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Posts Tagged ‘fotografia per principianti’

L’acqua può trasformarsi in un nemico mortale. Usiamo sempre la massima circospezione nel muoverci dentro e attorno all’acqua.

Da quando maneggio una reflex – e credetemi ormai i decenni si cominciano a contare a multipli di due… ma solo perché ho iniziato presto, molto presto (!) – ho sempre avuto la sensazione che la mia macchina fotografica fosse un oggetto di grande valore ed estremamente delicato.
In parole povere, ho sempre temuto che la mia amatissima reflex potesse danneggiarsi. Mi rendo conto che là fuori esiste un esercito di fotografi, anche non alle prime armi, che sviluppa un sentimento diametralmente opposto al mio.
Non fraintendetemi, non sono uno che risparmia le proprie macchine fotografiche e che conserva con la pellicola protettiva trasparente, tutt’altro: le uso, ma le rispetto e faccio di tutto per proteggerle.

Nella mia esperienza pratica ho individuato 5 nemici mortali per le nostre macchine fotografiche.
Nemici micidiali, che possono danneggiarle seriamente.
Voglio condividere con voi questo elenco di ammazza-reflex nel tentativo di sensibilizzarvi – nel caso ce ne fosse bisogno – sul fatto che le nostre macchine fotografiche sono meravigliosi oggetti in grado di aiutarci a realizzare alcuni piccoli nostri sogni, motivo per il quale andrebbero sempre trattate con il massimo del riguardo.

