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Posts Tagged ‘photo avventure’

Via col tempo…

Qualche tempo fa, conversando con un amico fotografo, si chiacchierava della funzione “ISO automatici” e della sua effettiva capacità di togliere le castagne dal fuoco in certe situazioni.
Ammetto che, tra le numerose funzioni che oggi le nostre reflex ci mettono a disposizione, questa è una di quelle che ho sempre snobbato.

Partiamo dall’inizio – che mi pare un buon metodo! – e vediamo  cosa fa, in pratica, la funzione, Selezionando ISO AUTOMATICI dal menù delle impostazioni generali,  una volta scelti tempo e diaframma, la funzione fa sì che la macchina si  prenda cura di aumentare o diminuire automaticamente gli ISO, se cambia la luminosità della nostra scena.

Bene… e questo lo potevate immaginare da soli, no!? Proviamo a trovare delle applicazioni pratiche ora…

Rapidissimo ripasso prima…
E’ chiaro a tutti che l’esposizione è data dal tiangolo magico

TEMPO DI POSA,
DIAFRAMMA

ISO

Immaginosa di sì…

Vi chiederete, ma a cosa ci può servire correre su e giù per la scala degli ISO?
Ecco… la funzione diventa molto utile soprattutto quando stiamo seguendo un soggetto dinamico il cui movimento non è prevedibile e che quindi può entrare ed uscire da zone con luminosità diverse.
Lasciamo aquile o ghepardi!  Pensate piuttosto a vostro figlio alle prese con una partita di calcio,  magari in una giornata dove il sole illumina il rettangolo di gioco in modo non uniforme, alternando zone d’ombra a zone di luce…
Ecco, in questo caso la funzione ISO AUTOMATICI si fa molto utile.

Ci basterà infatti  impostare la coppia tempo e diaframma in modo da ottenere  un’esposizione corretta, concentrandoci su quello che ci interessa ottenere, se un’azione congelata (tempo rapido) o l’impressione del movimento (tempo lungo) o il soggetto isolato dal resto (diaframma aperto), misurando la luce in quello che giudichiamo potrebbe essere la scena tipica o media.
E poi non dovremo preoccuparci più di correggere l’esposizione ogni volta che cambiamo inquadratura.

Impostando “ISO Automatici”, una volta scelti tempo e diaframma, sarà la macchina a garantirci l’esposizione corretta anche se, cambiando l’inquadratura, cambiasse la luminosità della scena.  Con “ISO Automatici”, la macchina calcolerà la corretta sensibilità del sensore (ISO) in modo da garantirci un’esposizione coerente e costante per la coppia diaframma/tempo che abbiamo precedentemente scelto.

Se punteremo su una scena più scura, la funzione forzerà gli ISO e li aumenterà di conseguenza. Al contrario, se la scena inquadrata sarà più chiara, la funzione diminuirà gli ISO, rendendo il sensore meno sensibile alla luce.

In molti modelli è possibile impostare un valore ISO massimo, in modo che la macchina non voli a parametri troppo spinti, con il rischio di  introdurre troppo disturbo, (rumore).

Come al solito, dovremo fare un po’ di pratica.
Ah, nel caso decidessimo di provare gli ISO Automatici,, poi ricordiamoci poi di disinserirli, altrimenti, la volta dopo, ci sembrerà di impazzire e cominceremo a credere che la nostra reflex sia posseduta.

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L’estate è alle porte. Già! E con le vacanze molti di noi, finalmente, si decideranno a tirar fuori la macchina fotografica dall’armadio – sempre meglio che lasciarla in letargo qualche altro mese, mi viene da dire, anche se mi piacerebbe che la nostra reflex fosse un po’ più presente durante tutto l’anno.
Ma per molti di noi è così… le scuse per lasciare la macchina a casa sono poi sempre le stesse… non ho mai tempo… ho sempre mille impegni… quando fotografo rallento gli amici… blah, blah, blah, blah!

Poi, al rientro, ecco che molti fotografi d’agosto vengono colti dalla madre di tutte le frustrazioni: partiti con le migliori aspettative, si ritrovano un pugno di card zeppe di scatti banali, quando va bene, semplicemente brutti, nel resto dei casi.
Non sarà un post a trasformarci magicamente nei nuovi Cartier-Bresson e quasi sicuramente continueremo ad ammirare le fotografie sul National Geographic e a invidiare gli scatti di Steve McCurry, ma un passo avanti possiamo provare a farlo anche noi e non serve partire per il delta del Mekong, le Dolomiti o il Salento d’agosto possono bastare a pure avanzare.

