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_BAL5012

Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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_BAL5012

Contributo scattato per il libro “SO SPECIAL” 1600 ISO – f2.8 1/60 – scattato a mano Il rumore è praticamene assente, nonostante le larghe porzioni di colore uniforme

 

Questo post è pensato per fotografi già un po’ esperti, ma non significa che non possiate leggerlo tutti…

Spesso ci troviamo in situazioni piuttosto estreme come ad esempio scattare con poca luce a mano libera… che si fa? si alzano gli ISO, ovvio! Ma ad ISO elevati, il cosiddetto rumore aumenta.

Esiste un modo per cavarcela e portare uno scatto che non sia fastidiosamente rumoroso?
Premetto che le case costruttrici hanno fatto passi da gigante nell’abbattimento del rumore e, senza andare su modelli professionali, ormai anche reflex di fascia media offrono prestazioni, in termine di rumore, davvero molto interessanti.
Ciò non toglie che, sopra una certa soglia, il rumore – quei pixel in più che fanno un fastidioso effetto nebbia digitale è un handicap.

Ecco cosa fare:

  • scegliete un obiettivo veloce, vi aiuterà a non eccedere con gli ISO
  • scegliete un obiettivo stabilizzato, anche questa caratteristica vi consentirà di mantenere gli ISO più bassi
  • cercate di comporre inquadrature PRIVILEGIANDO LE AREE RICCHE DI DETTAGLI

Ed è quest’ultimo trucco, che forse qualcuno non conosceva, che spesso ci aiuta a battere il rumore.

Il rumore risulta molto più visibile nelle aree di colore uniforme – ad esempio un cielo notturno o un muro grigio.
Nelle aree ricche di dettaglio molto spesso il rumore si confonde con le informazioni reali, fino a quasi scomparire.
Tecnicamente è una questione di frequenza. Il rumore ha una frequenza alta, le aree uniformi hanno una frequenza bassa, per cui la discrepanza tra le due frequenza rende il rumore più visibile. I dettagli hanno frequenze alte e questa similitudine rende meno evidente il rumore.
Ricordiamoci quando siamo in esterna notturna e stiamo scattando una scena con poca luce. Cerchiamo di imbottire un po’ la nostra inquadratura, usiamo la composizione in modo da limitare (quando è possibile) a piccole porzioni di scena i colori uniformi (cielo, muri, laghi, ecc.), ne beneficierà la qualità della nostra foto.

Ogni macchina ha la sua soglia
Non tutti i modelli di reflex si comportano in maniera identica quando di affronta l’annoso tema del rumore. Ci sono sensori che offrono prestazioni davvero da primato ed altri che invece, superato i 2000/3000 ISO cominciano a dare evidenti segni di resa.
Facciamo qualche prova e cerchiamo di capire qual’è il limite massimo del nostro sensore, limite oltre il quale il rumore si fa sentire in modo davvero fastidioso – le professionali ad esempio offro prestazioni sublimi anche a 20.000 ISO, mentre i modelli di media qualità, attorno agli 5000 cominciano a zoppicare.
E’ bene comunque sapere fino a dove possiamo spingerci, anche per non perderci scatti che sarebbero risultati comunque apprezzabili in termine di rumore.

 

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Outdoor-Photography

Ho deciso di dedicare questo post alla base della tecnica fotografica: l’esposizione.
Lo scorso weekend, durante un workshop dedicato alla street photography, ho notato, soprattutto nei partecipanti alle prime armi, un certo pallore sul volto ogni volta che usavo espressioni tipo esponiamo per le luci leggiamo l’esposizione sulle parti in ombra… quelle facce un po’ sorprese mi hanno spinto a prendere in considerazione il fatto di parlare di esposizione, partendo dall’inizio – del resto queto blog si chiama o non si chiama “Fotografia Facile”!?

Dunque,

L’esposizione è quanta luce colpisce il sensore e per quanto tempo. Detto con il massimo della semplicità, questo è il concetto da capire.

Per cui dobbiamo tenere a mente due concetti fondamentali – legati all’esposizione – QUANTA LUCE PER QUANTO TEMPO.
A questi due concetti ora aggiungiamone un terzo, che è relativo alla sensibilità del nostro sensore  e che impostiamo con gli ISO.

Per cui i parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • quantità di luce
  • tempo
  • sensibilità del sensore

Facciamo un passo in là, noi siamo in grado di controllare tutti e tre i parametri che influenzano l’esposizione.
Come?

