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Moroccan Stars

In questo caso determinare l’esposizione corretta è stato un filo più difficile a causa delle fonti di luce presenti in primo piano, ma generalmente i consigli del post, con un cielo scuro e una scena sgombra da interferenze, aiutano a non… brancolare nel buio

 

Fotografare le stelle non è esattamente una di quelle attività che si porta a casa senza problemi di sorta.
Con questo non voglio scoraggiare nessuno, ma solamente chiarire che, per chi si appresta a scattare il cielo di notte, l’errore è dietro l’angolo e la frustrazione va messa in conto.

Urca, questo sì che è un bell’attacco ottimista! Andiamo oltre e, se qualcuno di voi è rimasto ancora sul post,  proviamo a vedere se dalla magica borsa dei trucchetti pesco qualcosa di rassicurante.

Per prima cosa muniamoci di cavalletto (indispensabile), di scatto flessibile (altrettanto utile) e di una torcia, meglio se di quelle da alpinismo che si fissano alla fronte, che ci tornerà comoda per sistemare in modo sicuro il cavalletto e per poi impostare i parametri della macchina.

Mettere a fuoco di notte.
Il mio primo consiglio è quello di disinserire l’autofocus e, se c’è la luna, di mettere a fuoco su di lei .
Se non c’è la luna… i problemi di messa a fuoco aumentano.
Direte voi, ma basta mettere su infinito! No! Non basta impostare la messa a fuoco su infinito, purtroppo, ma ora non sto a spiegarvi il motivo (non è cosa semplice), fidatevi!
Con la maggior parte delle lenti Canon, potete impostare il fuoco manualmente facendo riferimento alla L, che compare sulla ghiera e puntanto alla stanghetta corta. Per gli obiettivi Nikon, il consiglio è di mettere a fuoco a metà del primo nodo del simbolo dell’infinito.
Se siete un po’ pratici, impiegate le funzioni live view e controllate il fuoco dal display.

Apertura massima e ISO pompati.
Impostiamo il diaframma più aperto che il nostro obiettivo ci permette, f.2.8 è ideale, mai meno di f.4.
Pompiamo gli ISO. È vero che con 100 ISO (o 200 per i modelli meno professionali) si ottiene meno rumore, ma il rischio è che con il sensore così scarsamente ricettivo, le nostre stelle vengano un pochino debolucce, a meno che non ci si trovi in alta montagna (non sto parlando di 2000 metri…) o nel bel mezzo di una notte estremamente limpida.
Con ISO alti la capacità di registrare più stelle è più elevata, anche se ad ISO elevati corrisponde un rumore digitale elevato.
I modelli di punta, anche ad ISO molto elevati, riescono a contenere il rumore, cosa che invece i modelli di macchina più economici non sanno fare.
Tagliamo la testa al toro e affidiamoci all’esperienza: impostiamo un valore tra i 1600 e 3200 ISO.

Quale temperatura?
Io scelgo quasi sempre 3600 K, che mi  carica un po’ i blu. Il consiglio è quello di provare, fino a che non trovate il parametro che più vi soddisfa.

Missione -7EV.
La missione è quella di creare uno scatto esposto a circa 7EV – non è farina del mio sacco, ma del sacco di un fotografo ben più famoso il cui nome è Ian Norman. Ian Norman ha sperimentato che, esponendo a circa -7EV si ottiene la combinazione ideale tra tempo e diaframma per ottenere buoni scatti di un cielo stellato, in condizioni ottimali dal punto di vista dell’inquinamento luminoso.
Naturalmente la grandezza del sensore ha il suo peso (più il sensore è grande e più luce è in grado di raccogliere) e la focale impiegata influisce su quanto il movimento delle stelle possa risultare evidente (più è piccola la focale, meno sarà evidente).

Per reflex con sensore DX (1.3 o 1.5 di crop), montando un 20mm:
ISO 1600, f/4, esporre per 30 secondi
ISO 3200, f/4, esporre per 25 secondi
ISO 6400, f/4, esporre per 20 secondi
Per le Canon si può esporre qualche secondo di meno.

