Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Walter Meregalli. Fotografia’

wal_2435

L’amico Antonio Cipriani, giornalista, in una “prova luce”. Ritratto lo-key su fondo nero, SENZA FONDO NERO!

Qualche volta il fotografo deve comportarsi un po’ come il prestigiatore e usare qualche trucchetto per cavare il proverbiale coniglio dal cilindro.

Durante un pranzo in un ristorante indiano dell’Isola, l’amico Antonio Cipriani mi ha coinvolto in uno dei suoi lungimiranti progetti editoriali e mentre ci portavano chicken korma e tandoori vari, mi veniva passato il brief.
Avrei dovuto realizzare una serie di ritratti la cui caratteristica era quella di far sbucare il soggetto dal nero, da alternare a ritratti ambientati più tradizionali.

Di per sé, nulla di tecnicamente difficile da affrontare.
Ci si porta un fondale nero, lo si piazza ad una distanza considerevole dal soggetto, si illumina il soggetto con una luce che si avrà cura di mascherare per controllarne meglio il fascio e il gioco è fatto.

Ma se volessimo arrivare allo stesso risultato senza un fondale nero, perché magari non lo abbiamo a disposizione o perché non ci andava di caricarcelo in macchina con tutti gli stativi o semplicemente perché l’idea c’è venuta sul posto, senza premeditazione?

Nessun problema!

Per inventarci un fondo nero che non c’è, ci servono:

  • un soggetto
  • una reflex
  • un flash
  • un concentratore di luce (grid a nido d’ape)
  • un po’ di conoscenza della tecnica di base della fotografia flash

Prima di entrare nel vivo di come fare, ripassiamo le basi della fotografia flash: il tempo di posa è responsabile di quanta luce ambiente verrà registrata nello scatto, il diaframma controlla l’influenza della luce flash.
Sebbene possa sembrare pedanteria gratuita, il trucco è tutto qui.

Montiamo il concentratore di luce sulla testa del nostro flash.
Sul mercato se ne trovano di svariati tipi e per tutte le tasche. Si tratta di un modificatore particolare che si monta sulla testa del flash o su un softbox per stringere – concentrare – il fascio di luce emessa e quelli che si montano direttamente sul flash presentato una griglia a nido d’ape (grid).

Posizioniamo il flash a lato della macchina, facendoci aiutare da qualcuno o montando lo speedlight su un treppiedi.
La posizione del flash rispetto al soggetto è fondamentale, anche perché il grid stringe molto il cono di luce che illuminerà il nostro soggetto. Vale la pena fare qualche prova, pochi gradi d’inclinazione e qualche centimetro più avanti o più indietro in questo caso fanno la differenza. Studiamo bene le sembianze del nostro soggetto e come vogliamo che la luce lo illumini.

Con la macchina in manuale, esponiamo per il volto del nostro e impostiamo il diaframma che ci dà il risultato che più ci soddisfa.
Dopo di che sottoesponiamo come se non ci fosse un domani, mantenendo il diaframma e scendendo con il tempo di posa.
È fondamentale che, sia macchina, sia flash, possano funzionare con tempi più rapidi del tempo di X-sync, perché potrebbe essere necessario scattare con tempi molto rapidi. Consultiamo il manuale e impostiamo la macchina perché possa dialogare con il flash usando tempi più rapidi dell”X-Sync – per il mondo Nikon si chiama Focal Plane (FP), per il mondo Canon High Sync.
Facciamo un po’ di prove, riducendo sempre più il tempo di esposizione, fino a raggiungere un tempo che escluda completamente l’influenza della luce ambiente – in gergo tecnico questa tecnica si chiama killing the ambient light.
Siccome nella fotografia flash è il tempo di posa che controlla la luce ambiente, se noi lo riduciamo drasticamente, otterremo uno scatto influenzato solamente dalla luce del flash, che è quello che ci serve per inventarci un fondo nero alle spalle del soggetto ritratto.

Nella foto di apertura, ho scattato con 1/2000 di secondo – mentre l’esposizione corretta per l’ambiente, mantenendo lo stesso diaframma, sarebbe di 1/25″, sottoesponendo così di 6 stop.

