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Posts Tagged ‘imparare a fotografare’

Errori comuni. Errori recuperabili.

Un adagio napoletano recita che “nessuno nasce imparato”, che, tradotto in lingua più o meno significa che ognuno di noi deve poter commettere il suo numero di errori dovuti all’inesperienza, prima di poter accedere al livello superiore.

Ho ripensato ai numerosi errori nei quali sono caduto quando ho iniziato a fotografare, ma quella era l’era della pellicola e non fanno più testo, allora per stilare un elenco di errori un filo più aggiornato mi sono rifatto ai principianti che incontro nel corso dei miei workshop di tecniche di base.
A cosa può servire elencare alcuni tra gli errori più comuni che il fotografo alle prime armi commette? A rendersene conto e a non commetterli.

Partiamo dunque…

  1. “Io gli ISO alti non li uso.”
    Eccoci! La paura la fa da padrona  e un esercito di fotografi non si schioda da 100/200 ISO, anche quando le condizioni di luce lo richiederebbero. Ed ecco card dopo card di scatti sottoesposti.  Se vogliamo è  questo un errore compiuto pensando di fare bene, ma sempre di errore stiamo parlando.
    Gli ISO bassi garantiscono una qualità migliore, ma questo non significa che non si possa spaziare almeno fino a 600/800 ISO per i modelli più economici e addirittura 1200/1600 ISO per quelli un poco più costosi. Di certo tutti i modelli offrono prestazioni decisamente accettabili nella fascia che va dai 360 ai 600 ISO, perché dunque non sfruttare quella gamma di sensibilità per raccogliere più luce?
  2. “Non so che farmene del cavalletto. E’ soltanto un ingombro.”
    Certo, comprendo l’aspetto dell’ingombro fisico e del peso di un cavalletto, ma  possederne uno – ed usarlo – è uno di primi passi per allargare gli orizzonti creativi del proprio modo di fotografare. Riuscire a scattare anche quando la luce è bassa e cogliere quelle atmosfere crepuscolari così cariche di pathos, o cimentarsi con le strisce di luce, o, perché no, con il time lapse.
    Tutto territorio nel quale il cavalletto la fa da padrone, non contemplarlo nella nostra attrezzatura fotografica ci preclude dall’accedervi.
  3. “Sbaglio sempre modalità di autofocus.”
    Se c’è una cosa che la post-produzione non può sistemare è uno scatto fuori fuoco, ecco perché è bene capire a fondo le modalità di messa a fuoco automatica che ci offre la nostra macchina.
    Uno degli errori più frequenti è quello di aver attivato senza saperlo la modalità a fuoco singolo, quando invece stiamo fotografando scene ricche di soggetti in movimento.
    I vari modelli di reflex offrono possibilità di messa a fuoco automatica molto diverse, che vanno dal singolo punto centrale, al pattern, a complicatissimi metodi di messa a fuoco “intelligenti”.
    Uno degli aspetti frustranti è quello di aspettarsi che la macchina metta a fuoco un certo soggetto, salvo poi scoprire, solo dopo, che invece a fuoco c’è tutt’altro.
    Che fare? Leggere per bene la sezione del manuale dedicata all’autofocus e alle varie modalità offerte dal nostro modello di fotocamera.
  4.  “Non monto mai l’obiettivo corretto.”
    Ho un’amica che si è comprata un 18-300 e risponde a tutti coloro che le domandano come si trovi “da dio e poi così non devo mai cambiare obiettivo!”.
    Vero, certo , ma si tratta di una di quelle verità a metà. Se parliamo della comodità di un 18-300, non ci sono possibilità di smentita, ma se poi ci addentriamo nella qualità della resa di uno zoom così spinto, il verdetto cambia drasticamente.
    Non c’è nulla di male nel possedere uno zoom, ma bisogna aver presente che la qualità di uno zoom non sarà mai comparabile a quella di un obiettivo fisso.
    Il mio consiglio è che, via via che la nostra esperienza cresce, ci si doti di un parco lenti consono – un grandangolo, uno zoom medio e un tele, che poi, a seconda di quello che amiamo fotografare, possiamo completare con altre lenti accessorie.
    La cosa fondamentale è capire bene quali sono vantaggi e gli svantaggi di ognuna delle categorie di obiettivi, in modo da saper scegliere sempre la soluzione migliore (nel senso che meglio supporta ciò che intendiamo fotografare e la nostra creatività). Conoscere quale obiettivo ci offre la profondità di campo più estesa o l’angolo di ripresa più ristretto, quale invece ci offre il massimo schiacciamento della profondità o quale è in grado di rendere il volto umano, nelle sue proporzioni, più simile alla realtà.
