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Posts Tagged ‘photo avventure’

Errori comuni. Errori recuperabili.

Un adagio napoletano recita che “nessuno nasce imparato”, che, tradotto in lingua più o meno significa che ognuno di noi deve poter commettere il suo numero di errori dovuti all’inesperienza, prima di poter accedere al livello superiore.

Ho ripensato ai numerosi errori nei quali sono caduto quando ho iniziato a fotografare, ma quella era l’era della pellicola e non fanno più testo, allora per stilare un elenco di errori un filo più aggiornato mi sono rifatto ai principianti che incontro nel corso dei miei workshop di tecniche di base.
A cosa può servire elencare alcuni tra gli errori più comuni che il fotografo alle prime armi commette? A rendersene conto e a non commetterli.

Partiamo dunque…

  1. “Io gli ISO alti non li uso.”
    Eccoci! La paura la fa da padrona  e un esercito di fotografi non si schioda da 100/200 ISO, anche quando le condizioni di luce lo richiederebbero. Ed ecco card dopo card di scatti sottoesposti.  Se vogliamo è  questo un errore compiuto pensando di fare bene, ma sempre di errore stiamo parlando.
    Gli ISO bassi garantiscono una qualità migliore, ma questo non significa che non si possa spaziare almeno fino a 600/800 ISO per i modelli più economici e addirittura 1200/1600 ISO per quelli un poco più costosi. Di certo tutti i modelli offrono prestazioni decisamente accettabili nella fascia che va dai 360 ai 600 ISO, perché dunque non sfruttare quella gamma di sensibilità per raccogliere più luce?
  2. “Non so che farmene del cavalletto. E’ soltanto un ingombro.”
    Certo, comprendo l’aspetto dell’ingombro fisico e del peso di un cavalletto, ma  possederne uno – ed usarlo – è uno di primi passi per allargare gli orizzonti creativi del proprio modo di fotografare. Riuscire a scattare anche quando la luce è bassa e cogliere quelle atmosfere crepuscolari così cariche di pathos, o cimentarsi con le strisce di luce, o, perché no, con il time lapse.
    Tutto territorio nel quale il cavalletto la fa da padrone, non contemplarlo nella nostra attrezzatura fotografica ci preclude dall’accedervi.
  3. “Sbaglio sempre modalità di autofocus.”
    Se c’è una cosa che la post-produzione non può sistemare è uno scatto fuori fuoco, ecco perché è bene capire a fondo le modalità di messa a fuoco automatica che ci offre la nostra macchina.
    Uno degli errori più frequenti è quello di aver attivato senza saperlo la modalità a fuoco singolo, quando invece stiamo fotografando scene ricche di soggetti in movimento.
    I vari modelli di reflex offrono possibilità di messa a fuoco automatica molto diverse, che vanno dal singolo punto centrale, al pattern, a complicatissimi metodi di messa a fuoco “intelligenti”.
    Uno degli aspetti frustranti è quello di aspettarsi che la macchina metta a fuoco un certo soggetto, salvo poi scoprire, solo dopo, che invece a fuoco c’è tutt’altro.
    Che fare? Leggere per bene la sezione del manuale dedicata all’autofocus e alle varie modalità offerte dal nostro modello di fotocamera.
  4.  “Non monto mai l’obiettivo corretto.”
    Ho un’amica che si è comprata un 18-300 e risponde a tutti coloro che le domandano come si trovi “da dio e poi così non devo mai cambiare obiettivo!”.
    Vero, certo , ma si tratta di una di quelle verità a metà. Se parliamo della comodità di un 18-300, non ci sono possibilità di smentita, ma se poi ci addentriamo nella qualità della resa di uno zoom così spinto, il verdetto cambia drasticamente.
    Non c’è nulla di male nel possedere uno zoom, ma bisogna aver presente che la qualità di uno zoom non sarà mai comparabile a quella di un obiettivo fisso.
    Il mio consiglio è che, via via che la nostra esperienza cresce, ci si doti di un parco lenti consono – un grandangolo, uno zoom medio e un tele, che poi, a seconda di quello che amiamo fotografare, possiamo completare con altre lenti accessorie.
    La cosa fondamentale è capire bene quali sono vantaggi e gli svantaggi di ognuna delle categorie di obiettivi, in modo da saper scegliere sempre la soluzione migliore (nel senso che meglio supporta ciò che intendiamo fotografare e la nostra creatività). Conoscere quale obiettivo ci offre la profondità di campo più estesa o l’angolo di ripresa più ristretto, quale invece ci offre il massimo schiacciamento della profondità o quale è in grado di rendere il volto umano, nelle sue proporzioni, più simile alla realtà.
