Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Walter Meregalli. Fotografia’

Si fotografa assieme

“Ma non ci sono lezioni!?” oppure “Ah, ma io pensavo fossero la stessa cosa!” e ancora “Ma se non sono previste lezioni, scusi, ci posso pure andare per i fatti miei!”…

E queste sono soltanto alcune domande o commenti che ho raccolto da quando organizzo workshop fotografici e photo tour, o viaggi fotografici. Per cui mi sono detto, forse non è proprio così chiara la differenza tra le due attività… forse varrebbe la pena provare a spiegarla una volta per tutte, in modo che scegliere serenamente e avere ben chiaro quello che ci aspetta sia alla portata di tutti.

C’è un’enorme differenza tra un workshop e un photo tour – anche se poi, coloro che arriveranno fino in fondo a questo post scopriranno che io non la metto giù così dura… ma torniamo a noi…

Le differenze tra un workshop e un photo tour

  • un workshop è un evento che mira ad affrontare un argomento specifico, solitamente attraverso una sessione teorica, supportata da una sessione pratica.
    In realtà anche qui c’è un po’ di confusione e alcuni di noi organizzano e vendono workshop dove l’attività formativa (la lezione, per intenderci) non c’è e tutto si svolge in un “momento collettivo” dove il gruppo dei partecipanti viene stimolato dal fotografo che tiene il workshop a mettere in pratica le proprie conoscenze o ad affrontare un “compito” particolare. Questo è molto diffuso negli workshop di ritratto, di boudoir, di glamour o di moda, deve è presente una modella (di solito), un’attrezzatura fissa e una location (studio o altro). Questa tipologia di workshop si rivolge a fotografi che già hanno dalla loro una certa esperienza, ma che, per ragioni più o meno evidenti, non si mai cimentati, ad esempio, nel fotografare una modella nuda in pose glam. Il workshop fornisce loro la possibilità di provare, guidati dai consigli di un professionista. Tutti affrontano lo stesso esercizio e la parte formativa è spesso relegata ad una rapida sessione di coda, durante la quale si commentano i vari scatti prodotti nella corso del workshop.
    Altre tipologie di workshop, invece, assumono una veste più vicina ad mini-corso e si pongono come obiettivo principale quello di insegnare e lo fa attraverso sessioni teoriche ed esercizi pratici di gruppo, sempre sotto la guida di un professionista. Questa tipologia di workshop, naturalmente a seconda dell’argomento affrontato, si rivolge a chi, magari, quell’argomento non lo conosce nello specifico, o lo vuole approfondire. Anche in questo tipo di workshop, l’argomento affrontato è solitamente piuttosto specifico, proprio per non riuscire a raggiungere un certo livello di approfondimento.
  • un photo tour è invece un viaggio fotografico studiato e organizzato in modo che i partecipanti possano cogliere il meglio delle opportunità fotografiche che l’itinerario offre. Nonostante un fotografo professionista accompagni il gruppo per tutto il viaggio, solitamente nel corso di un photo tour non sono previste lezioni.
    Un photo tour, se studiato bene, ha tempi e logistica pensati per la fotografia. Si tratta di un viaggio, ma non va confuso con un normale viaggio turistico. Un photo tour può prevedere sessioni fotografiche all’alba o al tramonto o sessioni notturne, a seconda di dove ci si trovi. Sempre perché non si tratta di un viaggio turistico, un photo tour solitamente non prevede la presenza di una guida turistica, ma di un fotografo – naturalmente nulla vieta che ci sia anche una guida fissa o che più guide completino l’esperienza del tour.

In soldoni, queste sono le differenze.

Cosa scegliere

Cercate delle lezioni mirate? Volete approfondire un aspetto della fotografia che non vi è ancora familiare?
La risposta è semplice: workshop.
Volete finalmente fotografare in viaggio, senza dovere sottostare a tempi dettati da chi con la fotografia non ha nulla a che fare? Volete viaggiare, fotografare e confrontarvi con altri fotografi? Volete viaggiare e non posare mai la macchina fotografica per tutto il tempo?
La risposta è: photo tour – e non serve che siate esperti, anzi, spesso è proprio chi è alle prime armi che ottiene il massimo da un photo tour, perché ha la possibilità di fotografare molto e di confrontarsi con il resto del gruppo.

Io non ci sono. Non ci sono perché sono loro, il gruppo, il vero soggetto di un photo tour

Come la vedo io

Io non riesco a vedere tutta questa divisione netta, gli workshop da una parte, i photo tour dall’altra.
Personalmente penso che un workshop debba avere una forte componente formativa… in poche parole: un workshop deve fornire una serie strumenti pratici e teorici perché i partecipanti possano crescere, fotograficamente parlando.
Sono anche convinto che un workshop, solitamente, debba occuparsi di un argomento molto specifico e che debba concentrarsi in un tempo breve. Vedo un workshop come un corso concentrato e focalizzato su un argomento preciso e delimitato, dove la teoria possa trovare il suo giusto spazio, ma dove la pratica sappia far apprezzare la teoria, oltre che a consolidarla.
Nei miei workshop, lo dico sempre, nessuno porterà mai a casa scatti di cui andarne fiero. E dovreste vedere la faccia delusa, quando se lo sentono dire. Ma è così! Nei miei workshop, mediamente, gli scatti del gruppo sono mediocri, ma non perché i partecipanti ai miei workshop siano scarsi, tutt’altro, ma perché non è quello l’obiettivo che mi pongo.
Io VOGLIO che vadano a casa con qualcosa di concreto, sia nei concetti, sia nella pratica, da poter impiegare poi, ancora e ancora e ancora, e scattando foto memorabili ancora e ancora e ancora.

