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Posts Tagged ‘Fotografia’

Errori comuni. Errori recuperabili.

Un adagio napoletano recita che “nessuno nasce imparato”, che, tradotto in lingua più o meno significa che ognuno di noi deve poter commettere il suo numero di errori dovuti all’inesperienza, prima di poter accedere al livello superiore.

Ho ripensato ai numerosi errori nei quali sono caduto quando ho iniziato a fotografare, ma quella era l’era della pellicola e non fanno più testo, allora per stilare un elenco di errori un filo più aggiornato mi sono rifatto ai principianti che incontro nel corso dei miei workshop di tecniche di base.
A cosa può servire elencare alcuni tra gli errori più comuni che il fotografo alle prime armi commette? A rendersene conto e a non commetterli.

Partiamo dunque…

  1. “Io gli ISO alti non li uso.”
    Eccoci! La paura la fa da padrona  e un esercito di fotografi non si schioda da 100/200 ISO, anche quando le condizioni di luce lo richiederebbero. Ed ecco card dopo card di scatti sottoesposti.  Se vogliamo è  questo un errore compiuto pensando di fare bene, ma sempre di errore stiamo parlando.
    Gli ISO bassi garantiscono una qualità migliore, ma questo non significa che non si possa spaziare almeno fino a 600/800 ISO per i modelli più economici e addirittura 1200/1600 ISO per quelli un poco più costosi. Di certo tutti i modelli offrono prestazioni decisamente accettabili nella fascia che va dai 360 ai 600 ISO, perché dunque non sfruttare quella gamma di sensibilità per raccogliere più luce?
  2. “Non so che farmene del cavalletto. E’ soltanto un ingombro.”
    Certo, comprendo l’aspetto dell’ingombro fisico e del peso di un cavalletto, ma  possederne uno – ed usarlo – è uno di primi passi per allargare gli orizzonti creativi del proprio modo di fotografare. Riuscire a scattare anche quando la luce è bassa e cogliere quelle atmosfere crepuscolari così cariche di pathos, o cimentarsi con le strisce di luce, o, perché no, con il time lapse.
    Tutto territorio nel quale il cavalletto la fa da padrone, non contemplarlo nella nostra attrezzatura fotografica ci preclude dall’accedervi.
  3. “Sbaglio sempre modalità di autofocus.”
    Se c’è una cosa che la post-produzione non può sistemare è uno scatto fuori fuoco, ecco perché è bene capire a fondo le modalità di messa a fuoco automatica che ci offre la nostra macchina.
    Uno degli errori più frequenti è quello di aver attivato senza saperlo la modalità a fuoco singolo, quando invece stiamo fotografando scene ricche di soggetti in movimento.
    I vari modelli di reflex offrono possibilità di messa a fuoco automatica molto diverse, che vanno dal singolo punto centrale, al pattern, a complicatissimi metodi di messa a fuoco “intelligenti”.
    Uno degli aspetti frustranti è quello di aspettarsi che la macchina metta a fuoco un certo soggetto, salvo poi scoprire, solo dopo, che invece a fuoco c’è tutt’altro.
    Che fare? Leggere per bene la sezione del manuale dedicata all’autofocus e alle varie modalità offerte dal nostro modello di fotocamera.
  4.  “Non monto mai l’obiettivo corretto.”
    Ho un’amica che si è comprata un 18-300 e risponde a tutti coloro che le domandano come si trovi “da dio e poi così non devo mai cambiare obiettivo!”.
    Vero, certo , ma si tratta di una di quelle verità a metà. Se parliamo della comodità di un 18-300, non ci sono possibilità di smentita, ma se poi ci addentriamo nella qualità della resa di uno zoom così spinto, il verdetto cambia drasticamente.
    Non c’è nulla di male nel possedere uno zoom, ma bisogna aver presente che la qualità di uno zoom non sarà mai comparabile a quella di un obiettivo fisso.
    Il mio consiglio è che, via via che la nostra esperienza cresce, ci si doti di un parco lenti consono – un grandangolo, uno zoom medio e un tele, che poi, a seconda di quello che amiamo fotografare, possiamo completare con altre lenti accessorie.
    La cosa fondamentale è capire bene quali sono vantaggi e gli svantaggi di ognuna delle categorie di obiettivi, in modo da saper scegliere sempre la soluzione migliore (nel senso che meglio supporta ciò che intendiamo fotografare e la nostra creatività). Conoscere quale obiettivo ci offre la profondità di campo più estesa o l’angolo di ripresa più ristretto, quale invece ci offre il massimo schiacciamento della profondità o quale è in grado di rendere il volto umano, nelle sue proporzioni, più simile alla realtà.