Per reflex con sensore FX, montando un 20mm:
ISO 1600, f/2.8, esporre per 35 secondi
ISO 3200, f/2.8, esporre per 30secondi
ISO 6400, f/2.8, esporre per 25 secondi

Naturalmente i tempo di esposizione sono indicativo, ma dovrebbero aiutarvi a non scattare a caso.
Il risultato, impiegando la regola dei -7EV genera scatti leggermente sovraesposti, che possiamo correggere facilmente in un secondo momento, ma diciamo che ci dà un’ottima base di partenza, anche per coloro che non hanno grande esperienza di fotografia notturna

Consigli per le ammiraglie
Macchine di punta come la Nikon D800 o D810 e la Canon 5DS o la Sony A7R sono molto più sensibili al movimento degli oggetti, per questi modelli potrebbe valere la pena di ridurre un po’ il tempo di posa.

La regola dei 500*
Ecco un’altra regola pratica. La regola dei 500 ci aiuta a stabilire quale sia il tempo di esposizione oltre il quale non convenga andare per 0ttenere un cielo puntinato di stelle perfettamente immobili.

La regola è semplice: 500/mm focale = tempo di posa massimo

Per cui, se stiamo impiegando un 20mm, dovremo impostare al massimo un tempo di posa di 25 secondi, con un 50mm il tempo di posa non dovrà essere superiore a 10 secondi (ma direi che quasi nessuno scatta a Via Lattea con un 50!).
Attenzione! La regola dei 500 vale per le macchine full format (il motivo è da cercare nel fatto che fu pensata ai tempi della pellicola e per pellicole 24×30). Per le sorelline DX, la regola subisce una lieve interpretazione.

Regola per Canon DX: 385/mm focale = tempo di posa massimo
Regola per Nikon DX: 333/mm focale = tempo di posa massimo

Lo stesso Ian Norman suggerisce di sostituire il 500 della regola con un 600, introducendo così una variante alla vecchia regola, variante che meglio si adatta alla moderna tecnologia dei sensori, Vedete voi, io continuo ad usare il vecchio, caro, 500.


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Buon Natale - Flags

Flags – Bandiere di preghiere nel tramonto (Leh, Ladakh)


 

 

È di nuovo Natale!
Per qualcuno di noi la ricorrenza è fonte di grande stress…  che regali faccio quest’anno!

Provo a venire incontro agli stressati da regalo con una brevissima lista di possibili regali da fare a Natale agli amici appassionati, come noi, di fotografia. Se un diamante è per sempre, io, personalmente, credo che un libro possa durare anche di più (!).

Ecco cinque libri a tema fotografico che potrebbero aiutarvi a smorzare lo stress da regalo e potrebbero fare contenti molti di noi. Ho volutamente escluso i manuali, perché credo che qualche volta si debba cercare altrove l’ispirazione per i nostri scatti e dove se non negli scatti dei grandi della fotografia?

Ecco dunque una modesta, incompleta e personale lista di possibili regali da mettere sotto l’albero di un fotografo – se pensavate di farne uno anche a me, temo che dobbiate cercare altri titoli, ah ah ah.
In ogni caso, a voi…

1 . Vivian Maier – Una fotografa ritrovata
Chi ha visto la sua mostra lo scorso anno o la sua riedizione di quest’anno, non può che pensarla come me: questo libro è un must per tutti coloro che si dedicano alla street photography.
Al di là della popolarità ultima di cui ha goduto la fotografa americana, sconosciuta ai molti fino a qualche mese fa, questo libro è davvero un piccolo capolavoro.

Vivian Maier - Una fotografa ritrovata

Vivian Maier – Una fotografa ritrovata

 

2. Diane Arbus – Aperture
Conosciuta soprattutto per i suoi lavori dedicati a ritrarre e documentare il mondo dei diversi, Diane Arbus in questo libro esprime una talento unico, unito ad una sensibilità senza pari. La sola fotografia della copertina testimonia la capacità impareggaiabile della fotografa americana di descrivere un mondo di emarginati, di realtà ghettizzate. Le due gemelle, una sorridente ed una leggermente imbronciata, suggeriscono il bipolarismo di certe realtà.
Un libro che chiunque sia interessato a progetti di approfondimento e di story telling fotografico non può non avere.
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3. Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone. 