    Questi possono sembrare dettagli, ma è della conoscenza di questi dettagli tecnici che è fatta la maestria di un fotografo.
  5. “Il flash è per i fotografi esperti.
    Lo ammetto, il flash un po’ spaventava anche me, quando ho iniziato – ma a mia discolpa va anche il fatto che non c’era possibilità di controllare immediatamente quello che avevo scattato.
    In effetti il flash un po’ di soggezione la mette ancora, ma il mio consiglio è che anche il principiante provi ad affacciarsi al mondo del flash, magari partendo dalla tecnica del “colpo di schiarita” (o fill-in flash). Chi invece si sente vagamente più temerario, provi a dotarsi di un flash a slitta e comincia a sperimentare un po’, vedrà che piano piano anche il flash non farà più paura.
  6. “Il back-up è una perdita di tempo.”
    … e forse lo sarà anche, almeno fino a quando, per colpa di un hard disk difettoso, gran parte delle fotografie del nostro viaggio nella foresta pluviale dell’Amazzonia genereranno un messaggio d’errore sulla falsariga di “file corrupted”, quando cercheremo di aprirle.
    Fare il back-up dei propri lavori e quasi importante quanto scattare. Non dobbiamo pensare che sia soltanto una gran perdita di tempo o un esborso di quattrini senza senso.
    La rete è ricca di consigli su come costruire il proprio flusso di back-up e ognuno lo organizzi secondo le proprie necessità e la propria capacità di spendere, ma non lasciamo i nostri scatti soltanto in un unico posto (magari l’hard disk del vostro computer). Prendiamo in considerazione tutte le possibilità, da vari dischi rigidi esterni, a sistemi in cloud, accessibili da remoto (o alla somma di entrambi). Io ad esempio, oltre a duplicare gli scatti su un’unita esterna NAS (che comunque mi garantisce l’accesso via web), copio tutto su due servizi di back-up in cloud (Google Drive e Amazon Drive). Eccesso di zelo!? Può darsi, ma meglio abbondare…
  7. “Photoshop è per i professionisti. Io uso solo software di editing gratuito.”
    Certo, potrebbero sembrarci soldi buttati quelli investiti nel noleggio di Photoshop (circa 20/mese), ma le potenzialità dell’applicazione non trovano paragoni in nessuno dei softwarini che si trovano in giro, scaricabili gratuitamente da internet. Un tempo, quando Photoshop costava anche 2 milioni di lire e si pagavano tutti gli aggiornamenti, era roba per noi professionisti, ma oggi… oggi Adobe concede una licenza ufficiale di utilizzo per poche decine di euro al mese, la quale dà diritto all’uso del software, oltre al fatto che gli aggiornamenti sono compresi nel canone di affitto. Perché insistere a pastrugnare i propri scatti con strumenti scadenti o instabili?
  8. “Non me ne faccio nulla di un lettore di card. Io le foto le passo al computer con il cavo USB.”
    Degustibus… ma se vogliamo che il trasferimento dalla card al pc o mac sia più rapido, è bene farlo attraverso un lettore di card – anche in questo caso, cerchiamo di non scegliere proprio un primo prezzo.
  9. “Il manuale non serve a niente.”
    Questa, non prendiamocela, ma è una delle frasi più idiote che sento ripetere.
    Il manuale è uno strumento fondamentale, per capire cosa può fare la nostra macchina, ma soprattutto per capire cosa NON può fare.
    Il manuale deve diventare un riferimento e non uno scoglio.
    Avvaliamoci della rivoluzione digitale e scarichiamo il pdf del manuale della nostra macchina sul nostro tablet o sul nostro smartphone, in modo fa averlo sempre con noi e consultabile.
    Il manuale ci toglie le castagne dal fuoco e qualche volta può anche ispirare la nostra creatività.
  10. “Se c’è brutto tempo non scatto.”
    Che sciocchezza! Eppure lo dicono in tanti e lo pensano in ancora di più. Certo, una bella giornata di sole offre maggior comfort, ma escludere a prescindere di scattare quando il tempo è brutto è una follia, perché ci taglia fuori da tutta una serie di scatti molto evocativi, con cieli carichi di nuvole, con strade bagnate che riflettono le luci, con soggetti che si manifestano soltanto quando il tempo è brutto. Alla fine basta vestirsi adeguatamente per non prendere freddo o per non bagnarsi e basta proteggere la nostra attrezzatura, soprattutto dalla pioggia.

