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Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

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cose-da-fare-prima-di-partire

Ci siamo! Finalmente si parte! Come cantava qualcuno, “le ferie d’agosto”…  e per molti di noi, le ferie d’agosto, sono l’occasione principe per scattare foto,  per dedicare finalmente un po’ più di tempo alla fotografia.

Cosa mi porto!?
La domanda è quanto mai calzante. Già, cosa mi porto in vacanza per esser certo di divertirmi a far foto – perché, non dimentichiamocelo, a meno che per noi non sia un lavoro, fotografare DEVE essere soprattutto sinonimo di divertimento, di piacere.

Come spesso accade, più le domande sono semplici, e meno le risposte sono facili ed univoche… e questa è una di quelle domande!

Non esiste un kit ideale per tutti e per tutte le situazioni. Questo l’ho imparato quasi subito ed ecco allora che provo ad elencare qualche possibile soluzione.

Fotografo Ultra Light
Il suo obiettivo è la praticità, sempre e comunque, e “viaggiare leggeri” è molto di più di un  approccio, è un diktat, è una filosofia di vita.
Per lui UN CORPO MACCHINA E UN SOLO OBIETTIVO. Il purista si porta un 50mm, ma sa già prima di partire, che qualcosa andrà sacrificato.
Il mio consiglio è semplice: COMPRATEVI ALMENO UNO DI QUEGLI ZOOM CHE COPRONO DAI 24 AI 200 mm. Sacrificherete molto meno e salverete comunque il peso.
Se non è chiedervi troppo, investite almeno in una di quelle custodie dedicate: la sicurezza della vostra attrezzatura è comunque un dettaglio fondamentale, anche per il fotografo peso piuma.

 

 

Fotografo da strada
Fosse per lui, vivrebbe per strada con la sua macchina incollata all’occhio.
Incarna l’anima spartana e verace dei fotografi. Vuole scattare in qualsiasi condizione di luce, volti, dettagli, scena quotidiane.
La sua versione purista gli imporrebbe di dotarsi di un 50mm f.1.4 e di scarpe comode.

Va bene anche qualcosa di più moderno, naturalmente!

Io gli concedo una scelta un filo più ampia, per lo meno per ciò che riguarda le ottiche.
Fisse o zoom, gli consiglio almeno due focali, con le quali alternare gli scatti: un grandangolo e una lente normale oppure una lente normale e un medio tele.
Scegliendo ottiche fisse avrete una qualità superiore e diaframmi più spinti – ideali per scattare in condizioni di luce scarsa, ma a fronte di un investimento economico maggiore.
Scegliendo invece due zoom, potrete usufruire di tutte le alternative intermedie  tra la focale minore e la focale maggiore, risparmiando qualche euro, ma sacrificando un po’ di qualità e di velocità.
La borsa ideale del fotografo da strada è la monospalla (detta anche “slingshot”), che consente di accedere all’attrezzatura semplicemente facendola scivolare sul davanti. Sono borse compatte, leggere, ma piuttosto capienti.
Consiglio inoltre un grip con seconda batteria da montare sul corpo macchina, per evitare di restare a secco sul più bello, ma anche per agevolare gli scatti verticali.

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Le “slingshot bags” sono molto comode, ma l’attrezzatura deve essere sempre in versione “minimal”