  1. SABBIA
    Forse il nemico pubblico numero uno delle nostre reflex.
    Insidioso, proprio perché ognuno di noi si immagina quanto danno possa causare la sabbia nei sensibili meandri tecnologici delle nostre macchine.
    Se posso essere sincero, non c’è cosa che mi spaventi più della sabbia all’interno delle mie reflex o dei miei obiettivi.
    Le reflex sono costituite da fragili parti mobili e niente è più abrasivo ed incrostante come la sabbia.
    Non ci sono rimedi sicuri al 100% – forse soltanto quello di non portare la macchina in spiaggia o nel deserto, ma possiamo limitare la nostra creatività in questo modo così definitivo!? Io dico di no!
    Il consiglio più ovvio è quello di girare la manopola dell’attenzione al massimo ogni volta che ci troviamo a che fare con la sabbia, ma siccome l’attenzione non è sufficiente, potrebbe essere molto utile dotarci di uno di quei soffietti dotati di spazzolino – controlliamo sempre che le setole siano sufficientemente morbide.
    Il rimedio più semplice per evitare che la sabbia graffi le lenti esterne dei nostri obiettivi e quello di dotarli tutti di un filtro UV o Skylight: poca spesa, grandissima resa.
    Se pianifichiamo un giro nel deserto, teniamo a portata di mano un paio di quelle buste di pvc trasparente (quelle per congelare gli alimenti), infiliamoci la macchina, operiamo un foro largo il giusto per far sbucare l’obiettivo e scattiamo con molta attenzione.
    Manfrotto produce un comodo – e costoso – involuco trasparente, studiato per la pioggia, ma che all’evenienza si dimostra piuttosto pratico, decisamente più pratico delle buste trasparente, ma con un impatto economico del tutto diverso.
    Limitiamo al minimo i cambi di obiettivo. Niente attira i granelli di sabbia come un sensore. Minore il numero di cambi di lente e minore è il rischio di incamerare il deserto del Sahara nella nostra reflex.
    Qualsiasi sia stato il risultato, dopo una vacanza prolungata in spiaggia o un viaggio nel deserto, portiamo a pulire la nostra macchina in un centro professionale – per carità, NON FACCIAMOLO NOI! Saranno i soldi meglio spesi.
  2. ACQUA & UMIDITA’
    Ed ecco il nemico pubblico numero due: l’acqua.
    Il grado di sigillatura offerto dagli ultimi modelli, anche quelli di fascia meno alta, è decisamente salito, ma non mi sembra un buon motivo per dare il via ad un test di resistenza all’umidità e all’acqua.
    Buona regola pratica: QUANDO PIOVE, RIPONIAMO LA NOSTRA REFLEX, a meno che non sia protetta.
    Va da sé: EVITIAMO DI LASCIAR CADERE LA NOSTRA MACCHINA NELL’ACQUA: l’acqua ha un potere distruttivo immediato nei confronti degli indifesi circuiti stampati che sono il cuore delle nostre moderne macchine fotografiche.
    Approcciamo fiumi, laghi e mare con estrema consapevolezza del fatto che un involontario bagno potrebbe tradursi in una tragedia immediata ed irrimediabile.
    Prima di avventurarci in un fiume, oltre la battigia, in un lago, assicuriamoci sempre che la macchina sia saldamente agganciata allo strap e facciamo come quando eravamo pivelli principianti: passiamoci lo strap attorno al collo.
    Muoviamoci con cautela e pensiamo sempre a quello che teniamo in mano.
    Un UV o Skylight, saprà proteggere l’obiettivo dalla pioggia e dall’acqua.
    L’umidità merita una riflessione a parte, soprattutto il passaggio repentino da un ambiente climatizzato e ragionevolmente secco (leggi auto con aria condizionata a palla) ad un ambiente umido e caldo (leggi paese sub-tropicale o simile), che rischia di rendere la nostra macchina e i nostri obiettivi praticamente inutilizzabili per svariate decine di minuti – nonostante pensi di avere acquisito una certa esperienza sul campo, devo ammettere che ci sono cascato nuovamente poco meno di un mese fa, uscendo da un van climatizzato per immortalare il Taj Mahal all’alba, peccato che l’escursione termica fosse attorno ai 15 gradi e la differenza di umidità tra dentro e fuori fosse oltre il 50%, risultato: obiettivi appannati, mirino appannato, filtri appannati e io… appannato e incazzato.
    Per limitare questo inconveniente, che è sì passeggero, ma che è fastidiosissimo, possiamo provare a chiudere la macchina con l’obiettivo montato in una di quelle buste dotate di valvola per l’aria e possiamo provare a risucchiare l’umidità – lo stratagemma non è detto che funzioni sempre, però.
    Il rimedio ovvio, ma che spesso non abbiamo a portata di mano quando serve, è quello di mettere nella borsa una di quelle pezze in microfibra per pulire le lenti degli occhiali e munirsi di tanta, tanta, tanta pazienza.
  3. POLVERE
    La polvere si pone sullo stesso livello della sabbia e dell’acqua, e, anche se non graffierà le parti mobili delle nostre reflex, come la sabbia, e non cortocircuiterà l’elettronica, come l’acqua, a lungo andare potrà causare danni più o meno ingenti, soprattutto al sensore.
    L’antidoto è di semplice impiego: SE L’AMBIENTE E’ MOLTO POLVEROSO, RIPONIAMO LA MACCHINA NELLA BORSA OGNI VOLTA CHE PENSIAMO DI NON UTILIZZARLA PER UN CERTO TEMPO  E LIMITIAMO I CAMBI DI OBIETTIVO.
    Con una certa frequenza  avviamo la procedura di pulizia del sensore e, una volta rientrati, portiamo la nostra macchina in un centro professionale per una pulizia più profonda. Il solito filtro UV o Skylight terrà lontana la polvere dalle ben più costose superfici delle lenti dei nostri obiettivi.
  4. SALE
    L’acqua salmastra è paragonabile al vetriolo. Il sale contenuto nell’acqua di mare – ma anche nell’aria in riva al mare – è altamente corrosivo.
    Se ci invitano in barca e non siamo muniti di nessuna protezione (nemmeno di un semplice sacchetto di plastica), pensiamoci più e più volte prima di tirare fuori la macchina fotografica.
    Evitiamo anche di lasciare per lungo tempo la macchina fotografica esposta all’aria salmastra, ricordiamoci di riporra al sicuro della borsa, se pensiamo di non usarla per tempo prolungato.
    Dopo una giornata passata a scattare in riva al mare o in barca, puliamo con cura il guscio della nostra macchina – in commercio si trovano svariate soluzioni spray. Usiamo una pezza in microfibra o delle salviettine morbide – assolutamente NON imbevute! EVITIAMO NEL MODO PIÙ DI PASSARLE SULLE PARTI INTERNE DELLA MACCHINA!
    Anche in questo caso un filtro UV o Skylight ci aiuterà a proteggere le lenti dall’azione devastante del sale.
    Evitiamo di cambiare frequentemente gli obiettivi. Limitiamo anche la sostituzione delle batterie e delle card.
    Quando non scattiamo teniamo la macchina ben protetta nella borsa o sotto un giubbotto impermeabile.
    Prevediamo SEMPRE spruzzi e ondate, posizioniamoci con saggezza, soprattutto se non abbiamo la giusta attrezzatura per proteggere la nostra reflex.
  5. COLPI & CADUTE
    L’incubo di tutti i fotografi – e il mio in particolare. Far cadere la macchina o farla urtare.
    Quando abbiamo la macchina fra le mani, FACCIAMO SOLTANTO MOSSE CONSAPEVOLI – anche se può capitare di non riuscirci sempre (sigh!).
    Alcuni modelli – soprattutto quelli di fascia alta – vengono progettati con gusci in grado di assorbire i colpi, la maggior parte, ahimè, no! Per cui abituiamoci sin dal primo giorno a trattare la nostra reflex con ESTREMA CURA, alla stregua di un prezioso e delicato calice di cristallo.
    Usiamo SOLO borse fotografiche con gli interni imbottiti. Assicuriamoci SEMPRE di aver chiuso completamente le cerniere della nostra borsa – può sembrare inverosimile, ma la maggior parte degli incidenti evitabili sono causati da borse appoggiate a terra con le cerniere aperte… andiamo sicuri, afferriamo la maniglia o lo spallaccio e la borsa si apre sotto i nostri occhi, rovesciando a terra il prezioso contenuto.
    Quando passiamo la nostra reflex a qualcun altro, sottolineiamo l’azione con una semplice domanda, “ce l’hai?”, e non molliamo la presa fino a che non riceviamo un cenno di riscontro. Lo so può sembrare pedante o superfluo, ma ci aiuta a salvare attrezzatura… e amicizia.
    Quando una macchina cade, non è detto che subisca danni irreparabili, ma nel caso sfortunato ci succedesse, vi consiglio di portarla a controllare successivamente, anche se non sono presenti danni visibili.
    E così anche per i nostri obiettivi, che addirittura si dimostrano più indifesi nei confronti di urti e cadute.
    La prima protezione per gli obiettivi ce la può dare un filtro UV o Skylight: molto meglio scheggiare o frantumare la lente di un filtro, anche se in commercio ne esistono di modelli di altissima qualità che arrivano a costare anche 60 euro, piuttosto che segnare la lente esterna di un obiettivo.

