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Posts Tagged ‘impariamo a fotografare’

Usare la luce per esprimere emozioni.
L’intimità della sera, come avrebbe potuto scattarla Caravaggio (!).

L’idea per rispolverare questo post e di riscriverlo mi è venuta ieri, quando ho alzato gli occhi e lo sguardo è andato sbattere contro  un San Giovanni Battista di Caravaggio, in formato 3×2 che promuoveva la mostra “Dentro Caravaggio”.
Lo confesso! Sono colpevole! Io per Michelangelo Merisi da Caravaggio ho un debole… ma quale debole, io per Caravaggio ho una vera e propria adorazione, dai tratti quasi ossessivi (!).
Siamo “fotografi” – o ci crediamo tali, giusto!? Bene e allora dovremmo tutti andare a scuola da Caravaggio e imparare da lui come si scrive con la luce, perché “fotografia” proprio questo significa, da greco foto, luce, e grafia, scrittura.
Caravaggio mi ha sempre colpito ed entusiasmato per la sua capacità magistrale di usare la luce.
L’artista usa la luce in modo strettamente funzionale alla narrazione, che in alcune opere – che nella mia banalità giudico e godo come “assolute”, gli permette di asciugare la scena ad un livello oltre il quale sarebbe impossibile spingersi, con il risultato di produrre storie visive dalla potenza quasi dirompente.
La luce di Caravaggio è pathos, emozione, tragedia, dinamismo. E noi, che amiamo tanto definirci “fotografi”, ma anche voi che sul web vi firmate con un ben più chic “photographer”, dovremmo prenderci la briga di lasciare a casa l’ego ipertrofico per qualche ora e dedicarci a studiare come il genio (e sregolatezza) di Caravaggio impiega la luce per dare vita alle sue opere.

CONOSCERE E CAPIRE LA LUCE

È un nostro preciso dovere! Proprio come per uno scultore lo è conoscere le diverse pietre e per uno scrittore comprendere le regole della grammatica. Un fotografo deve conoscere, ma, soprattutto, capire la luce.

Si può imparare a capire la luce? Io sono fermamente convinto di sì.

FOTOGRAFARE SIGNIFICA SCRIVERE CON LA LUCE

La fotografia è fatta di luce e di ombre e non dobbiamo mai dimenticarlo.
Dobbiamo imparare a studiare la luce, la sua direzione, l’effetto che questa provoca sull’ambiente e sui soggetti del nostro scatto.
Dobbiamo imparare a familiarizzare con le qualità della luce.
Ahimè, molti di noi neppure le conoscono! Sarebbe un po’ come dire che uno scrittore non conoscesse le funzioni dei pronomi – anche se purtroppo qualche autore pubblicato sembra davvero esserne all’oscuro, giudicando da come scrive…
Le proprietà della luce (direzione, qualità, temperatura ed intensità) determinano la riuscita del nostro scatto tanto quanto la scelta del soggetto e l’uso della composizione, anzi, le proprietà della luce, esaltano la scelta di un buon soggetto e amplificano la potenza di una composizione curata.

CERCATORI DI LUCE

Troppo spesso prendiamo scorciatoie… i paesaggi si scattano al tramonto… i ritratti all’aperto si scattano in giorni nuvolosi… una donna va illuminata soltanto con luce diffusa… Blah, blah, blah… Tutto vero, tutto sacrosanto, ma non dobbiamo rilassarci e consegnarci all’ovvio, dobbiamo restare svegli e sperimentare. Dobbiamo cercare!
Dobbiamo, prima di tutto, prima di dirci fotografi – o firmarci photographer, imparare a cercare la luce. Dobbiamo diventare “cercatori di luce”.
Già la sola idea mi piace. Mi piace terribilmente il nome. “Cercatore di luce”, mi immagino qualcuno che non si accontenta della prima luce a disposizione, ma che si adopera per creare le condizioni di scattare SEMPRE con la luce giusta – giusta per quello scatto, per quella storia, per quel tono narrativo.
A allora cerchiamo!
Cerchiamo i controluce. Cerchiamo le luci di taglio, le luci radenti. Proviamo ad aggiungere  un flash per bilanciare il sole alle spalle del nostro soggetto… insomma, mandato a memoria l’ABC, proviamo ad andar oltre.