Se chiedete ad un appassionato medio chi è Uliano Lucas, nella maggior parte dei casi otterreste una sola risposta: non lo so.
Credetemi, è un gran peccato, ecco perché in questa mia modestissima lista di regali per il fotografo, mi sento di dover includere di diritto il suo “Milano. Luoghi e persone”, un volume dalle dimensioni quasi tascabili, edito e pubblicato da Absondita.
Nel suo “Milano. Luoghi e persone” Lucas testimonia con un grandissima abilità fotogiornalistica e con una raffinatissima proprietà di linguaggio creativo il cambiamento che il capoluogo lombardo, e in qualche modo una certa Italia, ha subito dagli Anni Sessanta ai giorni nostri. Non lasciatevi ingannare dal titolo, pur avendo scelto Milano, il libro di Lucas è adatto ai fotografi di tutta Italia, isole comprese.

Uliano Lucas - Milano. Luoghi e persone.

Uliano Lucas – Milano. Luoghi e persone.

 

4. Henri Cartier-Bresson – In India

Lo so, lo so… già vi sento… “cheppalle! Sempre ‘sto Cartier-Bresson! Cheppalle!”. Ma cosa ci posso fare io se HCB è davvero un punto di riferimento per chi fa il gesto di portare la macchina fotografica all’occhio!?
Per questo Natale, però, ho cercato almeno una chicca, il volume dedicato alle fotografie indiane del maestro francese.
“In India” raccoglie il meglio di oltre cento fotografie, scattate tra il 1947 e il 1966 da Cartier-Bresson in India. Nel volume spicca la testimonianza fotografica esclusiva del funerale e della cremazione di Gandhi.
Un titolo alternativo, anche per i più accaniti fan del maestro francese.

Henri Cartier-Bresson - In India

Henri Cartier-Bresson – In India

 

5. Steve McCurry – India

Ebbene sì, l’ho fatto di proposito. Ho messo uno accanto all’altro due modi di fotografare lo stesso Paese (anche se a distanza di qualche decennio).
Questo di McCurry è un libro che raccoglie i suoi scatti più famosi dedicati all’India. Vi avverto, non contiene nessun inedito, per cui il rischio è che qualche fan del fotografo di Philadelphia ci rimanga malino.
Sarebbe molto bello, invece, che regalaste alla stessa persona sia il volume di McCurry, sia il volume di Cartier-Bresson.
Che dire su “India” di Steve McCurry?
Non può mancare per chi ama McCurry e per chi ama l’India, il volume, pubblicato da Electa, è stampato in modo egregio e raccoglie 96 fotografie di assoluto pregio. Ditemi quello che volete su McCurry, ditemi che ha stancato, ditemi che ormai è diventato ripetitivo e auto-celebrativo, ditemi che non ci mostra un capolavoro da almeno sei anni… non mi interessa! Io, a chi è riuscito a dettare i canoni del reportage di viaggio per quasi dieci anni, pago il mio personalissimo omaggio e poi si tratta di un bel libro davvero.

Steve McCurry - India

Steve McCurry – India

 

… a questo punto mi resta soltanto una cosa da fare, augurare un felice Natale a tutti.

 


Marzo in Marocco? Vieni a fotografare con noi Marrakech e il deserto del Sahara. Non perdere l’occasione.
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Monaco addormentato nel monastero di Tikse

C’è un angolo di mondo, a tremila e seicento metri sul livello del mare, che ha saputo mantenere intatte le sue sembianze e le sue tradizioni per secoli: il Ladakh.

Il Ladakh è una regione del nord dell’India, al confine con la Cina e con il Kashmir. Per tradizione e aspetto, il Ladakh, è noto come “piccolo Tibet”.  Del vicino Tibet, il Ladakh, infatti, conserva tutti gli aspetti principali: geografia e religione. Dall’invasione cinese del Tibet, l’altopiano del Ladakh è stato il primo rifugio  per i fuggiaschi, che affrontavano i passi dell’Himalaya per salvarsi la vita. Il segno buddista è ovunque in Ladakh, nonostante la grande presenza musulmana.

Rispetto al Tibet, il Ladakh offre al viaggiatore la possibilità di muoversi in totale libertà – che non è poco – e distanze decisamente più abbordabili.

Raggiungere il Ladakh è semplice. Da Delhi parte un volo quotidiano al mattino, che in poco più di un ora raggiunge il piccolo aeroporto di Leh, la capitale della regione. Chi ha più tempo a disposizione, può raggiungere il Ladakh in pullman, ma onestamente non ve lo consiglio.

