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Ritratto low key di Anthony Hopkins - Helmut Newton

Ritratto low key di Anthony Hopkins – Helmut Newton

Visto il successo dello scorso post dedicato ad Helmut Newton, ho pensato di restare in zona e ho recuperato uno stralcio di un’intervista al maestro tedesco, che, in cinque punti, ci regala una lezione sulla fotografia di ritratto, adatta a  qualsiasi tipologia di fotografo, dal principiante, all’entusiasta.

1. Appunta le tue idee

“Investo molto tempo nella preparazione. Penso a lungo a ciò che voglio realizzare. Ho libri e piccoli quaderni, nei qualii scrivo tutto prima di una seduta fotografica, altrimenti dimenticherei le mie idee. Non godo di grande memoria.”

Quando posso faccio lo stesso. Mi preparo, anticipo mentalmente lo scatto che voglio realizzare, mi documento sul soggetto che dovrò ritrarre. Butto giù qualche appunto sull’atmosfera che voglio creare e sulla tecnica che penso di usare, penso al tipo di luce e a come le posizionerò.
Spesso poi, una volta al cospetto del mio soggetto, abbandono i miei appunti o magari li seguo solo in parte e lascio che sia il momento a guidarmi in modo definitivo. Ma so che l’aver preso appunti non è stato tempo buttato, anche quando non seguo nessuno degli appunti salvati.

2. Metti a suo agio il tuo soggetto

“Le persone comuni, davanti ad un obiettivo, non si comportano come le modelle: le modelle sono pagate per star lì. Un’attrice si sente fragile davanti l’obiettivo. Tutte le donne si sentono fragili, ma un’attrice più delle altre e lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, e hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simpatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela e metterla a sua agio.”

Se tralasciamo l’apertura sulle attrici – non credo che molti di noi avranno molte chances di fotografare un’attrice, il resto ci presenta una verità assoluta! Se teniamo al nostro soggetto, dobbiamo fare di tutto per ritrarlo al meglio e soprattutto liberarlo dall’ansia da macchina fotografica. Quasi sempre un buon ritratto è frutto della relazione che riusciamo a stabilire con il nostro soggetto, che va al di là dei parametri tecnici e della luce – nonostante, io credo, la luce sia il fattore chiave in qualsiasi ritratto.
Cercate di instaurare un rapporto cordiale con il vostro soggetto e lavorate affinché si senta a suo agio.
Ricordatevi che il vostro nervosismo si riflette sull’umore del soggetto.

3. Libera l’indole

“Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi mi faccio un giro e quando torno provo a cercare altre vie. Ma arrivo molto presto a un punto di saturazione, oltre il quale  tutto questo cercare mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.″

Spesso l’idea originale è quella giusta. E allora cominciamo col partire con quella, ma non fossilizziamoci, facciamo come Newton, cerchiamo alternative e mettiamole in pratica.
Ciò che conta, però, è percorrere ogni via creativa fino in fondo e non farsi prendere dalla fretta.
La fretta è una pessima compagna di lavoro durante una sessione fotografica.
Col tempo e con l’esperienza, impareremo ad essere più rapidi – che non significa affrettati.
Lasciamoci guidare dai nostri appunti, ma non diventiamone schiavi e lasciamo spazio all’indole creativa.
L’esperienza però mi ha insegnato che la creatività non può essere fine a se stessa. È necessario coglierla e metterla in pratica, altrimenti il rischio e diventare l’ennesima vittima di quella che chiamo creatività velenosa, fatta di fughe in avanti, troppe, e nessuna di loro portata a termine.
Altra cattiva compagna è l’adrenalina. L’adrenalina, nonostante possa innescare la creatività del momento, può rivelarsi fatale e può farci commettere errori a volte irrimediabili. Ho imparato che bisogna cercare un giusto equilibrio tra entusiasmo e razionalità, evitando fretta, voli pindarici e testardaggine.

4. Anche brutte foto, ma solo se funzionali al progetto

“Spesso cerco di fare delle ‘brutte foto’. Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, e anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta. Non penso mai al gioco grafico, o, se ci penso, è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.”

La fotografia è un’arte visiva, espressione delle nostra creatività, ma è anche tecnica e composizione.
Arte e creatività si esprimono a volte anche attraverso risultati che per gli altri possono sembrare errori, solo noi sappiamo quello che stiamo cercando di dire, anche attraverso un ritratto.
Non bisogna dimenticare però che le regole e la tecnica sono le infrastrutture sulle quali costruire la nostra arte fotografica.
Ernest Hemingway, pur non essendo un fotografo, ci lascia un monito incontrovertibile: “le regole sono fatte per essere infrante, ma solo dopo averle imparate”.

5. Non buttare via nulla

“Le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante – e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano.”