Boom, il gioco è fatto! Ed ecco comparire un ritratto low key su fondo nero… senza fondo!

 

 

 

Read Full Post »

Siena1

Stavo pensando a cosa consigliare per chi volesse imbarcarsi in un breve viaggio fotografico fai da te la prossima primavera ed ecco che la lampadina si è accesa sull’ovvio, ma non per questo poco bello: SIENA e DINTORNI.

Come non pensare alla zona circostante Siena? Non si può.
Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia. Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole d’Italia. Colline dal profilo dolce si alternano a piane che rubano la corsa all’orizzonte, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la zona.. insomma, un piccolo concentrato di paradiso fotografico.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Preparatevi a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farvi gettare la spugna, ma deve invece spronarvi a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano all’interno del centro storico in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Neppure il Duomo, a pochi passi dalla piazza, può mancare, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale.
GIrovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Fuori Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola ad una ventina di chilometri da Siena, famossa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paese.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

borgo-di-monteriggioni
A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paese della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arrivate da Monteriggioni, vi consiglio di farlo prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, vi troverete nel cuore tipico della Toscana, con a disposizione un panorama mozzafiato.

681292931437
Volterra è un’altra meta interessante. Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.
Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

rosignano-solvay

Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lasciare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può prendere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.


Vieni a fotografare l’India con noi, clicca qui e scopri come.


 

Read Full Post »

_BAL5012

Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

Read Full Post »

Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Già immagino lo sguardo un po’ schifato degli snob, ma tiro dritto e me ne frego – come faccio di solito!
Già li sento… “Chi è ‘sto qui per dirmi come fare a diventare un fotografo migliore!?”
Beh, forse hanno ragione, però qualche consiglio provo a darlo comunque…

Anche se sono convinto che ognuno debba seguire la sua personalissima curva d’apprendimento, credo anche che ci possano essere piccoli accorgimenti che aiutino questa maledetta curva a diventare un filo più ripida.
Intendiamoci, non è oro colato quello che sto per scrivere e tutto quello che leggerete in questo post è opinabile o, male che va, poco efficace per dare una mano al vostro talento addormentato.
Sono altrettanto convinto però, che se butterete un po’ del vostro tempo a mettere in pratica qualcuno dei consigli che sto per  buttare giù, può darsi che qualche miglioramento lo ravvisiate davvero. Fatemi sapere, poi…

Tutto, naturalmente, è frutto dell’esperienza personale e del fatto che, in molte situazioni per così dire stagnanti, ci sono passato anch’io e spesso le ho superate così. Che dire, se non vi pare troppo, provate…

