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Posts Tagged ‘Inquadratura’

Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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Scatto rubato dall'auto - l'elemento orizzontale della portiere, inquadrato inclinato conferisce dinamismo alla foto

Scatto rubato dall’auto – l’elemento orizzontale della portiera, e le linee orizzontali e verticali dello sfondo, inquadrati inclinando la macchina, conferiscon dinamismo alla foto. Un esempio di angolo olandese.

Vi lascio al weekend lungo di Ognissanti con un post corto, dedicato ad una tecnica di composizione tanto semplice quanto efficace; l’angolo olandese.

Potrebbe sembrare una presa in giro, in realtà, nella vasta bibliografia dedicata alla composizione fotografica esiste un piccolo spazio dedicato ad una tecnica semplicissima, ma spesso efficace, che gli zelanti del nozionismo rubricano come angolo olandese e che in pratica si traduce con una decisa – e voluta – inclinazione della macchina fotografica durante l’inquadratura.

L’INCLINAZIONE OLANDESE,angolo olandese, conferisce un aumentato senso di drammaticità ad un’inquadratura.
Inclinando di una ventina di gradi l’asse di ripresa della macchina, otteniamo scatti con una prospettiva alterata, capaci, a volte, di regalare un certo interesse ad inquadrature altresì troppo convenzionali, se non addirittura banali.

Attenzione, in questo concetto non ricadono tutti quegli orizzonti che ci vengono storti per caso o per fretta…

Come possiamo immaginare, non si tratta affatto di una tecnica particolarmente sofisticata, ma il successo dipende molto dalla scelta del soggetto e dal messaggio che intendiamo trasmettere.

L’angolo olandese funziona molto bene con scene che contengono linee verticali ed orizzontali piuttosto marcate e con inquadrature che concedono un certo margine alla prospettiva.
Personalmente ne faccio ampio uso, proprio perché schioda  certe immagini. Il mio consiglio è però quello di non abusarne, perché non tutto si presta a venire inquadrato non in asse.

Vi avevo promesso un post corto e sono deciso a mantenere la promessa, ricordiamo soltanto che inclinando la macchina verso sinistra otterremo scatti inclinati verso destra e, viceversa, inclinando la macchina verso destra, le nostre foto risulteranno ruotate verso sinistra (!).
Inoltre, quando decidiamo di farlo all’olandese, andiamoci decisi e non incliniamo la macchina soltanto di pochi gradi.
L’inclinazione olandese è una questione di sensibilità e di consapevolezza di quello che stiamo facendo, andarci troppo cauti e titubanti produrrebbe soltanto scatti che sembrerebbe figli di un errore o di poca cura. Altresì, evitiamo di avventurarci oltre i 30° perché le nostre fotografie apparirebbero fastidiosamente in salita e per nulla piacevoli.

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali, accentuate da una ripresa dal basso con la macchina inclinata

 

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Ecco un altro esempio di impiego dell’inclinazione in fase di scatto. La macchina inclinata verso destra ha prodotto un’inquadratura finale inclinata a sinistra e molto più dinamica di una canonica inquadratura in asse.

Ora si tratta soltanto di farci un po’ la mano e l’occhio, in poco tempo gli angoli olandesi ci diventeranno così familiari da chiamarli… italiani!

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Dzong tibetano

Dzong tibetano nella regione di Gyantze, Tibet

Comporre al limite, dove con limite intendo il limite dell’inquadratura.

Quasi sempre la regola dei terzi garantisce un risultato soddisfacente, ma, come spesso accade quando si ha a che fare con  regole, il rischio è quello di seguirle così pedissequamente, tanto da ingabbiare la propria  creatività in schemi fin troppo prevedibili.