Anche in questo caso, ognuno di noi ha il suo modus operandi, di sicuro la buona abitudine di tenere tutto può tornare utile, soprattutto se torniamo a guardare a distanza di tempo quello che abbiamo scattato e magari, in prima battuta, scartato.
Tornare a guardare i vecchi scatti, a distanza di tempo, è  il modo migliore per  farsi un’idea precisa del percorso che abbiamo intrapreso, sia dal punto di vista creativo, sia dal punto di visto tecnico.
Personalmente mi è capitato poche volte di fare quello che descrive Helmut Newton e quasi sempre, anche a distanza di anni, ribadisco le mie scelte, anche se, tornare sugli scatti del passato, mi è molto utile e qualche volta mi suggerisce qualche scelta alternativa da affiancare a quelle che sono state le mie prime scelte.


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Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là della scelta del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Una delle doti di spicco di un buon fotografo è la sua capacità di vedere – contrapposta al verbo guardare.
Ma cosa significa vedere in questo caso?

Sicuramente significa riuscire a cogliere quello che per molti occhi passa inosservato, ma molto più anche saper guardare il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica. e cioè una rappresentazione a due dimensioni della realtà.
Imparare a vedere come la macchina fotografica è un esercizio fondamentale, se intendiamo diventare fotografi migliori.
Riducendo la realtà a tre dimensioni ad una rappresentazione bidimensionale ci accorgiamo che tutto si riduce a forme geometriche semplici e soprattutto a linee.

Se impariamo a vedere le linee che compongono e sorreggono la scena, impariamo a costruire scatti più interessanti e più potenti.

Chi segue i miei post sa quanto sono fissato con la composizione, che ritengo basilare per una buona fotografia. Lo scopo della composizione, nella fotografia e nelle arti visive in genere, è quello di guidare l’occhio di chi guarda attraverso la scena inquadrata – o dipinta. Uno degli strumenti di base della composizione, incredibilmente potente, è l’impiego delle linee di forza.

Spesso, durante alcuni esercizi nei miei workshop dedicati alla composizione, chiedo ai partecipanti di comporre le loro fotografie usando le linee ed ecco che scatta il qui pro quo e molti di loro si lanciano entusiasti a fotografare inferriate, tapparelline e attraversamenti pedonali, credendo, erroneamente, che “comporre impiegando le linee” significhi “fare foto di elementi lineari”.
No! No! No!

Impiegare le linee come elemento compositivo significa organizzare l’inquadratura in modo che l’occhio di chi guarda venga inequivocabilmente guidato attraverso la scena da linee precise verso il punto focale (elemento principale).

Chi ha iniziato da poco a fotografare può sentirsi un po’ spiazzato ed ecco che cerca immediatamente conforto nella realtà e cerca linee realmente esistenti, ma molto spesso le linee di forza sono linee immaginarie, che riusciamo a cogliere soltanto se impariamo vedere la scena reale come la sua rappresentazione bidimensionale – quello che io, nei miei workshop chiamo irriverentemente, “la schiacciatina” e cioè una versione schiacciata del mondo.
Nella schiacciatina le line di forza ci appariranno chiare, evidenti, quando spesso nel mondo reale, disturbati dalla terza dimensione, non è così.

Le linee di forza sono spesso delle illusioni ottiche, delle connessioni mentali, una sorta di trompe-l’oeil che compie la mente di chi compone e, di conseguenza, di chi guarderà successivamente,  ma non per questo sono meno  potenti di linee reali.
Nella nostra rappresentazione a due dimensioni della realtà (la scena inquadrata) qualsiasi elemento, o combinazione di più elementi, può tramutarsi in linee di forza, una strada che corre in prospettiva, una sequenza di paracarri, un colonnato, il profilo delle colline, le cabine in spiaggia… e così via.
Riconoscere le linee di forza richiede un po’ di esercizio, ma col tempo ci verrà naturale riconoscerle senza troppa fatica.

Ricordiamoci che linee di forza suggeriscono:

  • un senso di lettura all’inquadratura
  • il punto focale a chi guarda – e dunque la chiave del nostro scatto.

Le linee di forza possono essere rette, indifferentemente orizzontali, verticali o diagonali, continue o discontinue e curve.

L’impiego di linee orizzontali o verticali produce una composizione più statica e più riposante, mentre l’uso di linee di forza diagonali introduce immediatamente un elemento di tensione nella nostra composizione. Le curve hanno un effetto più ludico, portano in giro l’occhio di chi guarda, ma lo fanno con più dolcezza delle cugine diagonali.

