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Oltre la sabbia, c’è di più

 

“Il Marocco!? Uff, è tutto uguale. Solo sabbia e rocce!”

È questo,  quello che si è superficialmente portati a credere, se non ci si è mai stati in Marocco.
Ed è quello che ho fatto anch’io prima di metterci piede la prima volta. Nonostante partissi con molte aspettative, come sempre, mi ero come consegnato ad un pregiudizio, infondato ed immediatamente sfatato.
L’equazione mi pareva esplicita: Marocco uguale deserto, Marocco uguale Sahara, Marocco uguale caldo asfissiante.

Mi è bastato lasciare Marrakech e prendere la strada che attraversa le montagne del Grande Atlante per rendermi conto di quanto superficiale e banale era stata la mia supposizione e quanto invece il Marocco offrisse una varietà di panorami inaspettata.

Era metà marzo e la campagna appena fuori Marrakech mi ha salutato con campi coltivati, ulivi e colline erbose.
Quando poi la strada che mi avrebbe portato a Ouarzazate ha cominciato ad affrontare le prime salite e i primi tornanti, ecco che mi sono ritrovato in valli coperte di boschi e solcate da ruscelli. Soltanto qualche ora più tardi, puntando verso sud est, a perdita d’occhio, boschi di conifere. Tutt’attorno pini, abeti e larici, e valli strette. Sognavo!? Era il Marrocco o la Valle d’Aosta!? Era il Marocco. Marrakech, i suoi souk, la medina, la kasbah e le case nei toni dell’ocra sembravano lontanissime,  quasi  poco più di un ricordo, eppure Mustapha aveva guidato per  meno di 150 chilometri.

Il cielo era terso, di un azzurro intenso e quasi fastidioso da quanto fosse sgombro di nubi.
In lontananza, mentre salivamo lungo la strada che tagliava la catena montuosa del Grande Atlante, verso Ouarzazate, si stagliavano le cime più alte. Innevate! Sì, non credevo ai miei occhi! Quella era neve! E quelle cime non erano neppure così lontane. E quando sono sceso per una breve sosta, non potevo credere che mi stessi infilando una felpa.
Ma non doveva essere Marocco uguale caldo torrido!?

Poi la strada ha preso a scendere, si è fatta meno tortuosa, abbiamo scollinato, attraversando un paesaggio brullo, tipicamente alpino,  di quando si flotta attorno alla linea degli alberi (i nostri 2000 metri sul livello del mare, per intenderci).
Scendendo, ci siamo in un’ampia vallata, costeggiata da prati del colore dello smeraldo – tanto che mi sono detto se l’ente del turismo nazionale non avesse  fregato quella tinta all’Irlanda, perché non mi pareva plausibile lo scenario che mi srotolava davanti agli occhi, anche se dopo decine e decine chilometri ho dovuto cedere e convincermene. Anche quello era Marocco! Soprattutto quello era Marocco!

Via via i prati irlandesi hanno lasciato il posto ad un interminabile e stupendo canyon lunare. Mese e torri di roccia ci hanno accompagnato per chilometri, mentre puntavamo al deserto, al Sahara. Guardavo fuori dal finestrino e mi domandavo che fine avessero fatto i campi verde smeraldo e come avevo fatto ad accorgermi quasi che il van era trasmigrato in Arizona! No, nessuna Arizona, soltanto la valle del Dràa, appunto, Marocco! Ed era soltanto il primo giorno!

Le sorprese non sembravano avere fine.

Organizzare un photo tour in Marocco è un’esperienza incredibilmente piacevole, che lascia ricordi indelebili, proprio perché il Marocco è capace di sorprenderci con la sua varietà di scenari.
Oasi e colline dolci. Montagne impervie si contrappongono a valli aperte. E poi, aspri canyon e gole fresate dal vento, che sa essere anche gelido. Un continuo alternarsi.
Valli di rose, valli di datteri, valli di ulivi e di alberi di argan. Gli scenari si sostituiscono più rapidamente di quanto possiamo immaginare. Ci assopiamo qualche decina di minuti, ci lasciamo rapire lo sguardo per qualche mezz’ora, ed ecco che fuori, oltre il finestrino il Marocco già si trasforma.

E poi il deserto.
Parlare del deserto, raccontare il Sahara, è quasi banale, quasi scontato – anche se il Sahara mette davvero d’accordo tutti.
Ma non è possibile non  parlare del Sahara, se si va in Marocco. Perché il Sahara è un’emozione de facto.