C’è vita oltre i terzi

La regola dei terzi è forse la regola compositiva più conosciuta e più sfruttata. Uno strumento potente  e semplice al tempo stesso e quasi sempre cava le castagne dal fuoco.
Ma qualche volta può valer la pena si spingersi oltre i terzi, spostando il soggetto principale dalle tradizionali intersezioni e avvicinandolo ai bordi dell’inquadratura. Questo piccolo azzardo solitamente produce scatti molto più carichi di tensione. Ovviamente non tutti i soggetti si prestano a questo tipo di composizione, ma l’ultima parola spetta soltanto alla nostra sensibilità.

Qui ho deciso di sganciarmi dalla regola dei terzi in favore di una composizione più azzardata, spostando cioè il soggetto verso i bordi del frame. Il risultato è uno scatto meno convenzionale è decisamente carico di una maggiore tensione, data dall’evidente – e consapevole – squilibrio tra i due elementi presenti, la fortezza e il cielo.

Vediamo come sarebbe cambiato lo scatto, se mi fossi affidato ai terzi, Ecco un’elaborazione fatta in post con Photoshop, dove ho riposizionato la fortezza sui terzi, mantenendo le proporzioni del formato originale:

sui-terzi

Vediamo ora le due versioni una fianco all’altra:

confronto

Medesima scena, inquadrature simili, ma composizioni diverse e risultati diversi, dove la tensione dello scatto di sinistra (l’originale),  ottenuta attraverso un azzardo compositivo, non la si raggiunge nella versione di destra, composta seguendo con cura la regola dei terzi.

Ovviamente non tutte le scene si prestano a soluzioni di questo tipo.
Ho pensato che le nubi minacciose che andavano ammassandosi in cielo potessero essere un buon soggetto da contrapporre allo dzong in cima alla montagna. La fortezza dominava una piana desolata, vasta e deserta e  volevo suggerire tutte queste caratteristiche e tutte le sensazioni che mi dava quel luogo, ma al tempo stesso volevo sottolineare la forza della natura, la sua dominante presenza  e di come spesso la presenza dell’uomo risulti quasi marginale, in un luogo come il Tibet.
Cercavo tensione, spazi dilatati, disequilibrio. Dovevo calcare la mano e produrre uno scatto fortemente sbilanciato – ovvio che se il cielo fosse stato terso e sgombro di nubi, o banalmente grigio, forse non avrebbe funzionato.

Quando rompere le regole?

Non c’è una risposta. Possiamo provare e renderci poi conto successivamente se l’azzardo ha dato i suoi frutti o meno, la risposta è nella nostra sensibilità, nel nostro gusto e nel tipo di messaggio che intendiamo suggerire.
Teoricamente nessun soggetto è precluso dall’essere spostato ai margini, tolto dai terzi, ma ovviamente non tutti i soggetti si prestano al trasloco.

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Linee1

Mi sono abbassato all’altezza del mio soggetto. Così facendo è come se usassi il punto di vista del soggetto ritratto e permette di rendere lo scatto più intimo.

Troppo spesso chi si è avvicinato alla fotografia da poco sottovaluta l’importanza del punto di vista. Troppo spesso i principianti si accontentano della soluzione più ovvia: in orizzontale, ad altezza occhi.
Pensateci, pensateci un attimo. Quante volte avete inquadrato e scattato senza prendere in considerazione una possibile inquadratura alternativa e vi siete accontentati di scattare la vostra foto inquadrando la scena ad altezza occhi.
Non sto dicendo che scattare ad altezza occhi sia la madre di tutti gli errori, ma di sicuro è la scelta spesso più banale, più ovvia.

E allora cerchiamo di fare di più, anche perché è molto più semplice di quanto possa sembrare e porta risultati decisamente molto più soddisfacenti.

Molto spesso scattare ad altezza occhi è frutto di pigrizia. E allora vinciamola questa pigrizia.

Quando i vostri soggetti sono bambini, fate uno sforzo in più: abbassatevi. Più di ogni cosa, si tratta di ricordarsi di farlo e niente più.
Abbassandovi creerete un punto di vista diverso. Si tratterà sempre di un un punto di visto ad altezza occhi, ma non saranno i  vostri occhi e questo conferirà ai vostri scatti un significato tutto nuovo.