Torniamo alla foto di apertura, il ragazzino di strada alla stazione della metro di Delhi.
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Sicuramente il soggetto contribuisce alla riuscita dello scatto: è difficile non restare agganciati a quello sguardo, esaltato dalla  scelta dell’angolo d’inquadratura.
Ma se analizziamo l’immagine scopriamo che, nonostante si tratti di un’istantanea che ho scattato mentre facevo la fila per il token della metropolitana, poggia su una composizione molto curata che sfrutta al massimo le linee di forza, in questo caso diagonali (diagonale = tensione).

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Le linee di forza suggeriscono un flusso di fruizione principale (!) che va dall’angolo basso destro verso l’alto dell’immagine, passando per il centro, dove incontra il punto focale: gli occhi del soggetto.

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Notiamo una serie di linee di forza diagonali (sinistra alto/destra basso) costituite dal gradino della colonna e dalla stessa posa assunta dal soggetto.

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Alla prima griglia di linee se ne sovrappone una seconda, perpendicolare alla prima, anch’essa diagonale (basso sinistra/alto destra).

Nessuna delle linee di forza di questo scatto è reale, ma si tratta di suggerimenti visivi. Più sono evidenti e più l’occhio è guidato. In questo caso, l’occhio di guarda, se non fosse catalizzato dallo sguardo del ragazzino, può contare su una doppia sovrastruttura compositiva inequivocabile che lo porta dritto al punto focale.

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Il soggetto, oltre a poggiare sulla sempre viva regola dei terzi, è incorniciato dentro un’area virtuale circoscritta dalle linee di forza.
Il risultato è uno scatto potente.
Ho volutamente scelto una candid, un’istantanea, per tagliare sul nascere i commenti del tipo “eh, ma non c’è sempre tempo di stare a comporre”. Blah, blah, blah… ok, ero a Delhi, ma la fila per il token non è durata più di qualche minuto… ok, avevo la macchina pronta e avevo visto il ragazzino… blah blah blah

Componete, gente, componete!

 

 

 

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Dzong tibetano

Dzong tibetano nella regione di Gyantze, Tibet

Comporre al limite, dove con limite intendo il limite dell’inquadratura.

Quasi sempre la regola dei terzi garantisce un risultato soddisfacente, ma, come spesso accade quando si ha a che fare con  regole, il rischio è quello di seguirle così pedissequamente, tanto da ingabbiare la propria  creatività in schemi fin troppo prevedibili.

C’è vita oltre i terzi

La regola dei terzi è forse la regola compositiva più conosciuta e più sfruttata. Uno strumento potente  e semplice al tempo stesso e quasi sempre cava le castagne dal fuoco.
Ma qualche volta può valer la pena si spingersi oltre i terzi, spostando il soggetto principale dalle tradizionali intersezioni e avvicinandolo ai bordi dell’inquadratura. Questo piccolo azzardo solitamente produce scatti molto più carichi di tensione. Ovviamente non tutti i soggetti si prestano a questo tipo di composizione, ma l’ultima parola spetta soltanto alla nostra sensibilità.

Qui ho deciso di sganciarmi dalla regola dei terzi in favore di una composizione più azzardata, spostando cioè il soggetto verso i bordi del frame. Il risultato è uno scatto meno convenzionale è decisamente carico di una maggiore tensione, data dall’evidente – e consapevole – squilibrio tra i due elementi presenti, la fortezza e il cielo.

Vediamo come sarebbe cambiato lo scatto, se mi fossi affidato ai terzi, Ecco un’elaborazione fatta in post con Photoshop, dove ho riposizionato la fortezza sui terzi, mantenendo le proporzioni del formato originale:

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Vediamo ora le due versioni una fianco all’altra:

confronto

Medesima scena, inquadrature simili, ma composizioni diverse e risultati diversi, dove la tensione dello scatto di sinistra (l’originale),  ottenuta attraverso un azzardo compositivo, non la si raggiunge nella versione di destra, composta seguendo con cura la regola dei terzi.

Ovviamente non tutte le scene si prestano a soluzioni di questo tipo.
Ho pensato che le nubi minacciose che andavano ammassandosi in cielo potessero essere un buon soggetto da contrapporre allo dzong in cima alla montagna. La fortezza dominava una piana desolata, vasta e deserta e  volevo suggerire tutte queste caratteristiche e tutte le sensazioni che mi dava quel luogo, ma al tempo stesso volevo sottolineare la forza della natura, la sua dominante presenza  e di come spesso la presenza dell’uomo risulti quasi marginale, in un luogo come il Tibet.
Cercavo tensione, spazi dilatati, disequilibrio. Dovevo calcare la mano e produrre uno scatto fortemente sbilanciato – ovvio che se il cielo fosse stato terso e sgombro di nubi, o banalmente grigio, forse non avrebbe funzionato.

Quando rompere le regole?