    Questi possono sembrare dettagli, ma è della conoscenza di questi dettagli tecnici che è fatta la maestria di un fotografo.
  5. “Il flash è per i fotografi esperti.
    Lo ammetto, il flash un po’ spaventava anche me, quando ho iniziato – ma a mia discolpa va anche il fatto che non c’era possibilità di controllare immediatamente quello che avevo scattato.
    In effetti il flash un po’ di soggezione la mette ancora, ma il mio consiglio è che anche il principiante provi ad affacciarsi al mondo del flash, magari partendo dalla tecnica del “colpo di schiarita” (o fill-in flash). Chi invece si sente vagamente più temerario, provi a dotarsi di un flash a slitta e comincia a sperimentare un po’, vedrà che piano piano anche il flash non farà più paura.
  6. “Il back-up è una perdita di tempo.”
    … e forse lo sarà anche, almeno fino a quando, per colpa di un hard disk difettoso, gran parte delle fotografie del nostro viaggio nella foresta pluviale dell’Amazzonia genereranno un messaggio d’errore sulla falsariga di “file corrupted”, quando cercheremo di aprirle.
    Fare il back-up dei propri lavori e quasi importante quanto scattare. Non dobbiamo pensare che sia soltanto una gran perdita di tempo o un esborso di quattrini senza senso.
    La rete è ricca di consigli su come costruire il proprio flusso di back-up e ognuno lo organizzi secondo le proprie necessità e la propria capacità di spendere, ma non lasciamo i nostri scatti soltanto in un unico posto (magari l’hard disk del vostro computer). Prendiamo in considerazione tutte le possibilità, da vari dischi rigidi esterni, a sistemi in cloud, accessibili da remoto (o alla somma di entrambi). Io ad esempio, oltre a duplicare gli scatti su un’unita esterna NAS (che comunque mi garantisce l’accesso via web), copio tutto su due servizi di back-up in cloud (Google Drive e Amazon Drive). Eccesso di zelo!? Può darsi, ma meglio abbondare…
  7. “Photoshop è per i professionisti. Io uso solo software di editing gratuito.”
    Certo, potrebbero sembrarci soldi buttati quelli investiti nel noleggio di Photoshop (circa 20/mese), ma le potenzialità dell’applicazione non trovano paragoni in nessuno dei softwarini che si trovano in giro, scaricabili gratuitamente da internet. Un tempo, quando Photoshop costava anche 2 milioni di lire e si pagavano tutti gli aggiornamenti, era roba per noi professionisti, ma oggi… oggi Adobe concede una licenza ufficiale di utilizzo per poche decine di euro al mese, la quale dà diritto all’uso del software, oltre al fatto che gli aggiornamenti sono compresi nel canone di affitto. Perché insistere a pastrugnare i propri scatti con strumenti scadenti o instabili?
  8. “Non me ne faccio nulla di un lettore di card. Io le foto le passo al computer con il cavo USB.”
    Degustibus… ma se vogliamo che il trasferimento dalla card al pc o mac sia più rapido, è bene farlo attraverso un lettore di card – anche in questo caso, cerchiamo di non scegliere proprio un primo prezzo.
  9. “Il manuale non serve a niente.”
    Questa, non prendiamocela, ma è una delle frasi più idiote che sento ripetere.
    Il manuale è uno strumento fondamentale, per capire cosa può fare la nostra macchina, ma soprattutto per capire cosa NON può fare.
    Il manuale deve diventare un riferimento e non uno scoglio.
    Avvaliamoci della rivoluzione digitale e scarichiamo il pdf del manuale della nostra macchina sul nostro tablet o sul nostro smartphone, in modo fa averlo sempre con noi e consultabile.
    Il manuale ci toglie le castagne dal fuoco e qualche volta può anche ispirare la nostra creatività.
  10. “Se c’è brutto tempo non scatto.”
    Che sciocchezza! Eppure lo dicono in tanti e lo pensano in ancora di più. Certo, una bella giornata di sole offre maggior comfort, ma escludere a prescindere di scattare quando il tempo è brutto è una follia, perché ci taglia fuori da tutta una serie di scatti molto evocativi, con cieli carichi di nuvole, con strade bagnate che riflettono le luci, con soggetti che si manifestano soltanto quando il tempo è brutto. Alla fine basta vestirsi adeguatamente per non prendere freddo o per non bagnarsi e basta proteggere la nostra attrezzatura, soprattutto dalla pioggia.