Abbassandovi, ritraendo un soggetto basso, è come se portaste gli occhi di chi guarda esattamente ad altezza degli occhi di chi è ritratto.

Sempione 5

Dal basso.
Provate a fare uno sforzo in più, ora. Provate ad abbassarvi e ad inquadrare la scena del basso. I vostri scatti assumeranno subito un significato diverso, alternativo.
Non serve sdraiarsi a terra per ottenere buone fotografia, è sufficiente abbassarsi di una ventina di centimetri, di mezzo metro, e inclinare la macchina verso l’alto.
Il mondo, inquadrato così cambia radicalmente – anche quando il soggetto inquadrato è un volto.
Inquadrando dal basso, soprattutto con focali ridotte, andiamo ad enfatizzare quello che abbiamo sotto gli occhi e se ci spingiamo al limite, arriviamo addirittura ad ottenere l’esasperazione.
Ricordatevi: se ritraete un soggetto umano da sotto, gli conferirete immediatamente un ruolo di importanza maggiore.

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Quest’inquadratura dall’alto ha prodotto uno scatto molto interessante e non banale.

Dall’alto.
Come per ciò  he riguarda l’inquadratura dal basso, anche scegliere di scattare inquadrando dall’alto conferisce ai nostri scatti un tocco alternativo.
Non serve arrampicarsi oltre modo o salire chissà quale grattacielo, bastano poche decine di centimetri per creare scatti meno banali.
Dall’alto, la scena molto spesso perde i suoi connotati reali per assumere i toni del grafismo. Ricordatevi, più in alto salite e più terrete la l’inquadratura perpendicolare al terreno, e più realizzerete scatti molto grafici – il segreto sarà tutto nella vostra capacità di riconoscere le forme geometriche nelle quali si trasformeranno gli elementi presenti nella scena inquadrata.

 

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Abluzione mattutina nel Gange, Varanasi

Fotografare significa registrare la realtà.
NO! Non è così! E chi pensa che sia così, non potrebbe cadere in un errore più grave.

Quando scattiamo una fotografia, non registriamo quello che ci sta davanti.
Quando scattiamo una fotografia,  creiamo una realtà bidimensionale tutta nostra, che, del mondo reale, prende solo spunto, ispirazione.
Non mi stancherò mai di dirlo nei miei workshop.

Molti di noi, troppi, sono portati a pensare che fotografare significhi registrare la realtà.
Ma non c’è nulla di più mendace e di più subdolo.
Dobbiamo essere consapevoli, sin da subito, che la fotografia è SEMPRE una versione manipolata della realtà e quando dico “manipolata”, non intendo corretta attraverso qualche diavoleria di post-produzione.

La manipolazione della realtà è intrinseca nell’atto di fotografare, perché, anche la fotografia più realistica è sempre il prodotto di un processo creativo.
Ma se nella pittura, ad esempio, l’intervento della creatività del pittore è ovvio, nella fotografia, a parte alcuni esempi di fine art photography, la manipolazione spesso è meno evidente, ma c’è e c’è sempre.

La fotografia è frutto di una scelta che siamo chiamati a fare arbitrariamente inquadrando.
L’INQUADRATURA definisce un nuovo spazio e una nuova realtà, nonostante gli elementi all’interno di essa facciamo parte del mondo reale.
Inquadrando operiamo una scelta – più o meno consapevole – su cosa dovrà esistere nello scatto finale e su cosa invece no.
Ed ecco la prima vera manipolazione della realtà!
Attraverso l’inquadratura ci apprestiamo a creare un nuovo mondo a due dimensioni.
Molti di noi sottovalutano l’importanza di questo passaggio, che personalmente ritengo fondamentale.

L’inquadratura  isola un frammento di realtà,  ne delimita un mondo (nuovo) che vive in cattività, all’interno del perimetro dettato dai lati del formato.