  1. IMPARIAMO A TENERE LA MACCHINA FOTOGRAFICA A PORTATA DI MANO
    Sento già il coro dei detrattori: ecco il festival dell’ovvio! che banalità assurda!
    Credetemi non è così, non è assolutamente una banalità. Soprattutto chi di noi è alle prime armi tende a non portarsi la macchina sempre appresso. Altri, che invece almeno ci provano, molto spesso la tengono spenta e con il tappo ben saldo sull’obiettivo.
    Vinciamo la pigrizia: PORTIAMO LA MACCHINA SEMPRE CON NOI.
    Facciamo un passo avanti: TENIAMOLA ACCESA, non sarà una batteria che si consuma a fermarci!
    Facciamone un altro: LIBERIAMO L’OBIETTIVO DAL TAPPO.
    Creiamoci un’abitudine: macchina in mano, accesa e tappo in tasca, da subito e per tutto il tempo.
    Facciamo trovare sempre pronti. La fotografia ha bisogno di un po’ di culo, ma noi dobbiamo dare una mano al culo e come pensiamo di fare foto senza macchina, o con la macchina spenta, o con il tappo sull’obiettivo!?

    Scatto rubato dall’auto. Giusto il tempo di un semaforo rosso. Con la macchina in albergo, o in mano, ma spenta, o con il tappo sull’obiettivo, non sarei mai riuscito a cogliere la piccola mendicante indiana

     

  2. LA FOTOGRAFIA NON È UN’ATTIVITÀ SOCIALE
    Fotografare in vacanza o in viaggio significa – anche – dover fare qualche sacrificio o accettare qualche piccola rinuncia.
    La fotografia non è un’attività sociale, purtroppo, anzi ha bisogno di concentrazione e tempo, soprattutto per chi di noi non ha ancora molta esperienza.
    Meglio essere chiari da subito. Se siamo in vacanza con altre persone o se viaggiamo in gruppo e non tutti nutrono la nostra passione per la fotografia, diciamo loro che qualche volta ci staccheremo per fare qualche fotografia e di non prendere la cosa come uno sgarbo, né tanto meno come se stessimo dicendo che non apprezziamo la loro compagnia.
    Semplicemente la fotografia e i fotografi hanno tempi diversi dagli altri compagni di vacanza o di viaggio.
    Intestardirsi a rimanere in gruppo e fotografare mentre gli altri hanno per la testa altre cose porta soltanto due conseguenze: l’irritazione di chi non fotografa ed è costretto a subire le nostre soste e un’ansia incontrollata da parte nostra, nel tentativo di accelerare i tempi o di evitare lo scontro.
    Per non parlare dei risultati. Fretta, ansia, frustrazione, incazzature… tutti ingredienti che non aiutano a fare delle belle fotografie.
    Molto meglio ritagliarsi qualche finestra di tempo da dedicare soltanto alla nostra passione, cercando di non esagerare e tenendo sempre in mente le ragioni e le necessità degli altri.
  3. ALZIAMOCI PRESTO
    Quasi sempre la differenza tra uno scatto buono ed uno mediocre, se non pessimo, è la qualità della luce.
    Se ci alziamo con calma, facciamo colazione e cominciamo a fotografare soltanto dopo, non porteremo a casa granché di memorabile.
    Impariamo ad alzarci presto. Lo so, è un sacrificio, ma soltanto provandoci qualche volta, riusciremo a cogliere quella luce particolare.
    Non dico sempre, ma almeno qualche mattina, confortati dalle previsioni meteo, puntiamo la sveglia e cerchiamo di essere fuori, con la macchina pronta a scattare, per l’alba.
    Vinta la pigrizia, scopriremo che la luce migliore del mattino la si trova attorno all’alba, senza contare poi che anche i luoghi che di giorno sono affollati, così presto al mattino, saranno sgombri. Saremo soltanto noi e la nostra macchina fotografica e per qualche mezz’ora potremo davvero sentirci fotografi.
    Non riesco a dire che il soggetto non farà la differenza, ma posso giurare che qualsiasi scena, nella luce calda dei momenti a cavallo dell’alba acquista un fascino unico – e di certo porteremo a casa qualche scatto diverso dalle solite “foto delle vacanze”.

    La luce dell’alba è poesia

    Certe cose succedono soltanto all’alba

     