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Un ritratto corporate un po’ diverso, ma frutto del clima rilassato che sono riuscito ad instaurare con i tre designer ritratti

Ritrarre un soggetto è forse una delle attività fotografiche più difficili.
In questo ambito, il successo della sessione fotografica è spesso legata a come fotografo e soggetto riescono ad interagire durante il tempo che sono costretti a stare uno di fronte all’altro.

Ecco alcuni consigli che ho ricevuto negli anni, che ho rubato a fotografi più  esperti e alteri ancora dettati dal buon senso e dall’espserienza:

  1.  L’UMORE CONTA
    Il nostro umore influisce sull’umore di chi fotografiamo.
    Mostriamoci rilassati e sorridenti e avremo più possibilità che la cosa succeda anche dall’altra parte della macchina fotografica. Il segreto forse sta nel saper instaurare da subito un rapporto di rispettosa informalità.

  2. INTERESSIAMOCI AL NOSTRO SOGGETTO
    “Il grande fotografo sa sempre interessarsi al suo soggetto”, sono parole della Leibovitz, non mie, ma cerco di ricordarmele sempre, ogni qual volta inquadro un soggetto.
    Per la durata della sessione fotografica dimentichiamoci di noi e concentriamo l’attenzione su chi stiamo fotogrando.
    Facciamo domande! Facciamoci raccontare da dove viene, le sue radici, i suoi sogni, gli hobby… cerchiamo di interessarci alle persone che ritraiamo e anche i nostri ritratti risulteranno migliori.
  3. IL NOME HA UN SUONO DOLCE
    Non ce ne rendiamo conto, ma venire chiamati per nome è una cosa che ci fa piacere, ci fa sentire riconosciuti e ci fa sentire importanti. Chiamiamo per nome le persone che fotografiamo, le metterà a loro agio.
  4. CERCHIAMO DI ESSERE NOI STESSI, SEMPRE
    Non impersoniamo ruoli. Noi siamo noi, non dimentichiamocelo. Usiamo il nostro modo di fare, le nostre parole. Non atteggiamoci e vedremo che le cose scivoleranno verso il meglio. Non c’è niente di peggio del fotografo barzellettiere o del fotografo che impersona il semi-dio.
  5. NON PIANIFICAMIO E SARA’ UN DISASTRO PIANIFICATO
    Anche in una sessione di ritratti corporate, la preparazione è fondamentale.
    Luci, props, location, attrezzatura… sono tutti dettagli da curare per tempo, se intendiamot portare a casa il lavoro con successo.
  6. DOBBIAMO SAPER POSARE
    Per dirigere un soggetto è necessario saper posare, può sembrare una sciocchezza, ma è il solo modo perché il soggetto dall’altra parte della macchina fotografica non si senta ridicolo.
    Chiediamo, ma soprattutto mostriamo. Passiamo dall’altra parte e mostriamo quello che intendiamo. Capiremo subito se quello che stiamo chiedendo è fattibile.
  7. INDICAZIONI CHIARE
    Per prima cosa mettiamoci in testa che la nostra sinistra è la destra per chi posa e, viceversa, la nostra destra è la sua sinistra – può sembrare una banalità, ma molto spesso, non ricordarselo, è la prima ragione di incomprensioni.
    Sottolineiamo le parole con i gesti e manteniamo le parole al minimo, proprio per non creare confusione.
    Utilizziatemo riferimenti reali, piuttosto che un semplice destra o sinistra, ad esempio funziona meglio dire, “guarda verso quell’albero”, “gira la testa verso la finestra”, o “verso la luce!.
    Nel caso il soggetto non capisca, non dobbiamo perdere la calma, ma semplicemente fermarci per qualche istante, resettare le istruzioni, accendere un bel sorriso e ripetere da capo quello che intendevamo.
  8. I COMPLIMENTI VELOCIZZANO IL LAVORO
    Posare davanti ad una macchina fotografica è un’attività che in molti genera ansia. Usiamo i complimenti per sconfiggere l’ansia di chi sta posando per noi. “Bravo!”. “Molto bene!”. “Perfetto così!”. Sono tutte frasi che aiutano chi posa a sentirsi più a suo agio. Lasciamo perdere le critiche e concentriamoci soltanto gli aspetti positivi.
  9. I MOMENTI TRA UNO SCATTO E L’ALTRO
    Spesso i momenti di pausa sono i migliori per cogliere scatti incredibili.
    Teniamoci pronti
  10. A VOLTE LASCIAMO CHE A CONDURRE SIA PROPRIO IL SOGGETTO
    Qualche volta vale la pena fare un passo indietro e lasciar fare quello che il soggetto ha in mente, non è detto che ne uscirà lo scatto che sceglieremo, ma potrebbero aprirsi alternative interessanti. Spesso il soggetto ha una sua idea molto chiara e molto personale di come vorrebbe vedersi ritratto. Qualche volta vale la pena provare a scattare seguendo la creatività del soggetto, non solo farà sì che il soggetto si sentirà maggiormente gratificato, ma potrebbero davvero venir fuori scatti alternativi ai quali non abbiamo minimamente pensato.
    Accorgiamoci però se le cose non funzionano e riportiamo la sessione sui giusti binari. Un conto è provare, un conto è lasciarsi trascinare in situazioni assurde e sciupare tempo prezioso.

    Alberto Franceschini ritratto nella palestra di boxe usata per “Rocco e i suoi fratelli” – posa proposta dal soggetto

     

    Posa scelta

     

    Ecco cosa intendevo. Dovevo ritrarre Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse o oggi presidente delle ARCI, nella palestra che fu set del film di Luchino Visconti “Rocco e i suoi fratelli”. Alberto era piuttosto collaborativo, ma credo che fosse frutto di un certo disagio.
    Quando mi ha proposto di indossare i guantoni, l’ho incoraggiato a farlo e ho scattato. Non era di sicuro la mia idea, ma ho scattato comunque.
    Sotto lo scatto scelto, ma che è arrivato anche grazie alla digressione creativa concessa al soggetto.

 


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Girovagando in rete, mi sono imbattuto per caso in questo diagramma – l’autore è  e a lui va davvero tutto il merito! Al momento non sono rimasto molto impressionato, ma poi ci ho visto qualcosa di semplicemente geniale.
Anthony infatti è riuscito a sintetizzare in una sola immagine, semplice tra l’altro da capire, la relazione tra diaframma e profondità di campo, tra tempi di posa e mosso, tra ISO e rumore, e, mettendoci un po’ di nostro, il concetto di exposition value (EV).

Vediamo come leggere il diagramma di Dejolde.
Le due strisce fondamentali sono quelle centrali, riferite all’apertura di diaframma e al tempo di posa.

Prima di cominciare credo sia opportuno fare una premessa.
Le coppie che si formano sul diagramma non sono frutto di una lettura vera e propria, ma servono a spiegarci meglio la teoria e la natura della loro progressione, che si esprime con il concetto di exposition value, valore di esposizione o luminosità, riferito ad una scena.

Partiamo da sinistra…
Concentriamoci sulla striscia dei diaframma – le seconda dall’alto.
Il primo diaframma è tutto aperto e il suo valore è indicato con f/1,4. In questa situazione permettiamo a molta luce di entrare tutta in una volta.
Scendiamo ora sulla striscia che ospita i tempi di posa. In corrispondenza di f/1,4, Dejolde, ha fatto corrispondere un tempo molto rapido – 1/1000″ (ripeto, è per comodità teorica e non per una effettiva corrispondenza dovuta ad un lettura esposimetrica)
Per cui, in corrispondenza di f/1.4 (diaframma aperto al massimo), dobbiamo pensare ad un tempo molto rapido, in questo caso 1/1000″.
Ovvio! Se il diaframma permette a molta luce di entrare tutta in una volta, per ottenere un’esposizione corretta non è necessario tenere l’otturatore, comandato dal tempo di posa, aperto a lungo.

Via via che risaliamo verso destra, notiamo che il diaframma si chiude sempre più e che, in corrispondenza di diaframmi più chiusi – che quindi fanno passare meno luce – siamo chiamati ad impostare tempi più lunghi, affinché al sensore arrivi la stessa quantità totale di luce (esposizione corretta).

Ad esempio, in corrispondenza di f/8, il tempo di posa necessario scende a 1/30″ e in corrispondenza di f/22, addirittura a 1/4″.