    Questi possono sembrare dettagli, ma è della conoscenza di questi dettagli tecnici che è fatta la maestria di un fotografo.
  5. “Il flash è per i fotografi esperti.
    Lo ammetto, il flash un po’ spaventava anche me, quando ho iniziato – ma a mia discolpa va anche il fatto che non c’era possibilità di controllare immediatamente quello che avevo scattato.
    In effetti il flash un po’ di soggezione la mette ancora, ma il mio consiglio è che anche il principiante provi ad affacciarsi al mondo del flash, magari partendo dalla tecnica del “colpo di schiarita” (o fill-in flash). Chi invece si sente vagamente più temerario, provi a dotarsi di un flash a slitta e comincia a sperimentare un po’, vedrà che piano piano anche il flash non farà più paura.
  6. “Il back-up è una perdita di tempo.”
    … e forse lo sarà anche, almeno fino a quando, per colpa di un hard disk difettoso, gran parte delle fotografie del nostro viaggio nella foresta pluviale dell’Amazzonia genereranno un messaggio d’errore sulla falsariga di “file corrupted”, quando cercheremo di aprirle.
    Fare il back-up dei propri lavori e quasi importante quanto scattare. Non dobbiamo pensare che sia soltanto una gran perdita di tempo o un esborso di quattrini senza senso.
    La rete è ricca di consigli su come costruire il proprio flusso di back-up e ognuno lo organizzi secondo le proprie necessità e la propria capacità di spendere, ma non lasciamo i nostri scatti soltanto in un unico posto (magari l’hard disk del vostro computer). Prendiamo in considerazione tutte le possibilità, da vari dischi rigidi esterni, a sistemi in cloud, accessibili da remoto (o alla somma di entrambi). Io ad esempio, oltre a duplicare gli scatti su un’unita esterna NAS (che comunque mi garantisce l’accesso via web), copio tutto su due servizi di back-up in cloud (Google Drive e Amazon Drive). Eccesso di zelo!? Può darsi, ma meglio abbondare…
  7. “Photoshop è per i professionisti. Io uso solo software di editing gratuito.”
    Certo, potrebbero sembrarci soldi buttati quelli investiti nel noleggio di Photoshop (circa 20/mese), ma le potenzialità dell’applicazione non trovano paragoni in nessuno dei softwarini che si trovano in giro, scaricabili gratuitamente da internet. Un tempo, quando Photoshop costava anche 2 milioni di lire e si pagavano tutti gli aggiornamenti, era roba per noi professionisti, ma oggi… oggi Adobe concede una licenza ufficiale di utilizzo per poche decine di euro al mese, la quale dà diritto all’uso del software, oltre al fatto che gli aggiornamenti sono compresi nel canone di affitto. Perché insistere a pastrugnare i propri scatti con strumenti scadenti o instabili?
  8. “Non me ne faccio nulla di un lettore di card. Io le foto le passo al computer con il cavo USB.”
    Degustibus… ma se vogliamo che il trasferimento dalla card al pc o mac sia più rapido, è bene farlo attraverso un lettore di card – anche in questo caso, cerchiamo di non scegliere proprio un primo prezzo.
  9. “Il manuale non serve a niente.”
    Questa, non prendiamocela, ma è una delle frasi più idiote che sento ripetere.
    Il manuale è uno strumento fondamentale, per capire cosa può fare la nostra macchina, ma soprattutto per capire cosa NON può fare.
    Il manuale deve diventare un riferimento e non uno scoglio.
    Avvaliamoci della rivoluzione digitale e scarichiamo il pdf del manuale della nostra macchina sul nostro tablet o sul nostro smartphone, in modo fa averlo sempre con noi e consultabile.
    Il manuale ci toglie le castagne dal fuoco e qualche volta può anche ispirare la nostra creatività.
  10. “Se c’è brutto tempo non scatto.”
    Che sciocchezza! Eppure lo dicono in tanti e lo pensano in ancora di più. Certo, una bella giornata di sole offre maggior comfort, ma escludere a prescindere di scattare quando il tempo è brutto è una follia, perché ci taglia fuori da tutta una serie di scatti molto evocativi, con cieli carichi di nuvole, con strade bagnate che riflettono le luci, con soggetti che si manifestano soltanto quando il tempo è brutto. Alla fine basta vestirsi adeguatamente per non prendere freddo o per non bagnarsi e basta proteggere la nostra attrezzatura, soprattutto dalla pioggia.

