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Posts Tagged ‘lezione fotografia’

Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


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Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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verso il felik

Colori adiacenti sulla ruota producono immagini armoniose. In questo scatto, fatto sul ghiacciaio del Castore, la palette dei colori è costruita sulle tonalità dell’azzurro e del blu. Notate come è evidente il contrasto, invece, tra le nuvole gialle e arancio e il blu del cielo?

Per imparare a fotografare, bisogna imparare a vedere.
Tutti guardiamo, qualcuno vede. E per imparare a fotografare, dobbiamo imparare a vedere.
La fotografia scrive con la luce e trasforma il mondo a tre dimensioni in un mondo bidimensionale, perfettamente circoscritto all’interno del perimetro del formato.
Se vogliamo cimentarci in qualche forma di fotografia che non sia il semplice inquadra-scatta, dobbiamo imparare a vedere.

Imparare a vedere significa imparare a riconoscere le forme implicite di ciò che ci circonda – perché la macchina schiaccerà le tre dimensioni come un sofisticato bulldozer, producendo una realtà di sole due dimensioni. Per cui siamo chiamati ad imparare a riconoscere linee immaginarie, così come siamo chiamati ad imparare a cogliere il rapporto tra i colori, perché nella nostra realtà schiacciata, le forme e le linee avranno dei colori.
Imparare a vedere può essere un processo lungo, che di sicuro richiede un po’ di volontà e anche la consapevolezza che non tutto riuscirà subito, al primo click. Si impara a vedere gradualmente, sperimentando, giocando con gli occhi e con la fantasia e, fortunatamente, non si smette mai di farlo.

Mettiamo da parte per un attimo linee e forme e proviamo a partire dai colori.

Miglioriamoci usando il colore.
Uno dei più grandi errori, tipici di chi comincia, è dare i colori delle nostre fotografie per scontati.
Se ci limitiamo alla pratica dell’inquadra-scatta, purtroppo sarà sempre così. Ma se introduciamo una fase fondamentale e trasformiamo il nostro approccio fotografico da inquadra-scattapensa-inquadra-componi-scatta  tutto cambia e nulla è davvero più così scontato, neppure il colore.
In questa nuova modalità – non cerchiamola sulla nostra reflex, perché è nella nostra testa – possiamo anche pensare di ribaltare il processo (creativo) e partire dal colore, sceglierne gli abbinamenti, e poi scattare. Proviamo…

Contrasto o armonia?
Ogni colore, all’interno dell’inquadratura, influenza ed è influenzato dagli altri colori presenti.
Senza gironzolare ed addentrarci troppo nella teoria del colore è bene che fissiamo un concetto decisamente fondamentale: il nostro scatto è fortemente influenzato dai colori presenti e l’accostamento dei colori determina il tono della nostra fotografia.

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Qui a fianco è rappresentata la RUOTA DEI COLORI, l’ho detto più volte, ma in questo post dedicato ad imparare a vedere, credo che sia importante partire dalle basi: partiamo dai colori, partiamo da questo semplice, ma utilissimo, modo di rappresentarli.

I colori interagiscono tra di loro in modo diverso e questa ruota ci aiuta a capire come.
Il nostro primo obiettivo è imparare ad usare gli accostamenti cromatici e piegarli al servizio del nostro scatto. In buona sostanza è proprio questo il significato di imparare a vedere i colori.

Dobbiamo imparare che i colori contrapposti tra loro sulla ruota – ad esempio viola e giallo – danno vita ad accostamenti molto contrastanti e gli accostamenti ricchi di contrasto, di solito, si traducono in scatti vibranti, spesso azzeccati, qualche volta memorabili, di sicuro mai scialbi.

Cerchiamo dunque gli accostamenti giusti prima e scattiamo poi. È un ottimo esercizio che può aiutarci a migliorare.

Usciamo e diamoci da fare, sperimentiamo con coppie di colori contrastanti:

  • verde vs. rosso
  • blu vs. arancio
  • viola vs. giallo
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Il folliate nel New England è un classico. il verde acceso dell’erba offre il massimo contrasto con il rosso vivo delle foglie. Colori opposti sulla ruota.