Fotografo Quattro Stagioni

È la mia personalissima evoluzione del profilo precedente.
Siete dei Quattro Stagioni se vi piacciono i ritratti, ma amate anche gli scatti panoramici, se cercate le scene da strada, ma i dettagli per voi hanno un sapore particolare…
In questo caso – che poi è un po’ il mio – la questione si complica.
Il Quattro Stagioni sente la necessità di coprire tutte le focali da 12mm ad almeno 200mm. Si tratta proprio di un bisogno primordiale, per lui! Non vuole sacrificare nulla, non un panorama, non un volto, non un dettaglio, non un campo largo.
Quale soluzione? Ce ne sono alcune.
La prima potrebbe essere quella di dotarsi di uno di quei super zoom 18-200 (Tamron addirittura produce un 18-300 con attacco Canon e Nikon!). Di sicuro è la soluzione più compatta. Dal punto di vista della qualità… beh, qualche concessione la dobbiamo fare.
Chi invece non vuole rinunciare alla qualità è allora costretto ad acquistare tre lenti zoom, una che copra le focali tra 12 e 24mm, una che vada dai 24 ai 70mm e una che lo porti agevolmente attorno ai 200mm. Se siete fanatici della qualità, ma soprattutto ricchi, potete regalarvi un set di ottiche zoom professionali f.28, vi assicuro che fanno il loro sporco lavoro, ma hanno un piccolo difettuccio: vi piallano il conto corrente (!).
In commercio si trovano anche zoom da step intermedi, ad esempio un 18-120mm e un 70-300mm e, parafrasando la pubblicità, tu zoom is mei che tri.
Ma il Quattro Stagioni DOCG  non accetta di fermarsi di fronte a nulla ed ecco che il kit si completa di un flash a slitta, che, il Quattro Stagioni Maniaco, completa con radiocomandi vari e un modificatore – consiglio il piccolo bank ripiegabile della Lumiquest.

Softbox - l'accessorio principe per ottenere una luce più morbida dal nostro flash

Softbox – l’accessorio principe per ottenere una luce più morbida dal nostro flash

Se vi portate un flash a slitta, non dimenticate le batterie di ricambio – pena è restare a secco sul più bello – sia per il flash, sia per gli eventuali comandi remoti e magari regalatevi un kit di gelatine colorate per deliziare la vostra creatività di strobist.
Va da sé che il  suo kit preveda un grip con seconda batteria.
La versione Outdoor del Quattro Stagioni lo vuole munito anche di cavalletto (magari con testa staccabile) e di scatto remoto o, meglio ancora, di un intervallometro. Con questi due accessori nulla potrà più fermare il vero e unico Quattro Stagioni.
Ovviamente un simile kit necessita di una borsa all’altezza e io consiglio uno zaino con scomparti imbottiti e riposizionabili secondo le esigenze. Non lesinate sulla qualità degli zaini! Löwepro, Manfrotto e Tamrac hanno sicuramente il modello che fa per voi e controllate sempre che sia possibile imbarcarlo con voi in aereo e che preveda l’aggancio per un eventuale cavalletto, controllate la comodità degli spallacci, la presenza di cinghie all’altezza del pettorali e del bacino, per distribuire meglio il peso. Assicuratevi che le cerniere siano nastrate ed impermeabili e, già che ci siete, verificate che ci sia anche il dispositivo antipioggia. La mia esperienza dice che una borsa che costa davvero poco, dura davvero poco. Purtroppo non sempre vale il contrario (!).

borsa

Comoda, resistente, impermeabile, ma soprattutto capiente il giusto (meglio uno “zic” in più, che in meno!

 

Fotografo Canaletto
È un vedutista del Settecento, ma ha la sfortuna di essere nato tre secoli dopo. I suoi miti sono Canaletto, i Fiamminghi e Ansel Adams.
La fotografia, per Canaletto, è paesaggio!
Non può fare a meno di un buon grandangolo, ma per schiacciare le prospettive si affida spesso ad un tele. Le focali di mezzo lo convincono poco, ma se proprio deve, monta un 70mm.
Non esce mai senza il suo kit di filtri digradanti e ND e ne vanta dozzine.
Il Canaletto Ricco possiede solo filtri della Lee Filters – un set da tre filtri Lee, con anello adattatore e sistema di aggancio, si aggira attorno ai 300 euro! I
l Canaletto In Spending Review si accontenta di marche meno nobili, come Cokin o Marum.
Se sui filtri potreste anche glissare – ho scritto “potreste”, attenzione. Non potete invece fare a meno di un buon cavalletto, se la vostra passione sono i paesaggi.
Sceglietelo alto almeno un metro e cinquanta, possibilmente di quelli che permettono di montare teste diverse, in modo che possiate scegliere quella che meglio si adatta alle vostre esigenze. Sceglietelo leggero, ma solido. Testatene la solidità (in negozio) montando una macchina simile alla vostra per peso e ingombro ed estendendo al massimo gambe e colonna centrale. Considerate le dimensioni del cavalletto, sia nel suo massimo splendore, sia completamente richiuso. I cavalletti con gambe a quattro sezioni diventano davvero molto piccoli, ma offrono meno stabilità dei cugini a tre sezioni. Valutate con cura, peso ed ingombro: ve lo dovrete scorrazzare tutto il santo giorno, tutti i giorni.
Carbonio, fibra di magnesio, basalto… sono solo alcuni dei materiali all’avanguardia con cui vengono prodotti i cavalletti di fascia alta. Di sicuro offrono il massimo rapporto peso/stabilità,  ma non ho ancora trovato dove li regalino…