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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


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Ecco un esempio di uso del colore, in questo caso di uso di una palette molto ridotta

Il colore è un incredibile mezzo per veicolare le emozioni.
Il nostro cervello reagisce ai diversi colori in modo diverso, per motivi legati all’inconscio, all’inprinting e al nostro modello culturale.
Per questo, è fondamentale conoscere quelle che possono essere le implicazioni emotive legate a certe tonalità, in modo che il messaggio che vogliamo trasmettere con i nostri scatti non vada disperso, anzi, i grandi fotografi spesso usano il colore o i colori proprio per esaltare il messaggio.

Ovviamente quando ci si addentra in questi campi è difficile individuare linee generali precise, ma posso provare a riassumere in una sorta di specchietto alcune “sensazioni” legate ai colori – naturalmente relativi alla cultura occidentale.
Quello che segue non vuole essere scolpito nella pietra, ma recupera nozioni legate alla psicologia del colore, una disciplina che arriva da lontano.

ROSSO
Positivo; forza, potenza, energia, mascolinità, coraggio, calore, passione, amore.
Negativo: pericolo, tensione, dramma.

ROSA
Positivo
: tranquillità, femminilità, sensualità, amore.
Negativo: privazione, inibizione, claustrofobia, debolezza

BLU
Positivo
:intelligenza, fiducia, conoscenza, serenità, senso del dovere, calma, saggezza, fede, profondità, etereo.
Negativo:freddo, mancanza di emozioni, notte, inimicizia, distanza, etereo.

VERDE
Positivo: armonia, equilibrio, tranquillità, pace, amore per l’ambiente, compostezza, giovane.
Negativo: stagnazione, noia, mediocrità, invidia, disagio.

BIANCO
Positivo: purezza, candore, integrità, igiene, sacralità, chiarezza, virtù, efficienza, minimalismo, sofisticato, vita
Negativo: sterilità, freddo, distanza, difficoltà.

GRIGIO
Positivo: neutralità, rigore, equilibrio.
Negativo:distanza, diffidenza.

NERO
Positivo
: efficiente, sofisticatezza, minimalismo.
Negativo: oppresso, freddo, pesante, morte

MARRONE
Positivo: serietà, calma, tranquillità, materico, legato alla terra, legato all’ambiente, posatezza, equilibrio, saggezza. vecchio.
Negativo: triste, ovvio, mediocre, statico, pesante.

VIOLA
Positivo: spirituale, attento, verità, esotico, creativo, lussuoso, sofisticato, ricco, mistero, esoterico.
Negativo: decadente, maligno, dolore, mistero, esoterico.

GIALLO
Positivo: ottimismo, felicità, autostima, dinamico, estroverso, amicizia, creatività,
Negativo: paura, irrazionale, fragile, depresso, ansia

ARANCIONE
Positivo: fisico, consapevole, sicurezza, sensualità, passione, divertimento, entusiasmo, prosperità
Negativo:  privazione, frustrazione, frivolezza, immaturità.

Ok, come dicevo in apertura, non prendiamo questo elenco come un diktat, ma proviamo a ricordarcene quando scattiamo.
C’è ancora una cosa che possiamo fare, per aumentare la nostra consapevolezza della forza emotiva del colore: prendiamo qualche foto che troviamo ci comunichi qualcosa, proviamo ad analizzare la palette di colori impiegata nello scatto, e poi confrontiamola con l’elenco che vi ho proposto in questo post. Vedremo che, alla fine, seppur si tratti di una sorta di bigino, il mio elenco non si allontana poi di moltissimo.

