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Posts Tagged ‘ritratto fotografico’

Essaouira, Marocco. Aspettare la “golden hour” premia il fotografo che vuole cimentarsi con i paesaggi.

Con l’estate si moltiplicano le occasioni di fare fotografie e di scattare fotografie di paesaggio e, allora, ecco un post dedicato a chi si avvicina a questo tipo di fotografia e ha ancora poca esperienza.

Cinque semplici consigli che vengono da qualche anno di esperienza. Spero vi possano essere utili a dipanare almeno i primi dubbi che sono legati alla fotografia di paesaggio.

Uno dei vantaggi della fotografia di paesaggio è che si tratta di una tipologia di fotografia dai tempi comodi e quindi molto adatta anche a chi ha cominciato da poco, l’importante fare le cose per bene e farle con calma.
Ecco 5 consigli per partire col piede giusto e magari per tornare a casa con almeno un buon paesaggio.

  1. Come impostare la macchina

    Personalmente consiglio a tutti di impostare la propria macchina in modalità manuale (M), in modo da avere il controllo totale su tutti i parametri di scatto legati all’esposizione (ISO, diaframma e tempo) di posa.
    Se siete invece ancora molto spaventati dal manuale, allora vi consiglio di procedere per gradi e di impostare la vostra reflex in priorità di diaframma (A, che sta per “aperture” – diaframma).
    Perché priorità di diaframmi e non di tempi?
    Perché  in questo modalità, noi sceglieremo il diaframma che consideriamo ideale e lasceremo alla macchina il compito di determinare il tempo di posa per ottenere un’esposizione corretta, in relazione agli ISO che abbiamo impostato.
    Dobbiamo però ricordarci che la coppia tempo/diaframma che ci suggerirà l’esposimetro incorporato della macchina, misurando la luce presente nella scena, è riferita allo standard medio (che approssimativamente assomiglia ad un cartoncino grigio), per cui, se il nostro paesaggio è più scuro di un grigio medio, l’esposimetro ci suggerirà una coppia che renderà la scena un po’ slavata, per cui dovremo intervenire sottoesponendo, se  invece la  scena è molto illuminata (quindi più chiara del fatidico cartoncino medio), l’esposimetro ci suggerirà una coppia tempo/diaframma che renderà il paesaggio più scuro, costringendoci ad aprire  un po’.
    Tra priorità di tempo (S per i nikonisti T per i canonisti) e priorità di diaframma (A), scegliamo A!
    È il diaframma che controlla quanti elementi risulteranno a fuoco e in un paesaggio ci dobbiamo preoccupare che tutto sia perfettamente a fuoco di solito. Per cui, meglio aver il controllo dell’apertura del diaframma e lasciare la scelta del tempo alla macchina. Il mio consiglio è quello di non impostare diaframmi più aperti di f.11, così avremo più certezza che tutto risulti a fuoco.
    Non che il tempo di posa non giochi un suo ruolo nel risultato finale, ma di certo e meno importante del diaframma.
    Il tempo influisce su come gli elementi in movimento vengono rappresentati, per cui, se disponiamo di un cavalletto e siamo al cospetto di elementi in movimento, come ad esempio l’acqua del mare, o un fiume, possiamo sperimentare scegliendo un diaframma molto chiuso, in modo da costringere la macchina ad impostare un tempo di posa lungo.
    Ecco quello che succede…
    Sopra due scatti della stessa scena (e della stessa inquadratura), nello scatto sopra ho usato un tempo più veloce, mentre nello scatto sotto, il tempo di posa è più lento. Il risultato è evidentemente diverso, nel primo, mare e onde vengono congelate, nel secondo vengono invece riprodotte con un sofisticato effetto mosso.
    Attenzione! Nel secondo scatto, vado a memoria, i tempo di esposizione si aggirava attorno ai 5″, non pensiamoci nemmeno, se non siamo dotati di un cavalletto!Come leggiamo la luce?
    Impostiamo la lettura esposimetrica su tutta la scena (matrix o 3d) e lasciamo che sia la macchina a ragionare per noi.
    Disinseriamo tutti gli automatismi, uno in particolare: l’autofocus, non ci serve. Disinseriamolo dall’obiettivo e dalla macchina (ricordiamoci però di inserirli di nuovo una volta terminato).
    Alcuni obiettivi (stabilizzati) ospeitano dispositivi elettro-meccanici per la riduzione delle vibrazioni (VR), spegniamoli! Non servono in questo caso e consumano batteria per niente.
    Quasi tutti i modelli di macchina fotografica offrono una funzione di riduzione del rumore digitale sulle pose lunghe, cercatela nei menù e accendetela.