E tornandoci, tornandoci con compagni di viaggio diversi ogni volta, ho capito che il Sahara, per ognuno di noi, è qualcosa di diverso, di molto personale.

Per me il Sahara è il cielo trapuntato di milioni di stelle.  È un orlo di dune scure nella notte, mentre al caldo, nei nostri cento grammi, smanettiamo con gli scatti remoti e cerchiamo di rendere in pixel l’immensità della natura. È rendersi conto di quanta superbia  caratterizzi noi fotografi, che pensiamo di riuscire a rendere il grande disegno a qualcosa che stia dentro un perimetro 24×36.
Per me il Sahara è il profumo della legna che arde nel falò al centro del campo tendato, il beccheggio del dromedario che senza fretta mi porta tra le dune, il sapore del cous cous, che sarà anche uguale a qualsiasi altro cous cous marocchino, ma lì, nel deserto, ha un gusto tutto suo. Per me il Sahara è quell’arancio, che è solo delle dune. Per me il Sahara è il secondo movimento del Quintetto in la maggiore K581 di Mozart, il “larghetto”.
Per me il Sahara è qualcosa che ancora non riesco a spiegare a qualcun altro.

Ma il bello è che il Marocco non è soltanto il Sahara.

Il Marocco è anche Essaouira, la sua kasbah fortificata sull’atlantico, i suoi pescatori e il loro pescato, che regala gioia alla gola e all’anima, da consumarsi rigorosamente svaccati all’ombra di una chiglia, nel porto, affumicati dalle griglie, bevendo acqua minerale e immaginare che sia vino bianco.

Il Marocco è la confusione dei souk di Marrakech.
È il girone dantesco di Jama El Fnaa, la sera, dove, per un centinaio di dirham o poco più, si mangia tutti assieme, all’aperto. Italiani accanto a spagnoli, a marocchini, a tedeschi,  accanto ad americani. Cristiani accanto ad ebrei, a musulmani, ad atei. Tutti lì, a spartire pane poco lievitato e harira.
Il Marocco è il profumo dell’ambra, originale o contraffatta per qualche turista meno attento. È l’aroma del tè alla menta, una menta il cui profumo va alla testa. È il profumo delle arance, della mirra e del muschio bianco.
Il Marocco è il rosa delle kasbah, il blu del Majorelles, il bianco della Medersa, l’arcobaleno dei souk.

Il Marocco è altro ancora…  molto altro ancora e, se solo cominciassi a parlare dei  volti e dei sorrisi  che si incontrano in Marocco, degli sguardi… beh

“Ok, ma non hai parlato di fotografia! Hai parlato di tutt’altro, ma non di fotografia!”
Già vi sento. Avete ragione.
Vi faccio una domanda, allora.
Ma secondo voi, un Paese come questo, che ho maldestramente riassunto… secondo voi,  un Paese così quali occasioni fotografiche uniche potrà mai regalarvi!?
Qualsiasi cosa vi rispondiate, preparatevi a farvi sorprendere.


Io in Marocco, a fotografare – ma anche a mangiare agnello e prughe, a bere tè, a comprare nei bric-a-brac, a…, a…, a… – ci torno a marzo. Ci vuoi venire anche tu? Non è difficile, clicca qui, non è difficile.


 

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Abbiamo soltanto pochi giorni a disposizione e vogliamo tornare a casa con un buon numero di scatti di cui andare fieri?
Siena e i suoi dintorni sono perfetti.

Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia.
Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole: colline dal profilo dolce si alternano a piane, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la campagna.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Prepariamoci a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farci gettare la spugna, ma deve invece spronarci a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano appunto all’interno del centro storico, in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città, con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Come non può mancare all’appello il Duomo, a pochi passi dalla piazza, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale, ma sempre così interessante dal punto di vista fotografico.
Girovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Oltre Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola, ad una ventina di chilometri da Siena, famosa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paesaggio.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

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A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paesi della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arriviamo da Monteriggioni,  prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, ci troveremo nel cuore più tipico della Toscana, immersi in panorami dolcissimi e mozzafiato al tempo stesso.

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Volterra
 è un’altra meta interessante.
Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.

Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

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Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lascare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può predere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.

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I colori del tramonto in Kerala

Ma quante Indie esistono!?
Questa sì che è una domanda alla quale non riesco a rispondere e più ci torno in India e più ne trovo.
In questo post vi propongo un photo tour possibile: il Kerala, nella estremità meridionale del sub continente.