Non c’è una risposta. Possiamo provare e renderci poi conto successivamente se l’azzardo ha dato i suoi frutti o meno, la risposta è nella nostra sensibilità, nel nostro gusto e nel tipo di messaggio che intendiamo suggerire.
Teoricamente nessun soggetto è precluso dall’essere spostato ai margini, tolto dai terzi, ma ovviamente non tutti i soggetti si prestano al trasloco.

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Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

La composizione è uno dei migliori alleati dello story telling fotografico. Faremmo bene a ricordarcelo!

La prima decisione da prendere riguarda l’inquadratura. Inquadrare NON significa semplicemente puntare la nostra macchina sulla scena, SIGNIFICA, come riprendere la scena e soprattutto decidere cosa rimarrà nella nostra foto e cosa no – questo è il primo atto autorale/creativo e forse anche il più importante.

Decidere come inquadrare,  cosa va nell’inquadratura e cosa invece no, e dove posizionarlo sono le basi dalle quali partire per raccontare con efficacia la nostra storia fotografica. Siamo appena entrati  nel fantastico mondo della composizione, che è poi quello che differenzia chi (semplicemente) scatta da chi (invece) fotografa.

La composizione – cioè le regole attraverso le quali creiamo le relazioni visive tra gli elementi all’interno della nostra inquadratura  – aiuta chi guarda a focalizzare la sua attenzione su ciò che per noi ha importanza, dal punto di vista del racconto fotografico. Ad esempio, la composizione indica il soggetto principale, suggerisce relazioni tra gli elementi, i pesi narrativi, in modo esplicito e meno esplicito. Dobbiamo pensare alla composizione come ad una sorta di  grammatica dell’inquadratura.

C’è una frase che amo ripetere, non è mia, è di un fotografo canadese che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa a Kathmandu, David du Chemin: “ciò che non è nell’inquadratura non esiste”. Questo per me è molto più di un diktat, qualcosa forse più vicino ad un mantra. Con questo postulato bene in mente, cerco di capire come comporre al meglio perché la mia storia appaia evidente a chi non è lì con me in quel momento.

Personalmente credo che questo sia davvero il punto di partenza per ogni scatto: decidere cosa includere e cosa no nell’inquadratura ed essere consapevoli che quello che decidiamo di escludere scomparirà per sempre, come se non fosse mai esistito.

Per nostra sfortuna, però, è vero anche il contrario e cioè che tutto quello che includiamo nell’inquadratura assume un significato per chi guarda. Anche questa è una cosa da tenere a mente, per cui se includiamo un dettaglio, un dettaglio qualsiasi, quel dettaglio, per chi guarda, assume immediatamente importanza, anche se lo facciamo per errore o per superficialità.
Pensiamoci bene quando inquadriamo, perché non potremo dire a chi guarderà i nostri scatti “no guarda, quello non c’entra”…

Un piccolo esempio pratico sul dentro o fuori.

Ho usato una foto scattata mentre io e il mio amico Mauro Cout, guida alpina di Champoluc, siamo alle prese con il ghiacciaio del Felik, sul Monte Rosa.
La prima è lo scatto originale: una composizione semplice e il soggetto sui terzi. Sulla sinistra compare la cima del Felik, un dettaglio minimo, la cui presenza, però racconta la storia (grazie anche ad un deciso sbilanciamento verso sinistra):  una cordata protesa alla meta.
felik

La seconda foto è invece una versione appositamente ritoccata, dove, con Photoshop, ho eliminato la roccia del Felik.
Nonostante la composizione sia identica – stessa foto di partenza (!) – l’assenza del piccolo, quasi insignificante, sperone di roccia sul bordo sinistro racconta un’altra storia. In questa seconda versione, l’occhio di chi guarda, ha soltanto due riferimenti: l’alpinista e l’orizzonte, in questa versione non ci sono mete e sembra quasi che l’alpinista vada incontro all’ignoto, quasi inghiottito dal nulla della natura inospitale del ghiacciaio.

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Eppure la differenza tra le due versioni sta tutta in un piccolo dettaglio addirittura relegato ai margini dell’inquadratura – zona dove spesso dimentichiamo elementi del tutto estranei alla storia, ma presenti nell’inquadratura.

Spero che quest’esempio ci aiuti a comprendere l’importanza che  ricopre la scelta di ciò che decidiamo di includere o escludere dall’inquadratura, su quanto questa scelta vada considerata parte integrante del processo autorale e creativo, al pari della scelta del soggetto principale, e a quanta cura sarebbe bene le dedicassimo.

La composizione come guida.

Le regole della composizione ci devono aiutare a rendere intelligibile il messaggio che intendiamo trasmettere con i nostri scatti.
Lo storytelling fotografico passa inesorabilmente per le regole della composizione, esattamente come per lo scrittore è fondamentale la scelta dei verbi, che lo aiutano a  rendere il giusto ritmo narrativo.
Nello storytelling fotografico non è sufficiente trovare un buon soggetto. Un buon soggetto è un ottimo punto di partenza, ma sono poi l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, il linguaggio fotografico scelto che completano il processo. Occhio, sensibilità, linguaggio… e tutti passano per la composizione.