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Uno scatto remoto va a completare l’attrezzatura, meglio se in grado di svolgere le funzioni di un intervallometro.
Pensate anche a guaine e coperture impermeabili per macchina e obiettivi, perché potrebbe capitare di trovarvi a scattare nel bel mezzo di un acquazzone!

OK, mi fermo qui…  ce ne sarebbero molti altri di profili, con buona probabilità, ma forse entrerei troppo nello specifico – ad esempio mi viene in mente il Naturista, per non parlare della sua deriva estrema, il Fotografo Safari.
La maggior parte di noi, però, immagino ricada in una delle categorie di base che ho buttato lì.

Che siate gli uni o che siate gli altri, per tutti ci sono accessori che non si possono lasciare a casa: caricabatterie da rete (ma anche versioni che possano caricare attraverso l’accendisigari di una macchina o la presa USB), card varie, cavi vari, batterie di scorta, panni in microfibra per pulire le lenti, guaine e coperture antipioggia per zaini e borse (nel caso il modello scelto non lo abbia già in dotazione).
Potrei essermi dimenticato qualche cosa… non vogliatemene.
Voi cercate di non dimenticare che quello che facciamo, quando fotografiamo, deve essere soprattutto divertimento, ma che il divertimento è una cosa seria.

Buone vacanze!

 

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Non poteva mancare, dopo il post sulla sottoesposizione, ecco un post dedicato alla tecnica contraria, cioè quella di creare immagini volutamente sovraesposte.

Riepilogo per coloro che non avessero letto il post precedente, NON ESISTE UN’ESPOSIZIONE CORRETTA, MA SOLTANTO UN’ESPOSIZONE CHE LA MACCHINA SUGGERISCE e questo viene fatto sugli standard per i quali l’esposimetro è tarato (un bel grigetto pallido),

Ciò detto, qualche volta vale la pena intervenire e dire alla macchina di bruciare.
Così facendo si creano scatti diafani, eterei e vagamente magici.
Quando farlo?
Ad esempio in occasione di soggetti in controluce, bruciando tutto quello che sta attorno al soggetto.
O in occasioni di scene che trattate come high key producono immagini di gran lunga più poetiche di qualsiasi scatto esposto correttamente.

Nella foto che ho scelto per aprire potete vedere come un palese errore di esposizione abbia, in realtà, dato vita ad uno scatto del tutto unico e potente.
Se fossi stato più presente a me stesso come fotografo e mi fossi ricordato di riportare gli ISO ad un valore normale prima di scattare, avrei forse ottenuto un altro scatto banale, così, nell’errore d’esposizione, invece, ho creato un’immagine molto eveocativa e per nulla scontata.

Come per la sottoesposizione volontaria, anche la sovraesposizione funziona molto bene. Pensatela in alternativa all’esposuzione corretta e pensate alla tecnica in questione come ad una possibilità di ampliamento del vostro linguaggio creativo.

Osare qualche volta ripaga. Anche nel caso della sovraesposizione, non limitatevi a sovraesporre di un misero stop, osate, andate oltre, bruciate! 2, 3 stop e vediamo che succede.