Un photo tour, invece, secondo me, deve saper privilegiare i luoghi e le genti che abitano quei luoghi.
Credo che un photo tour debba essere soprattutto un’esperienza di viaggio. Sono anche però assolutamente convinto che un photo tour debba sempre avere la fotografia al centro, la fotografia come attività cardine e scopo finale e questo credo sia possibile soltanto attraverso la conoscenza dei luoghi che si attraversano e un’organizzazione attenta agli spostamenti, agli orari e ai tempi.
Non potrei mai proporre un photo tour lungo un itinerario che non ho mai percorso, che non ho mai fotografato.
Forse questo un po’ limiterà la mia offerta, ma sono certo che ne guadagnerà la qualità.

Io mi conosco e conosco quanto mi appassioni, per cui il rischio che un mio photo tour si trasformi in una sorta di workshop itinerante e sempre molto presente.

Sono convinto che il fotografo professionista che accompagna il gruppo debba sempre essere a disposizione del gruppo, di tutto il gruppo e non soltanto di alcuni, magari quelli che fotografano meglio. Anzi io credo che il fotografo che accompagna il gruppo debba dedicare più tempo ed energie a chi ha meno esperienza, all’interno del gruppo.
E poi che debba anche  mostrarsi estremamente proattivo, e cioè stimolare i partecipanti a cimentarsi in aspetti della fotografia che magari sentono meno loro o che non affrontano frequentemente. Ovvio che il rischio di diventare pedanti c’è, ma basta ricordarsi che, comunque, chi si iscrive e partecipa a un photo tour, vuole soprattutto due cose: stare bene e sentirsi in vacanza, con la macchina fotografica in mano – ma niente imposizioni, niente obblighi, niente imposizioni assurde stile naja.

Io mi impegno ad accompagnare il gruppo da dentro il gruppo.
Mi spiego, mentre negli workshop difficilmente fotografo e preferisco dare consigli e assistere, durante i photo tour mi carico il mio zaino sulle spalle e fotografo con il resto del gruppo e sottolineo con il gruppo, non prima del gruppo, pessima abitudine di alcuni miei colleghi, anche più rinomati, che accompagnano i gruppi, ma, una volta sul posto, prima si occupano dei loro scatti e poi tolgono l’embargo al luogo. Onestamente non ne capisco il senso. Perché non andarci da soli, allora!? Per andarci a spese di un gruppo di entusiasti che hanno soltanto voglia di imparare!? Per paura che poi qualcuno possa rubare loro trucchetti e segreti!? Bah… non li capisco e basta. Ho sentito una volta di troppo di professionisti che riservano per loro stessi l’ora giusta e lo spot giusto e, soltanto dopo aver portato a casa i loro scatti giusti, lasciano al gruppo ciò che resta del divertimento. Bah…
Sarà, ma se siamo in 12, indovinate un po’ che scatta per dodicesimo nei miei photo tour…

Il compito di chi guida il gruppo è quello di mettere tutti nelle condizioni di fotografare al meglio, di essere presente e farsi trovare pronto per un consiglio, per una dritta, per un commento. Chi guida il gruppo non deve imporre tediose lezioni se non sono gradite, ma non deve sottrarsi nel momento in cui gli venissero chiesto, certo un photo tour, teoricamente non prevederebbe lezioni, ma… ma un chissenefrega non ce lo vogliamo mettere!?
Chi guida un gruppo non deve nutrire gelosie per i suoi segreti, io li considero un po’ come i segreti di Pulcinella, ognuno di noi ha personalità, visioni e ragioni diverse per fotografare e i nostri segreti sono davvero piccoli piccoli.
Chi guida un gruppo non deve nutrire invidie e non deve avere preferenze e cocchi… il rompicoglioni precisino deve tornare a casa con la stessa soddisfazione del bravo fotografo diligente che non apre bocca e assorbe conoscenza per osmosi.
Chi guida un gruppo deve farlo perché ha la passione per farlo, perché prova gioia nel vedere i partecipanti soddisfatti, perché anche se sono convinto che la fotografia sia un’attività per solitari, deve sentire che insegnarla è una cosa gratificante.

Hey, ma non ci sono macchine fotografiche!
Eggià… e in questa ci sono pure io.

 


Qui quello dove andiamo l’anno prossimo…


 

Read Full Post »

In viaggio, soltanto quello che davvero pensiamo di usare

La questione è più complessa di quello che potrebbe sembrare.
Sono fermamente convinto che non esista il cavalletto ideale e, ancora di più, che non esista il cavalletto ideale per la fotografia di viaggio.
Il miglior cavalletto è quello che risponde alle nostre necessità e qui entriamo in una sfera decisamente personale.
Fotografare in viaggio comporta una scelta molto precisa dell’attrezzatura che porteremo con noi, determinata dalla meta, dal modo in cui ci si sposterà, dalle nostre abitudini di viaggiatori e fotografi.
Un cavalletto è un accessorio importante e spesso costoso e per non cadere in errore e scegliere un cavalletto che non fa quello che serve, dobbiamo rispondere ad una serie di domande.
Per cui, abbandoniamo la speranza di comprare il miglior cavalletto in assoluto e prendiamo in considerazione l’idea che, ad un certo punto, saremo chiamati a fare delle scelte e che il nostro cavalletto sarà il miglior compromesso possibile.
CI SERVE DAVVERO UN CAVALLETTO IN VIAGGIO?
Ecco la prima cosa da chiederci.
Dipende tutto da quello che intendiamo fotografare e dal linguaggio che sentiamo più nostro.
Se la nostra travel photography è più vicina alla street photography, la risposta è NO.
Se non siamo interessati a time lapse o lunghe esposizioni, ma puntiamo tutto sul reportage nudo e crudo, la risposta è ancora NO. Se siamo allergici al peso e non siamo intenzionati a caricarci, perché siamo fotografi leggeri, la risposta è nuovamente NO.

