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Posts Tagged ‘lezioni di fotografia’

Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


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Il porto di Essaouira, in Marocco

Ci siamo, le vacanze sono alle porte e per molti di noi questo significa anche la possibilità di fotografare di più e di fotografare soggetti non sempre a portata di reflex durante il resto dell’anno.

In questo post mi occuperò di porti e pescatori.

I porti di pesca rappresentano un ottimo soggetto fotografico, ideale per i maniaci dei ritratti, perfetto per coloro che invece impazziscono per i dettagli e assolutamente perfetto per chi ama i panorami.
I porti di pesca offrono davvero materiale fotografico per tutti i gusti.

Quando fotografare
Il grosso delle attività, nei porti di pescatori, si concentra al mattino presto, quando i pescherecci fanno rientro e i pescatori scaricano il pescato. Quello è il momento nel quale farci trovare sul posto con la nostra macchina fotografica in mano.

Il mio consiglio è quello di arrivare al porto con un po’ di anticipo, in modo da studiare le possibili inquadrature.
Il non plus ultra sarebbe quello di fare visita al porto una mattina senza macchina e in quell’occasione scambiare due parole con i pescatori e spiegare loro le nostre intenzioni, in modo da renderli partecipi. Il fatto di farli sentire parte di un progetto e non semplici soggetti di qualche scatto può aiutarci ad entrare nelle loro grazie e di sicuro la cosa ci aiuterà quando torneremo con la macchina fotografica.

Quale attrezzatura portarsi
Va da sé che il tipo di attrezzatura che ci si porta appresso riflette il tipo di fotografia che ci caratterizza.
Per cui, prendete i miei consigli come una sorta di indicazioni generiche e generali:

Uno zoom è la soluzione ideale, ci consente di coprire focali piccole, ideali per le inquadrature larghe, e di spingersi un po’ più in su, per scattare ritratti o dettagli.

I porti offrono molte possibilità di ripresa.
Usiamo lo zoom come grandangolo e dedichiamoci ad inquadrature ampie, perfette per vedute d’insieme.
Con una certa pratica, riusciremo ad usare il grandangolo anche per scattare interessanti ritratti ambientati, ma ricordiamoci sempre che con un grandangolo siamo costretti ad avvicinarci molto al soggetto e non sempre questo ci è possibile – o è cosa gradita da parte del soggetto.
Usiamo lo zoom su lunghezze focali più spinte.
Ci servirà sia per i ritratti – e molti volti di pescatori parlano come libri stampati – e ci servirà per i dettagli.
I dettagli sono scatti accessori molto importanti. Attraverso i dettagli riusciamo a completare il nostro racconto fotografico. I dettagli hanno la forza di portare chi guarda dentro la scena – non dimentichiamolo.

Flash e cavalletto non sono indispensabili – anche se per quello che mi riguarda, un flash lo porto sempre con me e spesso mi toglie le castagne dal fuoco, soprattutto di giorno.

Cosa fotografare
I porti di pescatori offrono davvero molti spunti.
Naturalmente barche e pescatori quasi sicuramente saranno i soggetti più alla portata.

Le barche, con i pescatori, saranno quasi sicuramente i nostri soggetti principe, cerchiamo inquadrature insolite, quanto meno

Possiamo spingerci oltre, naturalmente. Le reti e gli ami costituiscono altri soggetti interessanti, così come il pescato.

Non dimentichiamoci di cogliere l’azione.

Le attività al porto sono molte e tutte offrono possibilità per buoni scatti.
I pescatori che scaricano il pesce pescato, quelli che ripongono o riparano le reti, quelli intenti a sciacquare le barche.
In molti porti di pesca si tiene un vero e proprio mercato del pesce fresco ed ecco un’altra occasione per scattare delle buone fotografie.
E naturalmente i volti.
I pescatori spesso offrono lineamenti molto interessanti, che raccontano in modo perfetto la vita in mare aperto.
Ricordiamoci di chiedere sempre il permesso prima di scattare chiunque – ecco perché qualche paragrafo sopra ho menzionato l’importanza di fare amicizia con qualche pescatore prima di scattare.
Il mio consiglio, nel caso di ritratti di pescatore, è quello di cercare una certa drammaticità, preferendo magari una luce dura o una luce radente, capace di esaltare rughe e imperfezioni della pelle – tutto serve per portare a casa il risultato.