Dopo il click, per chi guarderà la nostra fotografia, QUELLO CHE STA FUORI DALL’INQUADRATURA, NON ESISTE e quello che sta dentro è governato  dalle regole della composizione e vive e racconta una storia tutta sua, che potrebbe anche essere completamente diversa, se non opposta, a quella raccontata dal mondo reale al momento del click.

Questo è il paradosso creativo più singolare e più potente della fotografia, che, nata per registrare il mondo, si trova a crearne uno nuovo, che risponde alla visione del fotografo.
Questo paradosso può essere anche piuttosto fuorviante, soprattutto quando al fotografo è chiesto di rispondere ad un’etica morale e professionale, come ad esempio ai fotoreporter, dai quali ci aspettiamo che raccontino la realtà, per altro richiesta in qualche maniera utopica: ognuno dei loro scatti racconterà la loro soggettiva della realtà, prodotto delle loro ispirazioni, visioni, convinzioni e intenzioni. Ciò che conta è non lasciarsi sorprendere in modo fin troppo ingenuo.

Tornando all’inquadratura è il primo momento creativo che ci mette a disposizione la fotografia. Attraverso l’inquadratura abbiamo il potere di indirizzare lo scatto e di isolare un mondo, più o meno soggettivo, più o meno rispondente alla realtà.
Solo questo dovrebbe inebriarci, non trovate!?

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In questo scatto, il vecchio si bagna nel Gange, al centro dell’inquadratura, solo, lambito appena da un taglio di luce calda. Tutto suggerisce pace, tranquillità.
Non saprete mai se, quella mattina all’alba, tutto era davvero così pacifico come ho voluto suggerirvi, come non saprete mai se attorno all’uomo c’erano barche o altre persone.
Nel mondo che ho creato c’è soltanto un uomo nell’acqua e tutto suggerisce pace.
Questo è un esempio di quello che ho cercato di argomentare sin qui.
Inquadrare significa fare una scelta, fare una scelta significa creare. Fotografare significa creare.

Pensiamoci la prossima volta che usciamo a scattare.

Scegliamo con cura le nostre inquadrature, pensiamo a ciò che vogliamo far vivere nel nostro nuovo mondo e pensiamo a quello che vogliamo lasciar fuori.

Inquadrare è un gesto potente.


 

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Punto di ripresa alto, uso di una focale spinta e una composizione attenta e rigorosa hanno reso l’inquadratura di questa scena molto semplice, ma efficace. 

“Less is More”, meno è di più, e vale soprattutto quando facciamo riferimento alla composizione dell’inquadratura.

Non mi stancherò mai di consigliarlo nel corso degli workshop dedicati alla composizione. E’ una sorta di mantra che spero che, ripetendolo con insistenza, venga capito e diventi una sorta di caposaldo per tutti.

Mettiamo in dieta le nostre inquadrature. Limitiamo gli elementi e i nostri scatti, se potessero farlo, ci ringrazierebbero, perché davvero LESS IS MORE!

Le inquadrature asciutte funzionano meglio – a meno che il fatto di riempire il fotogramma sia una scelta consapevole di linguaggio.
Le inquadrature pulite arrivano meglio, si lasciano ricordare più a lungo e non concedono distrazioni a chi guarda – ma anche attenuanti a chi scatta.

Uno degli errori più frequenti di chi si avvicina alla fotografia è proprio quello di lasciare troppi elementi nell’inquadratura.
Spesso capita per pigrizia, altre volte per poca cura.
Il mio personalissimo consiglio è quello di imparare a costruire inquadrature molto asciutte, dove sia immediatamente chiaro qual è il soggetto principale  e quali le dinamiche tra i diversi elementi presenti.

Una scena asciutta è spesso più potente di una complicata, ma una scena asciutta è un’arma a doppio taglio, va studiata e composta con cura, perché non ci sono elementi superflui dietro i quali nascondere la nostra poca padronanza del mezzo fotografico, sia che si tratti di tecnica, sia che si tratti di linguaggio.