Bene, ora rientriamo e torniamo alla nostra ruota (magica) del colore, abbandoniamo i contrasti e proviamo a creare l’armonia. Questa è la forza della fotografia, ci permette di crearne una realtà tutta nostra, che della realtà prende soltanto in prestito gli elementi, ma per nascere, la nostra realtà, ha bisogno di occhi allenati, capaci di vedere, capaci di selezionare, scegliere, includere ed escludere – non spaventatevi, se avete appena iniziato, col tempo tutto vi sembrerà più naturale e anch’io meno sconclusionato…

Abbiamo visto come interagiscono colori contrapposti, impariamo ora, invece, che i colori vicini tra loro sulla ruota – ad esempio azzurro e verde – danno vita ad accostamenti morbidi e gli accostamenti morbidi, se usati con una certa creatività e una certa astuzia, producono scatti eterei, carichi di poesia, ricchi di atmosfera (non aggiungo altro, ma potreste provare a stupire gli amici usando solamente qualche accostamento cromatico… paraculo)

Per cui usciamo di nuovo e sperimentiamo qualche scatto (non siate tirchi!) con colori adiacenti:

  • gli azzurri e i blu
  • gli azzurri e i verdi
  • giallo, arancione e rosso 
  • rosso e rosso mattone
  • viola e blu
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La statua del buddha di Hemis, in Ladakh. La palette predominante è di colori adiacenti tra loro: rosso, arancione, giallo, bronzo, oro, ciò determina uno scatto cromaticamente armonico – non lasciatevi fuorviare dalla saturazione, i colori lavorano in armonia

Come primo passo verso l’arte di vedere, può bastare così, ci torneremo presto, perché se la tecnica la può imparare anche un mulo, diceva il mio amico Pietro Donzelli, è il resto che fa la differenza tra uno che scatta foto e un fotografo – in inglese suona meglio “you can take a picture or you can MAKE a picture.

In questo post ho provato a raccontarvi che , partendo dai colori e non arrivandoci (per caso), avremo fatto un piccolo passo nel cammino che ci porta ad imparare a vedere.

Vi va di fare qualche prova sul campo?
Molto bene… uscite e imponetevi di partire dai colori – per il momento il soggetto consideratelo secondario.
Cominciate col fare quattro scatti con soggetti dai colori contrastanti e poi altri quattro dove i colori presentano una certa armonia… e se vi va, mandatemeli o postateli come commento. Impariamo a vedere!

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Foto panoramica della campagna della Tuscia

Foto panoramica della campagna della Tuscia

Molte volte ci troviamo in un luogo che ci piace particolarmente, vogliamo a tutti i costi tornare a casa con uno scatto che ne catturi la magia, ma, quando inquadriamo, ci rendiamo conto che il formato della nostra macchina fotografica non rende giustizia a quello che abbiamo davanti agli occhi.

Che fare?

Non resta che provare a scattare una foto panoramica.

Cos’è una foto panoramica? E’ il risultato di più foto affiancate l’un l’altra.

Ottrenere risultati soddisfacienti è piuttosto semplice!

Per prima cosa ci serve un cavalletto robuto sul quale montare la nostra macchina fotografica.
Scegliamo un teleobiettivo moderato (100 mm di focale ad esempio sono perfetti). E inquadriamo con la macchina in verticale.
La focale leggeremente spinta ci garantisce una prospettiva precisa, libera da aberrazioni legate alle focali piccole – ad es. linee verticali inclinate o effetti “a palloncino”.

Impostiamo la macchina in manuale e togliamo l’autofocus – inutile in questo tipo di fotografia. Impostiamo il formato RAW.
Impostiamo un diaframma chiuso, in modo da avere tutta l’inquadratura a fuoco.

Siamo pronti.
Calcoliamo l’esposizione media per tutta la scena, nel dubbio io imposto per le aree pià chiare del terreno (non del cielo), in modo da avere poi una serie di scatti un po’ più sottoesposti nelle aree più scure e quindi leggermente più saturi.
Se il cielo è troppo chiaro, come spesso accade, dobbiamo ricorrere ad un filtro degradante neutro, che riporti la differenza tra cielo e terra nell’intervallo di stop che la macchina è in grado di registrare.
Scattando in RAW, possiamo poi intervenire successivamente sull’esposizione, nel caso davvero i risultati dei vari scatti lo richiedessero.

Cominciamo a scattare.
Scattiamo la prima foto, che andrà a comporre l’area a sinistra della panoramica finale.
Prendiamo un riferimento alla destra della scena inquadrata e, scattata la prima foto, ruotiamo la macchina verso destra.
Dobbiamo cercare di far sovrappore di circa un 20% l’inquadratura della seconda foto con quella della prima – per questo ci serve un riferimento visivo, per allineare le inquadrature e sovrapporle un poco.