Si tratta di numeri a caso?
No! Si tratta di una scala regolata dalla matematica e ad ogni passaggio verso destra il tempo raddoppia, mentre ad ogni passaggio verso sinistra, il tempo si dimezza.
Questo cosa significa? Significa che, passando da 1/60″ a 1/30″, facciamo entrare luce per il doppio del tempo e quindi, per ottenere, la medisima esposizione, quella che la macchina considera corretta, saremo costretti a chiudere il nostro diaframma in modo da far passare la metà della luce.
In questo modo, mantenendo fissi gli ISO, manterremmo lo stesso valore di  esposizione (EV), che ci indica, in assoluto, la luninosità della scena.
Se per i tempi la progressione dei numeri è più intuitiva, per i diaframmi dobbiamo fidarci (!).
Ognuno di quei numeri astrusi fa entrare il doppio della luce del suo precedente – e se rileggiamo la frase con calma, vedremo che non è poi così difficile capire – e se vogliamo essere più precisi, ogni apertura di diaframma è separata dall’apertura successiva di 1 EV – questa è la convenzione, prendiamola per buona, perché è così!.


Per cui…
Se chiudo il diaframma da f/5.6 a f/8 e non aggiusto anche i tempi, come suggerisce il diagramma,  passando da 1/60″ a 1/30″, otterrò un’immagine sottoesposta (più scura) di 1 EV, rispetto all’esposizione corretta – che significa che il sensore è stato colpito dalla metà della luce. Se invece cambierò anche il tempo di posa, il valore di EV non cambierà e la mia immagine sarà correttamente esposta.
E così spostandomi verso sinistra… se passerò da f/5,6 a f/4, ma non interverrò sui tempi, lasciando  impostato 1/60″, otterrò un’immagine sovraesposta (più chiara) di 1 EV –  che significa che il sensore è stato colpito dal doppio della luce.

Sembra piuttosto chiaro, no!?

Ma allora, se quel diagramma ha ragione, le 10 coppie di tempo e diaframma, da f/1.4 su 1/1000″, fino a f/32  su 1/2″, danno tutte lo stesso risultato.
È proprio così… per lo meno dal punto di vista della mera esposizione, del valore espresso in EV. Tutte le 1o coppie tempo/diaframma indicate nel diagramma ci offrono lo stesso valore di EV.

Ma a cosa ci servono tutte queste possibilità!? Di certo a confondere chi si avvicina per le prime volte.
Ma ecco che il diagramma di Dejolde ci  torna in aiuto e ci  fa capire quali piccoli miracoli possiamo creare semplicemente muovendo su e giù per le scale di tempi e diaframmi.

Quello che cambia, a seconda delle coppie che sceglieremo, ce lo dicono la prima striscia di icone in alto e quella immediatamente sopra i tempi di posa.

Scegliendo una coppia tempo/diaframma sulla sinistra – ad esempio f/2,8 e 1/500″ – notiamo che l’icona in alto ci dice che avremo a fuoco solo il soggetto e non lo sfondo, mentre l’icona immediatamente sopra i tempi ci dice che saremo comunque in grado di congelare anche soggetti in movimento.
Se invece scegliamo una coppia tempo/diaframma più a destra – ad esempio f/16 e 1/8″ – avremo molte cose più a fuoco, ma tutto ciò che non è fermo nella scena rischierà di venire mosso.
Capito questo, ci si aprono soluzioni creative pressoché infinite.

Io lo trovo semplicemente geniale!

La striscia degli ISO
L’ultima striscia di icone riassume la progressione dei  valori degli ISO.
Il valore ISO esprime la sensibilità alla luce del sensore. Minore gli ISO, minore la sensibilità del sensore, ma anche minore il rumore digitale introdotto nello scatto finale. Ogni valore ISO rappresenta una sensibilità pari alla metà della sensibilità espressa dal valore successivo.
E con gli ISO abbiamo completato i tre parametri responsabili dell’esposizione: DURATA DI ESPOSIZIONE, QUANTITÀ DI LUCE, SENSIBILITÀ ALLA LUCE.
Mantenendo fissi tempo e diaframma, se ci spostiamo verso destra e aumentiamo gli ISO da 50 a 100, otterremo uno scatto sovraesposto di 1EV – il sensore verrebbe cioè colpito dal doppio della luce rispetto al valore iniziale.
Se invece ci spostiamo verso sinistra, ad esempio passando da 200 ISO a 100 ISO – mantenendo naturalmente tempo e diaframma fissi per l’ipotetica misurazione corrispondente ai 200 ISO (f/2.8 su 1/250″), otterremmo una fotografia sottoesposta di 1EV.

Mal di testa!? Spero di no.

Forse il diagramma di Anthony Dejolde non è un capolavoro di estetica, ma consiglio davvero a chi comincia a cimentarsi con la fotografia di farsene una copia, plastificarla e tenersela in tasca o nella borsa della macchina fotografica, nel caso sul campo venisse assalito da dubbi o da improvvisi buchi di memoria.


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Via col tempo…

Qualche tempo fa, conversando con un amico fotografo, si chiacchierava della funzione “ISO automatici” e della sua effettiva capacità di togliere le castagne dal fuoco in certe situazioni.
Ammetto che, tra le numerose funzioni che oggi le nostre reflex ci mettono a disposizione, questa è una di quelle che ho sempre snobbato.

Partiamo dall’inizio – che mi pare un buon metodo! – e vediamo  cosa fa, in pratica, la funzione, Selezionando ISO AUTOMATICI dal menù delle impostazioni generali,  una volta scelti tempo e diaframma, la funzione fa sì che la macchina si  prenda cura di aumentare o diminuire automaticamente gli ISO, se cambia la luminosità della nostra scena.