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Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


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Ecco un esempio di uso del colore, in questo caso di uso di una palette molto ridotta

Il colore è un incredibile mezzo per veicolare le emozioni.
Il nostro cervello reagisce ai diversi colori in modo diverso, per motivi legati all’inconscio, all’inprinting e al nostro modello culturale.
Per questo, è fondamentale conoscere quelle che possono essere le implicazioni emotive legate a certe tonalità, in modo che il messaggio che vogliamo trasmettere con i nostri scatti non vada disperso, anzi, i grandi fotografi spesso usano il colore o i colori proprio per esaltare il messaggio.

Ovviamente quando ci si addentra in questi campi è difficile individuare linee generali precise, ma posso provare a riassumere in una sorta di specchietto alcune “sensazioni” legate ai colori – naturalmente relativi alla cultura occidentale.
Quello che segue non vuole essere scolpito nella pietra, ma recupera nozioni legate alla psicologia del colore, una disciplina che arriva da lontano.

ROSSO
Positivo; forza, potenza, energia, mascolinità, coraggio, calore, passione, amore.
Negativo: pericolo, tensione, dramma.

ROSA
Positivo
: tranquillità, femminilità, sensualità, amore.
Negativo: privazione, inibizione, claustrofobia, debolezza

BLU
Positivo
:intelligenza, fiducia, conoscenza, serenità, senso del dovere, calma, saggezza, fede, profondità, etereo.
Negativo:freddo, mancanza di emozioni, notte, inimicizia, distanza, etereo.

VERDE
Positivo: armonia, equilibrio, tranquillità, pace, amore per l’ambiente, compostezza, giovane.
Negativo: stagnazione, noia, mediocrità, invidia, disagio.

BIANCO
Positivo: purezza, candore, integrità, igiene, sacralità, chiarezza, virtù, efficienza, minimalismo, sofisticato, vita
Negativo: sterilità, freddo, distanza, difficoltà.

GRIGIO
Positivo: neutralità, rigore, equilibrio.
Negativo:distanza, diffidenza.

NERO
Positivo
: efficiente, sofisticatezza, minimalismo.
Negativo: oppresso, freddo, pesante, morte

MARRONE
Positivo: serietà, calma, tranquillità, materico, legato alla terra, legato all’ambiente, posatezza, equilibrio, saggezza. vecchio.
Negativo: triste, ovvio, mediocre, statico, pesante.

VIOLA
Positivo: spirituale, attento, verità, esotico, creativo, lussuoso, sofisticato, ricco, mistero, esoterico.
Negativo: decadente, maligno, dolore, mistero, esoterico.

GIALLO
Positivo: ottimismo, felicità, autostima, dinamico, estroverso, amicizia, creatività,
Negativo: paura, irrazionale, fragile, depresso, ansia

ARANCIONE
Positivo: fisico, consapevole, sicurezza, sensualità, passione, divertimento, entusiasmo, prosperità
Negativo:  privazione, frustrazione, frivolezza, immaturità.