COME SI IMPARA A CONOSCERE LA LUCE

Ci sono esercizi che possiamo fare senza macchina fotografica per imparare a capire la luce.
Quando entriamo in una stanza, quando entriamo in un salone, in un qualsiasi ambiente, proviamo ad individuare la luce principale e a capire da dove (direzione). Osserviamo le ombre che crea. Analizziamole. Come cadono? Osserviamo le ombre, come cadono? Disegnano un contorno secco? Osserviamo la transizione tra le zone in luce e le zone in ombra.  Disegna un passaggio graduale, morbido? La luce è morbida? Riflessa? Dura e secca? Avvolgente? Cerchiamo tra gli aggettivi che conosciamo, fino a trovare quello meglio la descriva (qualità).
La luce è forte? È debole? (intensità). E ancora, continuiamo ad osservare. Ad esempio ci potrebbero essere un’abat-jour in un angolo e un neon appeso al soffitto. Osserviamo la differenza di colore tra le due fonti luminose e paragoniamole alla luce del giorno che entra dalla finestra. Siamo sicuri che siano proprio identiche? Quale fonte è più calda? Quale più fredda? (temperatura). E la temperatura della fonte luminosa, come influisce sui soggetti presenti nella scena?
Le diverse fonti interagiscono tra loro? Si sommano? Come risulterebbe la scena se potessimo spegnere una o più fonti luminose?
Cerchiamo poi di andare oltre. Che emozione ci procura quella particolare luce, che è data dall’insieme delle sue qualità (direzione, intensità, qualità e temperatura.)
È un semplicissimo esercizio e lo possiamo declinare in numerosissime variazioni, possiamo ripeterlo ovunque ci troviamo, all’aperto o in una stanza, davvero ovunque.

Possiamo anche andare oltre.

Ma possiamo anche andare oltre e provare ad osservare come la luce a disposizione definisca la scena (non importa quale essa sia), per poi provare  ad immaginare la stessa scena illuminata da  una luce diversa.
Variamo mentalmente la direzione. Come cambierebbero le ombre? Come cambierebbe lo scatto?
Variamo mentalmente l’intensità o la qualità e immaginiamo il possibile risultato.
Pensiamo a come vorremmo fosse illuminata la scena per trasmettere un messaggio (e una storia) diverso.
Partendo da quello che abbiamo sotto gli occhi e modifichiamo mentalmente le proprietà delle fonti luminose.
Variamone la qualità. Ammorbidiamo le ombre. Immaginiamola dura e diretta, che genera contrasti drammatici.
Otterremmo lo stesso scatto? Io dico di no.
Pensiamo poi, con la luce a disposizione nella scena, a dove punteremmo per effettuare la lettura per l’esposizione. Chiediamoci cosa potrebbe cambiare, se cambiassimo il punto di lettura.
E così via…
Sono esercizi semplici, ma ci aiutano a capire meglio la luce e, in particolar modo, a capire meglio quale  tipo di luce meglio racconta la storia che stiamo cercando di a raccontare.
Ognuno di noi ha la sua personalissima sensibilità, non esiste una luce giusta, ma di sicuro, secondo me, esiste una luce sbagliata: la luce piatta.

LA LUCE È OMBRA

Per lo meno lo è per me.
luce si contrappone ombra. Sono tanto affascinato dalla luce, quanto dalla sua assenza, dall’ombra, che è comunque sempre e soltanto generata dalla luce.
La mia luce ideale è una luce fatta di ombre. Capire ed impiegare la luce significa gestirne la sua assenza, e cioè le ombre.
Luce ed ombra sono due protagonisti indiscussi nel mio modo di vedere la fotografia (ammesso che a qualcuno di voi possa vagamente interessare).
Abbandoniamo il preconcetto che l’ombra sia in qualche modo malvagia. L’ombra altro non è che assenza di luce (o non-luce, sperando che Parmenide non s’incazzi!).
Non esiste luce che non proietti ombra. Anzi, guardatevi dalla luce che non proietta ombra, di solito è banale, piatta, scontata, poco significativa, per nulla stimolante, grigia, senza spessore… – posso fermarmi!?

Se proprio non ce la fate a riconoscere la buona luce, per lo meno imparate a riconoscere la luce piatta e lasciatela a qualcun altro.