Bene… e questo lo potevate immaginare da soli, no!? Proviamo a trovare delle applicazioni pratiche ora…

Rapidissimo ripasso prima…
E’ chiaro a tutti che l’esposizione è data dal tiangolo magico

TEMPO DI POSA,
DIAFRAMMA

ISO

Immaginosa di sì…

Vi chiederete, ma a cosa ci può servire correre su e giù per la scala degli ISO?
Ecco… la funzione diventa molto utile soprattutto quando stiamo seguendo un soggetto dinamico il cui movimento non è prevedibile e che quindi può entrare ed uscire da zone con luminosità diverse.
Lasciamo aquile o ghepardi!  Pensate piuttosto a vostro figlio alle prese con una partita di calcio,  magari in una giornata dove il sole illumina il rettangolo di gioco in modo non uniforme, alternando zone d’ombra a zone di luce…
Ecco, in questo caso la funzione ISO AUTOMATICI si fa molto utile.

Ci basterà infatti  impostare la coppia tempo e diaframma in modo da ottenere  un’esposizione corretta, concentrandoci su quello che ci interessa ottenere, se un’azione congelata (tempo rapido) o l’impressione del movimento (tempo lungo) o il soggetto isolato dal resto (diaframma aperto), misurando la luce in quello che giudichiamo potrebbe essere la scena tipica o media.
E poi non dovremo preoccuparci più di correggere l’esposizione ogni volta che cambiamo inquadratura.

Impostando “ISO Automatici”, una volta scelti tempo e diaframma, sarà la macchina a garantirci l’esposizione corretta anche se, cambiando l’inquadratura, cambiasse la luminosità della scena.  Con “ISO Automatici”, la macchina calcolerà la corretta sensibilità del sensore (ISO) in modo da garantirci un’esposizione coerente e costante per la coppia diaframma/tempo che abbiamo precedentemente scelto.

Se punteremo su una scena più scura, la funzione forzerà gli ISO e li aumenterà di conseguenza. Al contrario, se la scena inquadrata sarà più chiara, la funzione diminuirà gli ISO, rendendo il sensore meno sensibile alla luce.

In molti modelli è possibile impostare un valore ISO massimo, in modo che la macchina non voli a parametri troppo spinti, con il rischio di  introdurre troppo disturbo, (rumore).

Come al solito, dovremo fare un po’ di pratica.
Ah, nel caso decidessimo di provare gli ISO Automatici,, poi ricordiamoci poi di disinserirli, altrimenti, la volta dopo, ci sembrerà di impazzire e cominceremo a credere che la nostra reflex sia posseduta.

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L’estate è alle porte. Già! E con le vacanze molti di noi, finalmente, si decideranno a tirar fuori la macchina fotografica dall’armadio – sempre meglio che lasciarla in letargo qualche altro mese, mi viene da dire, anche se mi piacerebbe che la nostra reflex fosse un po’ più presente durante tutto l’anno.
Ma per molti di noi è così… le scuse per lasciare la macchina a casa sono poi sempre le stesse… non ho mai tempo… ho sempre mille impegni… quando fotografo rallento gli amici… blah, blah, blah, blah!

Poi, al rientro, ecco che molti fotografi d’agosto vengono colti dalla madre di tutte le frustrazioni: partiti con le migliori aspettative, si ritrovano un pugno di card zeppe di scatti banali, quando va bene, semplicemente brutti, nel resto dei casi.
Non sarà un post a trasformarci magicamente nei nuovi Cartier-Bresson e quasi sicuramente continueremo ad ammirare le fotografie sul National Geographic e a invidiare gli scatti di Steve McCurry, ma un passo avanti possiamo provare a farlo anche noi e non serve partire per il delta del Mekong, le Dolomiti o il Salento d’agosto possono bastare a pure avanzare.

  1. IMPARIAMO A TENERE LA MACCHINA FOTOGRAFICA A PORTATA DI MANO
    Sento già il coro dei detrattori: ecco il festival dell’ovvio! che banalità assurda!
    Credetemi non è così, non è assolutamente una banalità. Soprattutto chi di noi è alle prime armi tende a non portarsi la macchina sempre appresso. Altri, che invece almeno ci provano, molto spesso la tengono spenta e con il tappo ben saldo sull’obiettivo.
    Vinciamo la pigrizia: PORTIAMO LA MACCHINA SEMPRE CON NOI.
    Facciamo un passo avanti: TENIAMOLA ACCESA, non sarà una batteria che si consuma a fermarci!
    Facciamone un altro: LIBERIAMO L’OBIETTIVO DAL TAPPO.
    Creiamoci un’abitudine: macchina in mano, accesa e tappo in tasca, da subito e per tutto il tempo.
    Facciamo trovare sempre pronti. La fotografia ha bisogno di un po’ di culo, ma noi dobbiamo dare una mano al culo e come pensiamo di fare foto senza macchina, o con la macchina spenta, o con il tappo sull’obiettivo!?

    Scatto rubato dall’auto. Giusto il tempo di un semaforo rosso. Con la macchina in albergo, o in mano, ma spenta, o con il tappo sull’obiettivo, non sarei mai riuscito a cogliere la piccola mendicante indiana

     