Impostiamo la sensibilità del sensore in base alle condizioni nelle quali scattiamo, ad es. in una giornata di pieno sole potremo usare ISO bassi, mentre di sera o all’interno dovremo scegliere ISO più elevati. Ad ISO elevati corrisponde una maggiore sensibilità del senore.

Ciò detto, cerchiamo di mandare a memoria che: il DIAFRAMMA regola la quantità di luce, il TEMPO DI POSA regola il tempo, gli ISO regolano la sensibilità del sensore.

Vediamoli uno ad uno, per provare a capire meglio:

Il diaframma è un dispositivo lamellare  montato all’interno dell’obiettivo in grado di aprirsi e chiudersi a nostro piacere e in grado di regolare la quantità di luce che colpisce il sensore, una sorta di rubinetto per la luce.
Qunando premiamo il pulsante di scatto, la macchina apre l’otturatore (immaginiamo una porticina o una tenda)  e lascia che la luce colpisca il sensore – che stà dietro l’otturatore. Otturatore e sensore stanno entrambi sul corpo macchina.
La quantità di luce che andrà a colpire il sensore dipenderà dall’apertura del diaframma – dalla sua ampiezza fisica.
Il tempo per il quale l’otturatore permetterà alla luce di colpire il sensore, passando attraverso il diaframma, sarà regolato dal tempo di posa.

Quando impostiamo la macchina in automatico, la nostra reflex decide per noi quanto tempo deve stare aperto l’otturatore e comando il diaframma all’interno dell’obiettivo.

Quando scegliamo una modalità semiautomatica, possiamo impostare uno dei due parametri  – tempo o diaframma – e la macchina imposterà il secondo per ottenere un’esposizione corretta.

Se lavoriamo in manuale, tutte le due scelte dipenderanno da noi, e la macchina si limiterà a dirci se la coppia diaframma/tempo che abbiamo scelto è corretta o se la luce è troppo poco o troppa (per dirla in maniera molto, molto, molto semplice).

Vi consiglio di leggere anche questo post, sempre sulle basi dell’esposizione – il triangolo magico

 

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Moto che sfreccia. Movimento congelato con un tempo molto rapido

Moto che sfreccia. Movimento congelato con un tempo molto rapido

Torniamo a parlare di tempi di posa – se volete avere una panoramica su quanto detto già, cliccate qui.

Quando premiamo il pulsante per scattare, la nostra macchina apre la tendina dell’otturatore e lascia passare la luce, che impressiona il sensore. Il tempo per il quale il sensore è esposto alla luce si dice tempo di posa, che generalmente si misura in centesimi di secondo, ma che qualche volta, secondo le necessità possiamo allungare fino a svariati secondi.

Cosa cambia quando il tempo di posa?

Piccolo passo indietro: il tempo di posa influisce, con diaframma e sensibilità, sull’esposizione
Detto ciò, aggiungiamo anche il fatto che il tempo di posa influisce anche su come la macchina regitra i soggetti in movimento.

  • Per CONGELARE IL MOVIMENTO, scegliere un tempo di posa breve
  • Per DARE L’IMPRESSIONE DEL MOVIMENTO, scegliere un tempo di posa lungo.

Quanto rapido deve essere il tempo di posa per congelare il movimento di un dato soggetto?
Questa è una domanda che chi fotografa si pone spesso.
Dipende da molti fattori: la velocità del soggetto stesso, la direzione del movimento – più la direzione del movimento del soggetto è perpendicolare alla nostra inquadratura e più rapido deve essere il tempo di posa che scegliamo.
Ad esempio per fermare  una moto che sfreccia a 100 chilometri orari e ci passa di fronte, diciamo, da destra a sinistra, dovremo impiegare un tempo molto rapido (ad es. 1/250 o 1/500), se invece la stessa moto, procedendo alla stessa velocità, ci vieni incontro, possiamo tranquillamente usare un tempo più lungo – ricordiamoci di spostarci però!!!!

Per cui, questa potrebbe essere la regola:

  • MOVIMENTO PARALLELO : TEMPI BREVI
  • MOVIMENTO PERPENDICOLARE: TEMPI LUNGHI

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Una location perfetta, un’inquadratura interessante e un po’ di pazienza.

Quante volte, davanti a questi scatti, la nostra mascella è caduta e abbiamo emesso un “Oh!”, sospeso tra l’ammirato e l’invidioso?!

Un sacco.

Bene, è tempo di imparare a produrre questi tipi di scatti – e vedremo che tutto sommato non serve poi nemmeno tanta conoscenza tecnica.