  4. NON FERMIAMOCI A UNO SCATTO SOLO PER SCENA
    Questo è quello che fanno i principianti! Ma noi vogliamo provare a diventare un po’ più bravi, no!?
    Bene! E allora cominciamo a farlo.
    Non fermiamoci ad una sola inquadratura della scena che ci piace. Forziamo la pigrizia mentale. Il “buona la prima” non ci fa migliorare e resta sempre sulla superficie delle nostre vacanze o dei nostri viaggi.
    Una volta trovata una scena che ci piace e una volta portata a casa la prima inquadratura, andiamo a caccia di dettagli che possano completare il primo scatto e poi proviamo a documentare la stessa scena da un’altra angolatura, con una focale diversa, magari. Facciamo quello che fanno i fotografi, raccontiamo le nostre storie con panoramiche larghe e poi portiamo chi guarda più dentro, facciamogli apprezzare i dettagli, possiamo anche esagerare, se ne vale la pena, e cogliere le materie pure che compongono la scena.
    La spiaggia di Miramare di Rimini, ad esempio, ci offre una campo largo, nel quale, magari, immortaliamo le file di ombrelloni, o la battigia affollatta, ma poi possiamo completare il racconto scattando il dettaglio del moscone del salvataggio, o del cesto del venditore di cocco – se pensate che i bomboloni alla crema facciano ingrassare anche solo in fotografia. Volendo, possiamo scendere ancora più nel dettaglio, magari usando un linguaggio più grafico, più astratto, e riprendere la texture del legno verniciato delle cabine o la pallina del calcio balilla.
    Insomma, qualsiasi scena, ma davvero qualsiasi questa volta, offre numerose possibili inquadrature, larghe, strette, strettissime, larghissime, dal basso, dall’alto, verticali, orizzontali… impariamo a vincere la pigrizia fisica e mentale e andiamo a caccia di tagli diversi, di dettagli, di pattern, di grafismi.
  5. USCIAMO LEGGERI, MA…
    Il vantaggio di chi di noi è alle prime armi – e dei fotografi d’agosto – è che spesso possediamo un solo corpo macchina e lo zoom che ci hanno venduto con il kit. Va benissimo!
    Usciamo leggeri, in modo che l’attrezzatura non pesi troppo sulla voglia di stare fuori e di fotografare.
    È una buona regola dalla quale partire: muoversi leggeri.
    Dunque, usciamo leggeri, ma… già, ma… e questo ma non è mica qui per caso… se possediamo qualche pezzo in più del kit di base, se ad esempio abbiamo un paio di obiettivi, magari tre, o un flash, o magari un cavalletto, o se magari possediamo un filtro polarizzatore o un kit di filtri ND… Ecco il senso di quel ma!
    Io non faccio molto testo, lo ammetto, sono abituato da sempre ad uscire a fotografare con uno zaino da 10 kg, con dentro tutto quello che penso possa servirmi, a volte, se ho idee strane per la testa, o so che starò fuori fino al crepuscolo, mi porto anche un cavalletto. Con questo non vi sto dicendo che anche voi vi dovete caricarvi come muli da soma, ma semplicemente, che per me la frustrazione di non essere riuscito a portare a casa uno scatto al quale tenevo, solo perché quello che mi serviva l’ho lasciato in albergo o a casa, pesa molto di più dei 10 kg della mia Lowepro.
    Impariamo capire cosa ci può servire e portiamocelo dietro e impariamo a capire cosa invece è solo peso inutile.
    Cominciamo col portarci soltanto roba che sappiamo utilizzare e che utilizzeremo con una certa probabilità, piano piano, prepariamoci mentalmente a sperimentare e, quindi, a portarci altra attrezzatura.

Ve l’avevo detto, non diventeremo i nuovi Erwitt leggendo questi 5 consigli, ma forse, qualcuno di noi, che tira fuori la reflex solo dopo aver staccato il settimo foglio del calendario e la ripone col 1° di settembre, riuscirà a portare a casa qualche scatto buono, di quelli che ci si sente orgogliosi nel mostrarli agli amici in autunno e magari si sentirà un po’ più fotografo e proverà a scrollarsi di dosso la pigrizia e a fotografare anche in ottobre o in dicembre o magari in marzo o aprile…
Sappiatemi dire.


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Moroccan Stars

In questo caso determinare l’esposizione corretta è stato un filo più difficile a causa delle fonti di luce presenti in primo piano, ma generalmente i consigli del post, con un cielo scuro e una scena sgombra da interferenze, aiutano a non… brancolare nel buio

 

Fotografare le stelle non è esattamente una di quelle attività che si porta a casa senza problemi di sorta.
Con questo non voglio scoraggiare nessuno, ma solamente chiarire che, per chi si appresta a scattare il cielo di notte, l’errore è dietro l’angolo e la frustrazione va messa in conto.

Urca, questo sì che è un bell’attacco ottimista! Andiamo oltre e, se qualcuno di voi è rimasto ancora sul post,  proviamo a vedere se dalla magica borsa dei trucchetti pesco qualcosa di rassicurante.

Per prima cosa muniamoci di cavalletto (indispensabile), di scatto flessibile (altrettanto utile) e di una torcia, meglio se di quelle da alpinismo che si fissano alla fronte, che ci tornerà comoda per sistemare in modo sicuro il cavalletto e per poi impostare i parametri della macchina.

Mettere a fuoco di notte.
Il mio primo consiglio è quello di disinserire l’autofocus e, se c’è la luna, di mettere a fuoco su di lei .
Se non c’è la luna… i problemi di messa a fuoco aumentano.
Direte voi, ma basta mettere su infinito! No! Non basta impostare la messa a fuoco su infinito, purtroppo, ma ora non sto a spiegarvi il motivo (non è cosa semplice), fidatevi!
Con la maggior parte delle lenti Canon, potete impostare il fuoco manualmente facendo riferimento alla L, che compare sulla ghiera e puntanto alla stanghetta corta. Per gli obiettivi Nikon, il consiglio è di mettere a fuoco a metà del primo nodo del simbolo dell’infinito.
Se siete un po’ pratici, impiegate le funzioni live view e controllate il fuoco dal display.