Luca Spataro in un progetto personale all’interno dello shooting AI 17/18 per Tucano Urbano

CHIEDEVI COME L’AVREBBE SCATTATA LUI, CARAVAGGIO

Datemi del rincoglionito, ma mi capita spesso di farlo. Ora non è che dobbiate farlo per forza anche voi, magari a voi il Merisi fa pure schifo e fate il tifo per Botticelli! Pero…

Abluzione sacra nel Gange. A volte la luce ambiente offre occasioni uniche. Dobbiamo essere pronti a riconoscerle, a coglierle e ad amplificarle, se sposano la storia che stiamo cercando di raccontare.

E ora tutti fuori a… cercare!

Marzo in MAROCCO. Aprile in INDIA. Ecco le prime due mete del calendario delle Photo Avventure, due viaggi fotografici diventati ormai dei super classici. QUI trovi tutte le informazioni: date, itinerari, modalità per partecipare.


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Giada, in uno scatto per un progetto personale durante lo shooting per Tucano Urbano

Una delle regole auree della fotografia di ritratto insegna che gli occhi del soggetto DEVONO sempre essere a fuoco.
Naturalmente, come tutte le regole, può benissimo venire superata, nel nome della creatività, ma prima di farlo, io invito sempre tutti ad imparare a metterla in pratica, a riempire card (una volta avrei detto rullini) con ritratti dove gli occhi sono a fuoco e, soltanto dopo, darsi alla “ricerca” – come piace tanto dire oggi a molti (troppi).

Per cui, in questo post, proverò a buttar giù qualche consiglio pratico per aiutare ad ottenere ritratti dove gli occhi del soggetto risultino a fuoco.

Dove sta il problema!? Vi domanderete…
Il problema sta tutto nel fatto che i ritrattisti solitamente scelgono aperture significativa, come f/1.4 o f/1.8, difficilmente si spingono oltre f/2.8, per sfruttare il massimo del bokeh e la minima profondità di campo, in modo da esaltare il soggetto ritratto.  Ma, come sappiamo tutti, lavorare con il diaframma così aperto implica una certa difficoltà a tenere a fuoco le cose che contano e per farlo serve una certa pratica.

Il mio 85mm (re incontrastato per i ritratti), ad una distanza di 1 metro e mezzo, con diaframma f/1.8, mi dà una profondità di campo di circa 3 cm (!!!), che si riducono drasticamente a poco più di 1 (!!!!!!!), se mi avvicino a circa un metro dal soggetto.
Capite che con numeri di questa portata, la certezza di avere gli occhi a fuoco richiede molto cura.

Che fare allora?
Intanto ci si interroga se è davvero così necessario e vitale scattare con una profondità di campo così ridotta e, magari, scopriamo che, tutto sommato, non lo è.
A questo punto, possiamo scegliere un’apertura meno azzardata, magari salendo a f/3.5, con il quale il circolo degli elementi a fuoco, per lo meno raddoppia, dandoci un po’  di agio in più. Quando avremo finalmente  preso la mano con il fuoco chirurgico possiamo anche avventurarci tra aperture estreme.

Sono un fanatico del bokeh e della scarsa profondità di campo, ma credetemi, molto spesso può risultare fastidiosa, e, se il soggetto ritratto non è perpendicolare all’asse di ripresa, aprire troppo, può rischiare di gettare drasticamente fuori fuoco gran parte del volto, con un risultato finale, magari creativo, ma discutibile. Certo, può darsi  che siamo riusciti a tenere gli occhi a fuoco, ma il resto è sfocato, solo perché abbiamo insistito a scattare a f/1.4! Non la trovo granché come strategia. Meglio allora chiudere un po’ e lavorare con diaframmi meno spinti, con la certezza di ottenere un risultato più piacevole.

Se poi siamo alle prese con ritratto che include più soggetti, meglio darsela a gambe levate dai diaframmi troppo aperti e scegliere di non scendere mai sotto f/8, che con un 85mm, a 5 m dal soggetto, ci regala un metro e mezzo abbondante di profondità di campo, ad esempio, sufficiente perché due soggetti possano posare uno accanto all’altro senza rischiare che uno dei due risulti sfocato. Teniamo a mente, più soggetti abbiamo, più profondità di campo ci serve, a meno che non si decida di schierarli in riga, stile condannati al plotone d’esecuzione o a meno che non si tratti di una squadra di calcio, in ogni caso, perché rischiare!?

