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Posts Tagged ‘lezione di fotografia’

Giada, in uno scatto per un progetto personale durante lo shooting per Tucano Urbano

Una delle regole auree della fotografia di ritratto insegna che gli occhi del soggetto DEVONO sempre essere a fuoco.
Naturalmente, come tutte le regole, può benissimo venire superata, nel nome della creatività, ma prima di farlo, io invito sempre tutti ad imparare a metterla in pratica, a riempire card (una volta avrei detto rullini) con ritratti dove gli occhi sono a fuoco e, soltanto dopo, darsi alla “ricerca” – come piace tanto dire oggi a molti (troppi).

Per cui, in questo post, proverò a buttar giù qualche consiglio pratico per aiutare ad ottenere ritratti dove gli occhi del soggetto risultino a fuoco.

Dove sta il problema!? Vi domanderete…
Il problema sta tutto nel fatto che i ritrattisti solitamente scelgono aperture significativa, come f/1.4 o f/1.8, difficilmente si spingono oltre f/2.8, per sfruttare il massimo del bokeh e la minima profondità di campo, in modo da esaltare il soggetto ritratto.  Ma, come sappiamo tutti, lavorare con il diaframma così aperto implica una certa difficoltà a tenere a fuoco le cose che contano e per farlo serve una certa pratica.

Il mio 85mm (re incontrastato per i ritratti), ad una distanza di 1 metro e mezzo, con diaframma f/1.8, mi dà una profondità di campo di circa 3 cm (!!!), che si riducono drasticamente a poco più di 1 (!!!!!!!), se mi avvicino a circa un metro dal soggetto.
Capite che con numeri di questa portata, la certezza di avere gli occhi a fuoco richiede molto cura.

Che fare allora?
Intanto ci si interroga se è davvero così necessario e vitale scattare con una profondità di campo così ridotta e, magari, scopriamo che, tutto sommato, non lo è.
A questo punto, possiamo scegliere un’apertura meno azzardata, magari salendo a f/3.5, con il quale il circolo degli elementi a fuoco, per lo meno raddoppia, dandoci un po’  di agio in più. Quando avremo finalmente  preso la mano con il fuoco chirurgico possiamo anche avventurarci tra aperture estreme.

Sono un fanatico del bokeh e della scarsa profondità di campo, ma credetemi, molto spesso può risultare fastidiosa, e, se il soggetto ritratto non è perpendicolare all’asse di ripresa, aprire troppo, può rischiare di gettare drasticamente fuori fuoco gran parte del volto, con un risultato finale, magari creativo, ma discutibile. Certo, può darsi  che siamo riusciti a tenere gli occhi a fuoco, ma il resto è sfocato, solo perché abbiamo insistito a scattare a f/1.4! Non la trovo granché come strategia. Meglio allora chiudere un po’ e lavorare con diaframmi meno spinti, con la certezza di ottenere un risultato più piacevole.

Se poi siamo alle prese con ritratto che include più soggetti, meglio darsela a gambe levate dai diaframmi troppo aperti e scegliere di non scendere mai sotto f/8, che con un 85mm, a 5 m dal soggetto, ci regala un metro e mezzo abbondante di profondità di campo, ad esempio, sufficiente perché due soggetti possano posare uno accanto all’altro senza rischiare che uno dei due risulti sfocato. Teniamo a mente, più soggetti abbiamo, più profondità di campo ci serve, a meno che non si decida di schierarli in riga, stile condannati al plotone d’esecuzione o a meno che non si tratti di una squadra di calcio, in ogni caso, perché rischiare!?

Sgombrato il campo per ciò che concerne il ruolo (fondamentale) del diaframma, prendiamo in considerazione il tempo di posa.
Direte, “beh, il tempo di posa non è così rilevante in un ritratto!”… vero, ma non va sottovalutato, perché cadere nell’errore di scegliere un tempo di posa troppo lento, può introdurre del mosso e non basta assicurare la macchina ad un cavalletto per risolvere l’empasse, perché il mosso potrebbe essere legato ad eventuali movimenti, anche minimi, del nostro soggetto – non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non con oggetti inanimati.