Apertura massima e ISO pompati.
Impostiamo il diaframma più aperto che il nostro obiettivo ci permette, f.2.8 è ideale, mai meno di f.4.
Pompiamo gli ISO. È vero che con 100 ISO (o 200 per i modelli meno professionali) si ottiene meno rumore, ma il rischio è che con il sensore così scarsamente ricettivo, le nostre stelle vengano un pochino debolucce, a meno che non ci si trovi in alta montagna (non sto parlando di 2000 metri…) o nel bel mezzo di una notte estremamente limpida.
Con ISO alti la capacità di registrare più stelle è più elevata, anche se ad ISO elevati corrisponde un rumore digitale elevato.
I modelli di punta, anche ad ISO molto elevati, riescono a contenere il rumore, cosa che invece i modelli di macchina più economici non sanno fare.
Tagliamo la testa al toro e affidiamoci all’esperienza: impostiamo un valore tra i 1600 e 3200 ISO.

Quale temperatura?
Io scelgo quasi sempre 3600 K, che mi  carica un po’ i blu. Il consiglio è quello di provare, fino a che non trovate il parametro che più vi soddisfa.

Missione -7EV.
La missione è quella di creare uno scatto esposto a circa 7EV – non è farina del mio sacco, ma del sacco di un fotografo ben più famoso il cui nome è Ian Norman. Ian Norman ha sperimentato che, esponendo a circa -7EV si ottiene la combinazione ideale tra tempo e diaframma per ottenere buoni scatti di un cielo stellato, in condizioni ottimali dal punto di vista dell’inquinamento luminoso.
Naturalmente la grandezza del sensore ha il suo peso (più il sensore è grande e più luce è in grado di raccogliere) e la focale impiegata influisce su quanto il movimento delle stelle possa risultare evidente (più è piccola la focale, meno sarà evidente).

Per reflex con sensore DX (1.3 o 1.5 di crop), montando un 20mm:
ISO 1600, f/4, esporre per 30 secondi
ISO 3200, f/4, esporre per 25 secondi
ISO 6400, f/4, esporre per 20 secondi
Per le Canon si può esporre qualche secondo di meno.

Per reflex con sensore FX, montando un 20mm:
ISO 1600, f/2.8, esporre per 35 secondi
ISO 3200, f/2.8, esporre per 30secondi
ISO 6400, f/2.8, esporre per 25 secondi

Naturalmente i tempo di esposizione sono indicativo, ma dovrebbero aiutarvi a non scattare a caso.
Il risultato, impiegando la regola dei -7EV genera scatti leggermente sovraesposti, che possiamo correggere facilmente in un secondo momento, ma diciamo che ci dà un’ottima base di partenza, anche per coloro che non hanno grande esperienza di fotografia notturna

Consigli per le ammiraglie
Macchine di punta come la Nikon D800 o D810 e la Canon 5DS o la Sony A7R sono molto più sensibili al movimento degli oggetti, per questi modelli potrebbe valere la pena di ridurre un po’ il tempo di posa.

La regola dei 500*
Ecco un’altra regola pratica. La regola dei 500 ci aiuta a stabilire quale sia il tempo di esposizione oltre il quale non convenga andare per 0ttenere un cielo puntinato di stelle perfettamente immobili.

La regola è semplice: 500/mm focale = tempo di posa massimo

Per cui, se stiamo impiegando un 20mm, dovremo impostare al massimo un tempo di posa di 25 secondi, con un 50mm il tempo di posa non dovrà essere superiore a 10 secondi (ma direi che quasi nessuno scatta a Via Lattea con un 50!).
Attenzione! La regola dei 500 vale per le macchine full format (il motivo è da cercare nel fatto che fu pensata ai tempi della pellicola e per pellicole 24×30). Per le sorelline DX, la regola subisce una lieve interpretazione.

Regola per Canon DX: 385/mm focale = tempo di posa massimo
Regola per Nikon DX: 333/mm focale = tempo di posa massimo

Lo stesso Ian Norman suggerisce di sostituire il 500 della regola con un 600, introducendo così una variante alla vecchia regola, variante che meglio si adatta alla moderna tecnologia dei sensori, Vedete voi, io continuo ad usare il vecchio, caro, 500.


Vieni a fotografare l’India dei Maharajah con noi.
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Buon Natale - Flags

Flags – Bandiere di preghiere nel tramonto (Leh, Ladakh)


 

 

È di nuovo Natale!
Per qualcuno di noi la ricorrenza è fonte di grande stress…  che regali faccio quest’anno!

Provo a venire incontro agli stressati da regalo con una brevissima lista di possibili regali da fare a Natale agli amici appassionati, come noi, di fotografia. Se un diamante è per sempre, io, personalmente, credo che un libro possa durare anche di più (!).

Ecco cinque libri a tema fotografico che potrebbero aiutarvi a smorzare lo stress da regalo e potrebbero fare contenti molti di noi. Ho volutamente escluso i manuali, perché credo che qualche volta si debba cercare altrove l’ispirazione per i nostri scatti e dove se non negli scatti dei grandi della fotografia?