Comporre significa guidare l’occhio di chi guarda.

Abituiamoci a considerare l’atto di comporre – di disporre cioè gli elementi all’interno dell’inquadratura – come un momento imprescindibile del processo creativo che genera uno scatto fotografico.

Esploriamo le varie possibilità che la composizione ci offre. Cerchiamo quale composizione possa meglio raccontare la nostra storia. Terzi, simmetria, linee guida, curve, armonie di colori, colori a contrasto, forme… le regole sono molte, esploriamole, applichiamole, non fermiamoci a quelle più ovvie – sarebbe come per uno scrittore impiegare sempre gli stessi vocaboli.

Pensiamo all’uso della profondità di campo ad esempio (uno dei pochi strumento tecnico/compositivo propri della fotografia e non mutuati dalle arti visive del passato), pensiamo a come la capacità di mettere a fuoco in maniera selettiva questo o quell’elemento della nostra scena possa modificare, se non ribaltare, la storia che stiamo raccontando con la nostra macchina fotografica.

Non starò qui a dilungarmi oltre sulla composizione, troverete tutto e di più un po’ ovunque  – ad esempio potete partire dai vari post che ho pubblicato su “Fotografia Facile”, li trovate sotto la categoria “Composizione”.
Sperimentate con le varie possibilità, ma soprattutto, sul campo, prendetevi il tempo necessario per comporre con attenzione, molto spesso un buono scatto diventa memorabile grazie ad un’attenta composizione.

Gli strumenti compositivi.

Per i fanatici delle liste, ecco alcune regole di base per comporre:

  • La simmetria
  • La regola dei terzi
  • Le linee verticali, orizzontali, diagonali e curve
  • Le linee d’entrata
  • Le forme
  • La ripetizione degli elementi
  • Quinte, cornici e vignette
  • Più piani
  • Il colore

Comporre significa suggerire la storia

In questo scatto ho usato due regole di composizione contrastanti tra loro: la simmetria e i colori a contrasto.
La simmetria rigorosa suggerisce uno stallo ed esalta la posa statica del saddhu, gli occhi, posizionati esattamente al centro catalizzano l’attenzione di chi guarda. La forza dell’espressione del saddhu scardina una posa fin troppo accademica.
Ha scalzare lo stallo estetico introdotto dalla simmetria, ho usato una tecnica di composizione avanzata, che gioca con i colori.
In questo caso, con l’aiuto di un flash ho forzato un po’ la realtà. Ho impostato il bilanciamento del bianco su “incandescenza”, che introduce una decisa dominante fredda, cioè blu/azzurra. Ho poi gellato il flash con un filtro arancione (1/2 CTO). Il filtro ha colorato il colpo di flash con una dominante arancione e fin dove ha colpito il lampo, la dominante arancione ha pulito lo scatto della dominante blu. Un giochino un po’ complicato, che però ha saputo produrre due piani cromatici distinti: lo sfondo blu e il primo piano giallo/arancione, due colori contrastanti, e comporre con due colori contrastanti assicura uno scatto dinamico, carico di tensione, tensione che ha spezzato lo stallo della simmetria usata per la posa.

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Saddhu sui ghat di Varanasi. Luce mista (flash + ambiente)

Al di là dei tecnicismi, più o meno astrusi, questo era per dire che la composizione gioca un ruolo davvero importante nella creazione di una storia fotografica. Sull’argomento, fortunatamente, si trova davvero molto – io stesso ho dedicato numerosi post, che trovate sotto la categoria “Composizione”.
Documentiamoci, sul web, sui libri, osservando gli scatti dei grandi maestri della fotografia e sperimentiamo, cercando di far diventare l’atto di comporre un’automatismo del nostro approccio fotografico sul campo.

Proviamo a fare il grande salto, smettiamo di essere gente che scatta e basta e cominciamo a diventare gente che fotografa.

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Mi sono abbassato all’altezza del mio soggetto. Così facendo è come se usassi il punto di vista del soggetto ritratto e permette di rendere lo scatto più intimo.

Troppo spesso chi si è avvicinato alla fotografia da poco sottovaluta l’importanza del punto di vista. Troppo spesso i principianti si accontentano della soluzione più ovvia: in orizzontale, ad altezza occhi.
Pensateci, pensateci un attimo. Quante volte avete inquadrato e scattato senza prendere in considerazione una possibile inquadratura alternativa e vi siete accontentati di scattare la vostra foto inquadrando la scena ad altezza occhi.
Non sto dicendo che scattare ad altezza occhi sia la madre di tutti gli errori, ma di sicuro è la scelta spesso più banale, più ovvia.