Sgombrato il campo per ciò che concerne il ruolo (fondamentale) del diaframma, prendiamo in considerazione il tempo di posa.
Direte, “beh, il tempo di posa non è così rilevante in un ritratto!”… vero, ma non va sottovalutato, perché cadere nell’errore di scegliere un tempo di posa troppo lento, può introdurre del mosso e non basta assicurare la macchina ad un cavalletto per risolvere l’empasse, perché il mosso potrebbe essere legato ad eventuali movimenti, anche minimi, del nostro soggetto – non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non con oggetti inanimati.

E sarebbe un peccato non ottenere gli occhi del soggetto perfettamente a fuoco, una volta risolto l’aspetto diaframma, solo perché il tempo scelto è troppo lento.

A proposito di tempo.
Una buona regola pratica è quella che ci consiglia di non scendere mai con il tempo di scatto sotto il doppio della focale usata. Ad esempio, se monto il mio 85mm, sarebbe buona pratica cercare di non scattare mai con tempi più lunghi di 1/170″, che qualcuno sceglierà di arrotondare ad 1/125″, ma che io consiglio di portare ad 1/180″, se non ad 1/250″.
Chiaramente è tutto molto soggettivo.
Dal lato fotografo la regola del doppio della focale può essere un’ottima indicazione, anche se poi molti di noi riescono a mantenere una presa salda anche con tempi attorno a 1/15″ , se non addirittura 1/8″.
Dal lato soggetto, tutto dipende dalla posa e dalla situazione. E ogni volta dobbiamo essere bravi a valutare entrambe.
Una posa semplice o naturale, o un soggetto abituato a posare, ci permettono di osare anche con tempi lunghi.
D’altro canto, una posa più complicata, o un ambiente meno riservato, o, ancora, un soggetto in imbarazzo o poco abituato a posare, ci devono immediatamente suggerire di scegliere un tempo più rapido.
Nel dubbio, piuttosto che sacrificare il tempo, alziamo gli ISO.

La post-produzione non compierà il miracolo!
Chi spera di salvare uno sguardo sfocato in post, si metta il cuore in pace: ci riuscirà soltanto parzialmente e con il rischio di dare al ritratto un tocco drammaticamente artificiale. La post-produzione non è la via da seguire, per cui: gli occhi a fuoco IN MACCHINA!

Nonostante la posa frontale, è necessario prendere in considerazione i volumi occupati da volto e corpo del soggetto e scegliere un’apertura di diaframma  adeguata. Giada – progetto personale all’interno dello shooting per Tucano Urbano

Sfruttiamo la luce!
Cerchiamo di fare in modo che gli occhi del soggetto siano illuminati – su come farlo, ci sono milioni di post e tutorial un po’ ovunque e qualcuno anche qui, negli articoli dedicati al ritratto o alla tipologia di luce.
Personalmente mi piace quando la luce colpisce, di riflesso o direttamente, gli occhi del soggetto dall’alto, con un’inclinazione tra i 45° e i 10°, e possibilmente un po’ disassata rispetto al soggetto stesso, diciamo tra i 20° e i 70° (destra o sinistra, secondo il gusto). Restando all’interno di questo range di angoli, riusciamo a dar vita allo sguardo, infatti nelle pupille del soggetto compaiono i cosiddetti catchlight – quelle lucine, che altro non sono che il riflesso della fonte luminosa nelle pupille.
Avendo cura di illuminare la zona degli occhi – posizionando con attenzione i flash o  spostando il soggetto affinché ciò accada, nel caso stessimo scattando soltanto con la luce ambiente – ci aiuterà a mettere a fuoco con precisione e darà al ritratto una forza maggiore, legata anche alla definizione.

Usiamo un cavalletto!
Ci verrà incontro, anche se solo parzialmente. Dobbiamo sempre fare i conti con i movimenti del nostro soggetto.