Una volta raggiunta Leh, conviene fare base proprio lì. La piccola cittadina, sulle sponde del fiume Hindo, offre sistemazioni per tutte le tasche.  Leh non offre molto di suo, ma la posizione geografica è molto conveniente per eleggerà la a campo base delle vostre escursioni.

Leh  è una cittadina piuttosto tranquilla, meta di molti turisti lo-cost, che qui trovano sistemazioni economiche e pulite per fare qualche giorno di sosta, prima di raggiungere il vicino Kashmir. La vicinanza della catena montuosa dello Zanskar e del Kangri (la cima più alta è lo Stok Kangri, 6100 m.), fa di Leh anche il punto di ritrovo e partenza di molti scalatori.

A poche ore al massimo da Leh, lungo il corso del fiume Hindo, potrete raggiungere i monasteri buddisti di Hemis, Spituk, Shey e Tikse, luoghi straordinari e  testimonianze assolute del buddismo tibetano, prima dell’invasione cinese.

Affittando una jeep o usando il servizio di autobus locale, è possibile raggiungere i monasteri ed entrare in un mondo che è rimasto intatto ed uguale a se stesso per secoli.

Il Ladakh è un luogo fantastico, un paradiso per il viaggiatore e per il fotografo. Si alloggia con pochi soldi, si mangia (bene) con ancora meno e in pochi giorni si può entrare in contatto con lo straordinario universo del buddismo tibetano – è possibile, per l’equivalente di poche decine di euro, prenotare un paio d’ore di meditazione all’alba, nel silenzio di un monastero arroccato nell’Himalaya occidentale.


La stagione migliore per visitare e fotografare il Ladakh è agosto. Non volete andarci da soli? Pensate di non riuscire a cavarvela? Credete che sia più divertente farlo in gruppo? Benissimo. NOI andiamo in Ladakh quest’estate, scopri come fare per unirti al gruppo, clicca qui

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Ecco un concetto che crea sempre qualche perplessità: la temperatura del luce.

Non lasciamoci ingannare da quella perfezione tecnologica che sono i nostri occhi, in grado di adattarsi a tutti i tipi di luce (e alle relative temperature) senza venire fuorviati dalle dominanti cromatiche che le diverse tipologie di luce introducono.
Il sensore della nostra macchina fotografica non è così sofisticato, è bene perciò capire che ogni tipo di luce ha un colore particolare e una temperatura, espressa in gradi Kelvin, relativa.
Capire questo, ci aiuta a capire come intervenire sulle impostazioni della nostra reflex ed ottenere immagini sempre ben bilanciate.

Il parametro che modifica le impostazioni relative alla temperatura della luce è il bilanciamento del bianco  ed è buona regaola, per lo meno di partenza, associare un corretto bilanciamento del bianco ad ogni tipologia specifica della luce.

La luce, che i nostri meravigliosi  occhi vedono sempre bianca, in realtà si muove  lungo tutto lo spettro visibile, dai toni del rosso ai toni del violetto – al di fuori di questa gamma si entra, appunto nell’infrarosso (al di sotto del rosso) e nell’ultravioletto (sopra il violetto).
OGNI SORGENTE LUMINOSA EMETTE LUCE PER COMBUSTIONE e viene misurata con un’apposita scala in gradi, intitolati a William Kelvin – i gradi Kelvin (K), appunto.
Le luci calde – candele, lampadine a filamento, il tramonto – hanno un basso valore di gradi Kelvin, mentre le luci più fredde – luce del cielo coperto, ombra – hanno un alto valore di gradi Kelvin.

Ecco un esempio di alcune sorgenti con le relative temperature espresse in Kelvin:

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Fin qui, direi tutto chiaro.
Ora facciamo un passetto più in là: ogni sorgente luminosa INTRODUCE UNA DOMINANTE COLORATA nella scena. Ed è appunto su questo concetto che dobbiamo fare le nostre considerazioni da fotografi.
IL SENSORE DELLA NOSTRA REFLEX NON E’IN GRADO DI RICONOSCERE LA TIPOLOGIA DI LUCE E DI ADATTARSI AUTOMATICAMENTE (se non quando impostato in bilanciamento del bianco automatico AWB), per cui dobbiamo essere noi ad intervenire e ad impostare il parametro corretto.
Non sempre il bilanciamento automatico funziona in modo soddisfacente, per cui basterà che si imposti il parametro corrispondente – ad esempio SOLE quando scattiamo in condizioni di pieno sole; OMBRA,  quando scattiamo in ombra o FILAMENTO, quando scattiamo in interni illuminati da lampadine a filamento.