 

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Un ritratto corporate un po’ diverso, ma frutto del clima rilassato che sono riuscito ad instaurare con i tre designer ritratti

Ritrarre un soggetto è forse una delle attività fotografiche più difficili.
In questo ambito, il successo della sessione fotografica è spesso legata a come fotografo e soggetto riescono ad interagire durante il tempo che sono costretti a stare uno di fronte all’altro.

Ecco alcuni consigli che ho ricevuto negli anni, che ho rubato a fotografi più  esperti e alteri ancora dettati dal buon senso e dall’espserienza:

  1.  L’UMORE CONTA
    Il nostro umore influisce sull’umore di chi fotografiamo.
    Mostriamoci rilassati e sorridenti e avremo più possibilità che la cosa succeda anche dall’altra parte della macchina fotografica. Il segreto forse sta nel saper instaurare da subito un rapporto di rispettosa informalità.

  2. INTERESSIAMOCI AL NOSTRO SOGGETTO
    “Il grande fotografo sa sempre interessarsi al suo soggetto”, sono parole della Leibovitz, non mie, ma cerco di ricordarmele sempre, ogni qual volta inquadro un soggetto.
    Per la durata della sessione fotografica dimentichiamoci di noi e concentriamo l’attenzione su chi stiamo fotogrando.
    Facciamo domande! Facciamoci raccontare da dove viene, le sue radici, i suoi sogni, gli hobby… cerchiamo di interessarci alle persone che ritraiamo e anche i nostri ritratti risulteranno migliori.
  3. IL NOME HA UN SUONO DOLCE
    Non ce ne rendiamo conto, ma venire chiamati per nome è una cosa che ci fa piacere, ci fa sentire riconosciuti e ci fa sentire importanti. Chiamiamo per nome le persone che fotografiamo, le metterà a loro agio.
  4. CERCHIAMO DI ESSERE NOI STESSI, SEMPRE
    Non impersoniamo ruoli. Noi siamo noi, non dimentichiamocelo. Usiamo il nostro modo di fare, le nostre parole. Non atteggiamoci e vedremo che le cose scivoleranno verso il meglio. Non c’è niente di peggio del fotografo barzellettiere o del fotografo che impersona il semi-dio.
  5. NON PIANIFICAMIO E SARA’ UN DISASTRO PIANIFICATO
    Anche in una sessione di ritratti corporate, la preparazione è fondamentale.
    Luci, props, location, attrezzatura… sono tutti dettagli da curare per tempo, se intendiamot portare a casa il lavoro con successo.
  6. DOBBIAMO SAPER POSARE
    Per dirigere un soggetto è necessario saper posare, può sembrare una sciocchezza, ma è il solo modo perché il soggetto dall’altra parte della macchina fotografica non si senta ridicolo.
    Chiediamo, ma soprattutto mostriamo. Passiamo dall’altra parte e mostriamo quello che intendiamo. Capiremo subito se quello che stiamo chiedendo è fattibile.
  7. INDICAZIONI CHIARE
    Per prima cosa mettiamoci in testa che la nostra sinistra è la destra per chi posa e, viceversa, la nostra destra è la sua sinistra – può sembrare una banalità, ma molto spesso, non ricordarselo, è la prima ragione di incomprensioni.
    Sottolineiamo le parole con i gesti e manteniamo le parole al minimo, proprio per non creare confusione.
    Utilizziatemo riferimenti reali, piuttosto che un semplice destra o sinistra, ad esempio funziona meglio dire, “guarda verso quell’albero”, “gira la testa verso la finestra”, o “verso la luce!.
    Nel caso il soggetto non capisca, non dobbiamo perdere la calma, ma semplicemente fermarci per qualche istante, resettare le istruzioni, accendere un bel sorriso e ripetere da capo quello che intendevamo.
  8. I COMPLIMENTI VELOCIZZANO IL LAVORO
    Posare davanti ad una macchina fotografica è un’attività che in molti genera ansia. Usiamo i complimenti per sconfiggere l’ansia di chi sta posando per noi. “Bravo!”. “Molto bene!”. “Perfetto così!”. Sono tutte frasi che aiutano chi posa a sentirsi più a suo agio. Lasciamo perdere le critiche e concentriamoci soltanto gli aspetti positivi.
  9. I MOMENTI TRA UNO SCATTO E L’ALTRO
    Spesso i momenti di pausa sono i migliori per cogliere scatti incredibili.
    Teniamoci pronti
  10. A VOLTE LASCIAMO CHE A CONDURRE SIA PROPRIO IL SOGGETTO
    Qualche volta vale la pena fare un passo indietro e lasciar fare quello che il soggetto ha in mente, non è detto che ne uscirà lo scatto che sceglieremo, ma potrebbero aprirsi alternative interessanti. Spesso il soggetto ha una sua idea molto chiara e molto personale di come vorrebbe vedersi ritratto. Qualche volta vale la pena provare a scattare seguendo la creatività del soggetto, non solo farà sì che il soggetto si sentirà maggiormente gratificato, ma potrebbero davvero venir fuori scatti alternativi ai quali non abbiamo minimamente pensato.
    Accorgiamoci però se le cose non funzionano e riportiamo la sessione sui giusti binari. Un conto è provare, un conto è lasciarsi trascinare in situazioni assurde e sciupare tempo prezioso.