Bisogna, piuttosto, impare  a guardare come guarda la nostra reflex.

Cosa ci serve

Una buona location è fondamentale. Facciamo un bel sopralluogo, magari la sera prima, e cerchiamo un luogo trafficato, ma con un’architettura interessante. Pensiamo a come comporre l’inquadratura, a come si svilupperano in strisce colorate quelle che ora sono auto in colonna, pensiamo alla velocità con cui le auto si spostano, al loro numero… tutto andrà ad influire sul risultato finale.

Ci serve un buon cavalletto! Senza cavalletto… stiamocene tranquillamente sul divano davanti alla tivù.
Uno scatto flessibile, anche se in realtà posssiamo sostituirlo con la modalità autoscatto.

Un po’ di pazienza.

Fuori ora!

Come si fa

Rechiamoci sul posto con una buona mezz’ora di anticipo.
L’ora giusta è verso la fine della cosiddetta bue hour  serale – 30 minutu circa dopo tramonto, con il cielo che da azzurro scuro va a nero.
Più il cielo è nero e più abbiamo contrasto con le luci del traffico, ma personalmento preferisco avere un cielo più chiaro, che permette di leggere chiaramente alcuni elementi dell’architettura circostante. 
Ci servono gli edifici illuminati e i lampioni devono essere gia accesi. Meglio avere qualche area della foto distinguibile.

Piazziamo la macchina sul cavalletto e aspettiamo.

Misuriamo la luce su tutta l’inquadratura. Possiamo tranquillamente scegliere di scattare in manuale o in priorità di tempo o di diaframma.
Dobbiamo scegliere un tempo di scatto lento – dipende dalla quantità di luce ambiente disponibile e dalla velocità con cui si muove il traffico.
Solitamente i tempi che forniscono i risultati migliori vanno dai 10″ ai 30″ – dipende appunto da quanto veloci sono le automobili.

La scelta del diaframma è molto soggettiva.
Gli obiettivi rispondono meglio se impiegati attorno ad f8 – il cosiddetto sweet spot, cioè dove la resa è migliore.
Per cui, se non ci sono particolari problemi, scegliamo f8 o f11 o f16.

Impostiamo gli ISO più bassi a disposizione, questo ci garantirà il minor rumore. Se la nostra macchina lo prevede, attiviamo anche il filtro per la riduzione del rumore sulle pose lunghe – qui dobbiamo controllare sul manuale in dotazione, quella cosa che nessuno di noi legge mai!

E poi… click! si scatta.

Scattiamo quattro o cinque scatti della stessa inquadratura, impiegando tempi diversi.

Risultato garantito.

Perché succede?

Il tempo di posa lungo costringe l’otturatore a rimanere aperto, il sensore registra tutto quello che entra nell’inquadratura per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto.
Chiaramente solo gli oggetti che sono immobili – o relativamente immobili – vengono registrati chiaramente, tutti gli altri, i soggetti in movimento, lasciano una sorta di immagine fantasma,  tanto più impalpabile quanto poco è il tempo che hanno impiegato ad entrare nella scena. In più il sensore viene impressionato dalle luci, per cui i soggetti meno luminosi lasciano una traccia più leggera. 
Ed ecco che le macchine spariscono, ma non i loro fari, che lasciano una chiara traccia del loro passaggio e del percorso che hanno fatto durante il tempo in cui il sensore è esposto e registra l’immagine.

QUAL’E’ LA COSA PIU’ DIFFICILE? Imparare a vedere come la macchina fotografica – ma è proprio quando possiamo dire di essere diventati fotografi.

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Ok, il titolo per intero sarebbe dovuto essere “Usiamo il flash incoporato senza scattare foto schifose”… credetemi, si può!

Da ragazzino avevo una Pentax MX , tutta manuale e il flash era un accessorio stravagante, da evitare come la peste.
Non riuscireste neppure immaginare cosa significasse decidere di usare un flash – e naturalmente non esisteva nessun flash incorporato di sorta.

Poi i tempi sono cambiati e per fortuna ho fatto pace con il flash (anzi diciamo che i flash portatili ultimamente sono diventati i migliori alleati della mia fotografia)… per molti però il flash resta un dispositivo ostico e difficile da usare…

SFATIAMO IL FALSO MITO CHE IL FLASH E’ DIFFICILE E FA BRUTTE FOTO!

Il piccolo flash incorporato alle nostre reflex non può fare grandi cose, ma può trarci d’impaccio qualche volta.