E allora cerchiamo di fare di più, anche perché è molto più semplice di quanto possa sembrare e porta risultati decisamente molto più soddisfacenti.

Molto spesso scattare ad altezza occhi è frutto di pigrizia. E allora vinciamola questa pigrizia.

Quando i vostri soggetti sono bambini, fate uno sforzo in più: abbassatevi. Più di ogni cosa, si tratta di ricordarsi di farlo e niente più.
Abbassandovi creerete un punto di vista diverso. Si tratterà sempre di un un punto di visto ad altezza occhi, ma non saranno i  vostri occhi e questo conferirà ai vostri scatti un significato tutto nuovo.

Abbassandovi, ritraendo un soggetto basso, è come se portaste gli occhi di chi guarda esattamente ad altezza degli occhi di chi è ritratto.

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Dal basso.
Provate a fare uno sforzo in più, ora. Provate ad abbassarvi e ad inquadrare la scena del basso. I vostri scatti assumeranno subito un significato diverso, alternativo.
Non serve sdraiarsi a terra per ottenere buone fotografia, è sufficiente abbassarsi di una ventina di centimetri, di mezzo metro, e inclinare la macchina verso l’alto.
Il mondo, inquadrato così cambia radicalmente – anche quando il soggetto inquadrato è un volto.
Inquadrando dal basso, soprattutto con focali ridotte, andiamo ad enfatizzare quello che abbiamo sotto gli occhi e se ci spingiamo al limite, arriviamo addirittura ad ottenere l’esasperazione.
Ricordatevi: se ritraete un soggetto umano da sotto, gli conferirete immediatamente un ruolo di importanza maggiore.

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Quest’inquadratura dall’alto ha prodotto uno scatto molto interessante e non banale.

Dall’alto.
Come per ciò  he riguarda l’inquadratura dal basso, anche scegliere di scattare inquadrando dall’alto conferisce ai nostri scatti un tocco alternativo.
Non serve arrampicarsi oltre modo o salire chissà quale grattacielo, bastano poche decine di centimetri per creare scatti meno banali.
Dall’alto, la scena molto spesso perde i suoi connotati reali per assumere i toni del grafismo. Ricordatevi, più in alto salite e più terrete la l’inquadratura perpendicolare al terreno, e più realizzerete scatti molto grafici – il segreto sarà tutto nella vostra capacità di riconoscere le forme geometriche nelle quali si trasformeranno gli elementi presenti nella scena inquadrata.

 

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Saddhu a Man Mandir Ghat, Varanasi. Cercate l’intensità. Scegliete la luce giusta.

Ormai dovrebbe essere piuttosto ovvio: il ritratto è il tipo di fotografia che più mi rappresenta, assieme a quella di viaggio.
Mi rendo conto però che spesso, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo e ha ancora poca esperienza (e autostima), si trovi in difficoltà nel fotografare la gente.

Ecco allora 5 semplici trucchi, che mi arrivano da qualche anno di esperienza, e che potrebbero aiutarvi a trarvi d’impaccio con la fotografia di ritratto.

  1. CERCATE L’INTENSITA’
    Spesso il principiante pensa che un buon ritratto sia dato dalla bellezza del soggetto, lasciatemi dire che non è così. CERCATE L’INTENSITA’, non la bellezza. Cercate quel  certo scintillio negli occhi del vostro soggetto… cercate quel  certo profilo.
    Non siate timidi, approcciate persone che non conoscete, se pensate che abbiano l’intensità giusta, non diranno tutti di no.
  2. SIATE SELETTIVI
    Non scattate a caso. Mantenete l’0cchio sempre nel mirino, sempre pronto a cogliere l’espressione giusta o il gesto giusto. Non distraetevi e non scattate a raffica, cercate di allenarvi a cogliere l’istante. Una buona e molto meglio di cento mediocri.
  3.  SIATE ORIGINALI
    Se siete voi i primi ad essere stanchi dei vostri scatti, è ora di sperimentare. Sperimentare con inquadrature nuove, tagli nuovi, espressioni diverse.
    Un buon ritratto, un ritratto intenso, non è sempre  occhi in macchina e sorriso, un buon ritratto è molto di più che l’aritmetica tempo/diaframma applicata alla lettera.
  4. FREGATEVENE DELLA REALTA’
    Siete fotografi! La realtà non vi appartiene, non preoccupatevene dunque ora.
    Non preoccupatevi se il vostro ritratto non corrisponde al soggetto – a meno che il proposito non sia una fototessera! Quello che conta è il risultato finale, non da dove siete partiti. Provateci, otterrete ritratti più interessanti.
  5. CERCATE LA LUCE FATTA DI OMBRE
    E’ la luce che preferisco, quella che disegna la tridimensionalità. E’ una luce che esalta il contrasto. Usatela nei vostri ritratti. Cercate un’ispirazione? Guardatevi Caravaggio. Non lasciatevi affascinare dalla luce facile, dalla luce piatta, solo perché è più rapido fare i calcoli, solo perché è più semplice portare a casa l0 scatto.
    Andate oltre.