Molti, soprattutto chi si è avvicinato alla fotografia da poco tempo, si portano in viaggio un cavalletto soltanto per qualcuno gli ha detto che non può partire senza. Spesso questa è un’idiozia, che ci costringe a mettere in valigia un aggeggio pesante e ingombrante, che finiamo col non utilizzare mai, o perché non è nelle nostre corde, o perché ci manca tutta una serie di altri accessori, ad esempio. Se viaggiamo da soli e il nostro modo di fotografare non prevede l’uso di un cavalletto, NON lasciamoci convincere a comprarne uno e a portarlo con noi. NON LO USEREMO MAI! E questo me lo ha insegnato l’esperienza pratica.
Diverso invece se viaggiamo in gruppo, in quel caso potrebbe darsi che qualcuno più esperto di noi ci possa aiutare a crescere fotograficamente e magari farci apprezzare quanto possa tornare utile anche un cavalletto.
Supponiamo, invece, di aver risposto SÌ alla prima domanda, questo punto possiamo passare ad una serie di domande un po’ più specifiche per individuare il compromesso ideale in termini di cavalletti, il modello, cioè, che quasi sempre riuscirà a fare quello che ci aspettiamo faccia – ho scritto quasi sempre, sì, dobbiamo mettere in conto sin da subito che ci si presenteranno situazioni dove anche il nostro cavalletto ci deluderà.
E ora, risposto  alla prima domanda, passiamo oltre e vediamo quali sono le caratteristiche che dobbiamo prendere in considerazione nell’acquisto di un cavalletto.
DIMENSIONI
Le dimensioni contano – ah ah ah!
Eccome se contano e in particolare modo quando si parla di cavalletti.
Domandiamoci se il modello di cavalletto che abbiamo individuato, una volta chiuso, entra in valigia – vi ricordo che la maggior parte delle compagnie aeree non ammette cavalletti a bordo, ma quello che lo consentono, non ammettono cavalletti che chiusi misurino più di 60 cm.
Chiediamoci inoltre se le misure del cavalletto chiuso permettono di trasportarlo con facilità attaccato al nostro zaino, che è poi come lo trasporteremo per la maggior parte del tempo in viaggio.
PESO
In viaggio, per la maggior parte del tempo, ci portiamo tutta la nostra attrezzatura sulle spalle, ecco perché il peso è fondamentale.
Personalmente viaggio con uno zaino che pesa circa 11 kg, cavalletto escluso, per cui non sono mai stato impressionato dal peso, ma chiaramente, alla fine di una giornata di fotografia, la stanchezza può farsi sentire.
Ragioniamo sempre tenendo in conto onestamente le nostre abitudini e attitudini. Fotografare in viaggio può risultare molto stancante e farlo con più chili di quelli che siamo in grado di portare quotidianamente può farcelo odiare.
PORTATA
La portata è una delle caratteristiche fondamentale da prendere in considerazione per la scelta di un cavalletto.
Ci indica quanto possiamo caricare, in termini di peso, e questo naturalmente è importantissimo.
Dobbiamo sempre consultare le specifiche tecniche di ogni modello e individuare i modelli che sono in grado di supportare il peso della nostra attrezzatura – ricordiamoci che dobbiamo sempre fare i conti con peso del corpo macchina, sommato al peso della nostra ottica più spinta e a questo risultato, sommare il peso di qualche altro possibile accessorio.

ROBUSTEZZA
Altro aspetto fondamentale.
La robustezza è data dal materiale con cui il cavalletto è costruito e anche, ma soltanto in parte, dal numero di sezioni che compone ogni staffa.
I materiali impiegati nell’ultima generazione di cavalletti, come ad esempio il carbonio o il basalto, combinano estrema robustezza a leggerezza, ma purtroppo, anche ad un prezzo piuttosto altro.
Chiediamoci per cosa useremo il nostro cavalletto principalmente. Time lapse da ore? Star trailing da ore? o più semplicemente qualche lunga esposizione al tramonto o all’alba? Questo ci aiuta a capire se abbiamo bisogno di un cavalletto super robusto o se possiamo accontentarci di qualcosa di meno strabiliante.

ALTEZZA
Ed eccoci ad una caratteristica a doppio taglio: l’altezza del cavalletto completamente esteso e quella del cavalletto chiuso.
Sono due aspetti importanti.
Il primo perché determina il massimo punto di ripresa consentito – purtroppo i modelli più economici si fermano abbastanza prima dell’altezza occhi – e il secondo determina quanto compatto può diventare il nostro cavalletto.

PREZZO
Agh! Le note dolenti. Il prezzo di solito riassume le caratteristiche. Un cavalletto robusto, leggero, alto, ma compatto e che possa venire caricato con svariati chilogrammi di attrezzatura… COSTA!
Io sono dell’idea che non convenga MAI risparmiare troppo, soprattutto se confidiamo molto nell’uso del cavalletto, ma neppure gettare i nostri soldi.

… e ricordiamoci, non esiste il cavalletto ideale, ma soltanto quello che fa quello che ci serve.


Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara.
CLICCA QUI


 

Read Full Post »

Oltre la sabbia, c’è di più

 

“Il Marocco!? Uff, è tutto uguale. Solo sabbia e rocce!”

È questo,  quello che si è superficialmente portati a credere, se non ci si è mai stati in Marocco.
Ed è quello che ho fatto anch’io prima di metterci piede la prima volta. Nonostante partissi con molte aspettative, come sempre, mi ero come consegnato ad un pregiudizio, infondato ed immediatamente sfatato.
L’equazione mi pareva esplicita: Marocco uguale deserto, Marocco uguale Sahara, Marocco uguale caldo asfissiante.

Mi è bastato lasciare Marrakech e prendere la strada che attraversa le montagne del Grande Atlante per rendermi conto di quanto superficiale e banale era stata la mia supposizione e quanto invece il Marocco offrisse una varietà di panorami inaspettata.

Era metà marzo e la campagna appena fuori Marrakech mi ha salutato con campi coltivati, ulivi e colline erbose.
Quando poi la strada che mi avrebbe portato a Ouarzazate ha cominciato ad affrontare le prime salite e i primi tornanti, ecco che mi sono ritrovato in valli coperte di boschi e solcate da ruscelli. Soltanto qualche ora più tardi, puntando verso sud est, a perdita d’occhio, boschi di conifere. Tutt’attorno pini, abeti e larici, e valli strette. Sognavo!? Era il Marrocco o la Valle d’Aosta!? Era il Marocco. Marrakech, i suoi souk, la medina, la kasbah e le case nei toni dell’ocra sembravano lontanissime,  quasi  poco più di un ricordo, eppure Mustapha aveva guidato per  meno di 150 chilometri.