  2. Attrezzatura

    Per i paesaggi consiglio un obiettivo dalla focale poco spinta, compresa tra i 18 ai 35mm – tipicamente un grandangolo. Questa tipologia di lenti ci consente un maggior angolo di ripresa, decisamente più adatto ad immortalare un paesaggio, e una profondità di campo decisamente più estesa, che ci aiuta a tenere tutto a fuoco.
    Altro accessorio molto utile – se non indispensabile – è un buon cavalletto. Scattare con la macchina montata su un cavalletto ci obbliga a fare le cose con calma, dandoci il tempo di scegliere con cura l’inquadratura e di comporre senza fretta, ragionando con calma su quello che stiamo facendo.
    Gia che ci siamo, compriamoci anche uno scatto remoto. Ce ne sono di tipi diversi in commercio, dal più semplice a filo, al più sofisticato che fa scattare la nostra reflex utilizzando la radiofrequenza o gli infrarossi. I prezzi variano dalle poche decine di euro alle centinaia, compriamoci quello che ci possiamo permettere.
    In questa fase, ci basta che lo scatto remoto azioni la fotocamera senza costringerci a premere il pulsante – questo è particolarmente utile se usiamo tempi lunghi.

  3. Accessori utili

    Investiamo in un filtro polarizzatore circolare. Ci può tornare molto utile per scurire il blu dei cieli o per esaltare il bianco delle nuvole. I filtri polarizzatori vanno dalle poche decine di euro in su, il prezzo solitamente rifletta la qualità. Se decidiamo di comprarne uno, non facciamoci colpire da un inaspettato attacco di tirchiaggine.
    Con il filtro polarizzatore, consiglio anche l’acquisto di un filtro neutro (ND). Si tratta di filtri grigi che hanno il compito di ridurre la luminosità di una scena e diventano molto utili, se non addirittura indispensabili, nel caso volessimo lavorare con tempi decisamente lunghi.  Ne esisto di intensità diversa – misurata in EV, o stop. Da quelli più chiari che abbassano l’intensità di luce di 1/2 EV a quelli più scuri, che arrivano a 10, 12 EV di sottoesposizione. Ne esistono addirittura di variabili, in grado cioè di passare da -1EV a -8EV, ma naturalmente hanno un prezzo considerevole.
    Il kit del fotografo specializzato in paesaggi si completa poi con una serie di filtri digradanti che hanno il compito di sottoesporre solo una parte dell’inquadratura – ad esempio il cielo, che solitamente risulta molto più chiaro del resto.
    Forse è ancora presto per investire in questi accessori, ma sapere che esistono, non ci fa certo male…
    Una torcia alimentata da batterie, un thermos, abbigliamento caldo per la stagione invernale e antizanzare per la stagione estiva… vedremo nel punto 4 perché…