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Un incrocio trafficato, le luci del crepuscolo, un (abbozzo) di skyline… et voilà, la magia!

Una dei piccoli miracoli della fotografia è quello di regalare “effetti speciali prêt-à-porter”, soprattutto se scattiamo in condizioni di luce tenue.
E, dopo le stelle del post precedente, ecco uno tra gli effetti speciali più inseguiti e meglio apprezzati: le strisce colorate delle auto in movimento.

Preparatevi a farlo anche voi!
È semplice e, con un pizzico di buona volontà, aiutata dalla fortuna, otterrete un discreto successo.

COME SI REALIZZANO LE “STRISCE COLORATE”
Il segreto è tutto nel modo in cui la nostra macchina fotografica rende gli oggetti in movimento se scattiamo con tempi di posa lunghi.
Impostando un tempo sufficientemente lungo (tutto è relativo alla velocità con la quali i soggetti si muovono), gli elementi in movimento vengono registrati con un effetto molto suggestivo, detto anche ghosting: l’oggetto impressiona il sensore per tutto il tempo che l’otturatore rimane aperto, dando vita ad un’immagine vagamente eterea e mossa.
È dunque fondamentale impostare un tempo lento, ma attenzione, fate un po’ di prove, perché un tempo troppo lento farebbe addirittura scomparire il soggetto.
Ad esempio, se impostate un tempo di 1 minuto e il soggetto attraversa la scena per meno di 3/4 secondi, difficilmente resterà traccia del suo passaggio (!) – questa è un’ottima tecnica per sfoltire la gente che passeggia davanti a monumenti o edifici.

Una fonte luminosa che si muove, se fotografata con un tempo lento, produce una scia.
Ecco, segreto svelato!

COSA SERVE PER REALIZZARE LE “STRISCE COLORATE”

  • Una strada trafficata di sera
  • La vostra reflex
  • Un cavalletto
  • Uno scatto remoto o un intervallometro
  • Un po’ di pazienza e un po’ di tempo da investire

DUE MODI, UN RISULTATO.
Ci sono fondamentalmente due modi per ottenere il risultato della foto d’apertura: uno scatto unico, sequenza di scatti (montati successivamente).
Innanzitutto, sgombriamo il campo da qualsiasi possibile dubbio: entrambi i metodi sono buoni. Quale scegliere, allora? Andiamo con calma…

Entrambi i metodi sfruttano i tempi di posa lunghi, per cui è necessario che ci si munisca di cavalletto.
Prima di passare in rassegna i pro e i contro di ciascuno dei due metodi, sistemiamo la macchina sul cavalletto, componiamo l’inquadratura con estrema cura, escludiamo l’autofocus, escludiamo qualsiasi tipo di sistema per la riduzione delle vibrazioni (in questo caso, con macchina su cavalletto, non farebbe che consumare batteria inutilmente, anzi potrebbe addirittura introdurre delle vibrazioni dovute ai suoi motorini, ma soprattutto,  impostiamo la nostra reflex in manuale (M) – aiuto! Già vi vedo strabuzzare gli occhi… tranquilli, non è una pistola puntata alla tempia!

Bene, partiamo dal metodo Scatto Unico e analizziamone pro e contro.

SCATTO UNICO

  • PRO
    • basta un semplice scatto remoto – addirittura l’autoscatto della stessa macchina, se il tempo scelto è al massimo di 30″;
    • non è necessario possedere  applicazioni da usare successivamente per montare gli scatti;
    • il risultato finale è immediatamente visibile e giudicabile.
  • CONTRO
    • per ottenere un effetto pieno potrebbe essere necessario scattare con tempi anche superiori a 5 minuti e questo è possibile soltanto impostando la macchina in “bulb”;
    • per esposizioni lunghe (5/10 minuti) il sensore potrebbe aggiungere del rumore digitale, soprattutto nei modelli di reflex di fascia medio/bassa;
    • il calcolo dell’esposizione è piuttosto difficile – e sbagliarlo potrebbe costare l’attimo – fino a 30″ vi aiuta l’esposimetro incorporato, poi dovremo affidarci alla nostra capacità di calcolare gli stop che ci separano dal tempo di posa scelto e quindi impostare la corretta coppia tempo/diaframma (ad esempio, se la nostra macchina ci suggerisce che con 30″ il diaframma corretto è f.8, con 1′ sarà f.11, con 2′ f.16, con 4′ f.22 e così via…);
    • serve un briciolo di familiarità con il tempo bulli (l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che teniamo premuto il pulsante);
    • serve un cronometro per calcolare il tempo esatto.

