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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


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Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

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Outdoor-Photography

Ho deciso di dedicare questo post alla base della tecnica fotografica: l’esposizione.
Lo scorso weekend, durante un workshop dedicato alla street photography, ho notato, soprattutto nei partecipanti alle prime armi, un certo pallore sul volto ogni volta che usavo espressioni tipo esponiamo per le luci leggiamo l’esposizione sulle parti in ombra… quelle facce un po’ sorprese mi hanno spinto a prendere in considerazione il fatto di parlare di esposizione, partendo dall’inizio – del resto queto blog si chiama o non si chiama “Fotografia Facile”!?

Dunque,

L’esposizione è quanta luce colpisce il sensore e per quanto tempo. Detto con il massimo della semplicità, questo è il concetto da capire.

Per cui dobbiamo tenere a mente due concetti fondamentali – legati all’esposizione – QUANTA LUCE PER QUANTO TEMPO.
A questi due concetti ora aggiungiamone un terzo, che è relativo alla sensibilità del nostro sensore  e che impostiamo con gli ISO.

Per cui i parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • quantità di luce
  • tempo
  • sensibilità del sensore

Facciamo un passo in là, noi siamo in grado di controllare tutti e tre i parametri che influenzano l’esposizione.
Come?

Impostiamo la sensibilità del sensore in base alle condizioni nelle quali scattiamo, ad es. in una giornata di pieno sole potremo usare ISO bassi, mentre di sera o all’interno dovremo scegliere ISO più elevati. Ad ISO elevati corrisponde una maggiore sensibilità del senore.

Ciò detto, cerchiamo di mandare a memoria che: il DIAFRAMMA regola la quantità di luce, il TEMPO DI POSA regola il tempo, gli ISO regolano la sensibilità del sensore.

Vediamoli uno ad uno, per provare a capire meglio:

Il diaframma è un dispositivo lamellare  montato all’interno dell’obiettivo in grado di aprirsi e chiudersi a nostro piacere e in grado di regolare la quantità di luce che colpisce il sensore, una sorta di rubinetto per la luce.
Qunando premiamo il pulsante di scatto, la macchina apre l’otturatore (immaginiamo una porticina o una tenda)  e lascia che la luce colpisca il sensore – che stà dietro l’otturatore. Otturatore e sensore stanno entrambi sul corpo macchina.
La quantità di luce che andrà a colpire il sensore dipenderà dall’apertura del diaframma – dalla sua ampiezza fisica.
Il tempo per il quale l’otturatore permetterà alla luce di colpire il sensore, passando attraverso il diaframma, sarà regolato dal tempo di posa.

Quando impostiamo la macchina in automatico, la nostra reflex decide per noi quanto tempo deve stare aperto l’otturatore e comando il diaframma all’interno dell’obiettivo.

Quando scegliamo una modalità semiautomatica, possiamo impostare uno dei due parametri  – tempo o diaframma – e la macchina imposterà il secondo per ottenere un’esposizione corretta.

Se lavoriamo in manuale, tutte le due scelte dipenderanno da noi, e la macchina si limiterà a dirci se la coppia diaframma/tempo che abbiamo scelto è corretta o se la luce è troppo poco o troppa (per dirla in maniera molto, molto, molto semplice).

Vi consiglio di leggere anche questo post, sempre sulle basi dell’esposizione – il triangolo magico

 

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Non smetterò mai di ripeterlo, ognuno di noi DEVE scattare nella modalità che lo fa sentire più a suo agio, ma è ovvio che se ci abituiamo ad usare il manuale la nostra tecnica ne risentirà positivamente. Se però non ci sentiamo ancora perfettamente a nostro agio con tutta l’aritmetica spicciola da sbrigare o se la rapidità di scatto è la qualità che ci viene richiesta maggiormente, perché ad esempio le cose attorno si muovo velocemente, bè allora pensiamo anche a passare ad una modalità di scatto alternativa, ad esempio una delle due semi-automatiche: la modalità a priorità di diaframmi (A per Nikon e AV per Canon) la modalità a priorità di tempo (S per Nikon e TV per Canon) Cosa sono le modalità semi-automatiche? Sono modalità di scatto dove noi impostiamo il parametro principale e la macchina calcola il parametro secondario per ottenere l’esposizione che ritiene corretta. Ad esempio, in priorità di tempo, noi scegliamo la velocità dell’otturatore e la nostra macchina ci indica il diaframma corretto; mentre in priorità di diaframma, noi impostiamo l’apertura del diaframma e la macchina, di conseguenza, ci suggerisce il tempo corretto. Fin qui non dovrebbero esserci problemi, giusto!? Giusto! Ma non smetterò di ripetere che l’esposimetro della nostra macchina è tarato per esporre per un tono medio e noi, non sempre, siamo interessati alla terra di mezzo – mai come in fotografia in media NON stat virtus.

