutto dell’esperienza personale e del fatto che, in molte situazioni per così dire stagnanti, ci sono passato anch’io e spesso le ho superate così. Che dire, se non vi pare troppo, provate…

  1. USCIAMO A FOTOGRAFARE ANCHE COL BRUTTO TEMPO
    Non aspettiamo la bella stagione per spolverare la macchina fotografica. Non rimandiamo solo perché il meteo volge al peggio o perché si è alzato un po’ di vento o è scesa un po’ di nebbia.
    Usciamo! Usciamo lo stesso e abituiamoci a scattare anche quando le condizioni atmosferiche non sono esattamente quelle ottimali o quelle che ci aspettavamo.
    Impareremo ad aggirare l’ostacolo e a vedere nuove opportunità, anziché soltanto ostacoli.
    Bardiamoci e usciamo!
  2. USCIAMO A FOTOGRAFARE NELLE ORE SBAGLIATE
    Ok, l’ho ripetuto fino alla nausea… i panorami migliori si scattano attorno al tramonto e poco dopo (golden e blue hours), facciamo finta di dimenticarcelo e presentiamoci sul posto a mezzogiorno. Proviamo a cavare la proverbiale castagna dal fuoco nelle condizioni di illuminazioni peggiore. Forse saremo costretti a rivedere l’inquadratura, forse dovremo ingegnarci su come lasciar fuori tutto quel cielo slavato e insignificante… che lo si creda o no, ci servirà.
  3. OSCURIAMO IL DISPLAY
    Ritagliamo un pezzo di cartoncino nelle dimensioni del display posteriore della nostra reflex e, con del nastro adesivo, sistemiamolo in modo che non ci sia possibile vedere quello che abbiamo appena scattato.
    Può sembrare una sciocchezza, ma credetemi, molti di noi cominceranno a sentirsi in ansia e molto, molto, molto meno sicuri e bravi di quanto pensavano. Io stesso (per quello che può significare, of course…) l’ho fatto e credetemi, la sensazione è stata spiazzante – eppure ho fotografato quasi trent’anni in una condizione del tutto simile e la cosa mi sembrava assolutamente normale, che diamine!
    Beh, facciamolo! Oscuriamo il display e usciamo a fotografare. Sarà come fare un salto indietro nel tempo e saremo costretti a ragionare molto di più di quanto non siamo abituati a fare adesso, grazie alla rassicurante tecnologia.
    Ci faremo molte più domande e saranno quasi sempre le domande giuste… ho esposto correttamente? ho composto correttamente? c’è abbastanza profondità di campo? il tempo di posa è sufficiente per bloccare il soggetto?
    Una volta a casa, avremo tutte le risposte alle nostre domande e anche qualche risposta in più, credetemi, ma di sicuro, sarà stata un’uscita stimolante – anche se un filo frustrante, forse.
  4. DIAMOCI UN TEMPO LIMITE
    Altra variabile che crea una certa ansia: il tempo.
    E allora usiamola per metterci alla prova e migliorare. Anziché uscire e cazzeggiare, aspettando l’ispirazione o scattando in totale relax, fissiamo un tempo massimo, magari con un timer, e cerchiamo di stare in quel tempo.
    Ci servirà a concentrare le energie e a fare la punta allo sguardo, allenarlo a vedere e non soltanto a guardare, perché il tempo scorre molto più veloce quando scorre contro  di noi.
    Questo non significa che dobbiamo abituarci a scattare con fretta o a cottimo, ma ci aiuta a pretendere il massimo da noi stessi, quanto meno dal punto di vista fotografico, in una finestra di tempo fissa.
  5. DIAMOCI UN NUMERO LIMITE DI SCATTI
    Fingiamo di avere caricato un rullino anziché la card. Fingiamo che il tasto “Cancella” non esista e diamoci un numero massimo di scatti. Partiamo con 50, per esempio. Magari per le prime volte stiamo larghi, ma poi, proviamo ad uscire e darci come limite massimo di scatti, diciamo, 36 – che tanto mi ricorda i giorni della pellicola.
    Impariamo a non sprecare scatti, impariamo a stare nel numero minore di scatti, ci aiuterà ad essere più attenti, più selettivi, più accurati sia nel scegliere i nostri soggetti, sia nel scegliere le inquadrature e la composizione, oltre che a valutare l’esposizione corretta per l’effetto voluto – ogni tentativo di avvicinamento ci costerà uno scatto e avere a che fare con un numero limite di scatti sarà soltanto fieno in cascina, per così dire.

Se non avessi deciso di stilare un elenco di cinque punti, ne aggiungerei un sesto dedicato alla post-produzione, e direi, più o meno, limitiamo gli interventi di post-produzione al minimo e cerchiamo di ottenere lo scatto in macchina, ma ormai avevo deciso per cinque punti e quindi… quindi, bene così.

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Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

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