    Alberto Franceschini ritratto nella palestra di boxe usata per “Rocco e i suoi fratelli” – posa proposta dal soggetto

     

    Posa scelta

     

    Ecco cosa intendevo. Dovevo ritrarre Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse o oggi presidente delle ARCI, nella palestra che fu set del film di Luchino Visconti “Rocco e i suoi fratelli”. Alberto era piuttosto collaborativo, ma credo che fosse frutto di un certo disagio.
    Quando mi ha proposto di indossare i guantoni, l’ho incoraggiato a farlo e ho scattato. Non era di sicuro la mia idea, ma ho scattato comunque.
    Sotto lo scatto scelto, ma che è arrivato anche grazie alla digressione creativa concessa al soggetto.

 


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Faccio una doverosa premessa, sarei un impostore se dicessi che sono di quei fotografi che bada agli istogrammi, perdonatemi, sono nato con la pellicola e non c’era nulla di simile agli istogrammi sulle mie prima macchine fotografiche… questo però non significa che gli istogrammi non siano un valido aiuto per il fotografo digitale alle prese con l’esposizione.

Lo scorso weekend ho tenuto un workshop di tecniche di base ad un piccolo gruppo di principianti e, una volta arrivati alla pratica istogrammi, mi sono reso conto che i loro occhi cominciavano a vagare in cerca di aiuto. Il secondo giorno, però, quando siamo usciti a scattare e abbiamo visto gli istogrammi applicati, ho apprezzato il fatto che i loro sguardi sono tornati normali. Questo per dire che nessun argomento, se affrontato con la giusta calma e portato anche nella pratica, è troppo complicato per non essere assimilato, istogrammi inclusi.

Prima di entrare nel vivo del posto, vorrei dire a tutti coloro che controllano meticolosamente l’esposizione delle loro fotografie guardando nel visore sul dorso: STATE BUTTANDO IL VOSTRO TEMPO!
Sì, è così, basare l’esposizione su ciò che il display vi dice è pressoché sprecare tempo.

Il solo modo certo per controllare l’effettiva esposizione di uno scatto è quello di controllare gli istrogrammi (!).

E allora buttiamoci su questi benedetti/maledetti istogrammi…

 

Gli istogrammi, in fotografia, sono la rappresentazione grafica della distribuzione della luminosità all’interno di una scena.
Il grafico è composto da una serie discreta di rettangoli (istogrammi) ai quali corrisponde la quantità di pixel che un valore uguale di luminosità. Sull’asse delle ordinate, Y, viene riportata la quantità  di pixel e sull’asse delle ascisse, X, la frequenza relativa alla luminosità, partendo da quella minore, a sinistra, che rappresenta le ombre, fino a all’estremità destra, che rappresenta i bianchi puri. Più alto è l’istogramma e più pixel hanno lo stesso valore di luminosità.