E sarebbe un peccato non ottenere gli occhi del soggetto perfettamente a fuoco, una volta risolto l’aspetto diaframma, solo perché il tempo scelto è troppo lento.

A proposito di tempo.
Una buona regola pratica è quella che ci consiglia di non scendere mai con il tempo di scatto sotto il doppio della focale usata. Ad esempio, se monto il mio 85mm, sarebbe buona pratica cercare di non scattare mai con tempi più lunghi di 1/170″, che qualcuno sceglierà di arrotondare ad 1/125″, ma che io consiglio di portare ad 1/180″, se non ad 1/250″.
Chiaramente è tutto molto soggettivo.
Dal lato fotografo la regola del doppio della focale può essere un’ottima indicazione, anche se poi molti di noi riescono a mantenere una presa salda anche con tempi attorno a 1/15″ , se non addirittura 1/8″.
Dal lato soggetto, tutto dipende dalla posa e dalla situazione. E ogni volta dobbiamo essere bravi a valutare entrambe.
Una posa semplice o naturale, o un soggetto abituato a posare, ci permettono di osare anche con tempi lunghi.
D’altro canto, una posa più complicata, o un ambiente meno riservato, o, ancora, un soggetto in imbarazzo o poco abituato a posare, ci devono immediatamente suggerire di scegliere un tempo più rapido.
Nel dubbio, piuttosto che sacrificare il tempo, alziamo gli ISO.

La post-produzione non compierà il miracolo!
Chi spera di salvare uno sguardo sfocato in post, si metta il cuore in pace: ci riuscirà soltanto parzialmente e con il rischio di dare al ritratto un tocco drammaticamente artificiale. La post-produzione non è la via da seguire, per cui: gli occhi a fuoco IN MACCHINA!

Nonostante la posa frontale, è necessario prendere in considerazione i volumi occupati da volto e corpo del soggetto e scegliere un’apertura di diaframma  adeguata. Giada – progetto personale all’interno dello shooting per Tucano Urbano

Sfruttiamo la luce!
Cerchiamo di fare in modo che gli occhi del soggetto siano illuminati – su come farlo, ci sono milioni di post e tutorial un po’ ovunque e qualcuno anche qui, negli articoli dedicati al ritratto o alla tipologia di luce.
Personalmente mi piace quando la luce colpisce, di riflesso o direttamente, gli occhi del soggetto dall’alto, con un’inclinazione tra i 45° e i 10°, e possibilmente un po’ disassata rispetto al soggetto stesso, diciamo tra i 20° e i 70° (destra o sinistra, secondo il gusto). Restando all’interno di questo range di angoli, riusciamo a dar vita allo sguardo, infatti nelle pupille del soggetto compaiono i cosiddetti catchlight – quelle lucine, che altro non sono che il riflesso della fonte luminosa nelle pupille.
Avendo cura di illuminare la zona degli occhi – posizionando con attenzione i flash o  spostando il soggetto affinché ciò accada, nel caso stessimo scattando soltanto con la luce ambiente – ci aiuterà a mettere a fuoco con precisione e darà al ritratto una forza maggiore, legata anche alla definizione.

Usiamo un cavalletto!
Ci verrà incontro, anche se solo parzialmente. Dobbiamo sempre fare i conti con i movimenti del nostro soggetto.

Controlliamo le diottrie del nostro mirino!
Può sembrare banale, ma molti non lo fanno mai – alcuni addirittura nemmeno sanno della possibilità di farlo.
Le diottrie del mirino VANNO impostate in base alla nostra vista e lo si fa attraverso una rotellina solitamente posta a fianco del mirino. Può sembrare banale o ovvio, ma non è raro, quando ad esempio si passa alla messa a fuoco manuale, che i nostri scatti risultino sfocati perché il mirino non è tarato correttamente per la nostra vista.

