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Posts Tagged ‘macchina fotografica’

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Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro viaggiano che generalmente mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e più dei monumenti, nonostante, è chiaro,  sia gli uni, sia gli altri, conservano il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine, una buona dose di faccia tosta e, a volte,  anche una capacità di riuscire a stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare che spesso vanno al di là di un idioma comune – a meno che non si tratti di ritratti rubati.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo, e, credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute, proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Spesso scorgiamo il soggetto ideale per un ritratto memorabile, ma un po’ l’ansia, un po’ la fretta o la timidezza, riducono il nostro slancio creativo a poco più di uno scatto passabile.
Ricordiamocelo bene: nella maggior parte dei casi, quell’occasione si presenterà una sola volta e per giusto una manciata di minuti, non dobbiamo lasciarcela sfuggire, per cui,  ecco 5 consigli che possono aiutarci a migliorare la nostra fotografia di ritratto quando viaggiamo.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente qualcosa.
    Qual è il loro segreto? Sicuramente una buona composizione. Sicuramente un uso corretto della tecnica. Ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Dobbiamo imparare ad aspettare e a selezionare. Dobbiamo cercare tra la folla e attendete con calma.
    Studiamo i tratti somatici, ma in particolare modo studiamo le espressioni e aspettiamo le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
    La fretta è la nostra peggior alleata. Saper attendere spesso è un’azione che viene premiata, altre volte no, l’importante, nel secondo caso, è non lasciarsi prendere dallo sconforto e perseverare, cercare un altro soggetto e rinnovare la sfida (!).
    A volte basta poco, basta un cenno, un sorriso, una sigaretta offerta o una parola per instaurare una breve relazione che ci aiuti a portare a casa un buon ritratto. Cerchiamo di ricordarcelo e dimostriamoci aperti, curiosi e pronti a fare un briciolo di conversazione, anche se le parole in comune non superano le tre.11731599_1218007728215891_6394859782575863498_o
  2. Dobbiamo essere rapidi e cortesi. Reattivi.
    Ma come!? Poche righe sopra dico di non aver fretta e ora predico la rapidità!?
    Fretta e rapidità, in fotografia soprattutto, non sono nemmeno sinonimi.
    Essere rapidi non significa fare le cose con fretta, ma bensì non perdere tempo, metterci tutto il tempo che serve per fera le cose per bene, ma non sprecarne e allenarsi per fare in modo che il tempo che il tempo che serve scenda con ogni viaggio, con ogni ritratto.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto, anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cerchiamo di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Questo significa lavorare in anticipo. Componiamo mentalmente, risolviamo i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile.  Evitatiamo di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e ci sta regalando un momento irripetibile, questo non ci deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingerci ad essere sempre molto presenti. Dobbiamo essere reattivi!
    A volte le modalità semi-automatiche ci vengono molto comode, soprattutto se non abbiamo a che fare con ritratti posati, ma con candid più o meno rubate. Conoscere la propria macchina e conoscere come ragiona ci aiuta ad essere rapidi quando la rapidità è la seconda caratteristica richiesta – la prima, naturalmente è sempre l’occhio.

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    La rapidità è stata tutto in questo scatto. Il lama si è affacciato alla porta della sua stanza per appena una manciata di secondi, altro tempo non c’era per fare sì che posasse.

     

  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda.
    Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte.
    In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impieghiamo.
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  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, consideriamo con molta attenzione la luce. Valutatiamone la direzione, analizziamone la qualità.
    Le zone in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitiamo la luce piatta, cerchiamo i contrasti – che io personalmente prediligo – e gestiamoli in modo che non interferiscano con il volto, ma che ne accentuino le fattezze.
    Componiamo sempre  con cura, osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti ci diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso cerchiamo sempre una posa che abbia comunque un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiamo e muniamoci di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidiamo di affidarci al flash, faccioamo in modo che sparisca, impariamo cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordiamoci il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usiamolo mai frontale e diretto.