Leggere gli istogrammi

Imparare a leggere gli istogrammi è un’operazione piuttosto semplice che ci può immediatamente dire se la nostra foto è esposta correttamente, se è presente tutta la gamma tonale, se la scena comprende valori esterni alla latitudine di posa del sensore della nostra macchina, e tante altre informazioni che il visore da solo non sarebbe in grado di fornirci.

Intanto sarà bene ricordarci che l’esposimetro non è un essere pensante e quindi può solo produrre valori per i quali è stato programmato. L’esposimetro infatti considera corretta un’esposizione che riportata la scena al tono di grigio medio – schiarendo le scene scure e scurendo le scene chiare.
Una fotografia correttamente esposta viene rappresentata con un grafico ad istogrammi disposti su una curva a campana (o di Gauss) e con tutti i valori di luce (dal nero, al  bianco, passando per le ombre, i mezzitoni e le luci) presenti, anche in piccola percentuale.

Questo non significa che se le nostre foto non hanno questo tipo di istogramma allora sono sbagliata, ma semplicemente che si discostano dalla scena standard – il cartoncino di grigio medio.

Ecco un esempio di foto corretta, di foto sovraesposta e sottoesposta.

Nell’esempio 1, la foto è sovraesposta e gli istogrammi mostrano una completa assenza di neri e ombre e una grande concentrazione di bianchi puri.
Nell’esempio 2, la foto è corretta e gli istogrammi sono disposti lungo tutto l’asse delle ascisse, dicendoci che nello scatto sono presenti tutti i valori di luce, dai neri ai bianchi, ai mezzi toni.
Nell’esempio 3, la foto è sottoesposta e gli istogrammi sono tutti spostati verso i valori bassi (i neri.)

C’è vita oltre agli istogrammi

Non sto dicendo che se non imparerete a leggere gli istogrammi, non riuscirete mai ad esporre una foto correttamente. Tutt’altro!
Sto però cercando di indirizzarvi sulla via più corretta che è quella di imparare a vedere il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica e gli istogrammi rappresentano perfettamente questa situazione.
Imparare a leggere gli istogrammi e interpretarli ci rende fotografi più consapevoli e dunque migliori.

Quando gli istogrammi non servono a nulla

Quando siete già fotografi esperti e state esponendo in maniera consapevole o creativa, ad esempio:

In questo mio scatto,’istogramma suggerirebbe un grave errore di esposizione, ma in verità la sottoesposizione (pesante) è voluta ed la ragione per la quale la foto risulta interessante.

 

 

 

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Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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Uno scatto. Una storia metropolitana. Una storia di quotidianità

Oggi parliamo di NARRAZIONE FOTOGRAFICA, sì avete letto bene… ho imparato la lezione di qualche settimana fa e, quanto più mi sarà possibile, sostituirò l’anglofono story telling  con un più italiano “narrazione”.

Con il post di oggi vorrei fissare quelli che sono gli elementi chiave della narrazione fotografica.

Un’immagine, mille parole.

L’adagio ci dovrebbe essere familiare e solitamente si dimostra piuttosto fondato. Nella maggior parte dei casi è proprio così: un’immagine ha la forza di mille parole, questo però non ci mette affatto al riparo da possibili errori, perché se è vero che un’immagine ha la forza di mille parole, non è dato per scontato che queste mille parole raccontino una storia.
Il punto è proprio questo: non è sufficiente inquadrare e scattare per aver confezionato una storia fotografica, così come per lo scrittore non è sufficiente mettere insieme una serie di paragrafi ortograficamente corretti, grammaticalmente e sintatticamente corretti per avere tra le mani un racconto (!).

 

Cos’è una storia.

La definizione di storia, nel senso di narrazione, è “l’esposizione di una sequenza di eventi, reali o immaginari, legati da una successione logica” e fino a qui non dovrebbero esserci problemi. Una storia, secondo Aristotele, ha tre momenti fondamentali: un inizio, un momento centrale e un epilogo. E questo, in realtà, quando ci spostiamo nel campo della narrazione fotografica, comincia a porci qualche ostacolo. Come facciamo, ad esempio, a creare i tre momenti caratterizzanti di una storia con una sola immagine? In questo, la fotografia, ci chiede un’abilità in più: l’abilità di condensare i tre momenti in uno sguardo.
Partiamo da qui… uno scatto che vuole raccontare una storia deve, prima di tutto deve agganciare la nostra attenzione e trasmetterci un messaggio, emozionandoci. Le storie catturano le emozioni umane, le nostre storie fotografiche FUNZIONANO quando riusciamo a trasmettere queste emozioni a chi guarda.