Ecco dunque una modesta, incompleta e personale lista di possibili regali da mettere sotto l’albero di un fotografo – se pensavate di farne uno anche a me, temo che dobbiate cercare altri titoli, ah ah ah.
In ogni caso, a voi…

1 . Vivian Maier – Una fotografa ritrovata
Chi ha visto la sua mostra lo scorso anno o la sua riedizione di quest’anno, non può che pensarla come me: questo libro è un must per tutti coloro che si dedicano alla street photography.
Al di là della popolarità ultima di cui ha goduto la fotografa americana, sconosciuta ai molti fino a qualche mese fa, questo libro è davvero un piccolo capolavoro.

Vivian Maier - Una fotografa ritrovata

Vivian Maier – Una fotografa ritrovata

 

2. Diane Arbus – Aperture
Conosciuta soprattutto per i suoi lavori dedicati a ritrarre e documentare il mondo dei diversi, Diane Arbus in questo libro esprime una talento unico, unito ad una sensibilità senza pari. La sola fotografia della copertina testimonia la capacità impareggaiabile della fotografa americana di descrivere un mondo di emarginati, di realtà ghettizzate. Le due gemelle, una sorridente ed una leggermente imbronciata, suggeriscono il bipolarismo di certe realtà.
Un libro che chiunque sia interessato a progetti di approfondimento e di story telling fotografico non può non avere.
arbus

 

3. Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone. 

Se chiedete ad un appassionato medio chi è Uliano Lucas, nella maggior parte dei casi otterreste una sola risposta: non lo so.
Credetemi, è un gran peccato, ecco perché in questa mia modestissima lista di regali per il fotografo, mi sento di dover includere di diritto il suo “Milano. Luoghi e persone”, un volume dalle dimensioni quasi tascabili, edito e pubblicato da Absondita.
Nel suo “Milano. Luoghi e persone” Lucas testimonia con un grandissima abilità fotogiornalistica e con una raffinatissima proprietà di linguaggio creativo il cambiamento che il capoluogo lombardo, e in qualche modo una certa Italia, ha subito dagli Anni Sessanta ai giorni nostri. Non lasciatevi ingannare dal titolo, pur avendo scelto Milano, il libro di Lucas è adatto ai fotografi di tutta Italia, isole comprese.

Uliano Lucas - Milano. Luoghi e persone.

Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone.

 

4. Henri Cartier-Bresson – In India

Lo so, lo so… già vi sento… “cheppalle! Sempre ‘sto Cartier-Bresson! Cheppalle!”. Ma cosa ci posso fare io se HCB è davvero un punto di riferimento per chi fa il gesto di portare la macchina fotografica all’occhio!?
Per questo Natale, però, ho cercato almeno una chicca, il volume dedicato alle fotografie indiane del maestro francese.
“In India” raccoglie il meglio di oltre cento fotografie, scattate tra il 1947 e il 1966 da Cartier-Bresson in India. Nel volume spicca la testimonianza fotografica esclusiva del funerale e della cremazione di Gandhi.
Un titolo alternativo, anche per i più accaniti fan del maestro francese.

Henri Cartier-Bresson - In India

Henri Cartier-Bresson – In India

 

5. Steve McCurry – India

Ebbene sì, l’ho fatto di proposito. Ho messo uno accanto all’altro due modi di fotografare lo stesso Paese (anche se a distanza di qualche decennio).
Questo di McCurry è un libro che raccoglie i suoi scatti più famosi dedicati all’India. Vi avverto, non contiene nessun inedito, per cui il rischio è che qualche fan del fotografo di Philadelphia ci rimanga malino.
Sarebbe molto bello, invece, che regalaste alla stessa persona sia il volume di McCurry, sia il volume di Cartier-Bresson.
Che dire su “India” di Steve McCurry?
Non può mancare per chi ama McCurry e per chi ama l’India, il volume, pubblicato da Electa, è stampato in modo egregio e raccoglie 96 fotografie di assoluto pregio. Ditemi quello che volete su McCurry, ditemi che ha stancato, ditemi che ormai è diventato ripetitivo e auto-celebrativo, ditemi che non ci mostra un capolavoro da almeno sei anni… non mi interessa! Io, a chi è riuscito a dettare i canoni del reportage di viaggio per quasi dieci anni, pago il mio personalissimo omaggio e poi si tratta di un bel libro davvero.

Steve McCurry - India

Steve McCurry – India

 

… a questo punto mi resta soltanto una cosa da fare, augurare un felice Natale a tutti.

 


Marzo in Marocco? Vieni a fotografare con noi Marrakech e il deserto del Sahara. Non perdere l’occasione.
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Monaco addormentato nel monastero di Tikse

C’è un angolo di mondo, a tremila e seicento metri sul livello del mare, che ha saputo mantenere intatte le sue sembianze e le sue tradizioni per secoli: il Ladakh.

Il Ladakh è una regione del nord dell’India, al confine con la Cina e con il Kashmir. Per tradizione e aspetto, il Ladakh, è noto come “piccolo Tibet”.  Del vicino Tibet, il Ladakh, infatti, conserva tutti gli aspetti principali: geografia e religione. Dall’invasione cinese del Tibet, l’altopiano del Ladakh è stato il primo rifugio  per i fuggiaschi, che affrontavano i passi dell’Himalaya per salvarsi la vita. Il segno buddista è ovunque in Ladakh, nonostante la grande presenza musulmana.