Dettagli interessanti sono davvero ovunque, in un porto di pescatori. Dobbiamo soltanto essere bravi a scovarli.


Questo scatto dimostra come un dettaglio possa raccontare una storia molto interessante e portarci immediatamente dentro l’atmosfera del porto. È bastato isolare il gesto del vecchio pescatore, tutti intento a rammendare la sua rete per ottenere una fotografia “di contributo” – come si dice nel gergo professionale – ma di indubbio valore narrativo.

Possiamo però spingerci oltre e dedicarci ad un tipo di fotografia più grafica.
Reti, secchi, chiglie, gli stessi pesci pescati, possono trasformarsi in incredibili pattern grafici. Per questo è necessario astrarsi dagli oggetti reali e concentrarsi sulle loro forme – credetemi, è più semplice di quanto suoni, ma richiede un po’ di pratica in più.

Pesci, d’accordo, ma soprattutto pattern grafici

 

Barche, d’accordo, ma anche pattern grafici

E ora dipende soltanto da no!


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Un ritratto corporate un po’ diverso, ma frutto del clima rilassato che sono riuscito ad instaurare con i tre designer ritratti

Ritrarre un soggetto è forse una delle attività fotografiche più difficili.
In questo ambito, il successo della sessione fotografica è spesso legata a come fotografo e soggetto riescono ad interagire durante il tempo che sono costretti a stare uno di fronte all’altro.

Ecco alcuni consigli che ho ricevuto negli anni, che ho rubato a fotografi più  esperti e alteri ancora dettati dal buon senso e dall’espserienza:

  1.  L’UMORE CONTA
    Il nostro umore influisce sull’umore di chi fotografiamo.
    Mostriamoci rilassati e sorridenti e avremo più possibilità che la cosa succeda anche dall’altra parte della macchina fotografica. Il segreto forse sta nel saper instaurare da subito un rapporto di rispettosa informalità.

  2. INTERESSIAMOCI AL NOSTRO SOGGETTO
    “Il grande fotografo sa sempre interessarsi al suo soggetto”, sono parole della Leibovitz, non mie, ma cerco di ricordarmele sempre, ogni qual volta inquadro un soggetto.
    Per la durata della sessione fotografica dimentichiamoci di noi e concentriamo l’attenzione su chi stiamo fotogrando.
    Facciamo domande! Facciamoci raccontare da dove viene, le sue radici, i suoi sogni, gli hobby… cerchiamo di interessarci alle persone che ritraiamo e anche i nostri ritratti risulteranno migliori.
  3. IL NOME HA UN SUONO DOLCE
    Non ce ne rendiamo conto, ma venire chiamati per nome è una cosa che ci fa piacere, ci fa sentire riconosciuti e ci fa sentire importanti. Chiamiamo per nome le persone che fotografiamo, le metterà a loro agio.
  4. CERCHIAMO DI ESSERE NOI STESSI, SEMPRE
    Non impersoniamo ruoli. Noi siamo noi, non dimentichiamocelo. Usiamo il nostro modo di fare, le nostre parole. Non atteggiamoci e vedremo che le cose scivoleranno verso il meglio. Non c’è niente di peggio del fotografo barzellettiere o del fotografo che impersona il semi-dio.
  5. NON PIANIFICAMIO E SARA’ UN DISASTRO PIANIFICATO
    Anche in una sessione di ritratti corporate, la preparazione è fondamentale.
    Luci, props, location, attrezzatura… sono tutti dettagli da curare per tempo, se intendiamot portare a casa il lavoro con successo.
  6. DOBBIAMO SAPER POSARE
    Per dirigere un soggetto è necessario saper posare, può sembrare una sciocchezza, ma è il solo modo perché il soggetto dall’altra parte della macchina fotografica non si senta ridicolo.
    Chiediamo, ma soprattutto mostriamo. Passiamo dall’altra parte e mostriamo quello che intendiamo. Capiremo subito se quello che stiamo chiedendo è fattibile.
  7. INDICAZIONI CHIARE
    Per prima cosa mettiamoci in testa che la nostra sinistra è la destra per chi posa e, viceversa, la nostra destra è la sua sinistra – può sembrare una banalità, ma molto spesso, non ricordarselo, è la prima ragione di incomprensioni.
    Sottolineiamo le parole con i gesti e manteniamo le parole al minimo, proprio per non creare confusione.
    Utilizziatemo riferimenti reali, piuttosto che un semplice destra o sinistra, ad esempio funziona meglio dire, “guarda verso quell’albero”, “gira la testa verso la finestra”, o “verso la luce!.
    Nel caso il soggetto non capisca, non dobbiamo perdere la calma, ma semplicemente fermarci per qualche istante, resettare le istruzioni, accendere un bel sorriso e ripetere da capo quello che intendevamo.
  8. I COMPLIMENTI VELOCIZZANO IL LAVORO
    Posare davanti ad una macchina fotografica è un’attività che in molti genera ansia. Usiamo i complimenti per sconfiggere l’ansia di chi sta posando per noi. “Bravo!”. “Molto bene!”. “Perfetto così!”. Sono tutte frasi che aiutano chi posa a sentirsi più a suo agio. Lasciamo perdere le critiche e concentriamoci soltanto gli aspetti positivi.
  9. I MOMENTI TRA UNO SCATTO E L’ALTRO
    Spesso i momenti di pausa sono i migliori per cogliere scatti incredibili.
    Teniamoci pronti
  10. A VOLTE LASCIAMO CHE A CONDURRE SIA PROPRIO IL SOGGETTO
    Qualche volta vale la pena fare un passo indietro e lasciar fare quello che il soggetto ha in mente, non è detto che ne uscirà lo scatto che sceglieremo, ma potrebbero aprirsi alternative interessanti. Spesso il soggetto ha una sua idea molto chiara e molto personale di come vorrebbe vedersi ritratto. Qualche volta vale la pena provare a scattare seguendo la creatività del soggetto, non solo farà sì che il soggetto si sentirà maggiormente gratificato, ma potrebbero davvero venir fuori scatti alternativi ai quali non abbiamo minimamente pensato.
    Accorgiamoci però se le cose non funzionano e riportiamo la sessione sui giusti binari. Un conto è provare, un conto è lasciarsi trascinare in situazioni assurde e sciupare tempo prezioso.