 

Il protagonista.

Nei miei workshop amo tracciare un parallelo tra la narrativa e la fotografia, tra lo scrittore e il fotografo.
Come per lo scrittore e per la narrativa, non esiste storia che non ruoti attorno ad almeno un protagonista, anche nella fotografia e in particolar modo nella narrazione fotografica, non esiste una storia se non esiste un protagonista.
Qual è la caratteristica che  deve avere il protagonista delle nostre storie per immagini? Principalmente, il protagonista deve essere in grado di trasmettere emozioni. Può sembrare una banalità, ma la differenza tra una storia e uno scatto – magari tecnicamente anche buono – è tutta qui. L’emozione!
Il protagonista ha il compito di creare una connessione con chi guarda. Se chi guarda si sente attratto dal nostro protagonista, si sentirà immediatamente attratto dalla nostra fotografia e noi saremo riusciti a raccontare una storia con un’immagine.

Il vecchio al mercato di Leh. Un buon protagonista.

 

Che emozioni vogliamo trasmettere?

Questa, dopo la scelta del protagonista, è la domanda chiave che dobbiamo porci nel momento in cui decidiamo di raccontare una storia attraverso le immagini. Cosa voglio trasmettere?
Rispondendoci a questa domanda, troveremo di conseguenza la chiave per entrare nel vivo della narrazione fotografica, troveremo il linguaggio, l’inquadratura che meglio si adattano, lo stile, la composizione e tutto il resto.
Amo ripetere una frase di David duChemin, “quello che non inquadri non esiste”, per me è un diktat. Questo però ci deve far comprendere che non solo la nostra storia è il mondo compreso nell’inquadratura – e soltanto quello, ma anche che, in buona sostanza, noi siamo i creatori di quel mondo e del messaggio o delle emozioni che affidiamo a quel mondo.

Quale emozione? L’intimità della sera

La fotografia non registra la realtà.

È bene che questo ce lo si metta in testa da subito. La fotografia non registra la realtà, ne crea una “alternativa” e molti di noi non se ne rendono conto. La fotografia, anche quella documentaristica – che per una questione etica dovrebbe essere la più aderente alla realtà – è  il prodotto della creatività di un autore, che ha operato delle scelte di linguaggio, di tecnica e di composizione, decidendo di includere o di escludere elementi nel suo personalissimo mondo bidimensionale, delimitato dai bordi del fotogramma.
Perché vi dico questo? Perché questo è alla base della narrazione fotografica, che parte da elementi reali per raccontare storie che possono staccarsi dalla realtà.

 

Una buona storia fotografica è come una barzelletta…

È così! Se siamo costretti a spiegare una barzelletta, evidentemente o la barzelletta non era divertente o noi non siamo capaci di raccontarle (o entrambi i casi).
E così con le nostre storie per immagini… se siamo costretti a spiegare i nostri scatti, significa soltanto una cosa: POLLICE VERSO!
I nostri scatti DEVONO parlare per noi! Ricordate le proverbiali mille parole!? Ecco!
Se i nostri scatti hanno bisogno di post-it con la spiegazione… beh, siamo piuttosto lontani da un risultato anche solo vagamente accettabile.
Dobbiamo capire che il modo in cui il fotografo vede i suoi scatti è sensibilmente diverso da come li vede un altro. Ansel Adams diceva che ci sono sempre due persone in ogni foto: il fotografo e chi guarda. E se vogliamo raccontare storie fotografiche con successo, questo è un dettaglio che non possiamo ignorare.
Le storie fotografiche migliori si creano quando il fotografo, al momento dello scatto, riesce a vedere oltre al suo punto di vista, anche quello di chi poi quella foto la guarderà – una sorta di empatia.

una giovane madre e un figlio. un soggetto universale, capace di stabilire una connessione emotiva con chi guarda

Torneremo presto a parlare di narrazione fotografica, non perdete i prossimi post.


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