Ok, come dicevo in apertura, non prendiamo questo elenco come un diktat, ma proviamo a ricordarcene quando scattiamo.
C’è ancora una cosa che possiamo fare, per aumentare la nostra consapevolezza della forza emotiva del colore: prendiamo qualche foto che troviamo ci comunichi qualcosa, proviamo ad analizzare la palette di colori impiegata nello scatto, e poi confrontiamola con l’elenco che vi ho proposto in questo post. Vedremo che, alla fine, seppur si tratti di una sorta di bigino, il mio elenco non si allontana poi di moltissimo.

 

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Il porto di Essaouira, in Marocco

Ci siamo, le vacanze sono alle porte e per molti di noi questo significa anche la possibilità di fotografare di più e di fotografare soggetti non sempre a portata di reflex durante il resto dell’anno.

In questo post mi occuperò di porti e pescatori.

I porti di pesca rappresentano un ottimo soggetto fotografico, ideale per i maniaci dei ritratti, perfetto per coloro che invece impazziscono per i dettagli e assolutamente perfetto per chi ama i panorami.
I porti di pesca offrono davvero materiale fotografico per tutti i gusti.

Quando fotografare
Il grosso delle attività, nei porti di pescatori, si concentra al mattino presto, quando i pescherecci fanno rientro e i pescatori scaricano il pescato. Quello è il momento nel quale farci trovare sul posto con la nostra macchina fotografica in mano.

Il mio consiglio è quello di arrivare al porto con un po’ di anticipo, in modo da studiare le possibili inquadrature.
Il non plus ultra sarebbe quello di fare visita al porto una mattina senza macchina e in quell’occasione scambiare due parole con i pescatori e spiegare loro le nostre intenzioni, in modo da renderli partecipi. Il fatto di farli sentire parte di un progetto e non semplici soggetti di qualche scatto può aiutarci ad entrare nelle loro grazie e di sicuro la cosa ci aiuterà quando torneremo con la macchina fotografica.

Quale attrezzatura portarsi
Va da sé che il tipo di attrezzatura che ci si porta appresso riflette il tipo di fotografia che ci caratterizza.
Per cui, prendete i miei consigli come una sorta di indicazioni generiche e generali:

Uno zoom è la soluzione ideale, ci consente di coprire focali piccole, ideali per le inquadrature larghe, e di spingersi un po’ più in su, per scattare ritratti o dettagli.

I porti offrono molte possibilità di ripresa.
Usiamo lo zoom come grandangolo e dedichiamoci ad inquadrature ampie, perfette per vedute d’insieme.
Con una certa pratica, riusciremo ad usare il grandangolo anche per scattare interessanti ritratti ambientati, ma ricordiamoci sempre che con un grandangolo siamo costretti ad avvicinarci molto al soggetto e non sempre questo ci è possibile – o è cosa gradita da parte del soggetto.
Usiamo lo zoom su lunghezze focali più spinte.
Ci servirà sia per i ritratti – e molti volti di pescatori parlano come libri stampati – e ci servirà per i dettagli.
I dettagli sono scatti accessori molto importanti. Attraverso i dettagli riusciamo a completare il nostro racconto fotografico. I dettagli hanno la forza di portare chi guarda dentro la scena – non dimentichiamolo.

Flash e cavalletto non sono indispensabili – anche se per quello che mi riguarda, un flash lo porto sempre con me e spesso mi toglie le castagne dal fuoco, soprattutto di giorno.

Cosa fotografare
I porti di pescatori offrono davvero molti spunti.
Naturalmente barche e pescatori quasi sicuramente saranno i soggetti più alla portata.

Le barche, con i pescatori, saranno quasi sicuramente i nostri soggetti principe, cerchiamo inquadrature insolite, quanto meno

Possiamo spingerci oltre, naturalmente. Le reti e gli ami costituiscono altri soggetti interessanti, così come il pescato.

Non dimentichiamoci di cogliere l’azione.