    Alberto Franceschini ritratto nella palestra di boxe usata per “Rocco e i suoi fratelli” – posa proposta dal soggetto

     

    Posa scelta

     

    Ecco cosa intendevo. Dovevo ritrarre Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse o oggi presidente delle ARCI, nella palestra che fu set del film di Luchino Visconti “Rocco e i suoi fratelli”. Alberto era piuttosto collaborativo, ma credo che fosse frutto di un certo disagio.
    Quando mi ha proposto di indossare i guantoni, l’ho incoraggiato a farlo e ho scattato. Non era di sicuro la mia idea, ma ho scattato comunque.
    Sotto lo scatto scelto, ma che è arrivato anche grazie alla digressione creativa concessa al soggetto.

 


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Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


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Il gesto della mano, sfocato, completa lo sguardo (fuori quadro) del vecchio al mercato di Leh. Carpe diem. Secondo voi c’era tempo per ragionare su come sfocare lo sfondo e congelare il gesto? Io dico di no. Motivo per il quale è necessario fare i propri ragionamenti prima.

Carpe diem, dicevano i latini. Cogli l’attimo. E, quando si parla di fotografia, forse nessuna locuzione racchiude così tanto significato.

Spesso osservando uno scatto, nostro o di altri, ci rendiamo conto che tutta la sua forza sta nell’essere riusciti a cogliere esattamente quel momento.

Si può insegnare a cogliere l’attimo? È possibile imparare ad immortalare l’espressione giusta, il gesto particolare?
La mia risposta è… anche. Anche!? Sì, anche!
Premetto che una certa dose di fortuna – altresì nota anche come Fattore C – è necessaria, ma anche in fotografia, la fortuna aiuta gli audaci e, in questo caso, per audaci bisogna leggere quei fotografi che si sono fatti trovare pronti al momento giusto, che non si presenta bussando alla porta o suonando le campane.
Cosa può insegnarci questo?
Che dobbiamo farci trovare pronti il più spesso possibile.