Scegliamo il pattern di autofocus giusto!
… o addirittura passiamo alla messa a fuoco manuale.
Nel caso  invece decidessimo di  lasciar fare alla macchina, selezioniamo il pattern di autofocus a punto singolo.
Se il soggetto posasse in modo non completamente frontale, scegliamo l’occhio più vicino.
Assicuriamoci di non avere attivati algoritmi di messa a fuoco dinamici – per capirci, quei pattern assistiti dal computer della macchina che inseguono in maniera intelligente soggetti in movimento, o che determinano al posto nostro qual è il soggetto da mettere a fuoco. Queste diavoleria – indispensabili nella caccia fotografica o nella fotografia sportiva – possono giocarci brutti tiri, come ad esempio modificare il punto di messa a fuoco, in seguito ad un cambio, anche non significativo, di inquadratura.

Bene, siamo arrivati in fondo. Forse questo post non ci avrà trasformati in Richard Avedon o Annie Leibowitz, ma spero almeno che queste mille e quattrocento parole ci abbiano indotto  a pensare un po’ e che, la prossima volta che decidiamo di scattare un ritratto a qualcuno, ci possano tornare in qualche modo utili per non fallire.

 


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Tra spettacolo e combattimento, l’arte marziale indiana kalari payat offre spunti incredibili per provare a congelare l’azione.

Uno degli aspetti forse più intriganti della fotografia è proprio la sua capacità di congelare l’azione, permettendoci così di cogliere il momento, come altrimenti non saremmo in grado di fare, ma scattare buone fotografie con soggetti in movimento richiede una certa esperienza, che soltanto la pratica ci può dare.

In quasi tutte le situazioni dinamiche, esiste un particolare momento che riassume in modo efficace l’intera sequenza del movimento e noi dobbiamo essere capaci di cogliere esattamente quel momento – il climax dell’azione – e per fare questo possiamo scegliere tra due approcci: anticipare il movimento del soggetto oppure scattare una raffica di scatti in rapida successione.
Qualunque sia la nostra filosofia di scatto, scatto singolo o raffica, dovremo in ogni caso avere la macchina pronta, con tutti i parametri fondamentali (ISO, apertura e tempo) impostati correttamente per lo scatto, perché, mediamente, non ci sarà tempo per regolarli mentre si svolgerà l’azione che intendiamo congelare.
Facciamo molta attenzione all’inquadratura. Evitiamo di stringere troppo in fase di scatto, in modo da non tagliare inavvertitamente il soggetto, potremo sempre intervenire in fase di editing e apportare un crop più stretto.
Attenzione anche quando scegliamo focali più corte: tenderanno chiaramente ad offrire una maggiore profondità di campo e, nel caso fossero presenti più elementi, l’inquadratura potrebbe risultare un po’ affollata e così distogliere l’attenzione di chi guarda da ciò che davvero conta – con obiettivi corti, dobbiamo comporre con maggior cura.

L’arena di un combattimento di kalari payat attraverso l’occhio di un 8mm. Maggiore è il campo inquadrato e maggiore dovrà essere la cura che mettiamo nel comporre e nella scelta del momento da immortalare. Il ruolo del soggetto principale dev’essere sempre chiaro.

Se vogliamo congelare l’azione con successo, DOBBIAMO, anticipare i tempi, che significa fondamentalmente comporre l’inquadratura prima, impostare il tempo che riteniamo sufficiente per congelare il movimento del soggetto, impostare il diaframma corretto, tenendo conto anche di come il diaframma vada ad influenzare ciò che sarà a fuoco e ciò che invece risulterà sfocato.
Fatte queste operazioni… dito sul pulsante di scatto e occhi ben aperti!

Quale tempo scegliere?