Cosa avviene quando interveniamo con il bilanciamento del bianco?
La macchina si regola di conseguenza e bilancia la dominante colorata della luce con una dominante contraria.
Facciamo un esempio: stiamo scattando in una condizione di ombra e la luce dunque ha una componente molto fredda, azzurrognola (7000 K), se impostiamo il paramento “ombra”, la macchina fotografica aggiunge una dominante giallo/arancione che ha il compito di scaldare  e neutralizzare la componente fredda della luce.
Chiaro, no!? Bene, perché questo succede con tutti i parametri a disposizione.

Proviamo a riepilogare il tutto in questo specchietto:

Luce Kelvin

Nel prossimo post affronteremo più nel dettaglio il bilanciamento del bianco.


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Un incrocio trafficato, le luci del crepuscolo, un (abbozzo) di skyline… et voilà, la magia!

Una dei piccoli miracoli della fotografia è quello di regalare “effetti speciali prêt-à-porter”, soprattutto se scattiamo in condizioni di luce tenue.
E, dopo le stelle del post precedente, ecco uno tra gli effetti speciali più inseguiti e meglio apprezzati: le strisce colorate delle auto in movimento.

Preparatevi a farlo anche voi!
È semplice e, con un pizzico di buona volontà, aiutata dalla fortuna, otterrete un discreto successo.

COME SI REALIZZANO LE “STRISCE COLORATE”
Il segreto è tutto nel modo in cui la nostra macchina fotografica rende gli oggetti in movimento se scattiamo con tempi di posa lunghi.
Impostando un tempo sufficientemente lungo (tutto è relativo alla velocità con la quali i soggetti si muovono), gli elementi in movimento vengono registrati con un effetto molto suggestivo, detto anche ghosting: l’oggetto impressiona il sensore per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto, dando vita ad un’immagine vagamente eterea e mossa.
È dunque fondamentale impostare un tempo lento, ma attenzione, fate un po’ di prove, perché un tempo troppo lento farebbe addirittura scomparire il soggetto.
Ad esempio, se impostate un tempo di 1 minuto e il soggetto attraversa la scena per meno di 3/4 secondi, difficilmente resterà traccia del suo passaggio (!) – questa è un’ottima tecnica per sfoltire la gente che passeggia davanti a monumenti o edifici.

Una fonte luminosa che si muove, se fotografata con un tempo lento, produce una scia.
Ecco, segreto svelato!

COSA SERVE PER REALIZZARE LE “STRISCE COLORATE”

  • Una strada trafficata di sera
  • La vostra reflex
  • Un cavalletto
  • Uno scatto remoto o un intervallometro
  • Un po’ di pazienza e un po’ di tempo da investire

DUE MODI, UN RISULTATO.
Ci sono fondamentalmente due modi per ottenere il risultato della foto d’apertura: uno scatto unico, sequenza di scatti (montati successivamente).
Innanzitutto, sgombriamo il campo da qualsiasi possibile dubbio: entrambi i metodi sono buoni. Quale scegliere, allora? Andiamo con calma…

Entrambi i metodi sfruttano i tempi di posa lunghi, per cui è necessario che ci si munisca di cavalletto.
Prima di passare in rassegna i pro e i contro di ciascuno dei due metodi, sistemiamo la macchina sul cavalletto, componiamo l’inquadratura con estrema cura, escludiamo l’autofocus, escludiamo qualsiasi tipo di sistema per la riduzione delle vibrazioni (in questo caso, con macchina su cavalletto, non farebbe che consumare batteria inutilmente, anzi potrebbe addirittura introdurre delle vibrazioni dovute ai suoi motorini, ma soprattutto,  impostiamo la nostra reflex in manuale (M) – aiuto! Già vi vedo strabuzzare gli occhi… tranquilli, non è una pistola puntata alla tempia!

Bene, partiamo dal metodo Scatto Unico e analizziamone pro e contro.