  4. Quando scattare

    Quando guardiamo un bello scatto di paesaggio, possiamo tranquillamente azzardare il momento del giorno in cui è stato scattato: o è l’alba o è il tramonto.
    Se esista una tipologia di fotografia che ci vincola ad orari ferrei, quella è proprio la fotografia di paesaggio.
    Dimentichiamoci gli orari comodi! I paesaggi migliori vengono scattati nell’ora a cavallo dell’alba e nell’ora a cavallo del tramonto. Prepariamoci  a dire addio a colazioni o a cene con amici, famiglie e fidanzate e fidanzati.
    Prepariamoci a dare il benvenuto ad alzatacce e a cenare da soli (!).
    Tutto succede nei pressi dell’alba e nei pressi del tramonto, ma se pensiamo di presentarci sul posto all’ultimo minuto, beh, abbiamo ancora molto da imparare.
    Anche se i paesaggi non si muovono, scattare una buona foto di paesaggio comporta che si arrivi sul posto con un certo anticipo, in modo da scegliere il punto di ripresa migliore, fare qualche prova per l’esposizione finale e… attendere che il miracolo della luce perfetta si compia.
    Questo può davvero significare alzatacce antelucane, perché non sempre quello che vogliamo scattare è dall’altra parte della strada.
    Può darsi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, che si arrivi sul posto nel buio della notte. Portiamoci sempre una torcia a batterie e degli indumenti caldi.
    La luce giusta non dura mai più di una ventina di minuti, non facciamoci cogliere impreparati.
    Se scattiamo all’alba, in inverno, portarsi anche qualcosa di caldo da bere, aspettando l’ora magica, può rendere l’attesa meno fastidiosa.
    Se invece scattiamo al tramonto, ricordiamoci che, una volta scattato, ci resterà poco più di una ventina di minuti di luce, prima di ritrovarci nel buio completo. Anche in questo caso una torcia è molto utile, in particolar modo se non stiamo scattando in città o sulla spiaggia di Rimini.

    Sì, avete capito bene… stiamo mettendo in piedi tutto questo cinema per scattare al massimo dieci minuti due volte al giorno! È così, ma è anche il bello della fotografia di paesaggio, non è per tutti.

  5. Come comporre uno scatto di paesaggio

    Ognuno ha i suoi riferimenti di composizione personali. A chi si è avvicinato da poco, consiglio di ancorarsi saldamente alla regola dei terzi e di comporre i suoi paesaggi così.
    Cerchiamo di tenere gli orizzonti dritti, aiutiamoci con le griglie dei nostri mirini e qualche volta proviamo anche a scattare spostando l’orizzonte dal centro dell’inquadratura – proviamo a spostarlo un po’ più in alto o un po’ più in basso e vedremo che lo scatto assumerà sin da subito maggior dinamismo.
    Nonostante il nostro paesaggio sarà solitamente collocato sullo sfondo, non sottovalutiamo il potere del primo piano.
    Cerchiamo di includere qualche elemento in primo piano, questo conferirà maggior profondità al nostro paesaggio, già che ci siamo, facciamo in modo che il primo piano guidi l’occhio verso lo sfondo.
    Cosa possiamo includere?
    Rocce, alberi, staccionate, covoni, automobili, moto, biciclette, persone, pontili… ognuno ragioni con quello che ha a disposizione.

    Essaouira, Marocco.
     Le rocce in primo piano fanno lo sfondo e guidano l’occhio su ciò che conta.

Cinque semplici consigli che mi arrivano dall’esperienza sul campo, qualcuno dirà “la fiera dell’ovvio”, altri di voi invece potrebbero trovarli utili e magari decidere di metterli in pratica la prossima volta che si troveranno alle prese con un paesaggio.
Fatemi sapere…


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Ritratto low key di Anthony Hopkins - Helmut Newton

Ritratto low key di Anthony Hopkins – Helmut Newton

Visto il successo dello scorso post dedicato ad Helmut Newton, ho pensato di restare in zona e ho recuperato uno stralcio di un’intervista al maestro tedesco, che, in cinque punti, ci regala una lezione sulla fotografia di ritratto, adatta a  qualsiasi tipologia di fotografo, dal principiante, all’entusiasta.

1. Appunta le tue idee

“Investo molto tempo nella preparazione. Penso a lungo a ciò che voglio realizzare. Ho libri e piccoli quaderni, nei qualii scrivo tutto prima di una seduta fotografica, altrimenti dimenticherei le mie idee. Non godo di grande memoria.”

Quando posso faccio lo stesso. Mi preparo, anticipo mentalmente lo scatto che voglio realizzare, mi documento sul soggetto che dovrò ritrarre. Butto giù qualche appunto sull’atmosfera che voglio creare e sulla tecnica che penso di usare, penso al tipo di luce e a come le posizionerò.
Spesso poi, una volta al cospetto del mio soggetto, abbandono i miei appunti o magari li seguo solo in parte e lascio che sia il momento a guidarmi in modo definitivo. Ma so che l’aver preso appunti non è stato tempo buttato, anche quando non seguo nessuno degli appunti salvati.