Controlliamo le diottrie del nostro mirino!
Può sembrare banale, ma molti non lo fanno mai – alcuni addirittura nemmeno sanno della possibilità di farlo.
Le diottrie del mirino VANNO impostate in base alla nostra vista e lo si fa attraverso una rotellina solitamente posta a fianco del mirino. Può sembrare banale o ovvio, ma non è raro, quando ad esempio si passa alla messa a fuoco manuale, che i nostri scatti risultino sfocati perché il mirino non è tarato correttamente per la nostra vista.

Scegliamo il pattern di autofocus giusto!
… o addirittura passiamo alla messa a fuoco manuale.
Nel caso  invece decidessimo di  lasciar fare alla macchina, selezioniamo il pattern di autofocus a punto singolo.
Se il soggetto posasse in modo non completamente frontale, scegliamo l’occhio più vicino.
Assicuriamoci di non avere attivati algoritmi di messa a fuoco dinamici – per capirci, quei pattern assistiti dal computer della macchina che inseguono in maniera intelligente soggetti in movimento, o che determinano al posto nostro qual è il soggetto da mettere a fuoco. Queste diavoleria – indispensabili nella caccia fotografica o nella fotografia sportiva – possono giocarci brutti tiri, come ad esempio modificare il punto di messa a fuoco, in seguito ad un cambio, anche non significativo, di inquadratura.

Bene, siamo arrivati in fondo. Forse questo post non ci avrà trasformati in Richard Avedon o Annie Leibowitz, ma spero almeno che queste mille e quattrocento parole ci abbiano indotto  a pensare un po’ e che, la prossima volta che decidiamo di scattare un ritratto a qualcuno, ci possano tornare in qualche modo utili per non fallire.

 


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La kasbah di Ait Ben Haddou. La foto all’alba era una voce “obbligatoria” nella shot list che ho preparato per il photo tour del Marocco dello scorso anno e doveva incastrarsi perfettamente nella logistica di tutto il viaggio

Alzi la mano (virtuale) chi di noi è tornato da un viaggio o da un weekend fotografico e si è reso conto solamente una volta a casa di non aver fotografato questo o quel soggetto, magari anche soltanto perché, preso dal sacro fuoco creativo, se ne è semplicemente scordato, o perché, soverchiato dalle emozioni e dalle novità dei luoghi, ha posticipato, posticipato, posticipato… fino a che poi non è stato troppo tardi.

La mia mano è alzata! Lo ammetto, con più o meno imbarazzo.

Esiste un metodo per evitare di scoprire a casa, quando cioè è troppo tardi, che abbiamo dimenticato di fotografare qualche soggetto al quale, magari, tenevamo: quelli veri la chiamano SHOT LIST  (elenco degli scatti) e noi possiamo rubare un po’ il mestiere e cominciare a familiarizzare con questo semplice, ma efficace concetto, soprattutto quando stiamo per affrontare un viaggio irripetibile e non vogliamo cadere in frustrazione, una volta tornati.

La shot list altro non è che l’elenco degli scatti – ma farei meglio dire, nel nostro caso,  dei soggetti, o delle categorie – che ci prefiggiamo di portare a casa, per ritenerci soddisfatti del nostro personale reportage.
La shot list può essere più o meno dettagliata e cioè possiamo corredare ogni scatto inserito nell’elenco con dettagli più specifici (ad es. l’ora del giorno preferibile, la località precisa, l’inquadratura, ecc.). Può sembrare pedanteria di poco conto, ma spesso, soprattutto quando i giorni a disposizione sono contati e l’aspetto logistico (spostamenti, pernottamenti, tempi di trasferimento) è soverchiante.

Per i professionisti, le shot list, rappresentano una risorsa fondamentale che solitamente viene concordata con il cliente in fase di briefing, e cioè prima di affrontare il lavoro vero e proprio. Le shot list dei professionisti in genere sono molto dettagliate e offrono per ogni scatto indicazioni molto precise – dobbiamo tener presente che ad uno shooting prende parte un nutrito team di professionisti e tutti devono essere consapevoli del risultato che ci si prefigge e di quali sono i compiti di ognuno per raggiungerlo.
Nel caso di una sessione fotografica di moda, ad esempio, di solito le shot list indicano il capo o i capi da scattare, i modelli da usare, l’orientamento dello scatto, l’importanza dello scatto nell’economia del servizio, eventuali accessori noleggiati da utilizzare, i professionisti che vengono coinvolti e altre informazioni che hanno a che fare con la logistica, oltre ad indicazioni generali, come ad esempio il mood (l’atmosfera) e le aspettative del cliente per quel particolare scatto.