  1. USCIAMO A FOTOGRAFARE ANCHE COL BRUTTO TEMPO
    Non aspettiamo la bella stagione per spolverare la macchina fotografica. Non rimandiamo solo perché il meteo volge al peggio o perché si è alzato un po’ di vento o è scesa un po’ di nebbia.
    Usciamo! Usciamo lo stesso e abituiamoci a scattare anche quando le condizioni atmosferiche non sono esattamente quelle ottimali o quelle che ci aspettavamo.
    Impareremo ad aggirare l’ostacolo e a vedere nuove opportunità, anziché soltanto ostacoli.
    Bardiamoci e usciamo!
  2. USCIAMO A FOTOGRAFARE NELLE ORE SBAGLIATE
    Ok, l’ho ripetuto fino alla nausea… i panorami migliori si scattano attorno al tramonto e poco dopo (golden e blue hours), facciamo finta di dimenticarcelo e presentiamoci sul posto a mezzogiorno. Proviamo a cavare la proverbiale castagna dal fuoco nelle condizioni di illuminazioni peggiore. Forse saremo costretti a rivedere l’inquadratura, forse dovremo ingegnarci su come lasciar fuori tutto quel cielo slavato e insignificante… che lo si creda o no, ci servirà.
  3. OSCURIAMO IL DISPLAY
    Ritagliamo un pezzo di cartoncino nelle dimensioni del display posteriore della nostra reflex e, con del nastro adesivo, sistemiamolo in modo che non ci sia possibile vedere quello che abbiamo appena scattato.
    Può sembrare una sciocchezza, ma credetemi, molti di noi cominceranno a sentirsi in ansia e molto, molto, molto meno sicuri e bravi di quanto pensavano. Io stesso (per quello che può significare, of course…) l’ho fatto e credetemi, la sensazione è stata spiazzante – eppure ho fotografato quasi trent’anni in una condizione del tutto simile e la cosa mi sembrava assolutamente normale, che diamine!
    Beh, facciamolo! Oscuriamo il display e usciamo a fotografare. Sarà come fare un salto indietro nel tempo e saremo costretti a ragionare molto di più di quanto non siamo abituati a fare adesso, grazie alla rassicurante tecnologia.
    Ci faremo molte più domande e saranno quasi sempre le domande giuste… ho esposto correttamente? ho composto correttamente? c’è abbastanza profondità di campo? il tempo di posa è sufficiente per bloccare il soggetto?
    Una volta a casa, avremo tutte le risposte alle nostre domande e anche qualche risposta in più, credetemi, ma di sicuro, sarà stata un’uscita stimolante – anche se un filo frustrante, forse.
  4. DIAMOCI UN TEMPO LIMITE
    Altra variabile che crea una certa ansia: il tempo.
    E allora usiamola per metterci alla prova e migliorare. Anziché uscire e cazzeggiare, aspettando l’ispirazione o scattando in totale relax, fissiamo un tempo massimo, magari con un timer, e cerchiamo di stare in quel tempo.
    Ci servirà a concentrare le energie e a fare la punta allo sguardo, allenarlo a vedere e non soltanto a guardare, perché il tempo scorre molto più veloce quando scorre contro  di noi.
    Questo non significa che dobbiamo abituarci a scattare con fretta o a cottimo, ma ci aiuta a pretendere il massimo da noi stessi, quanto meno dal punto di vista fotografico, in una finestra di tempo fissa.
  5. DIAMOCI UN NUMERO LIMITE DI SCATTI
    Fingiamo di avere caricato un rullino anziché la card. Fingiamo che il tasto “Cancella” non esista e diamoci un numero massimo di scatti. Partiamo con 50, per esempio. Magari per le prime volte stiamo larghi, ma poi, proviamo ad uscire e darci come limite massimo di scatti, diciamo, 36 – che tanto mi ricorda i giorni della pellicola.
    Impariamo a non sprecare scatti, impariamo a stare nel numero minore di scatti, ci aiuterà ad essere più attenti, più selettivi, più accurati sia nel scegliere i nostri soggetti, sia nel scegliere le inquadrature e la composizione, oltre che a valutare l’esposizione corretta per l’effetto voluto – ogni tentativo di avvicinamento ci costerà uno scatto e avere a che fare con un numero limite di scatti sarà soltanto fieno in cascina, per così dire.

Se non avessi deciso di stilare un elenco di cinque punti, ne aggiungerei un sesto dedicato alla post-produzione, e direi, più o meno, limitiamo gli interventi di post-produzione al minimo e cerchiamo di ottenere lo scatto in macchina, ma ormai avevo deciso per cinque punti e quindi… quindi, bene così.

Read Full Post »

Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

Read Full Post »

13131560_1454230234593638_5287393368211108195_o

Bimba sulla Awa Mahal Road, Jaipur (India)  – Una luce morbida, una profondità di campo ridotta, un fuoco preciso, ma soprattutto un soggetto incantevole (per lo meno a mio giudizio).

Visto il successo del post dedicato alla fotografia di paesaggio e agli errori più comuni – clicca qui – ho pensato di replicarne il modello e di dedicarmi questa volta alla fotografia di ritratto.

Partiamo dunque senza indugi, premettendo soltanto che non si tratta di leggi incise nella pietra, ma di semplici consigli che arrivano da qualche anno di esperienza.