Il cielo era terso, di un azzurro intenso e quasi fastidioso da quanto fosse sgombro di nubi.
In lontananza, mentre salivamo lungo la strada che tagliava la catena montuosa del Grande Atlante, verso Ouarzazate, si stagliavano le cime più alte. Innevate! Sì, non credevo ai miei occhi! Quella era neve! E quelle cime non erano neppure così lontane. E quando sono sceso per una breve sosta, non potevo credere che mi stessi infilando una felpa.
Ma non doveva essere Marocco uguale caldo torrido!?

Poi la strada ha preso a scendere, si è fatta meno tortuosa, abbiamo scollinato, attraversando un paesaggio brullo, tipicamente alpino,  di quando si flotta attorno alla linea degli alberi (i nostri 2000 metri sul livello del mare, per intenderci).
Scendendo, ci siamo in un’ampia vallata, costeggiata da prati del colore dello smeraldo – tanto che mi sono detto se l’ente del turismo nazionale non avesse  fregato quella tinta all’Irlanda, perché non mi pareva plausibile lo scenario che mi srotolava davanti agli occhi, anche se dopo decine e decine chilometri ho dovuto cedere e convincermene. Anche quello era Marocco! Soprattutto quello era Marocco!

Via via i prati irlandesi hanno lasciato il posto ad un interminabile e stupendo canyon lunare. Mese e torri di roccia ci hanno accompagnato per chilometri, mentre puntavamo al deserto, al Sahara. Guardavo fuori dal finestrino e mi domandavo che fine avessero fatto i campi verde smeraldo e come avevo fatto ad accorgermi quasi che il van era trasmigrato in Arizona! No, nessuna Arizona, soltanto la valle del Dràa, appunto, Marocco! Ed era soltanto il primo giorno!

Le sorprese non sembravano avere fine.

Organizzare un photo tour in Marocco è un’esperienza incredibilmente piacevole, che lascia ricordi indelebili, proprio perché il Marocco è capace di sorprenderci con la sua varietà di scenari.
Oasi e colline dolci. Montagne impervie si contrappongono a valli aperte. E poi, aspri canyon e gole fresate dal vento, che sa essere anche gelido. Un continuo alternarsi.
Valli di rose, valli di datteri, valli di ulivi e di alberi di argan. Gli scenari si sostituiscono più rapidamente di quanto possiamo immaginare. Ci assopiamo qualche decina di minuti, ci lasciamo rapire lo sguardo per qualche mezz’ora, ed ecco che fuori, oltre il finestrino il Marocco già si trasforma.

E poi il deserto.
Parlare del deserto, raccontare il Sahara, è quasi banale, quasi scontato – anche se il Sahara mette davvero d’accordo tutti.
Ma non è possibile non  parlare del Sahara, se si va in Marocco. Perché il Sahara è un’emozione de facto.

E tornandoci, tornandoci con compagni di viaggio diversi ogni volta, ho capito che il Sahara, per ognuno di noi, è qualcosa di diverso, di molto personale.

Per me il Sahara è il cielo trapuntato di milioni di stelle.  È un orlo di dune scure nella notte, mentre al caldo, nei nostri cento grammi, smanettiamo con gli scatti remoti e cerchiamo di rendere in pixel l’immensità della natura. È rendersi conto di quanta superbia  caratterizzi noi fotografi, che pensiamo di riuscire a rendere il grande disegno a qualcosa che stia dentro un perimetro 24×36.
Per me il Sahara è il profumo della legna che arde nel falò al centro del campo tendato, il beccheggio del dromedario che senza fretta mi porta tra le dune, il sapore del cous cous, che sarà anche uguale a qualsiasi altro cous cous marocchino, ma lì, nel deserto, ha un gusto tutto suo. Per me il Sahara è quell’arancio, che è solo delle dune. Per me il Sahara è il secondo movimento del Quintetto in la maggiore K581 di Mozart, il “larghetto”.
Per me il Sahara è qualcosa che ancora non riesco a spiegare a qualcun altro.

Ma il bello è che il Marocco non è soltanto il Sahara.

Il Marocco è anche Essaouira, la sua kasbah fortificata sull’atlantico, i suoi pescatori e il loro pescato, che regala gioia alla gola e all’anima, da consumarsi rigorosamente svaccati all’ombra di una chiglia, nel porto, affumicati dalle griglie, bevendo acqua minerale e immaginare che sia vino bianco.

Il Marocco è la confusione dei souk di Marrakech.
È il girone dantesco di Jama El Fnaa, la sera, dove, per un centinaio di dirham o poco più, si mangia tutti assieme, all’aperto. Italiani accanto a spagnoli, a marocchini, a tedeschi,  accanto ad americani. Cristiani accanto ad ebrei, a musulmani, ad atei. Tutti lì, a spartire pane poco lievitato e harira.
Il Marocco è il profumo dell’ambra, originale o contraffatta per qualche turista meno attento. È l’aroma del tè alla menta, una menta il cui profumo va alla testa. È il profumo delle arance, della mirra e del muschio bianco.
Il Marocco è il rosa delle kasbah, il blu del Majorelles, il bianco della Medersa, l’arcobaleno dei souk.

Il Marocco è altro ancora…  molto altro ancora e, se solo cominciassi a parlare dei  volti e dei sorrisi  che si incontrano in Marocco, degli sguardi… beh

“Ok, ma non hai parlato di fotografia! Hai parlato di tutt’altro, ma non di fotografia!”
Già vi sento. Avete ragione.
Vi faccio una domanda, allora.
Ma secondo voi, un Paese come questo, che ho maldestramente riassunto… secondo voi,  un Paese così quali occasioni fotografiche uniche potrà mai regalarvi!?
Qualsiasi cosa vi rispondiate, preparatevi a farvi sorprendere.