 

Come fare allora per modificare i suggerimenti dell’esposimetro della macchina? Più semplice di quanto possa sembrare: compensiamo. Compensiamo!? Sì, compensiamo.

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C’è un tastino o una rotella (ognuno cerchi sul manuale della propria reflex) che ci permette di sovraesporre o sottoesporre le indicazioni della macchina quando scattiamo in semi-automatico. A seconda delle impostazioni di base, possiamo sovra o sotto esporre per step di 1/2 o 1/3 di stop (EV). È facile, è veloce, più veloce che dover impostare tutti i parametri. Lasciamo fare alla macchine e poi, prima di scattare decidiamo se vogliamo una foto più chiara o più scura, nel primo caso compenseremo in positivo, mentre nel secondo compenseremo in negativo. In quasi tutte le macchine fotografiche il tasto della compensazione è indicato con un quadratino suddiviso in due triangoli, uno bianco nel quale è riportato il segno + e uno nero nel quale è riportato il segno -. Solitamente si interviene tenendolo premuto e agendo su una delle ghiere presenti sulla macchina.

Compensare è un’operazione semplice. Soprattutto nei primi mesi/anni dove saremo presi ad imparare, scattare in semi-automatico e compensare può diventare il giusto modo per non perdere nessuno scatto. A Ad esempio, stiamo fotografando un tramonto, magari inquadrando anche il disco del sole, ma vogliamo rendere i dettagli in primo piano, evitando di ritrarli come silhouette, che facciamo!? Semplice, impostiamo la macchina su S o A (TV o AV). La macchina ci suggerirà una coppia di tempo e diaframma che riterrà corretta – diciamo 1/250 e f.16… fino a qui tutto ok, ma ovviamente la macchina sbaglia, perché il sole le sta giocando un brutto scherzo e ci farebbe sottoesporre tutto… dunque via con la compensazione… compensiamo di uno stop in positivo e così otterremo uno scatto leggermente sovraesposto di quello che avremmo ottenuto seguendo come pecoroni le indicazioni della macchina.

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Non è difficile! ;

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Non un decalogo, ma sei consigli pratici per fotografare meglio.
Niente di trascendentale, niente di strabiliante, ma se proviamo a metterli in pratica quando usciamo a fotografare, sono certo che qualche qualcuno di noi scoprirà un passetto in avanti nel suo modo di fotografare.

1. Abbandoniamo gli automatismi
“P” – inteso come “Program” – va evitato come l’ascensore in caso d’incendio.
Non sarà il male del mondo, ma scattare in automatico ci impigrisce e ci evita di pensare e ragionare, lasciando assolvere i compiti pallosialla macchina. Che c’è di male, direte voi. Nulla, ma non ci aiuta a crescere, a risolvere le situazioni intricate, non ci aiuta a diventare rapidi nell’impostare i parametri di scatto e ci addormenta la creatività,

2. Avviciniamoci al soggetto
Proviamo a riempire il fotogramma, proviamo ad avvicinarci e a pensare ad inquadrature piene , che non significa buttar dentro elementi a caso, al contrario, significa asciugare al massimo l’inquadratura, limitando gli elementi inquadrati, ma andando a stringere in modo deciso – e quando pensiamo di essere abbastanza dentro al nostro soggetto… entriamo ancora di più.

Vicino, vicino e ancora vicino

Vicino, vicino e ancora vicino

3. Asciughiamo l’inquadratura
Less is more, dicono gli anglofoni, semplice è meglio, aggiungo io.
Teniamolo a mente quando inquadriamo. Privilegiamo inquadrature con pochi elementi – a meno che il caos o la moltitudine non siano il messaggio principale dello scatto.
Chiediamoci sempre come possiamo semplificare l’inquadratura.
Impegniamoci ad eliminare tutti quegli elementi secondari che non aggiungono voce al messaggio, distraggono e mangiano attenzione al soggetto.

4. Cerchiamo la ripetizione
La fotografia può essere anche un’espressione grafica della realtà.
Impariamo ad osservare le geometrie del mondo.
Un buon primo esercizio è ritrarre le ripetizioni – colonne, finestre, alberi, sassi, ecc.

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5. Cambiamo le prospettive
Il 90% delle fotografie che vediamo vengono scattare ad altezza occhi.
Rompiamo la consuetudine e inquadriamo con prospettive nuove, anche azzardate.
Da sotto, da sopra, in pianta… non importa. Sdraiamoci, accucciamoci, arrampichiamoci, ma proviamo ad andare oltre allo scatto ad altezza occhi e come per magia, anche soggetti a prima vista banali, possono diventare di colpo intriganti.