Ecco alcuni degli errori più comuni:

  1. TUTTO A FUOCO
    Il ritratto vive in quel magico mondo dominato da una ridotta profondità di campo. Uno degli errori più comuni di chi si è avvicinato da poco alla fotografia – e in particolare alla fotografia di ritratto – è quelli di non sfruttare il fuori fuoco dato da una profondità di campo ridotta e di rovinare un potenziale scatto interessante lasciando troppo interesse allo sfondo.
    Non dobbiamo temere le aperture estreme. Componiamo con cura e usiamo il diaframma più aperto di cui il nostro obiettivo dispone. Nessun ci vieta di farlo, ma il mio consiglio è quello di scattare sempre tra f.2.8 e f.5.6, ricordandoci che la profondità di campo, oltre che dall’apertura del diaframma, è determinata dalla vicinanza del nostro soggetto e dalla lunghezza focale che impieghiamo.
    Ricordiamoci che,  LA PROFONDITÀ DI CAMPO SARÀ SEMPRE PIÙ RIDOTTA:

    1. PIÙ IL DIAFRAMMA È APERTO
    2. PIÙ LA DISTANZA DAL SOGGETTO È RIDOTTA
    3. PIÙ LA LUNGHEZZA FOCALE IMPIEGATA È LUNGA
  2. FUOCO INCERTO
    Altro errore tipico del principiante: non avere un punto focale preciso.
    Lavorare con diaframmi aperti, aumenta la possibilità di commettere errori nella messa a fuoco.
    I puristi – e per una mi trovo d’accordo con loro – esigono che, in un ritratto, gli occhi del soggetto siano SEMPRE perfettamente a fuoco.
    Il problema non si pone se il soggetto guarda in macchina con il volto perfettamente in asse, mentre qualche grattacapo in più nasce nel momento in cui invece assume una posa di 3/4, ad esempio, soprattutto se scattiamo con diaframmi molto aperti (f.2.8 o addirittura f.1,4 o f.1,2), utilizzando una focale tra gli 85mm e i 200mm.
    In certi casi, tipici però della fotografia di ritratto (ad es. con un soggetto a 1 metro, un 85mm e f.1.4) la profondità di campo si riduce a pochi centimetri e dobbiamo essere davvero attenti che gli occhi (almeno uno) siano perfettamente a fuoco.
  3. LUCE POCO INDICATA
    Il principiante di solito si entusiasma per il soggetto e tende a sottovalutare gli effetti catastrofici di una luce poco indicata per un ritratto.
    Evitiamo la luce del sole a picco – o di qualsiasi fonte luminosa (piccola) posta direttamente sopra il capo del nostro soggetto.
    Evitiamo anche la luce da sotto: fa immediatamente horror movie!
    E anche la luce radente è da utilizzare con molta circospezione, in quanto è micidiale nell’andare a sottolineare le imperfezioni della pelle.
    Meglio una luce morbida. Cerchiamo una finestra, la Luce che filtra da una finestra è sempre piuttosto morbida, magari ammorbiamola ulteriormente, schermando la luce con le tende (basta che siano bianche!).
    Se la luce è fortemente caratterizzata da una direzionalità, bilanciamo le ombre sul lato opposto di dove colpisce il soggetto, usando un riflettore – in commercio se trovano di vari tipi, pieghevoli e comodi, ma anche un semplice foglio di carta o un pezzo di polistirolo bianco possono aiutare.
    Il riflettore, sia di quelli professionali, sia approntato in corsa con un foglio di carta bianco, attenuerà le ombre.
    In una giornata di sole, all’aperto, cerchiamo sempre quello che i professionisti chiamano open shade e cioè una condizione che ponga il soggetto al riparo dalla luce diretta del sole – un portico, frasche, ecc. Non è necessario acquistare costosi teli traslucidi, basta guardarsi intorno e ricordarsi che il sole diretto non è certo il nostro miglior alleato nelle foto di ritratto.
  4. UN AMBIENTE OSTILE
    Ci concentriamo sul volto e non ci curiamo di tutto quello che sta attorno, soprattutto dietro. Ecco un errore molto comune, purtroppo comune anche in chi ha qualche esperienza in più.
    Cerchiamo di valutare sempre con cura l’effetto dell’ambiente sul volto ritratto.
    Scegliamo uno sfondo che non incomba, valutiamone colori ed intensità, valutiamo che non risulti troppo invadente.
  5. ANSIE, FRETTA E DISAGI VARI
    Ricordiamoci che pressoché nessuno, a meno che non faccia il modello di professione o che goda di una spiccata vanità, si trova a proprio agio di fronte ad una macchina fotografica spianata.
    Cerchiamo di andare sempre incontro ai nostri soggetti, facendo in modo che il loro disagio sia minimo. Come? Evitando di tenerli in posa troppo a lungo.
    Questo però non significa scattare con fretta, ma piuttosto avere le idee chiare prima di far posare il soggetto.
    Soprattutto se abbiamo fermato qualcuno per strada, cerchiamo di essere rapidi, cortesi e decisi. Ognuno di noi usi le tecniche che pensa più efficaci per mettere a propio agio il soggetto che stiamo ritraendo – io, personalmente, ci chiacchiero.
    Ricordiamoci che il sorriso è spesso la soluzione migliore, per cui… via i bronci!
    Ma lavorare sul disagio dei nostri soggetti non è sufficiente.
    Molto spesso, molti di noi, provano un profondo imbarazzo nello scattare un ritratto.
    E credetemi, il disagio del fotografo viene quasi sempre percepito anche dal modello, con il risultato di elevare oltre modo il suo livello d’ansia e di imbarazzo di fronte alla nostra macchina fotografica.
    La situazione è paradossale, ma il nostro disagio non fa che alimentare l’insicurezza e  il senso di inadeguatezza di chi sta posando per noi.
    Se siete timidi, la fotografia di ritratto non fa per voi!
    Chiedevi perché vi sentite a disagio nel fotografare le persone e trovate il modo di risolvere questo problema.
    L’esperienza mi ha indicato alcune cause alla base del DISAGIO DEL FOTOGRAFO :