Quando ad esempio ho affrontato il mio progetto editoriale “So Special” avevo una necessità diversa, trattandosi di un libro fotografico. In quel caso dovevo essere certo che gli undici team di preparatori Triumph che fotografavo su e giù per l’Italia godessero tutti dello stesso trattamento, per cui ho preparato una shot list che mi guidasse in modo blindato e mi aiutasse  a portare a casa, per ognuno dei team le foto che mi servivano per completare la sezione a loro dedicata, all’interno del libro:  “una foto orizzontale passante per le aperture”, almeno “tre foto accessorie”, almeno cinque “contributi” e una “foto verticale per la chiusura” – credetemi, quando tutto dev’essere fatto in modalità “buona la prima”, avere una guida solida è una manna.

Senza diventare dei maniaci compulsivi dell’elenco, ognuno di noi può beneficiare di un po’ di pianificazione.
Come spiego sempre negli workshop che dedico allo storytelling fotografico, il successo di un reportage, e non importa se si tratta delle nostre vacanze in riviera o dell’attraversamento in piroga del Mekong, dipende largamente dalla nostra capacità di pianificare, sia l’aspetto logistico, sia l’aspetto esecutivo.
Imparare a compilare una shot list, senza esagerare con la meticolosità, va in questa direzione e non può che farci crescere come fotografi.

Ad esempio, un buon inizio potrebbe essere quello di raggruppare i “generi”  che vogliamo fotografare, ad esempio “monumenti”, “mercati”, “paesaggi”, “eventi pubblici”.  Piano piano, possiamo imparare ad essere più specifici e ad entrare più nel dettaglio.

Se stiamo preparando un viaggio fotografico che ricopre una certa importanza, compilare una shot list che includa  luoghi precisi, ore del giorno e indicazioni sugli spostamenti, ci aiuterà a pianificare meglio il viaggio e a non dover rinunciare a qualche scatto che riteniamo fondamentale, solo perché “pensavamo di riuscirci, ma poi siamo dovuti salire sul treno…”
Sappiamo bene tutti che alcune fotografie vanno realizzate in ore specifiche della giornata, come ad esempio l’alba o i tramonto, e inserire queste indicazioni di fianco ad alcuni scatti, ci aiuta a pianificare con maggior precisione gli spostamenti e il nostro viaggio in generale – può sembrare banale, ma fidatevi non è così, contare “di quante albe o di quanti tramonti abbiamo bisogno” ci dà immediatamente un’idea se, con i giorni pianificati, riusciremo a fotografare quello che ci prefiggiamo.

Una shot list spesso aiuta anche a vincere l’ansia da prestazione o il blocco creativo.
Seguire un elenco, ci permette di  evitare di scattare a zonzo – anche se ritengo che sia un’attività che un suo grandissimo e rispettabilissimo perché . Seguendo un elenco possiamo fotografare procedendo per “categorie” e questo, qualche volta, risulta molto più proficuo, soprattutto per chi di noi ha poca familiarità con la fotografia di viaggio e lo storytelling fotografico.

Diciamo che lavorare con una shot list non solo ci aiuta, ma può risultare anche molto stimolante, oltre a farci sentire un po’ più professionisti e un po’ meno allo sbaraglio.
Uno shot list ci ricorderà quello che abbiamo già scattato (anche soltanto in termini di “categoria generale”) e quello che ancora ci manca e magari ci obbligherà anche ad uscire un po’ dalla nostra comfort zone, spingendoci ad avventurarci in categorie fotografiche che magari non sono proprio nelle nostre corde. E anche questo ha il suo merito nel percorso di crescita di un fotografo.

“Ma io non ho bisogno di scriverle certe cose! Io so quello che voglio fotografare e non mi dimentico!”
Già li sento… e forse hanno anche ragione, ma allora che male c’è a buttare giù un elenco!? Scripta manent verba volant, dicevano i latini e se poi scoprissimo che ci aiuta anche oltre che a restare bene in vista!?
Ora sta a voi.


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Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


Fotografia e viaggio, due grandi passioni che puoi vivere insieme, scopri come cliccando qui.


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Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


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Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

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