Le attività al porto sono molte e tutte offrono possibilità per buoni scatti.
I pescatori che scaricano il pesce pescato, quelli che ripongono o riparano le reti, quelli intenti a sciacquare le barche.
In molti porti di pesca si tiene un vero e proprio mercato del pesce fresco ed ecco un’altra occasione per scattare delle buone fotografie.
E naturalmente i volti.
I pescatori spesso offrono lineamenti molto interessanti, che raccontano in modo perfetto la vita in mare aperto.
Ricordiamoci di chiedere sempre il permesso prima di scattare chiunque – ecco perché qualche paragrafo sopra ho menzionato l’importanza di fare amicizia con qualche pescatore prima di scattare.
Il mio consiglio, nel caso di ritratti di pescatore, è quello di cercare una certa drammaticità, preferendo magari una luce dura o una luce radente, capace di esaltare rughe e imperfezioni della pelle – tutto serve per portare a casa il risultato.

Dettagli interessanti sono davvero ovunque, in un porto di pescatori. Dobbiamo soltanto essere bravi a scovarli.


Questo scatto dimostra come un dettaglio possa raccontare una storia molto interessante e portarci immediatamente dentro l’atmosfera del porto. È bastato isolare il gesto del vecchio pescatore, tutti intento a rammendare la sua rete per ottenere una fotografia “di contributo” – come si dice nel gergo professionale – ma di indubbio valore narrativo.

Possiamo però spingerci oltre e dedicarci ad un tipo di fotografia più grafica.
Reti, secchi, chiglie, gli stessi pesci pescati, possono trasformarsi in incredibili pattern grafici. Per questo è necessario astrarsi dagli oggetti reali e concentrarsi sulle loro forme – credetemi, è più semplice di quanto suoni, ma richiede un po’ di pratica in più.

Pesci, d’accordo, ma soprattutto pattern grafici

 

Barche, d’accordo, ma anche pattern grafici

E ora dipende soltanto da no!


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Un ritratto corporate un po’ diverso, ma frutto del clima rilassato che sono riuscito ad instaurare con i tre designer ritratti

Ritrarre un soggetto è forse una delle attività fotografiche più difficili.
In questo ambito, il successo della sessione fotografica è spesso legata a come fotografo e soggetto riescono ad interagire durante il tempo che sono costretti a stare uno di fronte all’altro.

Ecco alcuni consigli che ho ricevuto negli anni, che ho rubato a fotografi più  esperti e alteri ancora dettati dal buon senso e dall’espserienza:

  1.  L’UMORE CONTA
    Il nostro umore influisce sull’umore di chi fotografiamo.
    Mostriamoci rilassati e sorridenti e avremo più possibilità che la cosa succeda anche dall’altra parte della macchina fotografica. Il segreto forse sta nel saper instaurare da subito un rapporto di rispettosa informalità.