SCATTO UNICO

  • PRO
    • basta un semplice scatto remoto – addirittura l’autoscatto della stessa macchina, se il tempo scelto è al massimo di 30″;
    • non è necessario possedere  applicazioni da usare successivamente per montare gli scatti;
    • il risultato finale è immediatamente visibile e giudicabile.
  • CONTRO
    • per ottenere un effetto pieno potrebbe essere necessario scattare con tempi anche superiori a 5 minuti e questo è possibile soltanto impostando la macchina in “bulb”;
    • per esposizioni lunghe (5/10 minuti) il sensore potrebbe aggiungere del rumore digitale, soprattutto nei modelli di reflex di fascia medio/bassa;
    • il calcolo dell’esposizione è piuttosto difficile – e sbagliarlo potrebbe costare l’attimo – fino a 30″ vi aiuta l’esposimetro incorporato, poi dovremo affidarci alla nostra capacità di calcolare gli stop che ci separano dal tempo di posa scelto e quindi impostare la corretta coppia tempo/diaframma (ad esempio, se la nostra macchina ci suggerisce che con 30″ il diaframma corretto è f.8, con 1′ sarà f.11, con 2′ f.16, con 4′ f.22 e così via…);
    • serve un briciolo di familiarità con il tempo bulli (l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che teniamo premuto il pulsante);
    • serve un cronometro per calcolare il tempo esatto.

    Passiamo ora alla Sequenza di Scatti

    SEQUENZA DI SCATTI

    • PRO
      • calcolare l’esposizione è relativamente più semplice, rispetto al metodo precedente,  perché non è necessario lavorare con tempi superiori ai 30″ e l’esposimetro della nostra macchina ci viene in aiuto;
      • possiamo riempire di strisce colorate la scena a piacimento: basterà aumentare il numero di scatti da fare in sequenza;
      • siccome il tempo di posa di ogni scatto non sarà mai molto lungo, anche con modelli di reflex meno sofisticati, otterremo scatti quasi privi di rumore;
    • CONTRO
      • è necessario munirsi di un intervallometro – uno scatto remoto un poco più sofisticato, in grado di far scattare la macchina per N volte, con un ritardo stabilito tra uno scatto e il successivo (non disperate, Phottix e Neewer producono intervallometri di tutti i generi, per tutte le marche di reflex e con costi che vanno da un minimo di 19 euro (!) ad massimo di un centinaio di euro – per i modelli superfighi wireless);
      • è necessario importare la sequenza di scatti in un programma che li trasformi in uno scatto solo (ad es. StarStaX).

    Come abbiamo visto, entrambi i metodi sono relativamente semplici.

    Qualche trucco per  lo “scatto unico”:

    •  attiviamo la riduzione del rumore per le pose lunghe;
    • copriamo il mirino con l’apposito coperchietto in plastica
    • nel caso di un’esposizione davvero lunga, impostiamo attraverso il menù della macchina, la possibilità di bloccare lo specchio durante lo scatto (controlliamo se la funzione è disponibile per il nostro modello: solitamente si chiama “Mirror Up”);
    • togliamo gli automatismi (autofocus, riduzione vibrazioni, bracketing vari, ecc.);
    • impostiamo la macchina in manuale;
    • se il tempo di posa supera i 30″, impostiamo il tempo bulb;
    • in bulb, ci serve  un cronometro o un timer per calcolare la corretta durata della posa;
    • in bulli, utilizziamo la funzione Lock (blocco) dello scatto remoto, di solito è una piccola leva posta o sopra o di fianco al pulsante di scatto. Nei piccoli scatti remoti wireless, con la macchina in bulb, un primo click apre l’otturatore, che si chiuderà soltanto con il successivo click.

    Qualche trucco per “la sequenza”:

    • disattiviamo ASSOLUTAMENTE la riduzione del rumore sulle pose lunghe o altrimenti l’intervallometro non riuscirà a pilotare correttamente la macchina,
    • usiamo l’accortezza di memorizzare le varie sequenze in cartelle diverse, risulterà più agevole montarle successivamente;
    • possiamo impostare il tempo di posa direttamente dall’intervallometro, ma questo comporterà che la macchina sia impostata su bulb;
    • possiamo impostare il tempo in macchina e impostare il ritardo tra uno scatto e l’altro con l’intervallometro  – leggiamo con attenzione le istruzioni dell’intervallometro, funzionano più o meno tutti allo stesso modo, solo che alcuni interpretano il ritardo tra uno scatto e l’altro in maniera assoluta, mentre altri lo sommano al tempo di esposizione impostato in macchina e questo potrebbe complicare un po’ le cose, in questo caso per ottenere uno scatto ogni 2″ con un tempo di 20″, dovremo impostare un ritardo di 22″ (2+20);
    • impostiamo la macchina in scatto continuo (soprattutto se i tempi di posa sono piuttosto brevi e il ritardo tra uno scatto e l’altro minimo);
    • impostiamo ritardi di 1″ 1,5″ al massimo.