    1. NON SI SENTE ALL’ALTEZZA
    2. TEME DI FAR PERDERE TEMPO AL SOGGETTO
    3. NON HA LE IDEE CHIARE
    4. NON HA LE CONOSCENZE TECNICHE NECESSARIE
    5. NON CONOSCE ABBASTANZA LA PROPRIA MACCHINA FOTOGRAFICA

Naturalmente, mentre stilavo questi cinque punti, me ne venivano in mente almeno altri cinque…  vorrà dire che tornerò sull’argomento, sempre che la cosa sia di vostro interesse.

 

Read Full Post »

13173130_1454231087926886_1962809571931629478_o

Pura geometria e un sole inclemente. 1/2 stop di correzione negativa per rendere le ombre ancora più decise

Già mi sembra di sentirli i puristi… già mi sembra di sentire levare al cielo i loro strali… “Non si scatta mai col sole a picco!”.
Ok, ok! Non posso dar loro torto, anzi, diciamo che, nella maggior parte delle occasioni, hanno ragione.

Il sole a picco produce una luce molto dura, difficilmente si presta per un ritratto – sempre che si pensi al ritratto nel senso canonico – e altrettanto difficilmente è una luce adatta per uno scatto di paesaggio.
Il sole a picco crea ombre decise, a volte anche troppo decise, con una transizione tra le alte luci e i neri molto breve. Si tratta di una luce carica di contrasto, cattiva e difficile da gestire e misurare.

Questo però non significa che qualche volta non ci si possa cimentare con la luce del sole a picco. In questo caso, rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci a raccogliere una sfida interessante.
Sì, la luce del sole a picco è una sfida davvero interessante per qualsiasi fotografo.

Non tutti i soggetti sono adatti 
Il primo problema che dobbiamo risolvere è legato al soggetto che scegliamo di fotografare. NON TUTTI I SOGGETTI SONO ADATTI AL SOLE A PICCO. Dimentichiamoci i ritratti, soprattutto se pensiamo ad un ritratto canonico. Il sole a picco costringe i nostri soggette a strizzare gli occhi, che diventano delle minuscole fessure senza espressione, e crea fastidiose ombre sotto occhi, mento e naso – e queste ombre non rendono giustizia a nessun soggetto, neppure al più fotogenico.
L’architettura, invece, si dimostra molto adatta per essere scattata con il sole alto nel cielo.
Il forte contrasto produce ombre nette e ampie aree in piena luce. Sfruttiamo il contrasto! Il forte contrasto comprime molto il range tonale della scena e disegna forme geometriche piuttosto riconoscibili. CERCHIAMO LE GEOMETRIE!
Edifici, monumenti, statue… sono tutti elementi che si prestano in modo incredibile per questo tipo di luce dura.
EVITIAMO I PANORAMI, prediligiamo scorci o dettagli, giocando con il contrasto tra luce e ombre.
Avventuriamoci nel magico mondo del BIANCO E NERO.  Il gioco tra ombre e luci che crea il sole a picco è ideale per scattare in bianco e nero. Evitiamo però di scattare direttamente in bianco e nero, scattiamo a colori e solo in fase di post-produzione trasformiamo gli scatti in bianco e nero – in questo modo il sensore registrerà le informazioni dei tre canali (RGB) e non soltanto quella del canale monocromatico!