Ripetiamo fino a coprire tutta la scena che dovrà comporre tutta la panoramica.
Overlap

Nelle due foto qui a fianco, che sono rispettivamente il primo e il secondo scatto della panoramica finale, si vede come ci sia una porzione di overlap, cioè una porzione di inquadratura comune ad entrambe.

Ripetiamo l’operazione con tutti gli scatti.

Una volta completato il numero di fotografie che andranno a comporre la panoramica, scarichiamo i file, importiamoli in Photoshop,   apportiamo le correzioni nell’applicazione per la gestione dei file attraverso Camera Raw e salbiamoli in TIFF o JPG.

Con la funzione photomerge di Photoshop importiamo gli scatti e lasciamo che il software lavori per noi. Interveniamo sulle piccole sbavature, sistemiamo la saturazione  e l’esposizione e il gioco è fatto, salviamo il risultato finale in TIFF o JPG.

Alcuni consiigli: non limitiamoci a panorami naturali, sperimentiamo anche con panoarami urbani, cerchiamo di tenere, quando possibile, in mente le regole per ottener buoni scatti di paesaggi, evitiamo sbalzi di luminosità all’interno della scena finale troppo estremi e…. guardiamoci in giro!

 

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chiarosuscuro

Non poteva mancare, dopo il post dedicato al “soggetto scuro su fondo chiaro”, non poteva e non doveva mancare il post che ci aiuta a portare a casa il risultato nelle condizioni opposte, cioè quando il SOGGETTO E’ CHIARO e LO SFONDO SCURO.

Molto bene, personalmente, la prima cosa che faccio è impostare la macchina in modalità manuale – mi dà più libertà.

La regola per ottenere buone foto in una condizione del genere (ad es. una sposa in posa contro un muro scuro) è quella di esporre per le luci (le parti chiare della scena, nel caso dell’esempio l’abito della sposa)-

Cosa significa esporre per le luci?
Significa ottenere una coppia diaframma/tempo di posa corretta per riuscire a leggere quanti più dettagli possibili nelle aree chiare.

Per fare questo senza problemi di interferenze il consiglio che dò è quello di affidarsi alla lettura esposimetrica a spot, che cioè tiene conto soltanto di una piccolissima porzione di inquadratura – qui trovate il post dedicato alle diverse modalità di letture esposimetriche.

Quando ci si trova in una situazione simile  – soggetto chiaro, sfondo scuro – la nostra premura deve essere quella di non sottoesporre troppo il soggetto, in modo da ottenere un grigio slavato al posto del bianco, ma nemmeno di sovraesporre, ingolositi dalla possibilità di registrare qualche dettaglio nelle ombre, se sovraesponiamo, il nostro soggetto chiaro risulterà irrimediabilmente bruciato.

ATTENZIONE PERO’! Non basta puntare, leggere e impostare, per ottenere un bianco candido. IL NOSTRO ESPOSIMETRO E’ TARATO PER RISPONDERE AL GRIGIO MEDIO, per cui, alla lettura, per avere un bianco davvero pulito, DOBBIAMO AGGIUNGERE UN PO’ DI COMPENSAZIONE, O APRIRE UN PO’ DI PIU’, per dirla come i professionisti, cioè, AUMENTARE L’ESPOSIZIONE (di solito basta 1/2 stop).

Le moderne macchine fotografiche digitali mettono a disposizione uno strumento molto utile in questo caso, l’indicatore di clipping.
Cioè una funzione sul display della macchina che colora di rosso (solitamente) le aree che risulterebbero bruciate, ossia prive di dettaglio.
Il mio consiglio è attivare tale funzione, leggere l’esposizione sulle aree chiare e compensare o aprire fino a quando non compaiono aree rosse sul display (aree cioè completamente bruciate). Fermandoci prima della comparsa del rosso, avremo la certezza di aver fatto bene.

 

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Le due moto scattano e la ragazza con la bandiera salta – tempo veloce per congelare i sassi alzati dai copertoni e il salto della starter

Ed ecco un post che bilancia il precendente, che si occupava di lunghe esposizioni.

Nel post di oggi, infatti, cercheremo di capire come congelare il movimento,  dando qualche tempo di riferimento giusto per avere un idea.

Più è veloce il nostro tempo di posa e più siamo in grado di fermare l’istante, ma quanto è necessario spingersi in là con l’otturatore per avere la certezza che il nostro soggetto, che si muove, risulti perfettamente fermo?