Rispetto al Tibet, il Ladakh offre al viaggiatore la possibilità di muoversi in totale libertà – che non è poco – e distanze decisamente più abbordabili.

Raggiungere il Ladakh è semplice. Da Delhi parte un volo quotidiano al mattino, che in poco più di un ora raggiunge il piccolo aeroporto di Leh, la capitale della regione. Chi ha più tempo a disposizione, può raggiungere il Ladakh in pullman, ma onestamente non ve lo consiglio.

Una volta raggiunta Leh, conviene fare base proprio lì. La piccola cittadina, sulle sponde del fiume Hindo, offre sistemazioni per tutte le tasche.  Leh non offre molto di suo, ma la posizione geografica è molto conveniente per eleggerà la a campo base delle vostre escursioni.

Leh  è una cittadina piuttosto tranquilla, meta di molti turisti lo-cost, che qui trovano sistemazioni economiche e pulite per fare qualche giorno di sosta, prima di raggiungere il vicino Kashmir. La vicinanza della catena montuosa dello Zanskar e del Kangri (la cima più alta è lo Stok Kangri, 6100 m.), fa di Leh anche il punto di ritrovo e partenza di molti scalatori.

A poche ore al massimo da Leh, lungo il corso del fiume Hindo, potrete raggiungere i monasteri buddisti di Hemis, Spituk, Shey e Tikse, luoghi straordinari e  testimonianze assolute del buddismo tibetano, prima dell’invasione cinese.

Affittando una jeep o usando il servizio di autobus locale, è possibile raggiungere i monasteri ed entrare in un mondo che è rimasto intatto ed uguale a se stesso per secoli.

Il Ladakh è un luogo fantastico, un paradiso per il viaggiatore e per il fotografo. Si alloggia con pochi soldi, si mangia (bene) con ancora meno e in pochi giorni si può entrare in contatto con lo straordinario universo del buddismo tibetano – è possibile, per l’equivalente di poche decine di euro, prenotare un paio d’ore di meditazione all’alba, nel silenzio di un monastero arroccato nell’Himalaya occidentale.


La stagione migliore per visitare e fotografare il Ladakh è agosto. Non volete andarci da soli? Pensate di non riuscire a cavarvela? Credete che sia più divertente farlo in gruppo? Benissimo. NOI andiamo in Ladakh quest’estate, scopri come fare per unirti al gruppo, clicca qui

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Vondelpark1

Ecco un concetto che crea sempre qualche perplessità: la temperatura del luce.

Non lasciamoci ingannare da quella perfezione tecnologica che sono i nostri occhi, in grado di adattarsi a tutti i tipi di luce (e alle relative temperature) senza venire fuorviati dalle dominanti cromatiche che le diverse tipologie di luce introducono.
Il sensore della nostra macchina fotografica non è così sofisticato, è bene perciò capire che ogni tipo di luce ha un colore particolare e una temperatura, espressa in gradi Kelvin, relativa.
Capire questo, ci aiuta a capire come intervenire sulle impostazioni della nostra reflex ed ottenere immagini sempre ben bilanciate.

Il parametro che modifica le impostazioni relative alla temperatura della luce è il bilanciamento del bianco  ed è buona regaola, per lo meno di partenza, associare un corretto bilanciamento del bianco ad ogni tipologia specifica della luce.

La luce, che i nostri meravigliosi  occhi vedono sempre bianca, in realtà si muove  lungo tutto lo spettro visibile, dai toni del rosso ai toni del violetto – al di fuori di questa gamma si entra, appunto nell’infrarosso (al di sotto del rosso) e nell’ultravioletto (sopra il violetto).
OGNI SORGENTE LUMINOSA EMETTE LUCE PER COMBUSTIONE e viene misurata con un’apposita scala in gradi, intitolati a William Kelvin – i gradi Kelvin (K), appunto.
Le luci calde – candele, lampadine a filamento, il tramonto – hanno un basso valore di gradi Kelvin, mentre le luci più fredde – luce del cielo coperto, ombra – hanno un alto valore di gradi Kelvin.

Ecco un esempio di alcune sorgenti con le relative temperature espresse in Kelvin:

admin-ajax.php

 

Fin qui, direi tutto chiaro.
Ora facciamo un passetto più in là: ogni sorgente luminosa INTRODUCE UNA DOMINANTE COLORATA nella scena. Ed è appunto su questo concetto che dobbiamo fare le nostre considerazioni da fotografi.
IL SENSORE DELLA NOSTRA REFLEX NON E’IN GRADO DI RICONOSCERE LA TIPOLOGIA DI LUCE E DI ADATTARSI AUTOMATICAMENTE (se non quando impostato in bilanciamento del bianco automatico AWB), per cui dobbiamo essere noi ad intervenire e ad impostare il parametro corretto.
Non sempre il bilanciamento automatico funziona in modo soddisfacente, per cui basterà che si imposti il parametro corrispondente – ad esempio SOLE quando scattiamo in condizioni di pieno sole; OMBRA,  quando scattiamo in ombra o FILAMENTO, quando scattiamo in interni illuminati da lampadine a filamento.