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    Un piccolo flash, usato con un bank e disassato, ha contribuito ad attenuare alle ombra fastidiose di un sole a picco e ad aggiungere tridimensionalità

  5. Fondo pulito
    Se non stiamo scattando un ritratto ambientato, beneficiamo al massimo della minima profondità di campo.
    Mandiamo lo sfondo completamente fuori fuoco, rendiamolo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Alleniamo l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Alleniamo l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra, abbassiamoci di un poco o alziamo il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

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    Un fondo sfocato, grazie ad una PDC molto limitata. Pare quasi uno scatto in studio. Ho fatto spostare il soggetto sotto un colonnato per ripararlo dal sole a picco di mezzogiorno, che però inondava la scena da dietro e si rifletteva da sotto. Il risultato mi pare buono.

     


Qui trovate una gallery di ritratti che ho realizzato nel corso di alcuni viaggi in India. Provate a vedere se qualcuno magari vi ispira.


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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


    Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara!
    Clicca qui per saperne di più.


     

 

 

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La finestra al primo piano di un lodge di Manang, durante il giro dell'Annapurna, è un ottimo punto di vista privilegiato. Tutto sta nel cercarlo, immaginarne le potenzialità e aspettare

La finestra al primo piano di un lodge di Manang, durante il giro dell’Annapurna. La macchina fotografica non coglie la tridimensionalità e tutto diventa un alternarsi di linee e forme, in questo caso tre poligoni, uno grigio, uno verde e uno giallo, poi delle linee (lo steccato) e un cerchio (il cappello)

Lo scorso weekend ero in giro per Milano a fotografare con con un gruppo di amici per uno degli workshop che organizzo, tutti alle prime armi, ed è emerso uno dei “soliti problemi” – il “problema” era stato evidenziato anche nel workshop precedente, quello dedicato alla composizione fotografica, nonostante i partecipanti di quello fossero decisamente fotografi con maggior esperienza.

Uno dei più grandi problemi per chi fotografa è imparare a vedere la realtà come la vede la macchina fotografica.

Potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è.

I nostri occhi, il nostro cervello, sono strumenti di gran lunga più potenti e più flessibili di qualsiasi modello di macchina fotografica abbiate acquistato, questo è bene che lo si capisca subito.
I nostri occhi mettono a fuoco in modo rapidissimo e non ci consentono di godere di una profondità di campo ridotta.
I nostri occhi si adattano alle differenze di luminosità come nessuna reflex e riescono a leggere scene con una gamma di luminosità sconvolgente, cosa che non viene particolarmente bene alle macchine fotografiche.
I nostri occhi e il nostro cervello riescono a mantenere la tridimensionalità del mondo che guardano.

Queste tre capacità sono tra quelle che più rendono difficile vedere il mondo come lo vede una reflex.

Impariamo a vedere la luce come la nostra macchina
Il primo passo è quello di capire come l’esposimetro della macchina fotografica legge la luce.
Il dispositivo è stato studiato per “dare l’ok” quando il tono su cui è puntato per effettuare la misurazione è simile ad un grigio medio. Questo significa che qualsiasi macchina fotografica, indipendentemente dal suo costo,  è contenta ed espone correttamente quando il tono letto nella scena si avvicina ad un grigio.
Ci va bene, dal momento che quasi tutti i toni del mondo esterno si avvicinano al tono di grigio per il quale gli esposimetri sono tarato. Ho scritto quasi tutti i toni  e in questo “quasi” si nasconde la prima insidia.
Che succede se abbiamo a che fare con dei neri o dei bianchi, decisamente lontani dal grigio medio?
L’esposimetro della macchina viene preso in giro e consiglia un’esposizione non corretta.
I nostri occhi non si farebbero fregare!
Ma le macchine sì ed ecco che, in corrispondenza di bianchi puri, i loro esposimetri cercano di ricondurli ad un grigio e consigliano di chiudere il diaframma, motivo per il quale le nostre foto verranno scure.
Al contrario, se stiamo inquadrando un soggetto molto scuro, addirittura nero, la macchina cercherà di convincerci ad aprire e quindi tutto verrà slavato e più chiaro.
Se poi la scena presenta una differenza elevata di luminosità – ad esempio un castello controluce e una vasta porzione di cielo terso di fine ottobre (come è successo durante lo scorso workshop) – la macchina è in scacco. Irrimediabilmente, se esponiamo per il cielo, il castello si ridurrà ad una silhouette nera e se esponiamo per il castello, il cielo diventerà una macchia bianca. In ognuno dei due casi, molto diverso da quello che vedono i nostri occhi.
È bene saperlo, non ci si può fare molto, se non affidarsi a tecniche avanzate o post-produzione, ma ci eviteremo frustrazioni nel guardare gli scatti successivamente.