Ne avevo promessi cinque e cinque ne ho elencati, anche se, mentre buttavo giù questo post, me ne venivamo in mente almeno un altro paio, magari ci torneremo sopra – basta elencare sfighe!

Un ultimissima considerazione: SE AMIAMO LA FOTOGRAFIA, NON POSSIAMO NON AMARE LA NOSTRA MACCHINA FOTOGRAFICA, CHE LA RENDE POSSIBILE: TRATTIAMO CON LA DOVUTA CURA, CI RIPAGHERÀ.

 

 

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verso il felik

Colori adiacenti sulla ruota producono immagini armoniose. In questo scatto, fatto sul ghiacciaio del Castore, la palette dei colori è costruita sulle tonalità dell’azzurro e del blu. Notate come è evidente il contrasto, invece, tra le nuvole gialle e arancio e il blu del cielo?

Per imparare a fotografare, bisogna imparare a vedere.
Tutti guardiamo, qualcuno vede. E per imparare a fotografare, dobbiamo imparare a vedere.
La fotografia scrive con la luce e trasforma il mondo a tre dimensioni in un mondo bidimensionale, perfettamente circoscritto all’interno del perimetro del formato.
Se vogliamo cimentarci in qualche forma di fotografia che non sia il semplice inquadra-scatta, dobbiamo imparare a vedere.

Imparare a vedere significa imparare a riconoscere le forme implicite di ciò che ci circonda – perché la macchina schiaccerà le tre dimensioni come un sofisticato bulldozer, producendo una realtà di sole due dimensioni. Per cui siamo chiamati ad imparare a riconoscere linee immaginarie, così come siamo chiamati ad imparare a cogliere il rapporto tra i colori, perché nella nostra realtà schiacciata, le forme e le linee avranno dei colori.
Imparare a vedere può essere un processo lungo, che di sicuro richiede un po’ di volontà e anche la consapevolezza che non tutto riuscirà subito, al primo click. Si impara a vedere gradualmente, sperimentando, giocando con gli occhi e con la fantasia e, fortunatamente, non si smette mai di farlo.