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6. Apriamo il diaframma!
Il prossimo ritratto, Impegniamoci a farlo al massimo dell’apertura consentita dal nostro diaframma. Giochiamo a fare i professionisti e manteniamo una profondità di campo ridotta, i nostri ritratti saranno più interessanti.

Diaframma aperto, sfondo sfocato

Diaframma aperto, sfondo sfocato

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Faccio una premessa, ho cominciato a fotografare con la pellicola e allora non c’era modo per capire se uno scatto era venuto bene o no.
Bisogna aspettare di ritirare le stampe – o come nel mio caso le scatolette gialle con i telaietti delle dia montate. Solo in quel momento si riusciva a capire se quello che avevamo scattato era uno schifo totale o, al contrario, rispecchiava le nostre aspettative.
Questo, se non altro, mi ha insegnato a fare bene i miei conticini.

Oggi, per capire se quello che stiamo facendo è quello che vorremmo fare, abbiamo un potente alleato: gli istogrammi.

Non cadiamo nell’errore comune del principiante di fidarsi del display,
Il piccolo monitor sul retro della nostra reflex va benissimo per ricontrollare l’inquadratura, ma ci dà solo delle indicazioni sull’effettiva esposizione.
Gli istogrammi sono il solo modo per capire come abbiamo esposto lo scatto.

L’errore più grave che possiamo commettere scattando in digitale è SOVRAESPORRE TROPPO.
Mandiamo questa cosa a memoria, per cui, nel dubbio, sottoesponiamo.

COME SI LEGGONO GLI ISTOGRAMMI
Premetto che non sono un patito degli istogrammi – difficilmente li inserisco nei miei workshop – ma ammetto che sono uno strumento molto utile, se capito a pieno.

Gli istogrammi sono la rappresentazione cartesiana di quanti pixel hanno lo stesso valore tonale.
Messa così può spaventare molti – me compreso – e allora vale la pena spiegarsi meglio…

Sull’ascissa – asse orizzontale – riportano la quantità di luce, a sinistra le ombre – o neri – e a destra i bianchi – o alte luci, come si diceva un tempo.
L’ordinata – asse verticale – riporta la quantità pixel.
Quando vediamo dei picchi, significa che ci sono tante zone nella nostra inquadratura che hanno quella particolare intensità di luce.
Questo è quello che c’è da capire e non mi pare materia per un’esame di fisica nucleare.
Per cui, una foto buia avrà un istogramma con picchi concentrati sulla parte sinistra, mentre una foto chiara, al contrario, mostrerà una concentrazione di barrette, più o meno alte, nella parte destra.
Tutto chiaro fin qui? Speriamo, per cui proseguiamo.

L’esposizione ideale non presenta grandi picchi, ma soprattutto non presenta buchi sull’asse delle ascisse.

Ora, però, l’istogramma perfetto corrisponde alla fotografia di un cartoncino grigio medio esposto correttamente… ci interessa!? la risposta è no! – per lo meno la mia.
Non facciamoci ossessionare dalla ricerca dell’istogramma omogeneo, usiamo piuttosto lo strumento per capire se la nostra macchina è in grado di registrare quello che vogliamo e se lo fa nel modo che ci aspettiamo.

Cosa andare a leggere negli istogrammi
Concentriamoci davvero su quello che conta e lasciamo perdere le idiozie puramente teoriche – mi pare un buon approccio…

Ben vengano i picchi nelle barre degli istogrammi, in particolar modo se si trovano nella parte sinistra: significano scatti contrastati, vivi, dinamici. Solo noi sappiamo se stiamo sottoesponendo la scena per renderla più drammatica, il nostro esposimetro non può saperlo… in questo caso sarà ovvio avere dei picchi concentrati a sinistra – non spaventiamoci.

Un istogramma che presenta una modesta campana al centro e nessun picco è la radiografia di uno scatto dal cuore morto, il trionfo del grigio, del piatto – anche se dal punto di vista teorico, probabilmente, sarebbe l’istogramma più prossimo all’ideale, noi non vogliamo produrre scatti morti!!!

Evitiamo però di concentrare troppi picchi a destra, magari preceduti da un lungo buco, questo significa una fotografia sovraesposta, di sicuro bruciata e il buco prima delle alte luci ci dovrebbe dire che poco di quello che abbiamo inquadrato è esposto correttamente.

Se stiamo fotografando una scena chiara, gli istogrammi saranno spostati verso destra, ma più riempiamo l’asse delle ascisse e più la nostra scena mostrerà una completezza tonale. A meno che non si tratti di una foto altamente creativa, i nostri istogrammi non dovrebbero presentare larghi buchi sulle ascisse.