Quello più rapido possibile, mi verrebbe da dire. Mai come quando decidiamo di congelare il movimento, abbondare con la rapidità del tempo di posa non può che aiutare.
A volte però conviene scegliere un tempo meno rapido, che riesca a congelare il grosso del movimento, ma che lasci intuire il dinamismo della scena attraverso alcuni dettagli mossi.

Un tempo rapido, ma non troppo rapido, ed ecco che rendiamo lo scatto ancora più dinamico

Quale modalità di scatto usare?

Il manuale, il famigerato manuale, potrebbe risultare un po’ macchinoso da gestire, per cui il mio consiglio, quando abbiamo a che fare con l’azione, è quello di impostare la macchina su una  delle due modalità semi-automatiche – A e S per i nikonisti, Av e Tv per i canonisti.

Quale scegliere tra le due modalità?
Molti risponderanno sicuri “priorità di tempo!” (S o Tv).
Corretto.  Se consideriamo il fatto che è proprio il tempo di posa che influisce sul congelamento dell’azione, scegliere di scattare in priorità di tempo è sicuramente la scelta corretta.
Per cui, impostiamo un tempo che riteniamo sufficientemente rapido per congelare l’azione e lasciamo che sia la macchina a scegliere il diaframma per noi. Click! Gioco fatto.

Ma non sarebbe neppure sbagliato scegliere di scattare in priorità di diaframma (A o Av).
Impostando il diaframma controlliamo meglio la profondità di campo e la profondità  di campo ci permette di isolare ancora di più il soggetto. Dunque anche la priorità di diaframma potrebbe risultare una scelta corretta,  a patto però  che non si perda di vista il tempo di posa suggerito dalla macchina.
In condizioni di luce buona, scegliendo un diaframma molto aperto, la macchina imposterà un tempo molto rapido – che va benissimo – ma, in condizioni di luce scarsa, potrebbe darsi che il tempo suggerito non sia sufficientemente rapido per lo scopo che ci proponiamo. Per cui, dobbiamo fare maggiore attenzione se scegliamo di scattare in priorità di diaframma una scena dinamica, con l’intenzione di bloccare il movimento del soggetto.

Ricordiamoci che nelle modalità semi-automatiche, la macchina suggerisce il secondo parametro, che sia diaframma o tempo, in modo da esporre correttamente e cioè riportare la scena al fatidico grigio medio, per cui non dimentichiamoci di lavorare di compensazione, positiva o negativa, per ottenere l’esposizione che preferiamo.

Quando scattavo ancora in pellicola, me ne sarei guardato bene, ma ora mi affido allo scatto a raffica, mi garantisce, con un ridotto margine di errore, la certezza di cogliere il momento giusto all’interno di una sequenza.

ISO automatici?

Perché no!? Impostare la macchina su ISO automatici ci garantisce una flessibilità maggiore, in quanto sarà proprio la nostra reflex ad apportare le necessarie modifiche della sensibilità, nel caso fosse necessario – ad esempio nel caso in cui il soggetto, durante il suo percorso, attraversasse una zona d’ombra molto più buia della media della scena.
Per inciso, questa funzione, interviene sugli ISO per garantire un’esposizione corretta in corrispondenza di qualunque coppia tempo/diaframma impostata (fino, naturalmente al massimo del valore disponibile).

Il fuoco è tutto.