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Priorità di diaframma (A per Nikon, AV per Canon) e controllo quello che voglio mantenere a fuoco e quello che voglio sfocare

Ma quale modalità devo scegliere!? Questa domanda credo di averla sentita fare almeno un centinaio di volte negli ultimi workshop che ho tenuto. È la tipica domanda che si pone chi comincia e ancora non ha sviluppato la dovuta confidenza con la macchina fotografica. Proviamo a tornarci sopra. Parliamo di MODALITÀ SEMI-AUTOMATICHE… Partiamo dall’inizio. Cosa diavolo sono le modalità semi-automatiche? Sono modalità che ci danno più controllo del modo P e un po’ meno del modo Manuale. Le modalità semi-automatiche sono 2:

  • Priorità di diaframma (A per Nikon e AV per Canon)
  • Priorità di tempo (S per Nikon e TV per Canon)

La PRIORITÀ DI DIAFRAMMA è quella particolare modalità di scatto dove la macchina sceglie il tempo corretto (corretto per eseguire una corretta esposizione) dopo che NOI abbiamo impostato il diaframma. Al contrario, la PRIORITÀ DI TEMPO è la modalità dove la macchina sceglie il diaframma corretto, una volta che NOI abbiamo scelto il tempo di posa.

E questa è la base, diciamo… Ma la base non ha ancora risposto alla domanda iniziale: quale modalità scegliamo?

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI DIAFRAMMA quando ci troviamo in situazioni dove vogliamo avere il massimo CONTROLLO SULLA PROFONDITÀ DI CAMPO – sulle cose che vogliamo tenere a fuoco e su quelle che vogliamo invece sfocare.
Controllare la profondità di campo ci permette di comporre con attenzione, creare interesse sui primi piani e togliere l’interesse dallo sfondo, oppure ci consente di essere certi che tutto, primo piano e sfondo, risultino perfettamente a fuoco. Per cui, nel caso di ritratti o dettagli, sceglieremo un diaframma aperto, mentre nel caso di panorami o di scene corali, imposteremo diaframmi più chiusi. E non ci dovremo preoccupare del tempo di posa, perché di quello se ne occuperà la nostra macchina.

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI TEMPO quando invece abbiamo a che fare con l’azione, con il movimento.
Se decidiamo di congelare il movimento del nostro soggetto, imposteremo un tempo rapido – 1/125, 1/250 o addirittura 1/500. Se invece vogliamo fare in modo che il nostro soggetto in movimento risulti mosso – strisciato, per intenderci – dobbiamo impostare tempi più brevi, ad esempio 1/30 o 1/15 o 1/8. Come per la modalità precedente, la macchina fotografica, una volta impostato il tempo di posa, sceglierà per noi il diaframma corretto.

Ora forse le cose sono un po’ più chiare… no!?

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jeep

Abbiamo mai pensato che il cielo può diventare il vero protagonista delle nostre fotografie di paesaggio?

A volte incappiamo in cieli così intensi che non fotografarli sarebbe davvero uno spreco.

Ecco allora qualche consiglio sparso per rendere al meglio una fotografia paesaggistica dove il cielo è protagonista

SPAZIO AL PROTAGONISTA
Se abbiamo scelto il cielo come protagonista dei nostri scatti, diamogli il giusto spazio. Componiamo dando al cielo almeno due terzi dell’inquadratura. Due terzi di cielo, un terzo di terra, e magari un soggetto interessante anche sulla terra, ecco una buona ricetta.

DOVE LEGGO LA LUCE
Scattare il cielo può essere un esercizio delicato per l’esposimetro della macchina.
Abbiamo più scelte a disposizione:

  • Scegliamo la modalità di esposizione a matrice e lasciamo fare alla macchina, ma così il rischio è che la foto venga un filo chiara – sovraesposta.
  • Scegliamo la modalità spot o centrale e leggiamo la luce nel punto più chiaro dell’inquadratura, questo renderà tutta la scena più scura – sottoesposta – e il nostro cielo risulterà più interessante e drammatico

Il mio consiglio è di prendere la seconda strada, ma attenzione, potremmo perderci qualche dettaglio in primo piano, perché la macchina tenderà  a scegliere un diaframma chiuso.

QUALE DIAFRAMMA FUNZIONA MEGLIO
Si tratta sempre e comunque di uno scatto paesaggistico, chiudiamo il diaframma per tenere tutto a fuoco (massima profondità di campo). Ricordiamoci però che gli obiettivi danno il loro massimo in termini di nitidezza attorno a f.11, per cui scegliamo di scattare tra f.11 e f.16, così avremo una profondità di campo piuttosto ampia e manterremo una buona nitidezza.