Il vero problema è che non possiamo disassare la luce del flash incorporato,  non possiamo cioè spostarlo un p’ a destra o un po’ a sinistra, un po’ sopra o un po’ sotto, rispetto all’asse obiettivo/soggetto. Questo non è bene ed è spesso fonte di ombre molto dure…. ecco un paio di dritte per cavarcela:

  • Rendiamo la luce del flash più morbida
    Non potremo smontare il flash dal corpo macchina, ma nessuno ci vieta di montare un piccolo diffusore o di costruircene uno con un foglio di carta bianco o semi-trasparente piegato sul flash e tenuto con dello scotch.
    In commetcio esistono diversi diffusori per flash incorporato (ad esempio prodotti dalla Luminquest), costano poco, si montano facilmente e rendono bene.
    Un diffusore – anche se auto-costruito – HA LA FUNZIONE DI AMMORBIDIRE LE OMBRE PROVOCATE DAL FLASH e già così le nostre foto saranno più gradevoli.

  • Usiamo tempi lunghi
    Impostiamo la nostra macchina sulla modalità SLOW SYNC – ormai tutte le reflex la supportano. Questa modalità ci permette di scattare con il flash incorpoato alzato anche con tempi relativamente lunghi, nell’ordine di 1/30, 1/15 o 1/8.
    Questo fa sì che il sensore, rimanendo aperto più a lungo del lampo del flash, registi anche la luce ambiente presente, le nostre foto risulteranno più gradevoli. Attenzione però, scattando a mano libera con tempi così lun ghi, corriamo il rischio che i nostri soggetti verranno un po’ mossi.
    Il colpo di flash (rapidissimo) congelerà parte del movimento, che però verrà registrato nel resto dell’esposizione.
    Se impareremo la tecnica, ci affezioneremo molto a questo tipo di immagini.

    Slow Sync – Tempo lungo e colpo di flash

     

  • Usiamo la compensazione del flash
    Tutte le reflex ci permettono ormai di variare la potenza del nostro flash incorporato agendo su un pulsantino di compensazione. Ad esempio torna molto utile scattare con il flash a potenza ridotta (-1 o -2) per dare brillantezza al soggetto in primo piano, senza bruciarlo.
  • Usiamo il flash nei controluce
    Sole alle spalle del nostro soggetto?! Su il flash e vedremo la differenza.

Insomma, il flash E’ NOSTRO AMICO! impariamo a conoscerlo nella sua versione base (quella incorporata) e poi passiamo a conoscerlo nella versione migliore, quella separata… ce ne innamoreremo, promesso

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Niente paura, non ci avventureremo in un vortice di tecnicismi astrusi, ma cercheremo di capire il funzionamento della nostra reflex.

Partiamo dal presupposto che la sola differenza tra una moderna reflex digitale ed una vecchia macchina fotografica è il supporto sul quale viene registrata la fotografia, nella fotografia digitale la pellicola è stata soppiantata da un sensore.
Qualche purista potrebbe dissentire, ma ai fini pratici, per chi si accosta alla fotografia a principiante, pensarla in questa maniera lo aiuterà a vincere gli scetticismi.

LA LUCE È IL MEZZO USATO PER “SCRIVERE”, sia che stiate fotografando in digitale, sia su pellicola.

Attraverso un obiettivo, la macchina fotografica indirizza la luce verso un piano focale, e in una reflex digitale, il piano focale corrisponde ad un sensore.

Ecco cosa succede quando scattate:

  • si apre l’0tturatore – una sorta di porta le cui tendine si alzano per far passare la luce verso il sensore
  • l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo di posa che avete impostato (voi o la macchina per voi)
  • il sensore  viene impressionato – proprio come avveniva per la cara vecchia pellicola – e converte la luce in impulsi elettrici
  • gli impulsi vengono amplificati ed inviati al convertitore analogico/digitale che li traduce in codice numerico
  • i numeri vengono passati al computer della macchina che li elabora e salva il risultato in forma di file sulla card

Ecco come ci arrivano i vostri JPG sulla card di memoria.
Siete sopravvissuti? Saltiamo a piè pari la teoria del colore e come un computer costruisce un’immagine utilizzando tre piani diversi e restiamo concentrati sulla pratica. Ora sapete a grandi linee quello che accade quando scattate.
Nei prossimi post parleremo di tempi di posa e di diaframmi, i cardini della tecnica fotografica.

Continuate a seguire Fotografia Facile.

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