Lo scrittore britannico Geoff Dyer, in un’intervista, si è chiesto “Quanto può durare una coincidenza, prima che cessi di essere tae?”. La risposta è: MOLTO POCO, ecco perché, se siamo a caccia di quelle coincidenze (leggete gesti, espressioni, pose…), dobbiamo essere consapevoli del fatto che non dureranno in eterno, ma soprattutto che forse non dureranno neppure il tempo perché noi si possa, comodamente, leggere la scena, inquadrare, comporre, impostare tempo, impostare diaframma e poi, finalmente, scattare.

Non buttiamoci giù!
In qualità di fotografi, possiamo migliorare… anzi, no! DOBBIAMO MIGLIORARE.

LAVORARE SUGLI AUTOMATISMI.
Come lo sportivo ha fatto dei movimenti base una serie di automatismi, il fotografo ha il dovere di fare diventare automatici alcuni processi mentali e alcune azioni, come ad esempio la scelta dell’inquadratura nel primo caso e le varie operazioni che sono necessarie per impostare l’esposizione voluta.
E soltanto la pratica e la conoscenza profonda della propria macchina fotografica e delle sue funzioni ci possono venire incontro.
Dobbiamo riuscire a passare da un diaframma aperto ad uno chiuso senza pensare a come si fa, senza domandarsi se la ghiera va girata verso destra o verso sinistra. Dobbiamo impostare la profondità di campo che riteniamo opportuna senza doverci fermare a pensare se è il diaframma che la influenza, oppure è il tempo, e senza chiederci se ad un diaframma più aperto corrisponda più o meno profondità di campo.
Questi sono soltanto due degli aspetti che dobbiamo imparare ad automatizzare.
La pratica, l’abitudine, ci aiuteranno a rendere anche il processo di composizione sempre più rapido, tanto che comporremo sui terzi quasi inconsciamente, o appoggeremo il nostro soggetto su forti linee guida, senza neppure perderci un secondo per pensarci.
Ma anche questo è soltanto parte di quello che serve.

HIC ET NUNC. QUI E ORA
Ecco un altro aspetto. Quando osserviamo uno scatto particolare, che ha colto in modo sapiente una certa coincidenza, dobbiamo dirci, lui era lì! È così, lo scrittore può ricreare un certo quartiere, una certa stanza, un certo mondo, addirittura una certa sensazione, senza neppure uscire di casa. NOI NO! Noi dobbiamo essere sul posto, in quel preciso istante.
Hic et nunc! Ancora i latini, qui e ora, e mai si dimostra inflessibilmente vero.
La fotografia, quella che immortale le coincidenze, i gesti, le espressioni, vive nel presente, nel qui ed ora e non concede proroghe e non regala bis. O ci siamo, o non se ne fa nulla.

Se non fossi stato in barca sul Gange, all’alba, con la macchina fotografica in mano, questo scatto non lo avrei potuto fare.

ESSERCI NON BASTA
Se bastasse esserci per cogliere tutto quello che pensiamo valga la pena cogliere, saremmo tutti dei premi Pulitzer per la fotografia.
Essere presenti è la condizione necessaria, ma non sufficiente. Servono altre condizioni affinché si riesca a cogliere le coincidenze.
La sola condizione per la quale non possiamo allenarci è il culo, la fortuna.
La fortuna è cieca, si dice, per cui rassegniamoci, prima o poi bacerà anche noi, l’importante e che quando le sue labbra si poseranno sulla nostra fronte, il nostro occhio sia ben incollato al mirino e la nostra reflex pronta a scattare.

ATTENZIONE
Non ci sono statistiche, non esistono tabelle di probabilità da consultare per sapere se una tale coincidenza possa più o meno avverarsi, per questo dobbiamo imparare ad essere sempre all’erta e pronti a scattare.
Impostiamo la macchina nella modalità che più ci dà tranquillità. Per assurdo, la mia è quella manuale, ma riconosco che scattare in A o S (T per i canonisti) regala una certa rapidità.
Preferiamo la raffica allo scatto singolo e l’autofocus al fuoco manuale. Uno zoom di certo aiuta, ma chiaramente dipenda da cosa siamo usciti a cacciare.
Non spegniamo mai la macchina e mettiamo via il tappo dell’obiettivo.
Agli ISO consigliati dal buon senso, aggiungiamone qualche centinaia, giusto per regalarci del margine.
E teniamo gli occhi aperti! Restiamo calmi, ma vigili.