    Personalmente preferisco scattare una sequenza e poi montarla successivamente: mi dà più flessibilità nel riempire la scena con più scie e arrivare all’esposizione voluta è un gioco da ragazzi.
    Fondamentale, nelle foto notturne di scie luminose è la composizione. Dedichiamoci molta cura. A poco serviranno mirabolanti scie colorate, se la nostra scena sarà composta malamente!

    Per i malati dei dati di scatto, la foto d’apertura è il risultato di una sequenza da 20 scatti, ognuno dei quali impostato a ISO 100, 25″, f.11 (in realtà ho anche montato un filtro ND variabile e ho ridotto la luminosità della scena di 8 stop, perché temevo che se avessi aspettato l’ora giusta per ottenere quel cielo, cioè circa le 21, l’incrocio sarebbe risultato ormai sgombro dal traffico serale).

    E ora fuori, la notte è lunga, ma non infinita.


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Cielo Sahara - Diego Gardina

Cielo sopra Abdul – foto di Diego Gardina

Sono appena tornato da un photo tour in Marocco dove il momento culmine era rappresentato dalla sessione fotografica notturna nel deserto del Sahara.
Uno dei partecipanti ha avuto la stoica costanza di appostarsi per ben due ore al fianco della sua macchina fotografica puntata verso la Polare e ho deciso di premiare la sua abnegazione utilizzando il suo scatto in questo post divulgativo – grazie Diego Gardina.

Allora, vediamo come fare per scattare delle belle foto al cielo notturno…

COSA SERVE?

  • cavalletto
  • scatto remoto o intervallometro
  • torcia
  • timer (non necessario)
  • tanta pazienza

Se non avete un cavalletto, girate pure i tacchi e tornatevene a casa, non potrete scattare nulla di valido.
Il cavalletto è l’accessorio indispensabile della fotografia notturna, permette di mantenere la macchina puntata per tempi anche davvero lunghi, senza il pericolo che gli scatti vengano mossi.
Scegliete un cavalletto solido, ripagherà la spesa con il risultato.

Dotatevi inoltre di uno scatto flessibile, meglio se intervallometro.
Lo scatto flessibile vi aiuta a mantenere la macchina immobile, mentre con un intervallometro avete accesso a tutta una serie di funzioni, quali ad esempio la possibilità di stabilire un numero di scatti in sequenza, intervallati da un certo tempo fissi – vedremo a cosa può servire.

Esistono due modi di fotografare le stelle di notte: puntiforme o strisciate.

Il movimento della terra attorno al proprio asse verticale, allineati idealmente con la Stella Polare (nell’emisfero settentrionale) o con la Croce del Sud (nell’emisfero meridionale) fa sì che se usiamo un tempo lungo, le stelle vengono riprodotte con una strisciata concentrica alla Polare o alla Croce del Sud, più o meno lunga a seconda della durata di esposizione.

PUNTIFORMI
Se vogliamo ottenere il firmamento come un insieme di puntini chiari fissi, dobbiamo utilizzare un tempo di scatto veloce.
Attenzione però, per avere la certezza che il tempo che stiamo utilizzando sia sufficientemente veloce per ottenere stelle puntiforme possiamo affidarci ad una regoletta che arriva dal passato: la regola dei 500.

Se possedete una macchina Full Frame, dividete 500 per la focale che state impiegando e il risultato sarà il tempo massimo che potrete utilizzare, al di sotto del quale avrete la certezza che le stelle vengano a forma di punto.
Per Nikon DX, anziché 500 utilizzate 333 e per Canon DX, 312.
Per cui, se montate un 35mm su una Nikon Full Frame, il tempo limite sarà di 14 secondi circa. Per cui basterà impostare un tempo inferiore per avere la certezza che le stelle non si muovano. Tutto chiaro? Spero di sì.