Un fuoco preciso, in uno scatto che congela l’azione, fa la differenza, anche se mettere a fuoco con precisione assoluta un soggetto che si muove, soprattutto se il movimento è casuale, non è assolutamente semplice.
L’autofocus ci toglie le castagne dal fuoco – quasi sempre.
Ma se vogliamo evitare brutte sorprese, dobbiamo conoscere a fondo le modalità di autofocus che che ci mette a disposizione la nostra macchina. E, ahimè, ci tocca aprire l’odiato manuale.
Innanzitutto impostiamo la modalità fuoco continuo, in questo modo la macchina continuerà a mettere a fuoco il soggetto inquadrato fin tanto che terremo premuto per metà il pulsante di scatto.
Questo ci permetterà di seguire il soggetto in movimento, mantenendolo sempre a fuoco ed è il punto di partenza per cimentarsi con soggetti che si muovono.
Ogni modello di reflex offre poi modalità più o meno complesse e flessibili di messa a fuoco automatica – più sofisticato è il nostro modello e, in genere, più ampia è la scelta delle modalità di autofocus.
Non ci resta che leggere a fondo il manuale del nostro modello e passare in rassegna quello che il nostro modello ci mette a disposizione.
Solitamente la differenza tra le varie modalità di messa a fuoco automatica è legata al numero di punti sui quali la macchina prende il fuoco, sulla loro disposizione all’interno dell’inquadratura (pattern), sulla possibilità che, attraverso un algoritmo, la macchina possa anticipare il movimento del soggetto, fin tanto che teniamo il pulsante premuto a metà, e passare da un punto di messa a fuoco al successivo.
Insomma, ça va sans dir, DOBBIAMO LEGGERE CON ATTENZIONE IL MANUALE. È fondamentale per capire quali possibilità ci offre la nostra macchina, quali sono i limiti e i vantaggi di ognuna delle modalità di messa a fuoco automatica.

A prescindere dalla modalità di autofocus che sceglieremo, il consiglio della vecchia guardia resta sempre fondamentale: dobbiamo imparare ad anticipare il movimento del soggetto e questo ce lo regala soltanto la pratica.

Riassumendo…

  • impostiamo una modalità di scatto semi-automatica
  • impostiamo l’autofocus e scegliamo la messa a fuoco continua
  • scegliamo la modalità di autofocus
  • impostiamo i parametri tempo e diaframma
  • impostiamo la funzione ISO Automatici (ci può aiutare)
  • componiamo l’inquadratura prima
  • teniamo il pulsante premuto a metà per tenere il soggetto a fuoco e aggiornare i parametri dell’esposizione
  • e lavoriamo con tempi rapidi!

E ora fuori, a fare pratica!


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A breve i nuovi programmi, non perderli.


 

 

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Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


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Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


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Via col tempo…

Qualche tempo fa, conversando con un amico fotografo, si chiacchierava della funzione “ISO automatici” e della sua effettiva capacità di togliere le castagne dal fuoco in certe situazioni.
Ammetto che, tra le numerose funzioni che oggi le nostre reflex ci mettono a disposizione, questa è una di quelle che ho sempre snobbato.

Partiamo dall’inizio – che mi pare un buon metodo! – e vediamo  cosa fa, in pratica, la funzione, Selezionando ISO AUTOMATICI dal menù delle impostazioni generali,  una volta scelti tempo e diaframma, la funzione fa sì che la macchina si  prenda cura di aumentare o diminuire automaticamente gli ISO, se cambia la luminosità della nostra scena.

Bene… e questo lo potevate immaginare da soli, no!? Proviamo a trovare delle applicazioni pratiche ora…

Rapidissimo ripasso prima…
E’ chiaro a tutti che l’esposizione è data dal tiangolo magico

TEMPO DI POSA,
DIAFRAMMA

ISO

Immaginosa di sì…

Vi chiederete, ma a cosa ci può servire correre su e giù per la scala degli ISO?
Ecco… la funzione diventa molto utile soprattutto quando stiamo seguendo un soggetto dinamico il cui movimento non è prevedibile e che quindi può entrare ed uscire da zone con luminosità diverse.
Lasciamo aquile o ghepardi!  Pensate piuttosto a vostro figlio alle prese con una partita di calcio,  magari in una giornata dove il sole illumina il rettangolo di gioco in modo non uniforme, alternando zone d’ombra a zone di luce…
Ecco, in questo caso la funzione ISO AUTOMATICI si fa molto utile.