2. Metti a suo agio il tuo soggetto

“Le persone comuni, davanti ad un obiettivo, non si comportano come le modelle: le modelle sono pagate per star lì. Un’attrice si sente fragile davanti l’obiettivo. Tutte le donne si sentono fragili, ma un’attrice più delle altre e lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, e hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simpatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela e metterla a sua agio.”

Se tralasciamo l’apertura sulle attrici – non credo che molti di noi avranno molte chances di fotografare un’attrice, il resto ci presenta una verità assoluta! Se teniamo al nostro soggetto, dobbiamo fare di tutto per ritrarlo al meglio e soprattutto liberarlo dall’ansia da macchina fotografica. Quasi sempre un buon ritratto è frutto della relazione che riusciamo a stabilire con il nostro soggetto, che va al di là dei parametri tecnici e della luce – nonostante, io credo, la luce sia il fattore chiave in qualsiasi ritratto.
Cercate di instaurare un rapporto cordiale con il vostro soggetto e lavorate affinché si senta a suo agio.
Ricordatevi che il vostro nervosismo si riflette sull’umore del soggetto.

3. Libera l’indole

“Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi mi faccio un giro e quando torno provo a cercare altre vie. Ma arrivo molto presto a un punto di saturazione, oltre il quale  tutto questo cercare mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.″

Spesso l’idea originale è quella giusta. E allora cominciamo col partire con quella, ma non fossilizziamoci, facciamo come Newton, cerchiamo alternative e mettiamole in pratica.
Ciò che conta, però, è percorrere ogni via creativa fino in fondo e non farsi prendere dalla fretta.
La fretta è una pessima compagna di lavoro durante una sessione fotografica.
Col tempo e con l’esperienza, impareremo ad essere più rapidi – che non significa affrettati.
Lasciamoci guidare dai nostri appunti, ma non diventiamone schiavi e lasciamo spazio all’indole creativa.
L’esperienza però mi ha insegnato che la creatività non può essere fine a se stessa. È necessario coglierla e metterla in pratica, altrimenti il rischio e diventare l’ennesima vittima di quella che chiamo creatività velenosa, fatta di fughe in avanti, troppe, e nessuna di loro portata a termine.
Altra cattiva compagna è l’adrenalina. L’adrenalina, nonostante possa innescare la creatività del momento, può rivelarsi fatale e può farci commettere errori a volte irrimediabili. Ho imparato che bisogna cercare un giusto equilibrio tra entusiasmo e razionalità, evitando fretta, voli pindarici e testardaggine.

4. Anche brutte foto, ma solo se funzionali al progetto

“Spesso cerco di fare delle ‘brutte foto’. Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, e anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta. Non penso mai al gioco grafico, o, se ci penso, è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.”

La fotografia è un’arte visiva, espressione delle nostra creatività, ma è anche tecnica e composizione.
Arte e creatività si esprimono a volte anche attraverso risultati che per gli altri possono sembrare errori, solo noi sappiamo quello che stiamo cercando di dire, anche attraverso un ritratto.
Non bisogna dimenticare però che le regole e la tecnica sono le infrastrutture sulle quali costruire la nostra arte fotografica.
Ernest Hemingway, pur non essendo un fotografo, ci lascia un monito incontrovertibile: “le regole sono fatte per essere infrante, ma solo dopo averle imparate”.

5. Non buttare via nulla

“Le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante – e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano.”

Anche in questo caso, ognuno di noi ha il suo modus operandi, di sicuro la buona abitudine di tenere tutto può tornare utile, soprattutto se torniamo a guardare a distanza di tempo quello che abbiamo scattato e magari, in prima battuta, scartato.
Tornare a guardare i vecchi scatti, a distanza di tempo, è  il modo migliore per  farsi un’idea precisa del percorso che abbiamo intrapreso, sia dal punto di vista creativo, sia dal punto di visto tecnico.
Personalmente mi è capitato poche volte di fare quello che descrive Helmut Newton e quasi sempre, anche a distanza di anni, ribadisco le mie scelte, anche se, tornare sugli scatti del passato, mi è molto utile e qualche volta mi suggerisce qualche scelta alternativa da affiancare a quelle che sono state le mie prime scelte.