  2. LA FOTOGRAFIA NON È UN’ATTIVITÀ SOCIALE
    Fotografare in vacanza o in viaggio significa – anche – dover fare qualche sacrificio o accettare qualche piccola rinuncia.
    La fotografia non è un’attività sociale, purtroppo, anzi ha bisogno di concentrazione e tempo, soprattutto per chi di noi non ha ancora molta esperienza.
    Meglio essere chiari da subito. Se siamo in vacanza con altre persone o se viaggiamo in gruppo e non tutti nutrono la nostra passione per la fotografia, diciamo loro che qualche volta ci staccheremo per fare qualche fotografia e di non prendere la cosa come uno sgarbo, né tanto meno come se stessimo dicendo che non apprezziamo la loro compagnia.
    Semplicemente la fotografia e i fotografi hanno tempi diversi dagli altri compagni di vacanza o di viaggio.
    Intestardirsi a rimanere in gruppo e fotografare mentre gli altri hanno per la testa altre cose porta soltanto due conseguenze: l’irritazione di chi non fotografa ed è costretto a subire le nostre soste e un’ansia incontrollata da parte nostra, nel tentativo di accelerare i tempi o di evitare lo scontro.
    Per non parlare dei risultati. Fretta, ansia, frustrazione, incazzature… tutti ingredienti che non aiutano a fare delle belle fotografie.
    Molto meglio ritagliarsi qualche finestra di tempo da dedicare soltanto alla nostra passione, cercando di non esagerare e tenendo sempre in mente le ragioni e le necessità degli altri.
  3. ALZIAMOCI PRESTO
    Quasi sempre la differenza tra uno scatto buono ed uno mediocre, se non pessimo, è la qualità della luce.
    Se ci alziamo con calma, facciamo colazione e cominciamo a fotografare soltanto dopo, non porteremo a casa granché di memorabile.
    Impariamo ad alzarci presto. Lo so, è un sacrificio, ma soltanto provandoci qualche volta, riusciremo a cogliere quella luce particolare.
    Non dico sempre, ma almeno qualche mattina, confortati dalle previsioni meteo, puntiamo la sveglia e cerchiamo di essere fuori, con la macchina pronta a scattare, per l’alba.
    Vinta la pigrizia, scopriremo che la luce migliore del mattino la si trova attorno all’alba, senza contare poi che anche i luoghi che di giorno sono affollati, così presto al mattino, saranno sgombri. Saremo soltanto noi e la nostra macchina fotografica e per qualche mezz’ora potremo davvero sentirci fotografi.
    Non riesco a dire che il soggetto non farà la differenza, ma posso giurare che qualsiasi scena, nella luce calda dei momenti a cavallo dell’alba acquista un fascino unico – e di certo porteremo a casa qualche scatto diverso dalle solite “foto delle vacanze”.

    La luce dell’alba è poesia

    Certe cose succedono soltanto all’alba

     

  4. NON FERMIAMOCI A UNO SCATTO SOLO PER SCENA
    Questo è quello che fanno i principianti! Ma noi vogliamo provare a diventare un po’ più bravi, no!?
    Bene! E allora cominciamo a farlo.
    Non fermiamoci ad una sola inquadratura della scena che ci piace. Forziamo la pigrizia mentale. Il “buona la prima” non ci fa migliorare e resta sempre sulla superficie delle nostre vacanze o dei nostri viaggi.
    Una volta trovata una scena che ci piace e una volta portata a casa la prima inquadratura, andiamo a caccia di dettagli che possano completare il primo scatto e poi proviamo a documentare la stessa scena da un’altra angolatura, con una focale diversa, magari. Facciamo quello che fanno i fotografi, raccontiamo le nostre storie con panoramiche larghe e poi portiamo chi guarda più dentro, facciamogli apprezzare i dettagli, possiamo anche esagerare, se ne vale la pena, e cogliere le materie pure che compongono la scena.
    La spiaggia di Miramare di Rimini, ad esempio, ci offre una campo largo, nel quale, magari, immortaliamo le file di ombrelloni, o la battigia affollatta, ma poi possiamo completare il racconto scattando il dettaglio del moscone del salvataggio, o del cesto del venditore di cocco – se pensate che i bomboloni alla crema facciano ingrassare anche solo in fotografia. Volendo, possiamo scendere ancora più nel dettaglio, magari usando un linguaggio più grafico, più astratto, e riprendere la texture del legno verniciato delle cabine o la pallina del calcio balilla.
    Insomma, qualsiasi scena, ma davvero qualsiasi questa volta, offre numerose possibili inquadrature, larghe, strette, strettissime, larghissime, dal basso, dall’alto, verticali, orizzontali… impariamo a vincere la pigrizia fisica e mentale e andiamo a caccia di tagli diversi, di dettagli, di pattern, di grafismi.
  5. USCIAMO LEGGERI, MA…
    Il vantaggio di chi di noi è alle prime armi – e dei fotografi d’agosto – è che spesso possediamo un solo corpo macchina e lo zoom che ci hanno venduto con il kit. Va benissimo!
    Usciamo leggeri, in modo che l’attrezzatura non pesi troppo sulla voglia di stare fuori e di fotografare.
    È una buona regola dalla quale partire: muoversi leggeri.
    Dunque, usciamo leggeri, ma… già, ma… e questo ma non è mica qui per caso… se possediamo qualche pezzo in più del kit di base, se ad esempio abbiamo un paio di obiettivi, magari tre, o un flash, o magari un cavalletto, o se magari possediamo un filtro polarizzatore o un kit di filtri ND… Ecco il senso di quel ma!
    Io non faccio molto testo, lo ammetto, sono abituato da sempre ad uscire a fotografare con uno zaino da 10 kg, con dentro tutto quello che penso possa servirmi, a volte, se ho idee strane per la testa, o so che starò fuori fino al crepuscolo, mi porto anche un cavalletto. Con questo non vi sto dicendo che anche voi vi dovete caricarvi come muli da soma, ma semplicemente, che per me la frustrazione di non essere riuscito a portare a casa uno scatto al quale tenevo, solo perché quello che mi serviva l’ho lasciato in albergo o a casa, pesa molto di più dei 10 kg della mia Lowepro.
    Impariamo capire cosa ci può servire e portiamocelo dietro e impariamo a capire cosa invece è solo peso inutile.
    Cominciamo col portarci soltanto roba che sappiamo utilizzare e che utilizzeremo con una certa probabilità, piano piano, prepariamoci mentalmente a sperimentare e, quindi, a portarci altra attrezzatura.