Tutto è a fuoco per i nostri occhi
Per la nostra macchina no! Quello che è ha fuoco dipende dalla profondità di campo che scegliamo.
Dobbiamo capire bene cosa regola la profondità di campo – diaframma, focale e distanza dal soggetto ritratto – per capire se quello che stiamo ritraendo verrà tutto a fuoco, proprio come lo vedono i nostri occhi.
Ma soprattutto dobbiamo capire come funziona la macchina fotografica e come funzionano gli obiettivi, per ottenere quello che i nostri occhi non sarebbero mai in grado di vedere e cioè sfocature importanti, per sottolineare i soggetti in primo piano.

La fotografia crea una realtà a due dimensioni
Il nostro cervello è un campione nel riprodurre la tridimensionalità del mondo, la nostra macchina non è in grado.
Per la macchina fotografica il mondo è bidimensionale.
Questo è un assioma da imparare e dobbiamo sforzarci a vedere anche noi le forme bidimensionali che vedrebbe la nostra macchina fotografica.
Per cui, una casa altro non che un poligono, una strada che corre verso l’orizzonte, due linee che vanno a convergono in un angolo.
Tutto il mondo tridimensionale si trasforma in forme bidimensionali: triangoli, linee, cerchi, ellissi e queste forme sono la sostanza della fotografia. Impariamo a vederle e sfruttiamole.

Quando impareremo a vedere come la macchina che portiamo al collo o che teniamo in mano, saremo un passo più vicini a fotografare meglio

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L’acqua può trasformarsi in un nemico mortale. Usiamo sempre la massima circospezione nel muoverci dentro e attorno all’acqua.

Da quando maneggio una reflex – e credetemi ormai i decenni si cominciano a contare a multipli di due… ma solo perché ho iniziato presto, molto presto (!) – ho sempre avuto la sensazione che la mia macchina fotografica fosse un oggetto di grande valore ed estremamente delicato.
In parole povere, ho sempre temuto che la mia amatissima reflex potesse danneggiarsi. Mi rendo conto che là fuori esiste un esercito di fotografi, anche non alle prime armi, che sviluppa un sentimento diametralmente opposto al mio.
Non fraintendetemi, non sono uno che risparmia le proprie macchine fotografiche e che conserva con la pellicola protettiva trasparente, tutt’altro: le uso, ma le rispetto e faccio di tutto per proteggerle.

Nella mia esperienza pratica ho individuato 5 nemici mortali per le nostre macchine fotografiche.
Nemici micidiali, che possono danneggiarle seriamente.
Voglio condividere con voi questo elenco di ammazza-reflex nel tentativo di sensibilizzarvi – nel caso ce ne fosse bisogno – sul fatto che le nostre macchine fotografiche sono meravigliosi oggetti in grado di aiutarci a realizzare alcuni piccoli nostri sogni, motivo per il quale andrebbero sempre trattate con il massimo del riguardo.