La piccola mendicante ha bussato al finestrino del mio taxi mentre eravamo fermi al semaforo per chiedere l’elemosina. Quanto può essere durata questa coincidenza? Meno di un minuto, credo. Avevo la macchina pronta e mi aspettavo che qualcosa del genere potesse accadere, lo speravo, a dire il vero. Avevo visto uno scatto di McCurry piuttosto simile e speravo di tornarmene a casa con uno tutto mio. Beh, eccolo!

IMPARARE A LEGGERE LE  SITUAZIONI
Questo è un aspetto che si migliora molto con la pratica.
Ci sono situazioni e luoghi che promettono decine di coincidenze e altre che invece non ci regaleranno particolari soddisfazioni.
Impariamo a capire se la scena che abbiamo davanti agli occhi è della prima specie o della seconda. Non significa che, a priori, in una strada vuota non possa accadere qualcosa di interessante, ma la statistica ci dà ragione sul fatto che in un mercato affollato, ad una festa in piazza, in un luna park, ci siano più possibilità di imbatterci in qualcosa di valido.
Mentalmente prepariamoci possibili inquadrature e teniamo la macchina impostata correttamente per scattare nel minor tempo possibile.
Impariamo a muoverci su quello che io chiamo il perimetro delle situazioni, ai bordi della scena, alla periferia. Questo ci dà una certa visione più ampia di quello che ci succede di fronte.
Ma impariamo a capire quando è il momento di abbandonare l’angolo per tuffarsi nel centro di quello che accade, perché è lì che vogliamo essere e potrebbe trattarsi anche solo questione di pochi attimi.

A Covent Garden le situazioni favorevoli possono essere molte. Impariamo ad andare a scovare luoghi che possono offrircene. E impariamo a capire quali sono i momenti migliori, sia del giorno, sia della settimana, o del mese o dell’anno.


IMPARIAMO AD ANTICIPARE, IMPARIAMO AD ATTENDERE

Anticipare i movimenti dei soggetti, gli svolgimenti possibili, i gesti, è una delle caratteristiche principali del cacciatore di coincidenze. E per nostra fortuna è un aspetto che possiamo allenare e migliorare, anche senza macchina in mano.
Anticipare però significa aver scelto quello che per noi è fondamentale e attendere che si concretizzi. Non è detto che succeda, non è detto che il vecchietto di fronte a noi alla fine farà quel gesto o che nostro figlio si allargherà in un sorriso splendido, ma noi dobbiamo sapere anticipare sia il gesto, sia il sorriso.
Anticipare significa imparare ad osservare, cogliere il ritmo delle azioni.
Anticipare significa avere ben chiaro nella nostra testa soggetto e inquadratura.
Anticipare significa anche attendere, attendere per non scattare il banale, l’ovvio, attendere per riuscire a cogliere la coincidenza nel suo pieno.

Tenevo d’occhio la bimba da qualche minuto. Ho atteso e inaspettatamente anche l’uomo davanti a me ha alzato lo sguardo, quella era la coincidenza che ha reso lo scatto ancora più interessante (per me). Se non mi avesse mai guardato, avrei scattato comunque la bambina, ma forse non sarebbe stata la stessa cosa. Ho atteso che la bimba guardasse indietro e ho anticipato l’inquadratura, aspettando e sperando che lo facesse. Poi l’uomo ci ha messo del suo – questo è il famigerato “Fattore C”.

Chi va a caccia di coincidenze deve essere un fine osservatore e un conoscitore delle relazioni umane, se il suo soggetto è l’uomo.
Esistono altre coincidenze nella realtà e queste spesso sono più semplici da immortalare, ad esempio il sole che spunta da un certo edificio, o il riflesso di nell’acqua di un lago. Non meno, però, bisogna farsi cogliere impreparati.

Per finire: saper cogliere una coincidenza non è soltanto questione di culo.

 


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Faccio una doverosa premessa, sarei un impostore se dicessi che sono di quei fotografi che bada agli istogrammi, perdonatemi, sono nato con la pellicola e non c’era nulla di simile agli istogrammi sulle mie prima macchine fotografiche… questo però non significa che gli istogrammi non siano un valido aiuto per il fotografo digitale alle prese con l’esposizione.