    Passiamo ora alla Sequenza di Scatti

    SEQUENZA DI SCATTI

    • PRO
      • calcolare l’esposizione è relativamente più semplice, rispetto al metodo precedente,  perché non è necessario lavorare con tempi superiori ai 30″ e l’esposimetro della nostra macchina ci viene in aiuto;
      • possiamo riempire di strisce colorate la scena a piacimento: basterà aumentare il numero di scatti da fare in sequenza;
      • siccome il tempo di posa di ogni scatto non sarà mai molto lungo, anche con modelli di reflex meno sofisticati, otterremo scatti quasi privi di rumore;
    • CONTRO
      • è necessario munirsi di un intervallometro – uno scatto remoto un poco più sofisticato, in grado di far scattare la macchina per N volte, con un ritardo stabilito tra uno scatto e il successivo (non disperate, Phottix e Neewer producono intervallometri di tutti i generi, per tutte le marche di reflex e con costi che vanno da un minimo di 19 euro (!) ad massimo di un centinaio di euro – per i modelli superfighi wireless);
      • è necessario importare la sequenza di scatti in un programma che li trasformi in uno scatto solo (ad es. StarStaX).

    Come abbiamo visto, entrambi i metodi sono relativamente semplici.

    Qualche trucco per  lo “scatto unico”:

    •  attiviamo la riduzione del rumore per le pose lunghe;
    • copriamo il mirino con l’apposito coperchietto in plastica
    • nel caso di un’esposizione davvero lunga, impostiamo attraverso il menù della macchina, la possibilità di bloccare lo specchio durante lo scatto (controlliamo se la funzione è disponibile per il nostro modello: solitamente si chiama “Mirror Up”);
    • togliamo gli automatismi (autofocus, riduzione vibrazioni, bracketing vari, ecc.);
    • impostiamo la macchina in manuale;
    • se il tempo di posa supera i 30″, impostiamo il tempo bulb;
    • in bulb, ci serve  un cronometro o un timer per calcolare la corretta durata della posa;
    • in bulli, utilizziamo la funzione Lock (blocco) dello scatto remoto, di solito è una piccola leva posta o sopra o di fianco al pulsante di scatto. Nei piccoli scatti remoti wireless, con la macchina in bulb, un primo click apre l’otturatore, che si chiuderà soltanto con il successivo click.

    Qualche trucco per “la sequenza”:

    • disattiviamo ASSOLUTAMENTE la riduzione del rumore sulle pose lunghe o altrimenti l’intervallometro non riuscirà a pilotare correttamente la macchina,
    • usiamo l’accortezza di memorizzare le varie sequenze in cartelle diverse, risulterà più agevole montarle successivamente;
    • possiamo impostare il tempo di posa direttamente dall’intervallometro, ma questo comporterà che la macchina sia impostata su bulb;
    • possiamo impostare il tempo in macchina e impostare il ritardo tra uno scatto e l’altro con l’intervallometro  – leggiamo con attenzione le istruzioni dell’intervallometro, funzionano più o meno tutti allo stesso modo, solo che alcuni interpretano il ritardo tra uno scatto e l’altro in maniera assoluta, mentre altri lo sommano al tempo di esposizione impostato in macchina e questo potrebbe complicare un po’ le cose, in questo caso per ottenere uno scatto ogni 2″ con un tempo di 20″, dovremo impostare un ritardo di 22″ (2+20);
    • impostiamo la macchina in scatto continuo (soprattutto se i tempi di posa sono piuttosto brevi e il ritardo tra uno scatto e l’altro minimo);
    • impostiamo ritardi di 1″ 1,5″ al massimo.

    Personalmente preferisco scattare una sequenza e poi montarla successivamente: mi dà più flessibilità nel riempire la scena con più scie e arrivare all’esposizione voluta è un gioco da ragazzi.
    Fondamentale, nelle foto notturne di scie luminose è la composizione. Dedichiamoci molta cura. A poco serviranno mirabolanti scie colorate, se la nostra scena sarà composta malamente!

    Per i malati dei dati di scatto, la foto d’apertura è il risultato di una sequenza da 20 scatti, ognuno dei quali impostato a ISO 100, 25″, f.11 (in realtà ho anche montato un filtro ND variabile e ho ridotto la luminosità della scena di 8 stop, perché temevo che se avessi aspettato l’ora giusta per ottenere quel cielo, cioè circa le 21, l’incrocio sarebbe risultato ormai sgombro dal traffico serale).

    E ora fuori, la notte è lunga, ma non infinita.


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