  2. INTERESSIAMOCI AL NOSTRO SOGGETTO
    “Il grande fotografo sa sempre interessarsi al suo soggetto”, sono parole della Leibovitz, non mie, ma cerco di ricordarmele sempre, ogni qual volta inquadro un soggetto.
    Per la durata della sessione fotografica dimentichiamoci di noi e concentriamo l’attenzione su chi stiamo fotogrando.
    Facciamo domande! Facciamoci raccontare da dove viene, le sue radici, i suoi sogni, gli hobby… cerchiamo di interessarci alle persone che ritraiamo e anche i nostri ritratti risulteranno migliori.
  3. IL NOME HA UN SUONO DOLCE
    Non ce ne rendiamo conto, ma venire chiamati per nome è una cosa che ci fa piacere, ci fa sentire riconosciuti e ci fa sentire importanti. Chiamiamo per nome le persone che fotografiamo, le metterà a loro agio.
  4. CERCHIAMO DI ESSERE NOI STESSI, SEMPRE
    Non impersoniamo ruoli. Noi siamo noi, non dimentichiamocelo. Usiamo il nostro modo di fare, le nostre parole. Non atteggiamoci e vedremo che le cose scivoleranno verso il meglio. Non c’è niente di peggio del fotografo barzellettiere o del fotografo che impersona il semi-dio.
  5. NON PIANIFICAMIO E SARA’ UN DISASTRO PIANIFICATO
    Anche in una sessione di ritratti corporate, la preparazione è fondamentale.
    Luci, props, location, attrezzatura… sono tutti dettagli da curare per tempo, se intendiamot portare a casa il lavoro con successo.
  6. DOBBIAMO SAPER POSARE
    Per dirigere un soggetto è necessario saper posare, può sembrare una sciocchezza, ma è il solo modo perché il soggetto dall’altra parte della macchina fotografica non si senta ridicolo.
    Chiediamo, ma soprattutto mostriamo. Passiamo dall’altra parte e mostriamo quello che intendiamo. Capiremo subito se quello che stiamo chiedendo è fattibile.
  7. INDICAZIONI CHIARE
    Per prima cosa mettiamoci in testa che la nostra sinistra è la destra per chi posa e, viceversa, la nostra destra è la sua sinistra – può sembrare una banalità, ma molto spesso, non ricordarselo, è la prima ragione di incomprensioni.
    Sottolineiamo le parole con i gesti e manteniamo le parole al minimo, proprio per non creare confusione.
    Utilizziatemo riferimenti reali, piuttosto che un semplice destra o sinistra, ad esempio funziona meglio dire, “guarda verso quell’albero”, “gira la testa verso la finestra”, o “verso la luce!.
    Nel caso il soggetto non capisca, non dobbiamo perdere la calma, ma semplicemente fermarci per qualche istante, resettare le istruzioni, accendere un bel sorriso e ripetere da capo quello che intendevamo.
  8. I COMPLIMENTI VELOCIZZANO IL LAVORO
    Posare davanti ad una macchina fotografica è un’attività che in molti genera ansia. Usiamo i complimenti per sconfiggere l’ansia di chi sta posando per noi. “Bravo!”. “Molto bene!”. “Perfetto così!”. Sono tutte frasi che aiutano chi posa a sentirsi più a suo agio. Lasciamo perdere le critiche e concentriamoci soltanto gli aspetti positivi.
  9. I MOMENTI TRA UNO SCATTO E L’ALTRO
    Spesso i momenti di pausa sono i migliori per cogliere scatti incredibili.
    Teniamoci pronti
  10. A VOLTE LASCIAMO CHE A CONDURRE SIA PROPRIO IL SOGGETTO
    Qualche volta vale la pena fare un passo indietro e lasciar fare quello che il soggetto ha in mente, non è detto che ne uscirà lo scatto che sceglieremo, ma potrebbero aprirsi alternative interessanti. Spesso il soggetto ha una sua idea molto chiara e molto personale di come vorrebbe vedersi ritratto. Qualche volta vale la pena provare a scattare seguendo la creatività del soggetto, non solo farà sì che il soggetto si sentirà maggiormente gratificato, ma potrebbero davvero venir fuori scatti alternativi ai quali non abbiamo minimamente pensato.
    Accorgiamoci però se le cose non funzionano e riportiamo la sessione sui giusti binari. Un conto è provare, un conto è lasciarsi trascinare in situazioni assurde e sciupare tempo prezioso.

    Alberto Franceschini ritratto nella palestra di boxe usata per “Rocco e i suoi fratelli” – posa proposta dal soggetto

     

    Posa scelta

     

    Ecco cosa intendevo. Dovevo ritrarre Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse o oggi presidente delle ARCI, nella palestra che fu set del film di Luchino Visconti “Rocco e i suoi fratelli”. Alberto era piuttosto collaborativo, ma credo che fosse frutto di un certo disagio.
    Quando mi ha proposto di indossare i guantoni, l’ho incoraggiato a farlo e ho scattato. Non era di sicuro la mia idea, ma ho scattato comunque.
    Sotto lo scatto scelto, ma che è arrivato anche grazie alla digressione creativa concessa al soggetto.

 


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Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


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