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L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

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Bimba sulla Awa Mahal Road, Jaipur (India)  – Una luce morbida, una profondità di campo ridotta, un fuoco preciso, ma soprattutto un soggetto incantevole (per lo meno a mio giudizio).

Visto il successo del post dedicato alla fotografia di paesaggio e agli errori più comuni – clicca qui – ho pensato di replicarne il modello e di dedicarmi questa volta alla fotografia di ritratto.

Partiamo dunque senza indugi, premettendo soltanto che non si tratta di leggi incise nella pietra, ma di semplici consigli che arrivano da qualche anno di esperienza.

Ecco alcuni degli errori più comuni:

  1. TUTTO A FUOCO
    Il ritratto vive in quel magico mondo dominato da una ridotta profondità di campo. Uno degli errori più comuni di chi si è avvicinato da poco alla fotografia – e in particolare alla fotografia di ritratto – è quelli di non sfruttare il fuori fuoco dato da una profondità di campo ridotta e di rovinare un potenziale scatto interessante lasciando troppo interesse allo sfondo.
    Non dobbiamo temere le aperture estreme. Componiamo con cura e usiamo il diaframma più aperto di cui il nostro obiettivo dispone. Nessun ci vieta di farlo, ma il mio consiglio è quello di scattare sempre tra f.2.8 e f.5.6, ricordandoci che la profondità di campo, oltre che dall’apertura del diaframma, è determinata dalla vicinanza del nostro soggetto e dalla lunghezza focale che impieghiamo.
    Ricordiamoci che,  LA PROFONDITÀ DI CAMPO SARÀ SEMPRE PIÙ RIDOTTA:

    1. PIÙ IL DIAFRAMMA È APERTO
    2. PIÙ LA DISTANZA DAL SOGGETTO È RIDOTTA
    3. PIÙ LA LUNGHEZZA FOCALE IMPIEGATA È LUNGA
  2. FUOCO INCERTO
    Altro errore tipico del principiante: non avere un punto focale preciso.
    Lavorare con diaframmi aperti, aumenta la possibilità di commettere errori nella messa a fuoco.
    I puristi – e per una mi trovo d’accordo con loro – esigono che, in un ritratto, gli occhi del soggetto siano SEMPRE perfettamente a fuoco.
    Il problema non si pone se il soggetto guarda in macchina con il volto perfettamente in asse, mentre qualche grattacapo in più nasce nel momento in cui invece assume una posa di 3/4, ad esempio, soprattutto se scattiamo con diaframmi molto aperti (f.2.8 o addirittura f.1,4 o f.1,2), utilizzando una focale tra gli 85mm e i 200mm.
    In certi casi, tipici però della fotografia di ritratto (ad es. con un soggetto a 1 metro, un 85mm e f.1.4) la profondità di campo si riduce a pochi centimetri e dobbiamo essere davvero attenti che gli occhi (almeno uno) siano perfettamente a fuoco.
  3. LUCE POCO INDICATA
    Il principiante di solito si entusiasma per il soggetto e tende a sottovalutare gli effetti catastrofici di una luce poco indicata per un ritratto.
    Evitiamo la luce del sole a picco – o di qualsiasi fonte luminosa (piccola) posta direttamente sopra il capo del nostro soggetto.
    Evitiamo anche la luce da sotto: fa immediatamente horror movie!
    E anche la luce radente è da utilizzare con molta circospezione, in quanto è micidiale nell’andare a sottolineare le imperfezioni della pelle.
    Meglio una luce morbida. Cerchiamo una finestra, la Luce che filtra da una finestra è sempre piuttosto morbida, magari ammorbiamola ulteriormente, schermando la luce con le tende (basta che siano bianche!).
    Se la luce è fortemente caratterizzata da una direzionalità, bilanciamo le ombre sul lato opposto di dove colpisce il soggetto, usando un riflettore – in commercio se trovano di vari tipi, pieghevoli e comodi, ma anche un semplice foglio di carta o un pezzo di polistirolo bianco possono aiutare.
    Il riflettore, sia di quelli professionali, sia approntato in corsa con un foglio di carta bianco, attenuerà le ombre.
    In una giornata di sole, all’aperto, cerchiamo sempre quello che i professionisti chiamano open shade e cioè una condizione che ponga il soggetto al riparo dalla luce diretta del sole – un portico, frasche, ecc. Non è necessario acquistare costosi teli traslucidi, basta guardarsi intorno e ricordarsi che il sole diretto non è certo il nostro miglior alleato nelle foto di ritratto.
  4. UN AMBIENTE OSTILE
    Ci concentriamo sul volto e non ci curiamo di tutto quello che sta attorno, soprattutto dietro. Ecco un errore molto comune, purtroppo comune anche in chi ha qualche esperienza in più.
    Cerchiamo di valutare sempre con cura l’effetto dell’ambiente sul volto ritratto.
    Scegliamo uno sfondo che non incomba, valutiamone colori ed intensità, valutiamo che non risulti troppo invadente.
  5. ANSIE, FRETTA E DISAGI VARI
    Ricordiamoci che pressoché nessuno, a meno che non faccia il modello di professione o che goda di una spiccata vanità, si trova a proprio agio di fronte ad una macchina fotografica spianata.
    Cerchiamo di andare sempre incontro ai nostri soggetti, facendo in modo che il loro disagio sia minimo. Come? Evitando di tenerli in posa troppo a lungo.
    Questo però non significa scattare con fretta, ma piuttosto avere le idee chiare prima di far posare il soggetto.
    Soprattutto se abbiamo fermato qualcuno per strada, cerchiamo di essere rapidi, cortesi e decisi. Ognuno di noi usi le tecniche che pensa più efficaci per mettere a propio agio il soggetto che stiamo ritraendo – io, personalmente, ci chiacchiero.
    Ricordiamoci che il sorriso è spesso la soluzione migliore, per cui… via i bronci!
    Ma lavorare sul disagio dei nostri soggetti non è sufficiente.
    Molto spesso, molti di noi, provano un profondo imbarazzo nello scattare un ritratto.
    E credetemi, il disagio del fotografo viene quasi sempre percepito anche dal modello, con il risultato di elevare oltre modo il suo livello d’ansia e di imbarazzo di fronte alla nostra macchina fotografica.
    La situazione è paradossale, ma il nostro disagio non fa che alimentare l’insicurezza e  il senso di inadeguatezza di chi sta posando per noi.
    Se siete timidi, la fotografia di ritratto non fa per voi!
    Chiedevi perché vi sentite a disagio nel fotografare le persone e trovate il modo di risolvere questo problema.
    L’esperienza mi ha indicato alcune cause alla base del DISAGIO DEL FOTOGRAFO :

    1. NON SI SENTE ALL’ALTEZZA
    2. TEME DI FAR PERDERE TEMPO AL SOGGETTO
    3. NON HA LE IDEE CHIARE
    4. NON HA LE CONOSCENZE TECNICHE NECESSARIE
    5. NON CONOSCE ABBASTANZA LA PROPRIA MACCHINA FOTOGRAFICA

Naturalmente, mentre stilavo questi cinque punti, me ne venivano in mente almeno altri cinque…  vorrà dire che tornerò sull’argomento, sempre che la cosa sia di vostro interesse.

 

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La piccola dhaba di Kathmandu. Moglie e marito, mi piacevano entrambi, ma soltanto chiacchierando un po’ ho capito le gerarchie familiari e ho scelto di ritrarre il marito come soggetto principale, nel loro piccolo ristorante, ma non senza inserire la moglie, di spalle, intenta a cucinare. Mi pare un buono scatto.

Spesso il successo di un ritratto si nasconde nella nostra capacità di entrare in sintonia con il soggetto.

ROMPERE IL GHIACCIO
È l’imperativo: ci aiuta a mettere tutti a proprio agio, sia noi, sia il nostro soggetto.
È fondamentale, molto più rilevante di quanto non si possa pensare.
Scattare in una situazione distesa, rilassata, aiuta davvero molto.
Personalmente chiacchiero molto con i soggetti che ritraggo, parlo di cose diverse, ma soprattutto pongo domande, la butto molto volentieri sul ridere e vedo che funziona quasi sempre. Ovviamente ognuno di noi è diverso, sia da questa parte dell’obiettivo, sia dall’altra, non sforziamoci di essere quelli che non siamo e cerchiamo di non esagerare. Un conto è rompere il ghiaccio, un altro è… rompere!

