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Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


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Senzatetto di Delhi

SI-PUÒ-FA-RE!
Per citare un cult movie degli Anni Ottanta, Frankenstein Jr. di Mel Brooks, e sdrammatizzare un po’ l’argomento “composizione”, che spesso fa strabuzzare gli occhi di chi si è avvicinato da poco alla fotografia.

Fermo restante il concetto che, personalmente, considero la composizione fondamentale, mi rendo conto, soprattutto quando chi ho di fronte ha poca esperienza.
Per un vezzo dei tempi, servito su un piatto d’argento dalla rivoluzione digitale, il principiante tende a sbadigliare quando sente parlare di composizione fotografico.
Va molto di modo considerarsi fotografi istintivi – eufemismo per evitare di usare l’aggettivo “ignoranti”. Il fotografo istintivo è allergico per natura ad imparare la tecnica, figuriamoci a cimentarsi nella composizione, che. scatola chiusa, considera alla stregua di una perdita di tempo.

Chi invece prova a fare un passettino oltre e cerca di fare suoi i concetti della composizione fotografica, troppo spesso, sgonfiatosi l’entusiasmo dei primi giorni, tende a sedersi e a consegnare gran parte dei suoi scatti alla famigerata regola dei terzi.

La conosciamo tutti, non serve che ne riprenda i concetti base proprio qui, in un post con il quale cerco di suggerire ai più pigri che si può andare oltre

Ebbene sì, c’è vita oltre la regola dei terzi.
Durante i miei workshop, sia di tecniche di base, sia di composizione presento la regola dei terzi come il porto sicuro, una sorta di paracadute.
Non sai come disporre gli elementi della scena!? Mettili sui terzi e te la cavi con poca fatica.
D’accordo, siano benedetti i terzi che tolgono i peccati della fotografia e le castagne dal fuoco al fotografo più e più volte, ma si può andare oltre – e con risultati altrettanto soddisfacenti. La composizione da secoli offre all’artista visivo numerosi strumenti per assicurarsi un certo successo.
Sperimentarli non nuoce, male che va ci sono sempre i terzi.
Proviamo a vedere…

Cercate le linee, ad esempio.
Oltre le colonne d’Ercole dei terzi, ci sono le linee guida, ad esempio.
Proviamo a comporre guidando l’occhio di chi guarda attraverso delle linee guida.
Attenzione, impiegare le linee guida come strumento di composizione NON significa fotografare delle linee, ma individuare linee (reali o suggerite) che guidino l’occhio verso il nostro soggetto.
Il mondo reale offre linee in abbondanza, basta allenare un po’ l’occhio e prestare attenzione a quello che ci circonda.
Dove possiamo trovare delle solide linee da impiegare nella composizione di un’inquadratura? Nella prospettiva di un filare di alberi, ad esempio… nel susseguirsi dei lampioni ai bordi di una strada, nel profilo di una montagna, nel ripetersi delle colonne di un colonnato… basta guardarsi attorno e,  ricordandosi che la nostra macchina ragiona solo con due dimensioni, il gioco è fatto.

Orizzontali, verticali, diagonali e curve. Tutte le linee portano al soggetto.
Questo dovrebbe essere il senso.
Le linee orizzontali costruiscono un’immagini più statica, rispetto alle sorelle verticali.
Le diagonali aggiungono un pizzico di dramma e di tensione alla composizione, mentre le linee curve hanno il vezzo di portare un po’ a spasso l’occhio di chi guarda, rendendo la fruizione più giocosa.

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Nella realtà – drammatica – del ponte di Chelmsworth Road di Delhi non ci sono linee, ma nella rappresentazione bidimensionale delle nostre macchine fotografiche ecco che miracolosamente compaiono, Sfruttiamole per indirizzare lo sguardo, ma soprattutto impariamo a vederle.


Vuoi migliorare la tua fotografia? Clicca qui, troverai sicuramente il workshop che fa per te.