Cosa avviene quando interveniamo con il bilanciamento del bianco?
La macchina si regola di conseguenza e bilancia la dominante colorata della luce con una dominante contraria.
Facciamo un esempio: stiamo scattando in una condizione di ombra e la luce dunque ha una componente molto fredda, azzurrognola (7000 K), se impostiamo il paramento “ombra”, la macchina fotografica aggiunge una dominante giallo/arancione che ha il compito di scaldare  e neutralizzare la componente fredda della luce.
Chiaro, no!? Bene, perché questo succede con tutti i parametri a disposizione.

Proviamo a riepilogare il tutto in questo specchietto:

Luce Kelvin

Nel prossimo post affronteremo più nel dettaglio il bilanciamento del bianco.


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CityTrails Lo.jpg

Un incrocio trafficato, le luci del crepuscolo, un (abbozzo) di skyline… et voilà, la magia!

Una dei piccoli miracoli della fotografia è quello di regalare “effetti speciali prêt-à-porter”, soprattutto se scattiamo in condizioni di luce tenue.
E, dopo le stelle del post precedente, ecco uno tra gli effetti speciali più inseguiti e meglio apprezzati: le strisce colorate delle auto in movimento.

Preparatevi a farlo anche voi!
È semplice e, con un pizzico di buona volontà, aiutata dalla fortuna, otterrete un discreto successo.

COME SI REALIZZANO LE “STRISCE COLORATE”
Il segreto è tutto nel modo in cui la nostra macchina fotografica rende gli oggetti in movimento se scattiamo con tempi di posa lunghi.
Impostando un tempo sufficientemente lungo (tutto è relativo alla velocità con la quali i soggetti si muovono), gli elementi in movimento vengono registrati con un effetto molto suggestivo, detto anche ghosting: l’oggetto impressiona il sensore per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto, dando vita ad un’immagine vagamente eterea e mossa.
È dunque fondamentale impostare un tempo lento, ma attenzione, fate un po’ di prove, perché un tempo troppo lento farebbe addirittura scomparire il soggetto.
Ad esempio, se impostate un tempo di 1 minuto e il soggetto attraversa la scena per meno di 3/4 secondi, difficilmente resterà traccia del suo passaggio (!) – questa è un’ottima tecnica per sfoltire la gente che passeggia davanti a monumenti o edifici.

Una fonte luminosa che si muove, se fotografata con un tempo lento, produce una scia.
Ecco, segreto svelato!

COSA SERVE PER REALIZZARE LE “STRISCE COLORATE”

  • Una strada trafficata di sera
  • La vostra reflex
  • Un cavalletto
  • Uno scatto remoto o un intervallometro
  • Un po’ di pazienza e un po’ di tempo da investire

DUE MODI, UN RISULTATO.
Ci sono fondamentalmente due modi per ottenere il risultato della foto d’apertura: uno scatto unico, sequenza di scatti (montati successivamente).
Innanzitutto, sgombriamo il campo da qualsiasi possibile dubbio: entrambi i metodi sono buoni. Quale scegliere, allora? Andiamo con calma…

Entrambi i metodi sfruttano i tempi di posa lunghi, per cui è necessario che ci si munisca di cavalletto.
Prima di passare in rassegna i pro e i contro di ciascuno dei due metodi, sistemiamo la macchina sul cavalletto, componiamo l’inquadratura con estrema cura, escludiamo l’autofocus, escludiamo qualsiasi tipo di sistema per la riduzione delle vibrazioni (in questo caso, con macchina su cavalletto, non farebbe che consumare batteria inutilmente, anzi potrebbe addirittura introdurre delle vibrazioni dovute ai suoi motorini, ma soprattutto,  impostiamo la nostra reflex in manuale (M) – aiuto! Già vi vedo strabuzzare gli occhi… tranquilli, non è una pistola puntata alla tempia!

Bene, partiamo dal metodo Scatto Unico e analizziamone pro e contro.

SCATTO UNICO

  • PRO
    • basta un semplice scatto remoto – addirittura l’autoscatto della stessa macchina, se il tempo scelto è al massimo di 30″;
    • non è necessario possedere  applicazioni da usare successivamente per montare gli scatti;
    • il risultato finale è immediatamente visibile e giudicabile.
  • CONTRO
    • per ottenere un effetto pieno potrebbe essere necessario scattare con tempi anche superiori a 5 minuti e questo è possibile soltanto impostando la macchina in “bulb”;
    • per esposizioni lunghe (5/10 minuti) il sensore potrebbe aggiungere del rumore digitale, soprattutto nei modelli di reflex di fascia medio/bassa;
    • il calcolo dell’esposizione è piuttosto difficile – e sbagliarlo potrebbe costare l’attimo – fino a 30″ vi aiuta l’esposimetro incorporato, poi dovremo affidarci alla nostra capacità di calcolare gli stop che ci separano dal tempo di posa scelto e quindi impostare la corretta coppia tempo/diaframma (ad esempio, se la nostra macchina ci suggerisce che con 30″ il diaframma corretto è f.8, con 1′ sarà f.11, con 2′ f.16, con 4′ f.22 e così via…);
    • serve un briciolo di familiarità con il tempo bulli (l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che teniamo premuto il pulsante);
    • serve un cronometro per calcolare il tempo esatto.