Dipende. Dipende dalla velocità del soggetto e dalle direzione del suo movimento. In genere soggetti che si muovono perpendicolarmente all’asse della nostra inquadratura necessitano di tempi più veloci di soggetti che ci vengono incontro.

Ricordiamoci anche che più siamo vicini al soggetto e più veloce deve essere il tempo di scatto.

Congelare il movimento significa creare scatti memorabili a cui l’occhio umano è difficilmente abituato. Ad esempio potremo fermare le gocce di pioggia che cadono o un saltatore in procinto di superare l’asticella o, ancora, uno skater che compie una manovra sospeso nell’aria.
La macchina fotografica ha la capacità di isolare una frazione di secondo e con un tempo adeguato, saremo in grado di congelare quello che sta accadento in quell’istante.

Vediamo alcuni esempi:

Persona che cammina: 1/125
Persona che corre: 1/250
Onde/surfista: 1/250
Gocce di pioggia; 1/60 – 1/125
Bambini in movimento: 1/250 – 1/1000
Moto o auto: 1/500 – 1/2000 (a seconda da quanto siamo distanti e dalla direzione del movimento)
Cane che corre verso la macchina: 1/250
Cane che corre perpendicolare alla macchina: 1/500
Uccelli in volo: 1/500 – 1/1000
Cascata: 1/1000
Gocce in un catino: 1/2000 – 1/5000
Skater, ciclista che salta: 1/1000 – 1/2000

Questi sono solo alcuni possibili soggetti… solo l’esperienza vi aiuterà a decidere quale tempo scegliere – nel caso, meglio abbondare e scegliere un tempo più veloce (tutto sta a quanta luce abbiamo a disposizione e, quindi, a quale diaframma siamo costretti a scattare).
Infatti, più è alto il tempo che impostiamo e più luce serve, costringendoci ad aprire il diaframma e a limitare così il cerchio degli oggetti a fuoco, rendendo il nostro risultato più difficile da raggiuingere.
Cerchiamo di tenere bene in mente questo, quando decidiamo di scattare il movimento. In uno scatto congelato il soggetto DEVE risultare perfettamente a fuoco!

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tramonto mare

In questa foto di tramonto, per rendere un po’ di dettaglio nel katamarano, l’esposizione è stata compensata con +0.5 EV – Il sole, presente nell’inquadratura, avrebbe irrimediabilmente fatto perdere qualsiasi dettaglio e reso la barca un’area nera piena

La compensazione dell’esposizione è un’operazione tanto facile quanto efficace e, molto spesso, può salvare uno scatto che irrimediabilmente sarebbe diventato una brutta fotograf?ia.

A cosa serve compensare?
La compensazione serve a correggere le impostazioni che l’esposimetro della nostra macchina reputa corrette per quella scena.
E’ bene ricordare che l’esposimetro della nostra reflex è tarato per misurato correttamente il grigio medio e che, la modalità di esposizione scelta, interferisce  – e non poco – con questa misurazione.

COMPENSARE significa aggiungere o sottrare luce ai parametri proposti dall’esposimetro ed è (che bello!) un’azione completamente lasciata al nostro personale arbitrio.

Ha senso ricorrere alla compensazione quando scattiamo in una modalità a priorità di diaframma o di tempo, in combinazione con una modalità di misurazione che non prende in considerazione tutta la scena.

Compensare ci torna molto utile in caso di contrasti molto forti o nel caso di neri pieni o di bianchi abbaglianti o scattando controluce.

Il caso tipico è il controluce. Scattando in controluce, l’esposimetro tende a sottoesporre, per cui, compensando in positivo (aggiungendo luce o sovraesponendo volutamente), riusciamo a recuperare parte della scensa che altrimenti verrebbe resa come un’area scura.

Al contrario, scattando ad esempio in piena ombra o dal sole verso l’ombra, la nostra macchina potrebbe cadere in inganno e consigliarci parametri che renderebbero la scena sovraseposta – e scialba. In questa caso è conveniente intervenire e correggere, compensando verso il basso, cioè sottoesponendo.

Teniamo però presente che la compensazione interviene o sul tempo o sul diaframma, per cui potrebbe andare a modificare sensibilmente quello che è il risultato finale. Si tratta di scegliere quale sia il male minore.

ESEMPI di COMPENSAZIONE:

Neve:  + 1.5/+2
Controluce (per evitare le silhouette): +1.5/+2.5
Dal sole all’ombra: -1
Soggetto nero/molto scuro: -0.5/-1.5
Soggetto molto chiaro: +0.5/+1.5

 

 

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