Ci basterà infatti  impostare la coppia tempo e diaframma in modo da ottenere  un’esposizione corretta, concentrandoci su quello che ci interessa ottenere, se un’azione congelata (tempo rapido) o l’impressione del movimento (tempo lungo) o il soggetto isolato dal resto (diaframma aperto), misurando la luce in quello che giudichiamo potrebbe essere la scena tipica o media.
E poi non dovremo preoccuparci più di correggere l’esposizione ogni volta che cambiamo inquadratura.

Impostando “ISO Automatici”, una volta scelti tempo e diaframma, sarà la macchina a garantirci l’esposizione corretta anche se, cambiando l’inquadratura, cambiasse la luminosità della scena.  Con “ISO Automatici”, la macchina calcolerà la corretta sensibilità del sensore (ISO) in modo da garantirci un’esposizione coerente e costante per la coppia diaframma/tempo che abbiamo precedentemente scelto.

Se punteremo su una scena più scura, la funzione forzerà gli ISO e li aumenterà di conseguenza. Al contrario, se la scena inquadrata sarà più chiara, la funzione diminuirà gli ISO, rendendo il sensore meno sensibile alla luce.

In molti modelli è possibile impostare un valore ISO massimo, in modo che la macchina non voli a parametri troppo spinti, con il rischio di  introdurre troppo disturbo, (rumore).

Come al solito, dovremo fare un po’ di pratica.
Ah, nel caso decidessimo di provare gli ISO Automatici,, poi ricordiamoci poi di disinserirli, altrimenti, la volta dopo, ci sembrerà di impazzire e cominceremo a credere che la nostra reflex sia posseduta.

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Notte di luna piena nel Sahara.
La luce della luna illumina cielo e dune

Sono tornato da qualche settimana da un magnifico photo tour che ho organizzato in Marocco. Una delle tappe più entusiasmanti è senza ombra di dubbio quella che vede il gruppo passare la notte in un campo tendato beduino, tra le dune del deserto del Sahara. Durante la notte, organizzo una sessione di fotografia notturna, anche perché lo spettacolo delle stelle nel deserto è una di quelle esperienze che difficilmente si scordano – anche quando il cielo si copre di nuvole inaspettatamente, come è successo quest’anno.

La fotografia notturna ha una pessima caratteristica intrinseca negativa, quella di amplificare i problemi che si possono sperimentare sul campo, ma ha anche la capacità di regalare grandi emozioni a tutti, anche a coloro che hanno poca esperienza in materia.

Il mio consiglio, per coloro alle prime armi, è quello di dare una bella ripassata al manuale della propria reflex in modo di aver ben chiaro come accedere a certe funzioni della macchina e a come farlo rapidamente anche in condizioni disagiate come un campo di notte o una duna del Sahara.

Attrezzatura minima per fotografare le stelle:

  • una macchina fotografica
  • un obiettivo, meglio se grandangolo
  • batteria nuova (e carica al massimo)
  • card vuota
  • un cavalletto
  • uno scatto remoto, non è necessario che sia a infrarossi e per cominciare, non serve neppure che funga di intervallometro
  • una torcia
  • un timer
  • una borsa dedicata

Via tutti gli automatismi!
Via l’autofocus! Via gli eventuali dispositivi per ridurre le vibrazioni!
Macchina in manuale! Ok, mi sa che la metà di voi ha abbandonato la lettura del post a questo punto, se ci siete ancora, andiamo avanti…

Dove andare?
Non serve andare tra le dune del Sahara o sulla catena dello Zanskar, ma è necessario lasciarsi aree urbane e questo comporta un po’ di pianificazione, ma basteranno un paio di scatti azzeccati a ricompensarvi.