  1. SABBIA
    Forse il nemico pubblico numero uno delle nostre reflex.
    Insidioso, proprio perché ognuno di noi si immagina quanto danno possa causare la sabbia nei sensibili meandri tecnologici delle nostre macchine.
    Se posso essere sincero, non c’è cosa che mi spaventi più della sabbia all’interno delle mie reflex o dei miei obiettivi.
    Le reflex sono costituite da fragili parti mobili e niente è più abrasivo ed incrostante come la sabbia.
    Non ci sono rimedi sicuri al 100% – forse soltanto quello di non portare la macchina in spiaggia o nel deserto, ma possiamo limitare la nostra creatività in questo modo così definitivo!? Io dico di no!
    Il consiglio più ovvio è quello di girare la manopola dell’attenzione al massimo ogni volta che ci troviamo a che fare con la sabbia, ma siccome l’attenzione non è sufficiente, potrebbe essere molto utile dotarci di uno di quei soffietti dotati di spazzolino – controlliamo sempre che le setole siano sufficientemente morbide.
    Il rimedio più semplice per evitare che la sabbia graffi le lenti esterne dei nostri obiettivi e quello di dotarli tutti di un filtro UV o Skylight: poca spesa, grandissima resa.
    Se pianifichiamo un giro nel deserto, teniamo a portata di mano un paio di quelle buste di pvc trasparente (quelle per congelare gli alimenti), infiliamoci la macchina, operiamo un foro largo il giusto per far sbucare l’obiettivo e scattiamo con molta attenzione.
    Manfrotto produce un comodo – e costoso – involuco trasparente, studiato per la pioggia, ma che all’evenienza si dimostra piuttosto pratico, decisamente più pratico delle buste trasparente, ma con un impatto economico del tutto diverso.
    Limitiamo al minimo i cambi di obiettivo. Niente attira i granelli di sabbia come un sensore. Minore il numero di cambi di lente e minore è il rischio di incamerare il deserto del Sahara nella nostra reflex.
    Qualsiasi sia stato il risultato, dopo una vacanza prolungata in spiaggia o un viaggio nel deserto, portiamo a pulire la nostra macchina in un centro professionale – per carità, NON FACCIAMOLO NOI! Saranno i soldi meglio spesi.
  2. ACQUA & UMIDITA’
    Ed ecco il nemico pubblico numero due: l’acqua.
    Il grado di sigillatura offerto dagli ultimi modelli, anche quelli di fascia meno alta, è decisamente salito, ma non mi sembra un buon motivo per dare il via ad un test di resistenza all’umidità e all’acqua.
    Buona regola pratica: QUANDO PIOVE, RIPONIAMO LA NOSTRA REFLEX, a meno che non sia protetta.
    Va da sé: EVITIAMO DI LASCIAR CADERE LA NOSTRA MACCHINA NELL’ACQUA: l’acqua ha un potere distruttivo immediato nei confronti degli indifesi circuiti stampati che sono il cuore delle nostre moderne macchine fotografiche.
    Approcciamo fiumi, laghi e mare con estrema consapevolezza del fatto che un involontario bagno potrebbe tradursi in una tragedia immediata ed irrimediabile.
    Prima di avventurarci in un fiume, oltre la battigia, in un lago, assicuriamoci sempre che la macchina sia saldamente agganciata allo strap e facciamo come quando eravamo pivelli principianti: passiamoci lo strap attorno al collo.
    Muoviamoci con cautela e pensiamo sempre a quello che teniamo in mano.
    Un UV o Skylight, saprà proteggere l’obiettivo dalla pioggia e dall’acqua.
    L’umidità merita una riflessione a parte, soprattutto il passaggio repentino da un ambiente climatizzato e ragionevolmente secco (leggi auto con aria condizionata a palla) ad un ambiente umido e caldo (leggi paese sub-tropicale o simile), che rischia di rendere la nostra macchina e i nostri obiettivi praticamente inutilizzabili per svariate decine di minuti – nonostante pensi di avere acquisito una certa esperienza sul campo, devo ammettere che ci sono cascato nuovamente poco meno di un mese fa, uscendo da un van climatizzato per immortalare il Taj Mahal all’alba, peccato che l’escursione termica fosse attorno ai 15 gradi e la differenza di umidità tra dentro e fuori fosse oltre il 50%, risultato: obiettivi appannati, mirino appannato, filtri appannati e io… appannato e incazzato.
    Per limitare questo inconveniente, che è sì passeggero, ma che è fastidiosissimo, possiamo provare a chiudere la macchina con l’obiettivo montato in una di quelle buste dotate di valvola per l’aria e possiamo provare a risucchiare l’umidità – lo stratagemma non è detto che funzioni sempre, però.