13139172_1454230404593621_6854654057187554236_n

Anche qui tanta geometria. L’ampia area illuminata suggeriva alla macchina di chiudere, ho preferito correggere i parametri suggeriti, aprendo di 1/2 stop, per non rendere i marmi in luce troppo grigi – se avessi aperto troppo, avrei corso il rischio di slavare le ombre.

Come misurare l’esposizione
Con il sole a picco, la nostra scena risulta sempre molto illuminata, questo significa che l’esposimetro della macchina, in generale, tenderà a chiudere, a sottoesporre.
Ricordiamoci però che ci troviamo in una situazione piuttosto estrema e dobbiamo sfruttare questa sfida in maniera creativa.
E allora bando agli indugi! Ma attenti… il sole a picco non è una luce per pavidi.
Esporre è comunque un atto creativo, per cui assumiamocene la responsabilità e andiamo a vincere la sfida con una luce cattiva come quella del sole alto nel cielo.
In scatti molto grafici, personalmente preferisco sottoesporre ulteriormente, in questo modo ottengo ombre ancora più decise – attenzione a non chiudere troppo il diaframma, rischieremmo di sporcare troppo le aree di luce.
Se invece siamo alle prese con scatti più descrittivi, allora meglio aprire un po’ di più, rispetto alla lettura dell’esposimetro, o rischiamo di perdere molti dettagli.

Qual’è la modalità di esposizione migliore?
Non c’è. Dipende da noi, da come ci troviamo più a nostro agio e da come conosciamo la nostra macchina.
Gli esposimetri di ultima generazione sono in grado di esporre “correttamente” anche in scene cariche di contrasto, ma l’ultima parola spetta sempre a noi!  E non dimentichiamoci che gli esposimetri sono tarati per ricondurre tutto ad un grigio medio… se va bene, sotto il sole d’estate dell’una di pomeriggio, di grigio medio ce ne sarà davvero poco, per cui, affidarsi troppo ai parametri suggeriti dall’esposimetro, potrebbe slavare le ombreimbottire troppo le luci.

Il mio consiglio è impostare la macchina in manuale, questo ci dà il massimo controllo su tutti i parametri – non sentite già l’adrenalina scorrere!? ah ah ah,
In scatti molto grafici potrebbe essere una buona scelta quella di impostare la misurazione spot, che riduce l’area di lettura dell’esposizione ad poco più di un punto, in corrispondenza del punto di messa a fuoco.

13139106_1454230141260314_9015303993712455407_n

Lettura spot sulle ombre e il gioco è fatto. Del resto, quelle ombre davanti ai portoni sono proprio il grigio che piace tanto agli esposimetri. Il risultato è uno scatto che “trasuda caldo” – o no!?

In ogni caso, cerchiamo quelle poche aree di tono medio presenti nella scena e misuriamo lì: ci assicureranno un lettura di partenza abbastanza accurata, saremo noi poi a decidere se accontentarci o se intervenire, chiudendo – e quindi saturando – o aprendo – e quindi andando a recuperare dettagli nelle ombre. Attenzione! Sovraesponiamo con giudizio, il rischio di bruciare varie aree dell’inquadratura è dietro l’angolo.
… insomma, la luce del sole alto nel cielo non è il diavolo!
È una luce difficile, drammatica, ricca e che spesso non si lascia domare. È una luce impegnativa da misurare, ma che, per contro, promette scatti molto interessanti.

I giorni della pellicola sono lontani, per cui, usciamo e sperimentiamo… male che va, cancelleremo.

 

 

 

Read Full Post »

Older Posts »