Io in Marocco, a fotografare – ma anche a mangiare agnello e prughe, a bere tè, a comprare nei bric-a-brac, a…, a…, a… – ci torno a marzo. Ci vuoi venire anche tu? Non è difficile, clicca qui, non è difficile.


 

Read Full Post »

Siena1

Abbiamo soltanto pochi giorni a disposizione e vogliamo tornare a casa con un buon numero di scatti di cui andare fieri?
Siena e i suoi dintorni sono perfetti.

Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia.
Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole: colline dal profilo dolce si alternano a piane, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la campagna.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Prepariamoci a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farci gettare la spugna, ma deve invece spronarci a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano appunto all’interno del centro storico, in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città, con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Come non può mancare all’appello il Duomo, a pochi passi dalla piazza, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale, ma sempre così interessante dal punto di vista fotografico.
Girovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Oltre Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola, ad una ventina di chilometri da Siena, famosa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paesaggio.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

borgo-di-monteriggioni
A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paesi della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arriviamo da Monteriggioni,  prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, ci troveremo nel cuore più tipico della Toscana, immersi in panorami dolcissimi e mozzafiato al tempo stesso.

681292931437

Volterra
 è un’altra meta interessante.
Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.

Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

rosignano-solvay

Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lascare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può predere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.

Read Full Post »

L’obiettivo Proteus (80mm – f./4.0) con adattatore Nikon

Da quando ho aperto Fotografia Facile, non ho dedicato molto spazio alle cosiddette prove su strada, ammetto che sul web ci sono numerosi siti e blog che si occupano egregiamente di questo aspetto, pubblicando prove oneste e approfondite.
Non è esattamente la mia passione, ma, questa volta, ho fatto uno strappo alla regola – e alla pigrizia.

Sono entrato in contatto con Lomography in occasione del concorso che metteva in palio una Diana Mini tra gli amici della mia pagina facebook Fotografia in Viaggio, quando ad un certo la responsabile dell’iniziativa mi ha proposto di provare un kit di lenti.
“Grazie, ma io scatto con una reflex Nikon…» – ho risposto, facendo spensieratamente la figura dell’incompetente (!).
“Ti mando un kit Neptune con attacco Nikon e lo provi. Poi mi dici cosa ne pensi, si tratta ancora di un prototipo, pero.”

Neptune, ritorno al futuro

Per me è stato questo l’effetto. Un bel salto indietro nel tempo: fuoco automatico e diaframmi da impostare con la ghiera.

Il kit è composto da tre obiettivi:

  • Thalassa, un 35mm – f/3.5
  • Despina, un 50mm – f.2.8
  • Proteus, un 80mm – f./4
  • l’adattatore (nel mio caso Nikon)
  • una serie di piatti da frapporre tra obiettivo e adattatore

Ammetto, l’effetto è stato piuttosto paralizzante, soprattutto all’inizio. Mi sono sentito un principiante e non sto a raccontarvi delle incazzature quando mi rendevo conto di aver sbagliato la messa a fuoco o di essere stato troppo lento.
Piano piano però ci ho preso la mano – anche se per un certo tipo di fotografia, soprattutto in viaggio, devo ammettere che i tre piccoli mostri non sono proprio indicatissimi (!).
Poi però ho cominciato ad apprezzare la straordinaria incisione che tutti e  tre gli obiettivi erano in grado di offrire, anche a diaframma praticamente spalancato, per non parlare della sontuosa qualità del bokeh – soprattutto usando Proteus, l’80 mm e aprendo al massimo.
Certo continuavo ad imprecare per la difficoltà nel mettere a fuoco in certe situazioni. Ad esempio avevo notato che Proteus, l’80mm (tra i tre il mio preferito, ma sono di parte, dal momento che il mio pane è la fotografia di ritratto) dava il suo meglio soprattutto in situazioni di luce tenue, ma era proprio in quei momenti che io faticavo a mettere a fuoco con precisione (certo, colpa mia e non della lente), per non parlare del fatto che lavoravo praticamente sempre a diaframma spalancato, per ottenere la minor profondità di campo possibile… insomma, non una passeggiata.

… e poi i piatti!
Non sono impazzito, li hanno chiamati così: piatti. Si tratta di piccoli dischetti di plastica intagliati con forme diverse – stelle, cerchi, fiocchi di neve, linee, ecc. – Li si interpone tra l’obiettivo e l’adattatore e intervengono sulla forma del bokeh, in particolar modo in presenza delle alte luci.
Certo una sorta di gimmik, ma vi assicuro che se si imbrocca il piatto giusto, l’effetto è sorprendente.

Uno sfocato incantevole

 

Il piatto ha creato un bokeh molto singolare in corrispondenza delle alte luci, ma il primo piano offre un’incisione di altissima qualità e nessun vignettatura ai bordi

 

Ecco un altro esempio bokeh elaborato – ottenuto impiegando un piatto a stella

 

In questo scatto la resa è semplicemente sublime – da notare che le condizioni di luce erano davvero precarie e non potete immaginare la difficoltà e gli improperi per mettere a fuoco. Ma il risultato è decisamente da prime lens di prima qualità.

Concludendo…

Un sistema di prime lens di altissima qualità, realizzate a mano, molto leggere e maneggevoli, dalle prestazioni davvero invidiabili, sia per bokeh, sia per incisione.

Se come me, vi aspettavate aberrazioni cromatiche stile toy camera, ghost images o altre diavolerie tipiche del mondo Lomography, ci rimarrete male un po’ all’inizio – ammetto: ci sono rimasto maluccio – ma poi la qualità dei tre obiettivi del sistema Neptune saprà guadagnarsi il vostro favore.

Il costo del kit – attorno ai 1.000 euro – non è certo un dettaglio sul quale glissare senza batter ciglio, ma la qualità, si sa, non viene mai via a buon mercato.