    Il rimedio ovvio, ma che spesso non abbiamo a portata di mano quando serve, è quello di mettere nella borsa una di quelle pezze in microfibra per pulire le lenti degli occhiali e munirsi di tanta, tanta, tanta pazienza.
  3. POLVERE
    La polvere si pone sullo stesso livello della sabbia e dell’acqua, e, anche se non graffierà le parti mobili delle nostre reflex, come la sabbia, e non cortocircuiterà l’elettronica, come l’acqua, a lungo andare potrà causare danni più o meno ingenti, soprattutto al sensore.
    L’antidoto è di semplice impiego: SE L’AMBIENTE E’ MOLTO POLVEROSO, RIPONIAMO LA MACCHINA NELLA BORSA OGNI VOLTA CHE PENSIAMO DI NON UTILIZZARLA PER UN CERTO TEMPO  E LIMITIAMO I CAMBI DI OBIETTIVO.
    Con una certa frequenza  avviamo la procedura di pulizia del sensore e, una volta rientrati, portiamo la nostra macchina in un centro professionale per una pulizia più profonda. Il solito filtro UV o Skylight terrà lontana la polvere dalle ben più costose superfici delle lenti dei nostri obiettivi.
  4. SALE
    L’acqua salmastra è paragonabile al vetriolo. Il sale contenuto nell’acqua di mare – ma anche nell’aria in riva al mare – è altamente corrosivo.
    Se ci invitano in barca e non siamo muniti di nessuna protezione (nemmeno di un semplice sacchetto di plastica), pensiamoci più e più volte prima di tirare fuori la macchina fotografica.
    Evitiamo anche di lasciare per lungo tempo la macchina fotografica esposta all’aria salmastra, ricordiamoci di riporra al sicuro della borsa, se pensiamo di non usarla per tempo prolungato.
    Dopo una giornata passata a scattare in riva al mare o in barca, puliamo con cura il guscio della nostra macchina – in commercio si trovano svariate soluzioni spray. Usiamo una pezza in microfibra o delle salviettine morbide – assolutamente NON imbevute! EVITIAMO NEL MODO PIÙ DI PASSARLE SULLE PARTI INTERNE DELLA MACCHINA!
    Anche in questo caso un filtro UV o Skylight ci aiuterà a proteggere le lenti dall’azione devastante del sale.
    Evitiamo di cambiare frequentemente gli obiettivi. Limitiamo anche la sostituzione delle batterie e delle card.
    Quando non scattiamo teniamo la macchina ben protetta nella borsa o sotto un giubbotto impermeabile.
    Prevediamo SEMPRE spruzzi e ondate, posizioniamoci con saggezza, soprattutto se non abbiamo la giusta attrezzatura per proteggere la nostra reflex.
  5. COLPI & CADUTE
    L’incubo di tutti i fotografi – e il mio in particolare. Far cadere la macchina o farla urtare.
    Quando abbiamo la macchina fra le mani, FACCIAMO SOLTANTO MOSSE CONSAPEVOLI – anche se può capitare di non riuscirci sempre (sigh!).
    Alcuni modelli – soprattutto quelli di fascia alta – vengono progettati con gusci in grado di assorbire i colpi, la maggior parte, ahimè, no! Per cui abituiamoci sin dal primo giorno a trattare la nostra reflex con ESTREMA CURA, alla stregua di un prezioso e delicato calice di cristallo.
    Usiamo SOLO borse fotografiche con gli interni imbottiti. Assicuriamoci SEMPRE di aver chiuso completamente le cerniere della nostra borsa – può sembrare inverosimile, ma la maggior parte degli incidenti evitabili sono causati da borse appoggiate a terra con le cerniere aperte… andiamo sicuri, afferriamo la maniglia o lo spallaccio e la borsa si apre sotto i nostri occhi, rovesciando a terra il prezioso contenuto.
    Quando passiamo la nostra reflex a qualcun altro, sottolineiamo l’azione con una semplice domanda, “ce l’hai?”, e non molliamo la presa fino a che non riceviamo un cenno di riscontro. Lo so può sembrare pedante o superfluo, ma ci aiuta a salvare attrezzatura… e amicizia.
    Quando una macchina cade, non è detto che subisca danni irreparabili, ma nel caso sfortunato ci succedesse, vi consiglio di portarla a controllare successivamente, anche se non sono presenti danni visibili.
    E così anche per i nostri obiettivi, che addirittura si dimostrano più indifesi nei confronti di urti e cadute.
    La prima protezione per gli obiettivi ce la può dare un filtro UV o Skylight: molto meglio scheggiare o frantumare la lente di un filtro, anche se in commercio ne esistono di modelli di altissima qualità che arrivano a costare anche 60 euro, piuttosto che segnare la lente esterna di un obiettivo.