    Passiamo ora alla Sequenza di Scatti

    SEQUENZA DI SCATTI

    • PRO
      • calcolare l’esposizione è relativamente più semplice, rispetto al metodo precedente,  perché non è necessario lavorare con tempi superiori ai 30″ e l’esposimetro della nostra macchina ci viene in aiuto;
      • possiamo riempire di strisce colorate la scena a piacimento: basterà aumentare il numero di scatti da fare in sequenza;
      • siccome il tempo di posa di ogni scatto non sarà mai molto lungo, anche con modelli di reflex meno sofisticati, otterremo scatti quasi privi di rumore;
    • CONTRO
      • è necessario munirsi di un intervallometro – uno scatto remoto un poco più sofisticato, in grado di far scattare la macchina per N volte, con un ritardo stabilito tra uno scatto e il successivo (non disperate, Phottix e Neewer producono intervallometri di tutti i generi, per tutte le marche di reflex e con costi che vanno da un minimo di 19 euro (!) ad massimo di un centinaio di euro – per i modelli superfighi wireless);
      • è necessario importare la sequenza di scatti in un programma che li trasformi in uno scatto solo (ad es. StarStaX).

    Come abbiamo visto, entrambi i metodi sono relativamente semplici.

    Qualche trucco per  lo “scatto unico”:

    •  attiviamo la riduzione del rumore per le pose lunghe;
    • copriamo il mirino con l’apposito coperchietto in plastica
    • nel caso di un’esposizione davvero lunga, impostiamo attraverso il menù della macchina, la possibilità di bloccare lo specchio durante lo scatto (controlliamo se la funzione è disponibile per il nostro modello: solitamente si chiama “Mirror Up”);
    • togliamo gli automatismi (autofocus, riduzione vibrazioni, bracketing vari, ecc.);
    • impostiamo la macchina in manuale;
    • se il tempo di posa supera i 30″, impostiamo il tempo bulb;
    • in bulb, ci serve  un cronometro o un timer per calcolare la corretta durata della posa;
    • in bulli, utilizziamo la funzione Lock (blocco) dello scatto remoto, di solito è una piccola leva posta o sopra o di fianco al pulsante di scatto. Nei piccoli scatti remoti wireless, con la macchina in bulb, un primo click apre l’otturatore, che si chiuderà soltanto con il successivo click.

    Qualche trucco per “la sequenza”:

    • disattiviamo ASSOLUTAMENTE la riduzione del rumore sulle pose lunghe o altrimenti l’intervallometro non riuscirà a pilotare correttamente la macchina,
    • usiamo l’accortezza di memorizzare le varie sequenze in cartelle diverse, risulterà più agevole montarle successivamente;
    • possiamo impostare il tempo di posa direttamente dall’intervallometro, ma questo comporterà che la macchina sia impostata su bulb;
    • possiamo impostare il tempo in macchina e impostare il ritardo tra uno scatto e l’altro con l’intervallometro  – leggiamo con attenzione le istruzioni dell’intervallometro, funzionano più o meno tutti allo stesso modo, solo che alcuni interpretano il ritardo tra uno scatto e l’altro in maniera assoluta, mentre altri lo sommano al tempo di esposizione impostato in macchina e questo potrebbe complicare un po’ le cose, in questo caso per ottenere uno scatto ogni 2″ con un tempo di 20″, dovremo impostare un ritardo di 22″ (2+20);
    • impostiamo la macchina in scatto continuo (soprattutto se i tempi di posa sono piuttosto brevi e il ritardo tra uno scatto e l’altro minimo);
    • impostiamo ritardi di 1″ 1,5″ al massimo.

    Personalmente preferisco scattare una sequenza e poi montarla successivamente: mi dà più flessibilità nel riempire la scena con più scie e arrivare all’esposizione voluta è un gioco da ragazzi.
    Fondamentale, nelle foto notturne di scie luminose è la composizione. Dedichiamoci molta cura. A poco serviranno mirabolanti scie colorate, se la nostra scena sarà composta malamente!

    Per i malati dei dati di scatto, la foto d’apertura è il risultato di una sequenza da 20 scatti, ognuno dei quali impostato a ISO 100, 25″, f.11 (in realtà ho anche montato un filtro ND variabile e ho ridotto la luminosità della scena di 8 stop, perché temevo che se avessi aspettato l’ora giusta per ottenere quel cielo, cioè circa le 21, l’incrocio sarebbe risultato ormai sgombro dal traffico serale).

    E ora fuori, la notte è lunga, ma non infinita.


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