MEGLIO LE NUBI DEI CIELI AZZURRI
Molto di noi pensano che il cielo perfetto sia il cielo sgombro da nuvole e colorato di azzurro intenso. Errore! O meglio, lo è se intendiamo passare qualche ora in libertà, ma non lo è affatto se intendiamo fotografarlo.
I cieli azzurri e sgombri sono validi soggetti soltanto se intendiamo fare scatti molto grafici, per i quali però dobbiamo scegliere anche un valido contro-soggetto, cioè un orizzonte molto lineare.

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MEGLIO UN GRANDANGOLO
Sì, meglio scegliere un grandangolo. Un 28mm o un 35mm vanno benissimo. Dobbiamo essere in grado di abbracciare più cielo possibile, ricordiamocelo.

IL MALTEMPO E’ NOSTRO ALLEATO
La fotografia non è attività che dobbiamo legare solo alle giornate di sole, anzi, le migliori foto di cieli sono quelle che scattiamo in giornate di temporale o di meteo variabile.  Usciamo quando il tempo sta per cambiare, dal sole alla pioggia o dalla pioggia al sole.

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Argomento scottante, da sempre.
Come funziona l’esposimetro della nostra amata reflex? E come influenza la lettura della luce?

Poniamoci prima la domanda principale: su cosa si basa la lettura dell’esposizione?

I parametri sono 3:

  • ISO
  • Apertura di diaframma
  • Tempo di posa

ISO: regola la sensibilità del sensore
Apertura di diaframma: controlla qunata luce entra
Tempo di posa: controlla per quanto tempo entra la luce

L’esposizione corretta è data dall’incontro di questi tre parametri. La lettura dalla luce è fatta dall’esposimetro, che nel nostro caso, legge la luce riflessa dai soggetti inquadrati.

Gli esposimetri sono sofisticati dispositivi tarati per valutare la corretta esposizione in concomitanza di un grigio medio – è stato determinato che il grigio medio (o grigio al 18%) è la miglior tonalità per rappresentare la media delle tonalità esistenti in natura. Questo cosa comporta, che la nostra macchina consideri correttamente esposta una scena quanto più questa si avvicina ad un grigio medio (!?).

E tutto quello che è più chiaro o più scuro di un grigio medio – vedi bianco o  nero? Per queste tonalitàì, per così dire fuori standard, la macchina cerca di renderle più vicine al grigio, sbiadendo i neri e sporcando i bianchi.

Ecco perché non dobbiamo fermarci a quello che ci dice la macchina, soprattutto quando scattiamo soggetti molto chiari o molto scuri, ma dobbiamo intervenire e correggere la lettura esposimetrica.

 

Come la macchina vede nero e bianco
Immaginiamo un soggetto e immaginiamolo il più ostico possibile per l’esposimetro della nostra macchina, eccolo:

Soggetto 1

 

Credeteci, questo è davvero un incubo per l’esposimetro della nostra macchina.
Se impostassimo sulla modalità a matrice, leggendo cioè tutto il fotogramma,  e lasciassimo decidere alla macchina, ecco come sarebbe il risultato:

Soggetto 2

La macchina avrebbe cercato di avvicinare le due tonalità al grigio, sporcando il bianco e schiarendo il nero.

Questo sarebbe stato il risultato (più o meno).

Compensiamo, allora!
Se non vogliamo avere bianchi sporchi e neri slavati, dobbiamo intervenire.
Prima di tutto decidendo cosa vogliamo salvare, se i bianchi o i neri – nel caso più ostico mostrato, una delle due tonalità dovra pagarne inevitabilmente le conseguenze.
Se vogliamo preservare i bianchi, dovremo sovraesporre o compensare positivamente.
Se vogliamo preservare i neri, dovremo sottoesporre o compensare negativamente.
Di solito, in natura, è difficile incontrare un caso simile, ma ricordiamoci la regola: PER IL BIANCO APRO, PER IL NERO CHIUDO.

… quindi per ottenere il risultato mostrato nella foto d’apertura, per ottenere la neve bianca, dobbiamo…. sovraesporre (o compensare positivamente) la lettura che ci suggerisce la macchina.

 

 

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