Ne avevo promessi cinque e cinque ne ho elencati, anche se, mentre buttavo giù questo post, me ne venivamo in mente almeno un altro paio, magari ci torneremo sopra – basta elencare sfighe!

Un ultimissima considerazione: SE AMIAMO LA FOTOGRAFIA, NON POSSIAMO NON AMARE LA NOSTRA MACCHINA FOTOGRAFICA, CHE LA RENDE POSSIBILE: TRATTIAMO CON LA DOVUTA CURA, CI RIPAGHERÀ.

 

 

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Con il termine esposizione ci riferiamo a “quanto una foto risulta chiara o scura“. Potrebbe sembrare banale, ma è così.
Questo viene determinato da quanta luce entra nella macchina fotografica, per quanto tempo e quanto sensibili sono le parti della nostra macchina che servono a registrare la scena (sensore ora, pellicola prima).

Una macchina fotografica essenzialmente è una scatola nera creata per non fare entrare la luce, il sensore viene impressionato dalla luce, quanto dipende appunto dai tre fattori che abbiamo indicato prima: QUANTITÀ DI LUCE, TEMPO DI ESPOSIZIONE, SENSIBILITÀ.

Il fotografo principiante cerca di regolare i tre parametri per ottenere un’esposizione normale o corretta, che è poi quella che consiglia l’esposimetro della macchina e che più si avvicina a come vede il nostro occhio.

Un fotografo esperto cerca una sua via per l’esposizione, giocando con il medium a disposizione e creando immagini più chiare o più scure, in modo da creare una suggestione.

Time’s up!

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Outdoor-Photography

Ho deciso di dedicare questo post alla base della tecnica fotografica: l’esposizione.
Lo scorso weekend, durante un workshop dedicato alla street photography, ho notato, soprattutto nei partecipanti alle prime armi, un certo pallore sul volto ogni volta che usavo espressioni tipo esponiamo per le luci leggiamo l’esposizione sulle parti in ombra… quelle facce un po’ sorprese mi hanno spinto a prendere in considerazione il fatto di parlare di esposizione, partendo dall’inizio – del resto queto blog si chiama o non si chiama “Fotografia Facile”!?

Dunque,

L’esposizione è quanta luce colpisce il sensore e per quanto tempo. Detto con il massimo della semplicità, questo è il concetto da capire.

Per cui dobbiamo tenere a mente due concetti fondamentali – legati all’esposizione – QUANTA LUCE PER QUANTO TEMPO.
A questi due concetti ora aggiungiamone un terzo, che è relativo alla sensibilità del nostro sensore  e che impostiamo con gli ISO.

Per cui i parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • quantità di luce
  • tempo
  • sensibilità del sensore

Facciamo un passo in là, noi siamo in grado di controllare tutti e tre i parametri che influenzano l’esposizione.
Come?

Impostiamo la sensibilità del sensore in base alle condizioni nelle quali scattiamo, ad es. in una giornata di pieno sole potremo usare ISO bassi, mentre di sera o all’interno dovremo scegliere ISO più elevati. Ad ISO elevati corrisponde una maggiore sensibilità del senore.

Ciò detto, cerchiamo di mandare a memoria che: il DIAFRAMMA regola la quantità di luce, il TEMPO DI POSA regola il tempo, gli ISO regolano la sensibilità del sensore.