Volendo trovare a tutti i costi un difetto… da lenti così curate (e costose) mi aspettavo un sistema di aggancio decisamente più fluido, ma pian piano ci si fa la mano.

Di certo non si tratta del kit per tutti i tipi di fotografia, ma chi punta alla qualità e scatta con tempi comodi potrebbe farci davvero un pensierino. Tre obiettivi che ci mettono un po’ a farsi amare… dannazione, proprio quando stava nascendo l’idillio, li ho dovuti impacchettare e restituire!


Altre informazioni sul sistema Neptune di Lomography le trovi qui


 

Read Full Post »

I colori del tramonto in Kerala

Ma quante Indie esistono!?
Questa sì che è una domanda alla quale non riesco a rispondere e più ci torno in India e più ne trovo.
In questo post vi propongo un photo tour possibile: il Kerala, nella estremità meridionale del sub continente.

Il Kerala offre un ottimo punto di partenza per chi si affaccia per la prima volta alla realtà indiana e teme che lo shock possa essere difficile da sopportare.
Il Kerala, rispetto a zone più settentrionali dell’India, è decisamente meno caotico, più pulito e più alla portata del viaggiatore inesperto.

È possibile raggiungere il Kerala abbastanza comodamente, sia dall’Italia, sia dalle principali città indiane, volando sull’aeroporto internazionale di Trivandrum.
Il mio consiglio è di ritirare i bagagli e salutare la capitale del Kerala, per prendere alloggio nella vicina Kovalam.

Kovalam è una piccola cittadina che si affaccia sull’Oceano Indiano e al fotografo offre qualche soluzione più interessante che non Trivandrum.
Due giorni possono bastare, suddividendoli tra le spiagge dai sapori maldiviani e il porto dei pescatori di Vizhinjam Port.
Il piccolo porto offre moltissimi spunti, dalle tradizionali e coloratissime  barche da pesca, ai volti segnati da sole e salsedine dei pescatori.
Un tramonto è obbligatorio dedicarlo al faro di Vizhinjam Beach, poco più a nord del porto.

Lasciata Kovalam, dopo circa tre ore di macchina verso nord, si raggiunge Allepey, dove consiglio a tutti di prenotare una notte su una delle tantissime boat house che navigano le backwaters della zona.
Alloggiare su questi piccoli hotel galleggianti è un’esperienza deliziosa ed offre notevoli spunti fotografici, soprattutto dalle parti dell’alba, con i campi di riso sotto il livello del mare che confinano con palme e vegetazione equatoriale.

Dopo Allepey è la volta di Kumarakom.
Consiglio di passare almeno un paio di giorni a Kumarakom, da dividere tra il Bird Sanctuary,  che va percorso rigorosamente in barca, e i villaggi attorno a Kottayam.

Lasciamo la zona delle backwaters per spingerci verso l’interno dello stato, verso le montagne e le piantagioni di tè, al confine con il Tamil Nadu.
Il paesaggio cambia via via che la macchina macina i chilometri e le palme e la vegetazione equatoriale lasciano rapidamente il posto ad eucalipti, tek, bambù e a piante di cardamomo – è incredibile quanto sia vasta l’area coperta da questo tipo di pianta.
Puntando a ovest, verso Thekkady, entriamo nel Parco Nazionale del Periyar, un vero e proprio paradiso per ciò che riguarda flora e fauna.
Thekkady, in sé, offre poco, ma è situata in una posizione molto comoda per chi si voglia addentrare nel Periyar, con la speranza di incontrare – e fotografare – la regina della foresta indiana: sua maestà la tigre.
Incappare in una tigre non è cosa così comune, molto più facile, invece, è riuscire  a fotografare bufali d’acqua, elefanti, renne, cinghiali, martin pescatori, aquile e chi più ne ha, più ne metta.
Attenzione! Non aspettatevi nulla di oltre modo avventuroso, ma di sicuro, un trekking nel parco del Periyar o una risalita in barca, valgono la pena – soprattutto se avrete modo di essere lì all’alba, che assume un fascino decisamente unico.
La piccola Thekkady alla sera offre invece un interessante spettacolo di arti marziali; il kalary payat.
Più che di un combattimento nel vero senso del termine, si tratta di un’esibizione di circa novanta minuti, ma, credetemi, le emozioni sono assicurate e anche le foto.

Le piantagioni di tè in montagna

Lasciata Thekkadi, è la volta di Munnar.
Soltanto raggiungerla vale la pena. Il trasferimento, di appena una novantina di chilometri,  richiede però almeno tre ore abbondanti, ma è uno spettacolo per sé.
Ci si arrampica sui tornanti tra il Kerala e il Tamil Nadu, attraverso le dorsali ricoperte  dalle piantagioni di tè di montagna, che si alternano alle foreste di cardamomo e eucalipto.
Lo spettacolo che offrono le piantagioni di tè è unico – da fotografare all’alba e al tramonto, per coglierlo al suo meglio.
E nel resto della giornata, ecco invece che vanno in scena le donne che lavorano nelle piantagioni, con i loro volti e i loro gesti, sempre uguali nel tempo.

Le reti da pesca cinesi a Cochi

Ultima tappa Cochin.
Quattro  ore di macchina separano Munnar da Cochin – consiglio di spezzare il trasferimento da Munnar, fermandosi per la notte lungo la strada, magari a Muvattupuzha, una volta affrontato e lasciato alle spalle  il tratto di strada di montagna, tortuoso all’inverosimile.
Anche in questo caso però, il trasferimento offre moltissimi spunti fotografici: le colline, i piccoli villaggi, la vegetazione imponente,  numerose cascate.