Il Kerala offre un ottimo punto di partenza per chi si affaccia per la prima volta alla realtà indiana e teme che lo shock possa essere difficile da sopportare.
Il Kerala, rispetto a zone più settentrionali dell’India, è decisamente meno caotico, più pulito e più alla portata del viaggiatore inesperto.

È possibile raggiungere il Kerala abbastanza comodamente, sia dall’Italia, sia dalle principali città indiane, volando sull’aeroporto internazionale di Trivandrum.
Il mio consiglio è di ritirare i bagagli e salutare la capitale del Kerala, per prendere alloggio nella vicina Kovalam.

Kovalam è una piccola cittadina che si affaccia sull’Oceano Indiano e al fotografo offre qualche soluzione più interessante che non Trivandrum.
Due giorni possono bastare, suddividendoli tra le spiagge dai sapori maldiviani e il porto dei pescatori di Vizhinjam Port.
Il piccolo porto offre moltissimi spunti, dalle tradizionali e coloratissime  barche da pesca, ai volti segnati da sole e salsedine dei pescatori.
Un tramonto è obbligatorio dedicarlo al faro di Vizhinjam Beach, poco più a nord del porto.

Lasciata Kovalam, dopo circa tre ore di macchina verso nord, si raggiunge Allepey, dove consiglio a tutti di prenotare una notte su una delle tantissime boat house che navigano le backwaters della zona.
Alloggiare su questi piccoli hotel galleggianti è un’esperienza deliziosa ed offre notevoli spunti fotografici, soprattutto dalle parti dell’alba, con i campi di riso sotto il livello del mare che confinano con palme e vegetazione equatoriale.

Dopo Allepey è la volta di Kumarakom.
Consiglio di passare almeno un paio di giorni a Kumarakom, da dividere tra il Bird Sanctuary,  che va percorso rigorosamente in barca, e i villaggi attorno a Kottayam.

Lasciamo la zona delle backwaters per spingerci verso l’interno dello stato, verso le montagne e le piantagioni di tè, al confine con il Tamil Nadu.
Il paesaggio cambia via via che la macchina macina i chilometri e le palme e la vegetazione equatoriale lasciano rapidamente il posto ad eucalipti, tek, bambù e a piante di cardamomo – è incredibile quanto sia vasta l’area coperta da questo tipo di pianta.
Puntando a ovest, verso Thekkady, entriamo nel Parco Nazionale del Periyar, un vero e proprio paradiso per ciò che riguarda flora e fauna.
Thekkady, in sé, offre poco, ma è situata in una posizione molto comoda per chi si voglia addentrare nel Periyar, con la speranza di incontrare – e fotografare – la regina della foresta indiana: sua maestà la tigre.
Incappare in una tigre non è cosa così comune, molto più facile, invece, è riuscire  a fotografare bufali d’acqua, elefanti, renne, cinghiali, martin pescatori, aquile e chi più ne ha, più ne metta.
Attenzione! Non aspettatevi nulla di oltre modo avventuroso, ma di sicuro, un trekking nel parco del Periyar o una risalita in barca, valgono la pena – soprattutto se avrete modo di essere lì all’alba, che assume un fascino decisamente unico.
La piccola Thekkady alla sera offre invece un interessante spettacolo di arti marziali; il kalary payat.
Più che di un combattimento nel vero senso del termine, si tratta di un’esibizione di circa novanta minuti, ma, credetemi, le emozioni sono assicurate e anche le foto.

Le piantagioni di tè in montagna

Lasciata Thekkadi, è la volta di Munnar.
Soltanto raggiungerla vale la pena. Il trasferimento, di appena una novantina di chilometri,  richiede però almeno tre ore abbondanti, ma è uno spettacolo per sé.
Ci si arrampica sui tornanti tra il Kerala e il Tamil Nadu, attraverso le dorsali ricoperte  dalle piantagioni di tè di montagna, che si alternano alle foreste di cardamomo e eucalipto.
Lo spettacolo che offrono le piantagioni di tè è unico – da fotografare all’alba e al tramonto, per coglierlo al suo meglio.
E nel resto della giornata, ecco invece che vanno in scena le donne che lavorano nelle piantagioni, con i loro volti e i loro gesti, sempre uguali nel tempo.