Mettiamo da parte per un attimo linee e forme e proviamo a partire dai colori.

Miglioriamoci usando il colore.
Uno dei più grandi errori, tipici di chi comincia, è dare i colori delle nostre fotografie per scontati.
Se ci limitiamo alla pratica dell’inquadra-scatta, purtroppo sarà sempre così. Ma se introduciamo una fase fondamentale e trasformiamo il nostro approccio fotografico da inquadra-scattapensa-inquadra-componi-scatta  tutto cambia e nulla è davvero più così scontato, neppure il colore.
In questa nuova modalità – non cerchiamola sulla nostra reflex, perché è nella nostra testa – possiamo anche pensare di ribaltare il processo (creativo) e partire dal colore, sceglierne gli abbinamenti, e poi scattare. Proviamo…

Contrasto o armonia?
Ogni colore, all’interno dell’inquadratura, influenza ed è influenzato dagli altri colori presenti.
Senza gironzolare ed addentrarci troppo nella teoria del colore è bene che fissiamo un concetto decisamente fondamentale: il nostro scatto è fortemente influenzato dai colori presenti e l’accostamento dei colori determina il tono della nostra fotografia.

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Qui a fianco è rappresentata la RUOTA DEI COLORI, l’ho detto più volte, ma in questo post dedicato ad imparare a vedere, credo che sia importante partire dalle basi: partiamo dai colori, partiamo da questo semplice, ma utilissimo, modo di rappresentarli.

I colori interagiscono tra di loro in modo diverso e questa ruota ci aiuta a capire come.
Il nostro primo obiettivo è imparare ad usare gli accostamenti cromatici e piegarli al servizio del nostro scatto. In buona sostanza è proprio questo il significato di imparare a vedere i colori.

Dobbiamo imparare che i colori contrapposti tra loro sulla ruota – ad esempio viola e giallo – danno vita ad accostamenti molto contrastanti e gli accostamenti ricchi di contrasto, di solito, si traducono in scatti vibranti, spesso azzeccati, qualche volta memorabili, di sicuro mai scialbi.

Cerchiamo dunque gli accostamenti giusti prima e scattiamo poi. È un ottimo esercizio che può aiutarci a migliorare.

Usciamo e diamoci da fare, sperimentiamo con coppie di colori contrastanti:

  • verde vs. rosso
  • blu vs. arancio
  • viola vs. giallo
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Il folliate nel New England è un classico. il verde acceso dell’erba offre il massimo contrasto con il rosso vivo delle foglie. Colori opposti sulla ruota.

Bene, ora rientriamo e torniamo alla nostra ruota (magica) del colore, abbandoniamo i contrasti e proviamo a creare l’armonia. Questa è la forza della fotografia, ci permette di crearne una realtà tutta nostra, che della realtà prende soltanto in prestito gli elementi, ma per nascere, la nostra realtà, ha bisogno di occhi allenati, capaci di vedere, capaci di selezionare, scegliere, includere ed escludere – non spaventatevi, se avete appena iniziato, col tempo tutto vi sembrerà più naturale e anch’io meno sconclusionato…

Abbiamo visto come interagiscono colori contrapposti, impariamo ora, invece, che i colori vicini tra loro sulla ruota – ad esempio azzurro e verde – danno vita ad accostamenti morbidi e gli accostamenti morbidi, se usati con una certa creatività e una certa astuzia, producono scatti eterei, carichi di poesia, ricchi di atmosfera (non aggiungo altro, ma potreste provare a stupire gli amici usando solamente qualche accostamento cromatico… paraculo)

Per cui usciamo di nuovo e sperimentiamo qualche scatto (non siate tirchi!) con colori adiacenti:

  • gli azzurri e i blu
  • gli azzurri e i verdi
  • giallo, arancione e rosso 
  • rosso e rosso mattone
  • viola e blu
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La statua del buddha di Hemis, in Ladakh. La palette predominante è di colori adiacenti tra loro: rosso, arancione, giallo, bronzo, oro, ciò determina uno scatto cromaticamente armonico – non lasciatevi fuorviare dalla saturazione, i colori lavorano in armonia

Come primo passo verso l’arte di vedere, può bastare così, ci torneremo presto, perché se la tecnica la può imparare anche un mulo, diceva il mio amico Pietro Donzelli, è il resto che fa la differenza tra uno che scatta foto e un fotografo – in inglese suona meglio “you can take a picture or you can MAKE a picture.