Imparare ad asciugare non è un processo semplice, ma farlo diventare pratica quotidiana può aiutarci a migliorare il nostro approccio fotografico

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Questo scatto è il risultato di una combinazione di azioni che hanno contribuito ad asciugare l’inquadratura: mi sono avvicinato, mi sono abbassato, ho gentilmente chiesto agli altri body builder presenti di farsi da parte e ho scattato. Secondo me così funzionava meglio.

Messa così può sembrare il solito concetto teorico e astratto, in realtà asciugare le inquadrature è spesso un’attività fisica.

La realtà difficilmente offre scene già asciugate.
Purtroppo è così e allora dobbiamo farci carico di un po’ di lavoro per pulire l’inquadratura e renderla davvero potente, perché LESS IS MORE e, molto spesso, la differenza tra una buona foto e uno scatto mediocre è nel lavoro di spazzini dell’inquadratura.

Per asciugare dobbiamo:

  • individuare il punto di ripresa migliore, in grado di tagliare fuori ciò che non serve.
  • scegliere la giusta angolazione, per lo stesso motivo di sopra.
  • scegliere la focale opportuna (e non pensate che montando il pesante tele sia la sempre la scorciatoia valida).
  • intervenire sulla scena, sempre che sia possibile, ad esempio spostando elementi o chiedendo a soggetti non graditi di farsi gentilmente da parte.

Spesso saremo costretti a muoverci a lungo sul perimetro della scena, alla ricerca del punto di ripresa migliore. A volte, invece, basterà, spostarsi di qualche decina di centimetri in su o in giù, di qualche passo a destro o a sinistra, per approdare all’inquadratura migliore.
Altre volta, invece, dovremo semplicemente imparare a non essere precipitosi e aspettare qualche attimo, affinché la scena si pulisca da sola – qualche volta questo non accade e la nostra paziente attesa si tramuta in frustrante perdita di tempo, ma la fotografia è fatta sia si attesa, sia di frustrazione, alla lunga verremo ripagati.


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un-minuto-nel-web

 

Con questo post inauguro una nuova categoria: In un minuto…
Sotto questa categoria, troverete contenuti di interesse vario, che abbracceranno la tecnica di base, o qualche trucco, o introdurranno un movimento fotografico, magari. Post dedicati soprattutto a chi incomincia e vuole provare a fissare alcuni concetti di base, per poi magari approfondirli successivamente. Tutti i post di questa nuova categoria avranno una caratteristica: il tempo di lettura di circa un minuto – insomma, per chi va di fretta.

W.

Fotografare significa SELEZIONARE e poco importa che si impugni una costosa reflex o una macchina da poche centinaia di euro, quando portiamo la nostra fotocamera all’occhio e guardiamo nel mirino DECIDIAMO COSA VA DENTRO e COSA INVECE DOVRÀ RESTARE FUORI – anche se spesso non ce ne rendiamo così o lo facciamo quasi come un gesto automatico.

Ciò che decidiamo di lasciare fuori dall’inquadratura NON esiste.
Naturalmente è una forzatura, ma è esattamente ciò che accadrà quando mostreremo la nostra foto a chi non era lì con noi al momento dello scatto.

INQUADRARE – decidere cioè cosa va dentro e cosa no – È UN MOMENTO FONDAMENTALE, ma che troppo spesso sottovalutiamo. Errore!

Il senso di quello che vogliamo dire con una fotografia viene espresso dalle relazioni dei soggetti che inquadriamo – che cioè scegliamo di tenere dentro. Per provare a capire quello che volevamo dire, chi guarda, ha soltanto a disposizione soltanto gli elementi che abbiamo inquadrato e le relazioni tra di loro, all’interno lo spazio delimitato  dai bordi. È un compito difficile. Se poi quando inquadriamo lasciamo dentro oggetti che non c’entrano, non faremo che confondergli le idee e rendere la nostra foto mediocre.

Prendiamoci il giusto tempo per inquadrare.

 

 

 

– 1 minuto di lettura (circa).

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