Le reti da pesca cinesi a Cochi

Ultima tappa Cochin.
Quattro  ore di macchina separano Munnar da Cochin – consiglio di spezzare il trasferimento da Munnar, fermandosi per la notte lungo la strada, magari a Muvattupuzha, una volta affrontato e lasciato alle spalle  il tratto di strada di montagna, tortuoso all’inverosimile.
Anche in questo caso però, il trasferimento offre moltissimi spunti fotografici: le colline, i piccoli villaggi, la vegetazione imponente,  numerose cascate.

Cochin offre sistemazioni per tutte le tasche e Varrebbe la pena passarci almeno due o tre giorni, anche se inizialmente si può pensare che offra poco. Non è così.
Come prima cosa, vale la pena farsi un giro in barca sul lago, che, nonostante s’insinui nella città, offre scorci davvero singolari, oltre ad un’inaspettata fauna maestosa, tra aquile, cormorani, martin pescatori e molto altro ancora.
La seconda meta obbligatoria è Fort Cochi.
Fort Cochi, fondata nei primi anni del ‘500 dai portoghesi sulle terre concesse loro dal re di Cochi, rappresenta l’eredità del primo periodo coloniale – il periodo portoghese, appunto, e si offre all’obiettivo coloratissima e dinamica.
Quasi per magia, ci si ritrova in un dedalo di stradine relativamente sgombre dal traffico cittadino, sulle quasi si affacciano edifici coloniali e chiese cattoliche. A Fort Cochi è obbligatorio una puntata al mercato delle spezie e alla lavanderia pubblica – dhobi khana – che si trova sulla Cemetery Lavanderia Road.
La dhobi khana  è una vera e propria chicca, una carezza per il fotografo, un piccolo mondo antico, tutto da catturare, fatto di personaggi unici e di edifici che sembrano uscire da un romanzo di Emilio Salgari.
Lasciata la dhobi khana, vale la pena fare un salto sul lungomare, partendo da Vasco de Gama Square, e dare un occhio alle reti da pesca cinesi e ai numerosi baracchini che vendono il pesce appena pescato alle loro spalle. Lo spettacolo delle Chinese fishnet regala il suo meglio al tramonto. 
Il secondo giorno lo si può invece dedicare alla zona del Quartiere Ebreo (Jew Town), con le sue gallerie d’arte e i suoi negozietti tipici – attenzione che, in alcuni di questi, l’affare è davvero  a portata di mano.
Non si può lasciare Cochin senza aver assistito alla tradizionale danza del Kerala: il khatakali.
In città ci sono quattro o cinque teatri che propongono lo spettacolo, alcuni molto intimi, altri più turistici.
In quelli turistici, solitamente, va in scena una versione tagliata dello spettacolo, mentre nei teatri più piccoli è addirittura possibile assistere al trucco dei ballerini.
Io l’ho vista in una di questi piccoli teatri e consiglio l’esperienza, nonnostante, tra trucco, spiegazione e danza, lo spettacolo duri quasi tre ore, ma, datemi credito, le opportunità per portarsi a casa scatti memorabili è troppo ghiotta.

Quando andare in Kerala?
Praticamente sempre, tolte magari le settimane che vanno da giugno ai primi di agosto, dove il monsone è particolarmente impegnativo. Per il resto il Kerala offre una vantaggiosa occasione di avvicinarsi alla magia dell’India, in modo poco traumatico,


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Siena1

Stavo pensando a cosa consigliare per chi volesse imbarcarsi in un breve viaggio fotografico fai da te la prossima primavera ed ecco che la lampadina si è accesa sull’ovvio, ma non per questo poco bello: SIENA e DINTORNI.

Come non pensare alla zona circostante Siena? Non si può.
Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia. Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole d’Italia. Colline dal profilo dolce si alternano a piane che rubano la corsa all’orizzonte, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la zona.. insomma, un piccolo concentrato di paradiso fotografico.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Preparatevi a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farvi gettare la spugna, ma deve invece spronarvi a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano all’interno del centro storico in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Neppure il Duomo, a pochi passi dalla piazza, può mancare, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale.
GIrovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Fuori Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola ad una ventina di chilometri da Siena, famossa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paese.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

borgo-di-monteriggioni
A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paese della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arrivate da Monteriggioni, vi consiglio di farlo prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, vi troverete nel cuore tipico della Toscana, con a disposizione un panorama mozzafiato.

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Volterra è un’altra meta interessante. Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.
Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

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Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lasciare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può prendere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.


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