Cochin offre sistemazioni per tutte le tasche e Varrebbe la pena passarci almeno due o tre giorni, anche se inizialmente si può pensare che offra poco. Non è così.
Come prima cosa, vale la pena farsi un giro in barca sul lago, che, nonostante s’insinui nella città, offre scorci davvero singolari, oltre ad un’inaspettata fauna maestosa, tra aquile, cormorani, martin pescatori e molto altro ancora.
La seconda meta obbligatoria è Fort Cochi.
Fort Cochi, fondata nei primi anni del ‘500 dai portoghesi sulle terre concesse loro dal re di Cochi, rappresenta l’eredità del primo periodo coloniale – il periodo portoghese, appunto, e si offre all’obiettivo coloratissima e dinamica.
Quasi per magia, ci si ritrova in un dedalo di stradine relativamente sgombre dal traffico cittadino, sulle quasi si affacciano edifici coloniali e chiese cattoliche. A Fort Cochi è obbligatorio una puntata al mercato delle spezie e alla lavanderia pubblica – dhobi khana – che si trova sulla Cemetery Lavanderia Road.
La dhobi khana  è una vera e propria chicca, una carezza per il fotografo, un piccolo mondo antico, tutto da catturare, fatto di personaggi unici e di edifici che sembrano uscire da un romanzo di Emilio Salgari.
Lasciata la dhobi khana, vale la pena fare un salto sul lungomare, partendo da Vasco de Gama Square, e dare un occhio alle reti da pesca cinesi e ai numerosi baracchini che vendono il pesce appena pescato alle loro spalle. Lo spettacolo delle Chinese fishnet regala il suo meglio al tramonto. 
Il secondo giorno lo si può invece dedicare alla zona del Quartiere Ebreo (Jew Town), con le sue gallerie d’arte e i suoi negozietti tipici – attenzione che, in alcuni di questi, l’affare è davvero  a portata di mano.
Non si può lasciare Cochin senza aver assistito alla tradizionale danza del Kerala: il khatakali.
In città ci sono quattro o cinque teatri che propongono lo spettacolo, alcuni molto intimi, altri più turistici.
In quelli turistici, solitamente, va in scena una versione tagliata dello spettacolo, mentre nei teatri più piccoli è addirittura possibile assistere al trucco dei ballerini.
Io l’ho vista in una di questi piccoli teatri e consiglio l’esperienza, nonnostante, tra trucco, spiegazione e danza, lo spettacolo duri quasi tre ore, ma, datemi credito, le opportunità per portarsi a casa scatti memorabili è troppo ghiotta.

Quando andare in Kerala?
Praticamente sempre, tolte magari le settimane che vanno da giugno ai primi di agosto, dove il monsone è particolarmente impegnativo. Per il resto il Kerala offre una vantaggiosa occasione di avvicinarsi alla magia dell’India, in modo poco traumatico,


Non perderti le Photo Avventure, viaggi fotografici studiati per portarti a fotografare i luoghi più incantevoli del mondo.
Clicca qui per saperne di più.


 

Read Full Post »

Errori comuni. Errori recuperabili.

Un adagio napoletano recita che “nessuno nasce imparato”, che, tradotto in lingua più o meno significa che ognuno di noi deve poter commettere il suo numero di errori dovuti all’inesperienza, prima di poter accedere al livello superiore.

Ho ripensato ai numerosi errori nei quali sono caduto quando ho iniziato a fotografare, ma quella era l’era della pellicola e non fanno più testo, allora per stilare un elenco di errori un filo più aggiornato mi sono rifatto ai principianti che incontro nel corso dei miei workshop di tecniche di base.
A cosa può servire elencare alcuni tra gli errori più comuni che il fotografo alle prime armi commette? A rendersene conto e a non commetterli.