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Stelle sul Sahara – 14mm f. 2.8 @30″ ISO 2500

STRISCE DI STELLE
Questa è forse la soluzione più divertente, anche perché così, le stelle, le si può vedere soltanto grazie alla fotografia.
Per ottenere strisce di stelle bisogna impiegare tempi lunghi, a volte anche della durata di ore.
Una soluzione è quella di impostare la macchina sul cavalletto, collegare lo scatto remoto, impostare il diaframma più chiuso a disposizione e tenere l’otturatore aperto per tutto il tempo necessario –  60 minuti come minimo, ma anche due o tre ore.
Così operando però il sensore, costretto a lavorare per tutto il tempo per il quale l’otturatore è aperto, frigge, introducendo rumore e perdendo di efficacia.
Ed ecco che ci vengono in aiuto software e intervallometro.
Colleghiamo l’intervallometro, impostiamo un’esposizione tra i 20″ e i 30″ e impostiamo un numero di scatti che arrivino a coprire due ore circa, separati da un secondo al massimo.
Otterrete, nel caso di un’esposizione totale di due ore, 240 scatti da 30″, che poi monterete in Photoshop o in StaStaX – e vi assicuro che l’operazione è indolore.
Facendo così, calcolare la corretta esposizione sarà davvero un gioco da ragazzi.
Basterà fare i conti con l’esposizione base di 30″ (come nell’esempio), al resto ci penserà il vostro intervallometro.
Ricordatevi di avere le batterie della macchina cariche e di esservi portati un giaciglio comodo e caldo.
Fate partire l’intervallometro e godetevi lo spettacolo del firmamento, accompagnati dall’ipnotico suono della vostra reflex che scatta ogni 30 secondi – vi consiglio di togliere la riduzione di rumore per le alte esposizioni, impostare lo scatto a raffica o continuo, togliere l’autofocus e la riduzione di vibrazione dagli obiettivi

Cielo Sahara - Diego Gardina

Cielo sopra Abdul (foto di Diego Gardina) – montaggio in StarStaX di 240 scatti, 14mm f.1.4 @30″ ISO 400

Circling Stars_1

Castellazzara – scatto unico, 14mm f.2.8 @17′ ISO 100


 

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La statua del buddha di Hemis, composta simmetricamente. Uno scatto trasmette pace ed armonia.

Non potevo lasciare questo appello senza un seguito ed ecco un secondo post che ci aiuterà a superare la paura di andare oltre le certezze della regola dei terzi e ad avventurarci nel buio mondo  della composizione fotografica.

La simmetria
Di solito bistrattata, la simmetria risulta essere invece un elegante alternativa alla regola dei terzi.
Uno degli errori più comuni tra i principianti è  quello di posizionare sempre il soggetto principale al centro dell’inquadratura. Intendiamoci non è che poi si possa parlare apertamente di errore compositivo, ma un’inquadrature con un soggetto centrale, solitamente, risulta un po’ accademica e decisamente più statica di una composizione sui terzi.
Ma qui oggi siamo per trovare soluzioni alternative ai terzi e quindi la SIMMETRIA ben si presta al nostro caso.

Quando usare la simmetria.
Una premessa: comporre simmetricamente NON significa semplicemente piazzare il proprio soggetto al centro, ma SUDDIVIDERE L’INQUADRATURA IN DUE SPAZI PRESSOCHE’ IDENTICI e cercare di avere un SOGGETTO CHE SI SPECCHIA IN ENTRAMBI GLI SPAZI .Per composizione simmetrica s’intende quella che genera ad un’immagine i cui elementi costitutivi sono posti in proporzioni regolari all’interno del formato dell’immagine stessa – non lasciamoci spaventare dalle definizioni.

Una composizione simmetrica dà luogo ad immagini  MOLTO EQUILIBRATE  che trasmettono ARMONIA e PACE.
Detto ciò, mi pare chiaro che esistano soggetti per i quali vale la pena di impiegare la composizione  simmetrica – o no!?

Regola dei terzi = Dinamismo, tensione
Simmetria = Equilibrio, armonia.

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Anche un ritratto può essere composto simmetricamente.

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Simmetria verticale. Altro scatto che gioca sul’equilibrio per trasmettere pace.

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Lo stesso pontile, composto in modo diverso. I due scatti sono decisamente diversi tra loro, soprattutto per le sensazioni in grado di trasmettere.


 

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