FACCIAMO DOMANDE.
Fare domande aiuta a spostare l’attenzione di chi stiamo per ritrarre dall’obiettivo puntato alle risposte che ci sta per dare. È un buon metodo per stemperare l’imbarazzo – da entrambe le parti, se ce ne fosse bisogno, ma soprattuto è un ottimo modo per entrare nel mondo personale dei nostri soggetti.

Mostrare curiosità, non solo crea una certa sintonia (che aiuta), ma ci può anche aiutare a trovare soluzioni creative alternative.

A CACCIA DI DETTAGLI.
Trasformiamoci in cacciatori di dettagli.
Per prima cosa, i dettagli fisici. Ad esempio, un naso importante, una cicatrice, i calli sulle mani, le zampe di gallina attorno agli occhi, una pancia da bevitore. Cogliamone le particolarità e facciamole emergere.
Andiamo oltre, non fermiamoci ai dettagli fisici.
Impariamo a notare atteggiamenti e gesti, ci diranno molto della personalità dei nostri soggetti e ci suggeriranno il modo migliore per ritrarli.
Osserviamo con attenzione il nostro soggetto. Prestiamo attenzione al modo in cui sta in piedi, a come si siede, se muove le mani mentre parla…
La personalità traspare anche dalla scelta dell’abbigliamento, andiamo a caccia di accessori… un anello particolare, la montatura degli occhiali, un cappello, la sigaretta sempre accesa o un sigaro, un orologio da taschino…
Spesso alcuni accessori nascondo piccole grandi storie, non teniamoci il dubbio: poniamo domande e sfruttiamo le eventuali storie che le risposte ci offriranno.

rockombia

Guardate Keith Richards ritratto per il New York Times da Hedi Slimane.
Sguardo di sfida, rughe sul volto, giubbotto di pelle, camicia aperta sul petto, sigaretta tra le labbra e cappello sulle ventitré.
Un gran bel ritratto e tutto, in questo scatto, urla “rock ‘n’ roll”.
Questo significa cogliere la personalità e sottolinearla attraverso dettagli.

Non a tutti però è concesso di ritrarre un’icona del rock e non sempre la personalità dei nostri soggetti è così esplicita, ecco perché dobbiamo imparare a porre domande, a chiedere: scopriremo forse alcuni aspetti caratteriali meno evidenti, che potremmo sfruttare per ottenere ritratti più interessanti.

NON TRASFORMIAMO I NOSTRI SOGGETTI IN QUALCUN ALTRO.
Evitiamo di barricarci dietro ritratti che si reggono soltanto su sorrisi stucchevoli.
Ma come si può fare?
Facendo qualche domanda in più, entrando un po’ in confidenza e provando a conoscere un po’ del mondo e della vita dei nostri soggetti.

Facciamo domande e scopriremo inaspettati suggerimenti su come portare a casa ritratti più interessanti.
Le risposte dei nostri soggetti ci suggeriranno il mood del nostro ritratto, il tipo di luce da impiegare, a volte addirittura la posa, e spesso l’ambientazione.
Vi pare poco!?
E allora, impariamo a fare domande, ci torneranno utili le risposte.


 

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Ho atteso che i miei compagni di viaggio su questo locale verso Agra si abituassero alla mia presenza e alla presenza della mia macchina fotografica. Ho ridotto i beep al minimo e ho scattato quello che considero un buon ritratto rubato.

Quando si pensa alla fotografia di ritratto, siamo portati a pensare ad un soggetto che posa davanti al nostro obiettivo e a tutto il tempo del mondo per scattare.

Spesso è così, ma altrettanto spesso, invece, il ritratto può essere uno scatto rubato.

Attenzione, a parte il “fattore C”, che rende ritratti normali, foto davvero toccanti, rubare scatti significa molto spesso pianificare e altrettanto spesso saper attendere e prepararsi il campo.