Ve l’avevo detto, non diventeremo i nuovi Erwitt leggendo questi 5 consigli, ma forse, qualcuno di noi, che tira fuori la reflex solo dopo aver staccato il settimo foglio del calendario e la ripone col 1° di settembre, riuscirà a portare a casa qualche scatto buono, di quelli che ci si sente orgogliosi nel mostrarli agli amici in autunno e magari si sentirà un po’ più fotografo e proverà a scrollarsi di dosso la pigrizia e a fotografare anche in ottobre o in dicembre o magari in marzo o aprile…
Sappiatemi dire.


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Moroccan Stars

In questo caso determinare l’esposizione corretta è stato un filo più difficile a causa delle fonti di luce presenti in primo piano, ma generalmente i consigli del post, con un cielo scuro e una scena sgombra da interferenze, aiutano a non… brancolare nel buio

 

Fotografare le stelle non è esattamente una di quelle attività che si porta a casa senza problemi di sorta.
Con questo non voglio scoraggiare nessuno, ma solamente chiarire che, per chi si appresta a scattare il cielo di notte, l’errore è dietro l’angolo e la frustrazione va messa in conto.

Urca, questo sì che è un bell’attacco ottimista! Andiamo oltre e, se qualcuno di voi è rimasto ancora sul post,  proviamo a vedere se dalla magica borsa dei trucchetti pesco qualcosa di rassicurante.

Per prima cosa muniamoci di cavalletto (indispensabile), di scatto flessibile (altrettanto utile) e di una torcia, meglio se di quelle da alpinismo che si fissano alla fronte, che ci tornerà comoda per sistemare in modo sicuro il cavalletto e per poi impostare i parametri della macchina.

Mettere a fuoco di notte.
Il mio primo consiglio è quello di disinserire l’autofocus e, se c’è la luna, di mettere a fuoco su di lei .
Se non c’è la luna… i problemi di messa a fuoco aumentano.
Direte voi, ma basta mettere su infinito! No! Non basta impostare la messa a fuoco su infinito, purtroppo, ma ora non sto a spiegarvi il motivo (non è cosa semplice), fidatevi!
Con la maggior parte delle lenti Canon, potete impostare il fuoco manualmente facendo riferimento alla L, che compare sulla ghiera e puntanto alla stanghetta corta. Per gli obiettivi Nikon, il consiglio è di mettere a fuoco a metà del primo nodo del simbolo dell’infinito.
Se siete un po’ pratici, impiegate le funzioni live view e controllate il fuoco dal display.

Apertura massima e ISO pompati.
Impostiamo il diaframma più aperto che il nostro obiettivo ci permette, f.2.8 è ideale, mai meno di f.4.
Pompiamo gli ISO. È vero che con 100 ISO (o 200 per i modelli meno professionali) si ottiene meno rumore, ma il rischio è che con il sensore così scarsamente ricettivo, le nostre stelle vengano un pochino debolucce, a meno che non ci si trovi in alta montagna (non sto parlando di 2000 metri…) o nel bel mezzo di una notte estremamente limpida.
Con ISO alti la capacità di registrare più stelle è più elevata, anche se ad ISO elevati corrisponde un rumore digitale elevato.
I modelli di punta, anche ad ISO molto elevati, riescono a contenere il rumore, cosa che invece i modelli di macchina più economici non sanno fare.
Tagliamo la testa al toro e affidiamoci all’esperienza: impostiamo un valore tra i 1600 e 3200 ISO.

Quale temperatura?
Io scelgo quasi sempre 3600 K, che mi  carica un po’ i blu. Il consiglio è quello di provare, fino a che non trovate il parametro che più vi soddisfa.

Missione -7EV.
La missione è quella di creare uno scatto esposto a circa 7EV – non è farina del mio sacco, ma del sacco di un fotografo ben più famoso il cui nome è Ian Norman. Ian Norman ha sperimentato che, esponendo a circa -7EV si ottiene la combinazione ideale tra tempo e diaframma per ottenere buoni scatti di un cielo stellato, in condizioni ottimali dal punto di vista dell’inquinamento luminoso.
Naturalmente la grandezza del sensore ha il suo peso (più il sensore è grande e più luce è in grado di raccogliere) e la focale impiegata influisce su quanto il movimento delle stelle possa risultare evidente (più è piccola la focale, meno sarà evidente).

Per reflex con sensore DX (1.3 o 1.5 di crop), montando un 20mm:
ISO 1600, f/4, esporre per 30 secondi
ISO 3200, f/4, esporre per 25 secondi
ISO 6400, f/4, esporre per 20 secondi
Per le Canon si può esporre qualche secondo di meno.

Per reflex con sensore FX, montando un 20mm:
ISO 1600, f/2.8, esporre per 35 secondi
ISO 3200, f/2.8, esporre per 30secondi
ISO 6400, f/2.8, esporre per 25 secondi

Naturalmente i tempo di esposizione sono indicativo, ma dovrebbero aiutarvi a non scattare a caso.
Il risultato, impiegando la regola dei -7EV genera scatti leggermente sovraesposti, che possiamo correggere facilmente in un secondo momento, ma diciamo che ci dà un’ottima base di partenza, anche per coloro che non hanno grande esperienza di fotografia notturna

Consigli per le ammiraglie
Macchine di punta come la Nikon D800 o D810 e la Canon 5DS o la Sony A7R sono molto più sensibili al movimento degli oggetti, per questi modelli potrebbe valere la pena di ridurre un po’ il tempo di posa.

La regola dei 500*
Ecco un’altra regola pratica. La regola dei 500 ci aiuta a stabilire quale sia il tempo di esposizione oltre il quale non convenga andare per 0ttenere un cielo puntinato di stelle perfettamente immobili.

La regola è semplice: 500/mm focale = tempo di posa massimo

Per cui, se stiamo impiegando un 20mm, dovremo impostare al massimo un tempo di posa di 25 secondi, con un 50mm il tempo di posa non dovrà essere superiore a 10 secondi (ma direi che quasi nessuno scatta a Via Lattea con un 50!).
Attenzione! La regola dei 500 vale per le macchine full format (il motivo è da cercare nel fatto che fu pensata ai tempi della pellicola e per pellicole 24×30). Per le sorelline DX, la regola subisce una lieve interpretazione.