In questo post ho provato a raccontarvi che , partendo dai colori e non arrivandoci (per caso), avremo fatto un piccolo passo nel cammino che ci porta ad imparare a vedere.

Vi va di fare qualche prova sul campo?
Molto bene… uscite e imponetevi di partire dai colori – per il momento il soggetto consideratelo secondario.
Cominciate col fare quattro scatti con soggetti dai colori contrastanti e poi altri quattro dove i colori presentano una certa armonia… e se vi va, mandatemeli o postateli come commento. Impariamo a vedere!

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Outdoor-Photography

Ho deciso di dedicare questo post alla base della tecnica fotografica: l’esposizione.
Lo scorso weekend, durante un workshop dedicato alla street photography, ho notato, soprattutto nei partecipanti alle prime armi, un certo pallore sul volto ogni volta che usavo espressioni tipo esponiamo per le luci leggiamo l’esposizione sulle parti in ombra… quelle facce un po’ sorprese mi hanno spinto a prendere in considerazione il fatto di parlare di esposizione, partendo dall’inizio – del resto queto blog si chiama o non si chiama “Fotografia Facile”!?

Dunque,

L’esposizione è quanta luce colpisce il sensore e per quanto tempo. Detto con il massimo della semplicità, questo è il concetto da capire.

Per cui dobbiamo tenere a mente due concetti fondamentali – legati all’esposizione – QUANTA LUCE PER QUANTO TEMPO.
A questi due concetti ora aggiungiamone un terzo, che è relativo alla sensibilità del nostro sensore  e che impostiamo con gli ISO.

Per cui i parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • quantità di luce
  • tempo
  • sensibilità del sensore

Facciamo un passo in là, noi siamo in grado di controllare tutti e tre i parametri che influenzano l’esposizione.
Come?

Impostiamo la sensibilità del sensore in base alle condizioni nelle quali scattiamo, ad es. in una giornata di pieno sole potremo usare ISO bassi, mentre di sera o all’interno dovremo scegliere ISO più elevati. Ad ISO elevati corrisponde una maggiore sensibilità del senore.

Ciò detto, cerchiamo di mandare a memoria che: il DIAFRAMMA regola la quantità di luce, il TEMPO DI POSA regola il tempo, gli ISO regolano la sensibilità del sensore.

Vediamoli uno ad uno, per provare a capire meglio:

Il diaframma è un dispositivo lamellare  montato all’interno dell’obiettivo in grado di aprirsi e chiudersi a nostro piacere e in grado di regolare la quantità di luce che colpisce il sensore, una sorta di rubinetto per la luce.
Qunando premiamo il pulsante di scatto, la macchina apre l’otturatore (immaginiamo una porticina o una tenda)  e lascia che la luce colpisca il sensore – che stà dietro l’otturatore. Otturatore e sensore stanno entrambi sul corpo macchina.
La quantità di luce che andrà a colpire il sensore dipenderà dall’apertura del diaframma – dalla sua ampiezza fisica.
Il tempo per il quale l’otturatore permetterà alla luce di colpire il sensore, passando attraverso il diaframma, sarà regolato dal tempo di posa.

Quando impostiamo la macchina in automatico, la nostra reflex decide per noi quanto tempo deve stare aperto l’otturatore e comando il diaframma all’interno dell’obiettivo.

Quando scegliamo una modalità semiautomatica, possiamo impostare uno dei due parametri  – tempo o diaframma – e la macchina imposterà il secondo per ottenere un’esposizione corretta.

Se lavoriamo in manuale, tutte le due scelte dipenderanno da noi, e la macchina si limiterà a dirci se la coppia diaframma/tempo che abbiamo scelto è corretta o se la luce è troppo poco o troppa (per dirla in maniera molto, molto, molto semplice).

Vi consiglio di leggere anche questo post, sempre sulle basi dell’esposizione – il triangolo magico

 

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