Quando andare?
La scelta della notte è sicuramente uno degli aspetti meno prevedibili, in quanto legato al meteo – se pensate che quest’anno, durante il photo tour in Marocco, siamo incappati in una rarissima nottata nuvolosa (!).
Quello che invece potete determinare con precisione scientifica è invece l’importanza della luna nelle notti che sceglierete per scattare.
Durante le notti vicine al plenilunio, quando cioè il disco lunare assume le massime dimensioni, la luce della luna influisce negativamente sulla visibilità delle stelle, ma rischiara la scena con una luce molto morbida e affascinante.
Al contrario, nelle notti prossime al novilunio, la quasi totale assenza del disco lunare nel cielo, rende le stelle decisamente più visibili, ma dovrete prepararvi a lavorare praticamente al buio.
In ogni caso è bene fare un po’ di compiti a casa prima di trovarsi sul posto per evitare lunghe attese perché non avevate previsto che la luna fosse un ospite non gradito della vostra inquadratura.
Determinare fasi lunari, altezza sull’orizzonte e posizione nel cielo della luna ormai non è più roba per astronomi.
Ci sono app alla portata di tutti, che vanno dal semplice calcolo della fase lunare, riportato in qualsiasi punto del mondo, fino a fornire tutte le informazioni che vi possono servire, come ad esempio l’ora esatta in cui spunterà il satelline, l’altezza nel cielo, riportato nel corso della notte, il percorso, e altro ancora, oltre naturalmente alla possibilità di impostare località e date diverse.
Una tra tutte, TPE (The Photo Ephemeris).

Comporre e mettere a fuoco. Due piccoli incubi.
Comporre un’inquadratura al buio non è cosa da poco, così come mettere a fuoco con cura.
Se ne avete la possibilità, fate un sopralluogo di giorno, altrimenti il vostro unico alleato è una torcia.
Componete con cura e cercate di includere qualche elemento in primo piano. NON inquadrate soltanto una porzione di cielo.
Inserite degli alberi, il profilo di una montagna, di una casa… insomma, avete capito. Gli elementi in primo piano, staccati dal cielo, hanno la capacità di rendere lo scatto del cielo più interessante.
Mettere a fuoco può essere un problema. Aiutatevi con la torcia, puntandola contro un elemento sufficientemente lontano e mettete a fuoco su di lui – se usate, come consigliato, un grandangolo, dovreste cavarvela.

Per iniziare: stelle puntiformi
Anche se molti di voi saranno rimasti affascinati da tutti quegli scatti con le stelle che sembrano compiere dei giri luminosi, è bene che si proceda per piccoli passi.
Cominciate a scattare le stelle come puntini di luce.
Ecco qualche trucco.
Aprite al massimo. Chi può, f/2,8… altrimenti gli altri si tengano su f/3,5, f/4,5.
Occhio al tempo di posa. La terra ruota attorno al proprio asse e questo movimento rischia di riprodurre le stelle come piccole strisce anziché punti luminosi, se usate un tempo di posa troppo lungo.
Per cui affidatevi ad una regola vecchia, ma sempre valida: la regola del cinquecento.
Dividete 500 per la lunghezza focale dell’obiettivo che montate – ad es. se montate un 28, risolvete questa semplice operazione: 500/28. Il risultato è il tempo massimo che potete usare prima che le stelle appaiano mosse.
ATTENZIONE! La regola è pensata per fotocamere full frame, per i modelli APSC Nikon 500 si riduce a 333, mentre per i modelli APSC Canon 500 si trasforma in 316.
A questo punto avete la coppia tempo e diaframma, non resta che impostare gli ISO di conseguenza
Sparate gli ISO. Se avete tra le mani una buona macchina, in una notte senza luna, potete alzate gli ISO anche fino 3600. Se avete una macchina meno performante, tenetevi attorno ai 1250/1600 ISO. Sappiate però che pompando la sensibilità del sensore, le stelle guadagnano una certa consistenza.

Macchina saldamente agganciata al cavalletto e scatto remoto inserito, siete pronti a scattare.
Se possedete un software per gestire il formato RAW, preferitelo al JPEG, in caso contrario, avrete meno possibilità di recuperare gli errori o di intervenire. In questo caso, impostate il bilanciamento del bianco su 3600° K (o incandescenza, se la vostra macchina non offre la possibilità di impostare direttamente la scala Kelvin).

Non temete, torneremo ancora sull’argomento.

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