Regola per Canon DX: 385/mm focale = tempo di posa massimo
Regola per Nikon DX: 333/mm focale = tempo di posa massimo

Lo stesso Ian Norman suggerisce di sostituire il 500 della regola con un 600, introducendo così una variante alla vecchia regola, variante che meglio si adatta alla moderna tecnologia dei sensori, Vedete voi, io continuo ad usare il vecchio, caro, 500.


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Buon Natale - Flags

Flags – Bandiere di preghiere nel tramonto (Leh, Ladakh)


 

 

È di nuovo Natale!
Per qualcuno di noi la ricorrenza è fonte di grande stress…  che regali faccio quest’anno!

Provo a venire incontro agli stressati da regalo con una brevissima lista di possibili regali da fare a Natale agli amici appassionati, come noi, di fotografia. Se un diamante è per sempre, io, personalmente, credo che un libro possa durare anche di più (!).

Ecco cinque libri a tema fotografico che potrebbero aiutarvi a smorzare lo stress da regalo e potrebbero fare contenti molti di noi. Ho volutamente escluso i manuali, perché credo che qualche volta si debba cercare altrove l’ispirazione per i nostri scatti e dove se non negli scatti dei grandi della fotografia?

Ecco dunque una modesta, incompleta e personale lista di possibili regali da mettere sotto l’albero di un fotografo – se pensavate di farne uno anche a me, temo che dobbiate cercare altri titoli, ah ah ah.
In ogni caso, a voi…

1 . Vivian Maier – Una fotografa ritrovata
Chi ha visto la sua mostra lo scorso anno o la sua riedizione di quest’anno, non può che pensarla come me: questo libro è un must per tutti coloro che si dedicano alla street photography.
Al di là della popolarità ultima di cui ha goduto la fotografa americana, sconosciuta ai molti fino a qualche mese fa, questo libro è davvero un piccolo capolavoro.

Vivian Maier - Una fotografa ritrovata

Vivian Maier – Una fotografa ritrovata

 

2. Diane Arbus – Aperture
Conosciuta soprattutto per i suoi lavori dedicati a ritrarre e documentare il mondo dei diversi, Diane Arbus in questo libro esprime una talento unico, unito ad una sensibilità senza pari. La sola fotografia della copertina testimonia la capacità impareggaiabile della fotografa americana di descrivere un mondo di emarginati, di realtà ghettizzate. Le due gemelle, una sorridente ed una leggermente imbronciata, suggeriscono il bipolarismo di certe realtà.
Un libro che chiunque sia interessato a progetti di approfondimento e di story telling fotografico non può non avere.
arbus

 

3. Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone. 

Se chiedete ad un appassionato medio chi è Uliano Lucas, nella maggior parte dei casi otterreste una sola risposta: non lo so.
Credetemi, è un gran peccato, ecco perché in questa mia modestissima lista di regali per il fotografo, mi sento di dover includere di diritto il suo “Milano. Luoghi e persone”, un volume dalle dimensioni quasi tascabili, edito e pubblicato da Absondita.
Nel suo “Milano. Luoghi e persone” Lucas testimonia con un grandissima abilità fotogiornalistica e con una raffinatissima proprietà di linguaggio creativo il cambiamento che il capoluogo lombardo, e in qualche modo una certa Italia, ha subito dagli Anni Sessanta ai giorni nostri. Non lasciatevi ingannare dal titolo, pur avendo scelto Milano, il libro di Lucas è adatto ai fotografi di tutta Italia, isole comprese.

Uliano Lucas - Milano. Luoghi e persone.

Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone.

 

4. Henri Cartier-Bresson – In India

Lo so, lo so… già vi sento… “cheppalle! Sempre ‘sto Cartier-Bresson! Cheppalle!”. Ma cosa ci posso fare io se HCB è davvero un punto di riferimento per chi fa il gesto di portare la macchina fotografica all’occhio!?
Per questo Natale, però, ho cercato almeno una chicca, il volume dedicato alle fotografie indiane del maestro francese.
“In India” raccoglie il meglio di oltre cento fotografie, scattate tra il 1947 e il 1966 da Cartier-Bresson in India. Nel volume spicca la testimonianza fotografica esclusiva del funerale e della cremazione di Gandhi.
Un titolo alternativo, anche per i più accaniti fan del maestro francese.

Henri Cartier-Bresson - In India

Henri Cartier-Bresson – In India

 

5. Steve McCurry – India

Ebbene sì, l’ho fatto di proposito. Ho messo uno accanto all’altro due modi di fotografare lo stesso Paese (anche se a distanza di qualche decennio).
Questo di McCurry è un libro che raccoglie i suoi scatti più famosi dedicati all’India. Vi avverto, non contiene nessun inedito, per cui il rischio è che qualche fan del fotografo di Philadelphia ci rimanga malino.
Sarebbe molto bello, invece, che regalaste alla stessa persona sia il volume di McCurry, sia il volume di Cartier-Bresson.
Che dire su “India” di Steve McCurry?
Non può mancare per chi ama McCurry e per chi ama l’India, il volume, pubblicato da Electa, è stampato in modo egregio e raccoglie 96 fotografie di assoluto pregio. Ditemi quello che volete su McCurry, ditemi che ha stancato, ditemi che ormai è diventato ripetitivo e auto-celebrativo, ditemi che non ci mostra un capolavoro da almeno sei anni… non mi interessa! Io, a chi è riuscito a dettare i canoni del reportage di viaggio per quasi dieci anni, pago il mio personalissimo omaggio e poi si tratta di un bel libro davvero.

Steve McCurry - India

Steve McCurry – India

 

… a questo punto mi resta soltanto una cosa da fare, augurare un felice Natale a tutti.

 


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