Lo scorso weekend ho tenuto un workshop di tecniche di base ad un piccolo gruppo di principianti e, una volta arrivati alla pratica istogrammi, mi sono reso conto che i loro occhi cominciavano a vagare in cerca di aiuto. Il secondo giorno, però, quando siamo usciti a scattare e abbiamo visto gli istogrammi applicati, ho apprezzato il fatto che i loro sguardi sono tornati normali. Questo per dire che nessun argomento, se affrontato con la giusta calma e portato anche nella pratica, è troppo complicato per non essere assimilato, istogrammi inclusi.

Prima di entrare nel vivo del posto, vorrei dire a tutti coloro che controllano meticolosamente l’esposizione delle loro fotografie guardando nel visore sul dorso: STATE BUTTANDO IL VOSTRO TEMPO!
Sì, è così, basare l’esposizione su ciò che il display vi dice è pressoché sprecare tempo.

Il solo modo certo per controllare l’effettiva esposizione di uno scatto è quello di controllare gli istrogrammi (!).

E allora buttiamoci su questi benedetti/maledetti istogrammi…

 

Gli istogrammi, in fotografia, sono la rappresentazione grafica della distribuzione della luminosità all’interno di una scena.
Il grafico è composto da una serie discreta di rettangoli (istogrammi) ai quali corrisponde la quantità di pixel che un valore uguale di luminosità. Sull’asse delle ordinate, Y, viene riportata la quantità  di pixel e sull’asse delle ascisse, X, la frequenza relativa alla luminosità, partendo da quella minore, a sinistra, che rappresenta le ombre, fino a all’estremità destra, che rappresenta i bianchi puri. Più alto è l’istogramma e più pixel hanno lo stesso valore di luminosità.

Leggere gli istogrammi

Imparare a leggere gli istogrammi è un’operazione piuttosto semplice che ci può immediatamente dire se la nostra foto è esposta correttamente, se è presente tutta la gamma tonale, se la scena comprende valori esterni alla latitudine di posa del sensore della nostra macchina, e tante altre informazioni che il visore da solo non sarebbe in grado di fornirci.

Intanto sarà bene ricordarci che l’esposimetro non è un essere pensante e quindi può solo produrre valori per i quali è stato programmato. L’esposimetro infatti considera corretta un’esposizione che riportata la scena al tono di grigio medio – schiarendo le scene scure e scurendo le scene chiare.
Una fotografia correttamente esposta viene rappresentata con un grafico ad istogrammi disposti su una curva a campana (o di Gauss) e con tutti i valori di luce (dal nero, al  bianco, passando per le ombre, i mezzitoni e le luci) presenti, anche in piccola percentuale.

Questo non significa che se le nostre foto non hanno questo tipo di istogramma allora sono sbagliata, ma semplicemente che si discostano dalla scena standard – il cartoncino di grigio medio.

Ecco un esempio di foto corretta, di foto sovraesposta e sottoesposta.

Nell’esempio 1, la foto è sovraesposta e gli istogrammi mostrano una completa assenza di neri e ombre e una grande concentrazione di bianchi puri.
Nell’esempio 2, la foto è corretta e gli istogrammi sono disposti lungo tutto l’asse delle ascisse, dicendoci che nello scatto sono presenti tutti i valori di luce, dai neri ai bianchi, ai mezzi toni.
Nell’esempio 3, la foto è sottoesposta e gli istogrammi sono tutti spostati verso i valori bassi (i neri.)

C’è vita oltre agli istogrammi

Non sto dicendo che se non imparerete a leggere gli istogrammi, non riuscirete mai ad esporre una foto correttamente. Tutt’altro!
Sto però cercando di indirizzarvi sulla via più corretta che è quella di imparare a vedere il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica e gli istogrammi rappresentano perfettamente questa situazione.
Imparare a leggere gli istogrammi e interpretarli ci rende fotografi più consapevoli e dunque migliori.

Quando gli istogrammi non servono a nulla

Quando siete già fotografi esperti e state esponendo in maniera consapevole o creativa, ad esempio:

In questo mio scatto,’istogramma suggerirebbe un grave errore di esposizione, ma in verità la sottoesposizione (pesante) è voluta ed la ragione per la quale la foto risulta interessante.

 

 

 

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