Partiamo dunque…

  1. “Io gli ISO alti non li uso.”
    Eccoci! La paura la fa da padrona  e un esercito di fotografi non si schioda da 100/200 ISO, anche quando le condizioni di luce lo richiederebbero. Ed ecco card dopo card di scatti sottoesposti.  Se vogliamo è  questo un errore compiuto pensando di fare bene, ma sempre di errore stiamo parlando.
    Gli ISO bassi garantiscono una qualità migliore, ma questo non significa che non si possa spaziare almeno fino a 600/800 ISO per i modelli più economici e addirittura 1200/1600 ISO per quelli un poco più costosi. Di certo tutti i modelli offrono prestazioni decisamente accettabili nella fascia che va dai 360 ai 600 ISO, perché dunque non sfruttare quella gamma di sensibilità per raccogliere più luce?
  2. “Non so che farmene del cavalletto. E’ soltanto un ingombro.”
    Certo, comprendo l’aspetto dell’ingombro fisico e del peso di un cavalletto, ma  possederne uno – ed usarlo – è uno di primi passi per allargare gli orizzonti creativi del proprio modo di fotografare. Riuscire a scattare anche quando la luce è bassa e cogliere quelle atmosfere crepuscolari così cariche di pathos, o cimentarsi con le strisce di luce, o, perché no, con il time lapse.
    Tutto territorio nel quale il cavalletto la fa da padrone, non contemplarlo nella nostra attrezzatura fotografica ci preclude dall’accedervi.
  3. “Sbaglio sempre modalità di autofocus.”
    Se c’è una cosa che la post-produzione non può sistemare è uno scatto fuori fuoco, ecco perché è bene capire a fondo le modalità di messa a fuoco automatica che ci offre la nostra macchina.
    Uno degli errori più frequenti è quello di aver attivato senza saperlo la modalità a fuoco singolo, quando invece stiamo fotografando scene ricche di soggetti in movimento.
    I vari modelli di reflex offrono possibilità di messa a fuoco automatica molto diverse, che vanno dal singolo punto centrale, al pattern, a complicatissimi metodi di messa a fuoco “intelligenti”.
    Uno degli aspetti frustranti è quello di aspettarsi che la macchina metta a fuoco un certo soggetto, salvo poi scoprire, solo dopo, che invece a fuoco c’è tutt’altro.
    Che fare? Leggere per bene la sezione del manuale dedicata all’autofocus e alle varie modalità offerte dal nostro modello di fotocamera.
  4.  “Non monto mai l’obiettivo corretto.”
    Ho un’amica che si è comprata un 18-300 e risponde a tutti coloro che le domandano come si trovi “da dio e poi così non devo mai cambiare obiettivo!”.
    Vero, certo , ma si tratta di una di quelle verità a metà. Se parliamo della comodità di un 18-300, non ci sono possibilità di smentita, ma se poi ci addentriamo nella qualità della resa di uno zoom così spinto, il verdetto cambia drasticamente.
    Non c’è nulla di male nel possedere uno zoom, ma bisogna aver presente che la qualità di uno zoom non sarà mai comparabile a quella di un obiettivo fisso.
    Il mio consiglio è che, via via che la nostra esperienza cresce, ci si doti di un parco lenti consono – un grandangolo, uno zoom medio e un tele, che poi, a seconda di quello che amiamo fotografare, possiamo completare con altre lenti accessorie.
    La cosa fondamentale è capire bene quali sono vantaggi e gli svantaggi di ognuna delle categorie di obiettivi, in modo da saper scegliere sempre la soluzione migliore (nel senso che meglio supporta ciò che intendiamo fotografare e la nostra creatività). Conoscere quale obiettivo ci offre la profondità di campo più estesa o l’angolo di ripresa più ristretto, quale invece ci offre il massimo schiacciamento della profondità o quale è in grado di rendere il volto umano, nelle sue proporzioni, più simile alla realtà.
    Questi possono sembrare dettagli, ma è della conoscenza di questi dettagli tecnici che è fatta la maestria di un fotografo.
  5. “Il flash è per i fotografi esperti.
    Lo ammetto, il flash un po’ spaventava anche me, quando ho iniziato – ma a mia discolpa va anche il fatto che non c’era possibilità di controllare immediatamente quello che avevo scattato.
    In effetti il flash un po’ di soggezione la mette ancora, ma il mio consiglio è che anche il principiante provi ad affacciarsi al mondo del flash, magari partendo dalla tecnica del “colpo di schiarita” (o fill-in flash). Chi invece si sente vagamente più temerario, provi a dotarsi di un flash a slitta e comincia a sperimentare un po’, vedrà che piano piano anche il flash non farà più paura.
  6. “Il back-up è una perdita di tempo.”
    … e forse lo sarà anche, almeno fino a quando, per colpa di un hard disk difettoso, gran parte delle fotografie del nostro viaggio nella foresta pluviale dell’Amazzonia genereranno un messaggio d’errore sulla falsariga di “file corrupted”, quando cercheremo di aprirle.
    Fare il back-up dei propri lavori e quasi importante quanto scattare. Non dobbiamo pensare che sia soltanto una gran perdita di tempo o un esborso di quattrini senza senso.
    La rete è ricca di consigli su come costruire il proprio flusso di back-up e ognuno lo organizzi secondo le proprie necessità e la propria capacità di spendere, ma non lasciamo i nostri scatti soltanto in un unico posto (magari l’hard disk del vostro computer). Prendiamo in considerazione tutte le possibilità, da vari dischi rigidi esterni, a sistemi in cloud, accessibili da remoto (o alla somma di entrambi). Io ad esempio, oltre a duplicare gli scatti su un’unita esterna NAS (che comunque mi garantisce l’accesso via web), copio tutto su due servizi di back-up in cloud (Google Drive e Amazon Drive). Eccesso di zelo!? Può darsi, ma meglio abbondare…
  7. “Photoshop è per i professionisti. Io uso solo software di editing gratuito.”
    Certo, potrebbero sembrarci soldi buttati quelli investiti nel noleggio di Photoshop (circa 20/mese), ma le potenzialità dell’applicazione non trovano paragoni in nessuno dei softwarini che si trovano in giro, scaricabili gratuitamente da internet. Un tempo, quando Photoshop costava anche 2 milioni di lire e si pagavano tutti gli aggiornamenti, era roba per noi professionisti, ma oggi… oggi Adobe concede una licenza ufficiale di utilizzo per poche decine di euro al mese, la quale dà diritto all’uso del software, oltre al fatto che gli aggiornamenti sono compresi nel canone di affitto. Perché insistere a pastrugnare i propri scatti con strumenti scadenti o instabili?
  8. “Non me ne faccio nulla di un lettore di card. Io le foto le passo al computer con il cavo USB.”
    Degustibus… ma se vogliamo che il trasferimento dalla card al pc o mac sia più rapido, è bene farlo attraverso un lettore di card – anche in questo caso, cerchiamo di non scegliere proprio un primo prezzo.
  9. “Il manuale non serve a niente.”
    Questa, non prendiamocela, ma è una delle frasi più idiote che sento ripetere.
    Il manuale è uno strumento fondamentale, per capire cosa può fare la nostra macchina, ma soprattutto per capire cosa NON può fare.
    Il manuale deve diventare un riferimento e non uno scoglio.
    Avvaliamoci della rivoluzione digitale e scarichiamo il pdf del manuale della nostra macchina sul nostro tablet o sul nostro smartphone, in modo fa averlo sempre con noi e consultabile.
    Il manuale ci toglie le castagne dal fuoco e qualche volta può anche ispirare la nostra creatività.
  10. “Se c’è brutto tempo non scatto.”
    Che sciocchezza! Eppure lo dicono in tanti e lo pensano in ancora di più. Certo, una bella giornata di sole offre maggior comfort, ma escludere a prescindere di scattare quando il tempo è brutto è una follia, perché ci taglia fuori da tutta una serie di scatti molto evocativi, con cieli carichi di nuvole, con strade bagnate che riflettono le luci, con soggetti che si manifestano soltanto quando il tempo è brutto. Alla fine basta vestirsi adeguatamente per non prendere freddo o per non bagnarsi e basta proteggere la nostra attrezzatura, soprattutto dalla pioggia.

 Photo Avventure, il nuovo modo di viaggiare e fotografare in gruppo. Clicca qui per saperne di più.


 

Read Full Post »

Older Posts »