Se la scena è scura o la nostra scelta creativa è di sottoesporre, gli istogrammi saranno concentrati sulla sinistra.
Per come sono costruiti i sensori, nel caso sbagliassimo, meglio sbagliare sottoesponendo, che non sovraesponendo. I dettagli totalmente bruciati non sono recuperabili, nemmeno con Photoshop. I dettagli nelle ombre, si possono invece sempre schiarire.

Il mio consiglio è semplice: imparate a leggere gli istogrammi, ma non fateli diventare né la vostra ossessione, né la vostra priorità – la fotografia è ben altro.

Un’ultima cosa, quasi tutti le reflex digitali, anche nelle versioni più economiche, offrono una modalità che mette in evidenza sul display, colorandole e facendole lampeggiare, le aree della scena che risulterebbero bruciate – clipping o highlight warning o aree bruciate.
Questa è una funzione MOLTO importante, perché ci dice immediatamente quale saranno le aree completamente bianche e cioè prive di dettagli – cioè bruciate. A differenza degli istogrammi, che richiedono un minimo di pratica in più, il clipping è immediato perché colora di blu, di rosso o di nero intermittente le aree irrecuperabili direttamente sul display, anche prima di aver fatto click. Ricordiamoci di questa funzione, ci aiuterà ad esporre meglio.

Ok, vi ho spaventato… un ultimo consiglio, se imparate a fare bene e in fretta i conticini (tempo/diaframma) e imparate a conoscere la vostra macchina, degli istogrammi potete pure dimenticarvene – ma non dite che ve l’ho detto io…

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Tuscia Mon Amour

Cosa serve per scattare una bella foto di paesaggio? Che obiettivo è meglio usare? Qual’è la luce migliore per immortalare lo scorcio di paesaggio che ci sta rapendo lo sguardo?

Queste e alcune altre sono le domande che ci attanagliano quando ci cimentiamo con i paeseggi.

Cerchiamo innanzitutto di capire che  una buona foto paesaggista deve documentare l’aspetto del paesaggio, ma al tempo stesso il carattere del luogo, l’atmosfera.
Questa deve essere la regola base dei nostri scatti paesaggistici, una foto di paesaggio senza carattere è una foto sprecata!

SFRUTTIAMO QUELLO CHE ABBIAMO!
Impariamo a cogliere il massimo da quello che abbiamo sotto gli occhi. Non aspettiamo a tutti i costi l’estate per scattare panorami marini o l’inverno per scattare la montagna. Ogni stagione nasconde perle fotografiche  e non saperle cogliere solo perché la nostra mente è incatenata agli stereotipi da cartolina è un peccato capitale.

Il clima è un fattore sul quale non abbiamo giurisdizione, sfruttiamolo al meglio, anche quando non è esattamente quello che ci saremmo aspettati per quello scatto. Impariamo a lavorare  con quello che ci capita, ne usciremo fotografi migliori – o di certo molto meno frustrati.

L’ORA DEL GIORNO
Purtroppo per le nostre abitudini, la fotografia di paesaggio ha una regola ferrea: si scatta all’alba e si scatta al tramonto..
La luce migliore è in quelle ore, le cosiddette GOLDEN HOURS e BLUE HOURS.
Mettiamoci il cuore in pace, se vogliamo cavare  dei buoni scatti di paesaggio, ci toccherà saltare parecchie colazioni e arrivare in ritardo a molte cene.
Durante le golden hours il sole è  più basso e la luce più morbida, meno diretta, ideale per riprendere i paesaggi.
Al crepuscoloe e all’alba la luce è morbida, diffusa, i raggi del sole più lunghi e le ombre meno secche e più disegnate.

LA QUALITA’ DELLA LUCE E’ IMPORTANTE
Non scattiamo per forza! non ce lo ha ordinato il dottore e non ci farà sentire meglio di una virgola.
Meglio evitare la frustrazione di paesaggi immortalati a tutti i costi, solo perché ormai siamo qui e dobbiamo fotografare.
Guardiamo la luce, cerchiamo di capire se la luce che abbiamo a disposizione regala qualcosa in più al nostro panorama.
Se non è così, perché non desistere?! appunto…

MUNIAMOCI DI UN TREPIEDE
Un cavalletto è il nostro miglior assistente, anche se lavoreremo in abbondanza di luce.
Impostiamo gli ISO più bassi, il diaframma corretto e componiamo con grande tranquillità, aiutandoci col cavalletto.
Cerchiamo di arrivare prima sul posto e facciamoci trovare pronti per la luce. Non scattiamo di fretta – se possibile.
Rechiamoci sul posto per tempo – il tempo per provare un paio di inquadrature alternative e immaginare la scena che verrà-
Poi scattiamo. Scattiamo con parametri diversi (tempo e diaframma).

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