Essere pronti!
Ancora una volta la parola chiave è preparazione.
Se pensiamo che una certa situazione si possa evolvere in un buono scatto, facciamo tutto quello che ci è permesso per studiarne le dinamiche e, possibilmente, anticipamole.
Ad esempio, un gruppetto di ragazzini tira fuori un pallone e prende a giocare per strada, molto bene, appostiamoci e cominciamo a studiarne le mosse, le espressioni, cerchiamo di capire chi potrebbe regalarci il ritratto rubato più interessante.

Rendersi invisibili!
La seconda caratteristica necessaria per riuscire a portare a casa ritratti naturali è quella di rendersi invisibili.
Impariamo a muoverci sul perimetro della scena senza attirare troppa attenzione, che si traduce con il minimo dell’attrezzatura necessaria in vista, beep altri suoni ridotti al minimo e movimenti leggeri.

Resistere all’ansia da scatto!
Che significa, in soldoni: imparare ad aspettare qualche manciata di istanti – a meno che non pensiamo che la scena sia davvero irripetibile.
Durante quei primi attimi, diamo modo al nostro soggetto – o ai nostri soggetti – di non fare più troppo caso a noi e alla nostra macchina fotografica e questo ci consentirà di cogliere espressioni più naturali.


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Per iniziare, chiedete ai soggetti di guardare in macchina: vi aiuterà. Poi, ogni tanto, provate anche a divagare un po’.

Spesso chi si avvicina alla fotografia di ritratto tende ad applicare la regola di “un solo soggetto per scatto” in modo fin troppo draconiano.
A volte la situazione ci indica che separare i soggetti tende ad impoverire lo scatto, ma quando farlo è soltanto la nostra sensibilità che potrà dircelo – già perché in realtà non esiste nessun comandamento scritto a tal proposito.

Personalmente mi affido alla mia sensibilità e al senso che voglio dare al mio scatto.
Quando però scattiamo più soggetti in una fotografia di ritratto, anche se posata, dobbiamo ricordarci che per ognuno di loro introduciamo una serie di variabili con le quali dovremo fare i conti al momento del click.
Nulla di trascendentale, naturalmente, ma dovremo porre più attenzione alla composizione, dovremo prestare maggior cura all’illuminazione e fare in modo che tutti i soggetti presenti ne beneficino al meglio, dovremo controllare – e ricontrollare – le pose, le espressioni, gli atteggiamenti. E se la cosa può risultare complicata con un solo soggetto…

Esistono scatti che IMPONGONO più soggetti, ad esempio quando il legame tra i soggetti è esplicito come nel caso di famigliari, soci o compagni di squadra o nel caso stessimo raccontando una qualche avventura (0 disavventura) vissuta dai soggetti.

Altre volte la ragione di un ricatto con più soggetti può venire suggerita dalla semplice relazione estetica – funziona molto bene la relazione degli opposti – ad es. un bianco e un nero, un bimbo e un anziano, un uomo e una donna, ecc.

Una cosa però va ricordata: UN BUON RITRATTO DI GRUPPO DEVE COMUNQUE SAPERE TRASMETTERE LE DIVERSE INDIVIDUALITA’ RITRATTE, se così non è, lo scatto non è pienamente riuscito.

Uno delle convinzioni più comuni, nei ritratti con più soggetti, è che tutti debbano guardare in macchina. Non è necessario. È necessario però che ognuno dei soggetti ritratti esprima la propria personalità, questo sì ed è decisamente molto più importante.

Quando abbiamo a che fare con più persone, dobbiamo usare un po’ di psicologia in più, tenendo presente che nel gruppo (ma anche nella semplice coppia) c’è sempre chi viene meglio e chi è meno abituato.
Cogliamo inoltre il linguaggio del corpo. I soggetti, anche se in posa, tenderanno ad interagire tra loro all’interno del perimetro del nostro formato e sarà nostro compito sfruttare al meglio l’opportunità, che aggiunge un livello di comunicazione.

Detto ciò, non fatevi intimorire e scattate. Scattate di più di quanto fareste di norma con un solo soggetto, provate inquadrature diverse e, se ne aveste la possibilità, cambiate le posizioni dei soggetti di scatto in scatto.

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Più soggetti interagiscono tra loro. Le pose che assumono e la relazione tra di loro carica lo scatto di significati. Cercate le interazioni.


 

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