Vediamoli uno ad uno, per provare a capire meglio:

Il diaframma è un dispositivo lamellare  montato all’interno dell’obiettivo in grado di aprirsi e chiudersi a nostro piacere e in grado di regolare la quantità di luce che colpisce il sensore, una sorta di rubinetto per la luce.
Qunando premiamo il pulsante di scatto, la macchina apre l’otturatore (immaginiamo una porticina o una tenda)  e lascia che la luce colpisca il sensore – che stà dietro l’otturatore. Otturatore e sensore stanno entrambi sul corpo macchina.
La quantità di luce che andrà a colpire il sensore dipenderà dall’apertura del diaframma – dalla sua ampiezza fisica.
Il tempo per il quale l’otturatore permetterà alla luce di colpire il sensore, passando attraverso il diaframma, sarà regolato dal tempo di posa.

Quando impostiamo la macchina in automatico, la nostra reflex decide per noi quanto tempo deve stare aperto l’otturatore e comando il diaframma all’interno dell’obiettivo.

Quando scegliamo una modalità semiautomatica, possiamo impostare uno dei due parametri  – tempo o diaframma – e la macchina imposterà il secondo per ottenere un’esposizione corretta.

Se lavoriamo in manuale, tutte le due scelte dipenderanno da noi, e la macchina si limiterà a dirci se la coppia diaframma/tempo che abbiamo scelto è corretta o se la luce è troppo poco o troppa (per dirla in maniera molto, molto, molto semplice).

Vi consiglio di leggere anche questo post, sempre sulle basi dell’esposizione – il triangolo magico

 

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hills13

Il range dinamico è un concetto fondamentale per la fotografia digitale ed indica quanti stop la nostra macchina è in grado di registrare tra i il nero pieno e il bianco bruciato, cioè la gamma massima di esposizione.

È bene conoscere i limiti della nostra macchina, soprattutto quando ci troviamo a scattare in situazione estreme di luce e siamo chiamati a prendere delle decisioni radicali. Il range dinamico ci dice quanti stop la nostra macchina è in grado di registrare.

Perché è importante conoscere questo dato?
In realtà non è un dato così fondamentale, ma ci può aiutare a capire se una scena, dove magari l’illuminazione è critica, il sensore è in grado di registrare l’intera gamma o taglierà ad un certo valore.

Di solito macchine fotografiche digitali di buon livello hanno un range dinamico che si attesta attorno ai 10/12 stop, distribuiti attorno al valore medio (la lettura di un grigio al 18%).
Macchine di minor valore offrono range più limitati, 6/7 stop al massimo,

Per cui, quando inquadriamo una scena cerchia di capire subito quale sia il valore più alto di luce e il valore più basso e proviamo anche a stabile la differenza in stop tra l’uno e l’altro, capiremo così per cosa esporre, in modo da non ritrovarci poi con fotografie irrimediabilmente bruciate o nere.
Questa operazione si chiama anche calcolo del contrasto .

Non è una cosa da sottovalutare, soprattutto perché i sensori digitali hanno meno latitudine d’esposizione delle vecchie pellicole e tendono quindi a bruciare o ad andare a nero più rapidamente.

Dobbiamo imparare a leggere il contrasto di una scena, farla diventare un’azione automatica, attraverso uno sguardo capire qual’e il valore medio, quali gli estremi (bianchi e neri), ragionare in termini di stop e capire dove la nostra macchina taglierà. È importante per decidere dove leggere la luce e anticipare il risultato finale.
Come si fa? Con la pratica.

Range tonale

 

In questa scena, ci dobbiamo preoccupare se il valore minimo e il valore massimo non siano troppo distanti tra di loro in termini di stop – ad esempio se tra il valore mnimo e quello medio ci fossero solo 3/4 stop di differenza avremmo la quasi certezza che il nostro sensore sarebbe in grado di registrare entrambi i valori tonali, se così non fosse, qualcosa andrebbe perso nelle ombre.
Il medesimo ragionamento si applica tra valore medio e valore massimo.

Inizialmente potrebbe sembare un argomento complicato ed ostico, ma con la pratica, cercando di imparare a ragionare come la nostra macchina tutto ci sembrerà davvero ovvio.

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