 

 

 

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Carck Addict sotto un ponte a Delhi, la denuncia è sempre un tema che fa molta presa

Crack Addict sotto un ponte a Delhi, la denuncia è sempre un tema che fa molta presa

Sarà l’eco del workshop concluso poco più di una settimana fa, sarà che uscire per strada col sole e con il tepore della primavera invoglia tutti a portarsi dietro la reflex… torno a parlare di street photography.

STREET PHOTOGRAPHY, tanto per chiarire, non si riferisce per forza a fotografia scattate solamente per strada, ma bensì a fotografie di soggetti comuni ritratti in situazioni comuni, con l’intenzione di raccontare il proprio punto di vista – fotografico – a proposito di ciò che inquadriamo.

La street photography è alla portata di tutti – be’ diciamo di molti… -. Non richiede tanta attrezzatura e non è necessario recarsi in luoghi esotici per catturare immagini belle.

Ma appunto questo è il vero nodo: LA STREET PHOTOGRAPHY VIVE DI STORIE, le nostre immagini, dunque, devono saper raccontare una storia, sintetizzare cioè in uno scatto un messaggio, esplicito o meno poco importa.

Non entrerò nelle tecniche di ripresa e salterò a piè pari le filosofie care ai puristi di tale tipologia di fotografia, mi limiterò a dare qualche consiglio pratico su quello che ho capito funziona meglio di altro.

Mi piace paragonare la street photography ai romanzi brevi, quello dove l’autore svolge il proprio racconto in poche pagine, bene qui il nostro compito è quello di raccontare una storia con un solo scatto. Non lasciamoci intimorire, è più semplice di quanto non possa sembrare.

Come per la letteratura, anche per la fotografia (di strada) esistono temi che funzionano meglio di altri.

Cerchiamo di vedere assieme quali sono…

L’IRONIA
È forse il tema più facile da sviluppare, ma di certo anche il tema che ci farà incassare maggior plauso.
Cerchiamo scene divertenti, ironiche, buffe e immortaliamole. Ci perdoneranno anche errori di composizione o di tecnica se lo scatto li farà sorridere.

IL CONTRASTO
Il contrasto è un altro tema che funziona molto bene. Grande vs. Piccolo, Chiaro Vs. Scuro, Curvo Vs. Retto, e così via fino a che ce ne vengono in mente.
Ricordiamocelo una volta per strada, cerchiamo i contrasti, i piccoli contrasti quotidiani o anche i contrasti che rimandano a messaggi superiori

L’ISTANTE RUBATO
Lo scatto colto di sorpresa, il gesto inconsueto, l’espressione naturale, questi sono alcuni ingredienti vincenti del tema istante rubato.
Le cosiddette istantanee candid. Cerchiamo i nostri soggetti, scoviamoli mentre magari sono intenti a svolgere le loro mansioni quotidiane e con spirito da predatori, immortaliamoli mentre non si curano di noi. Cerchiamo sempre di non scattare foto moralmente sconvenienti per i soggetti ritratti.

LA DENUNCIA
Qui si entra in un campo più complicato, che ha che fare con il reportage e il fotogiornalismo, ma la denuncia è un tema sempre molto forte e capace di attirare l’attenzione dei nostri potenziali fruitori.

LA PROSPETTIVA RIBALTATA
Cosi la chiamo io, prospettiva ribaltata, quando cioè inquadriamo da un punto di vista che è diametralmente opposto a quello a cui siamo abituati, pensate ad esempio ad un comizio e all’inquadratura della folla che ascolta, presa dal palco, o da un concerto, scattando il pubblico dal punto di vista degli artisti, o ancora – più alla portata forse – una foto da dietro il bancone di un bar o di un ufficio postale, insomma… dall’altra parte, per capirci

Per ora mi fermo, credo che se vorrete uscire e provare a scattare quattro o cinque foto per ogni tema, passerete di certo qualche ora divertendovi.

Mi raccomando: RACCONTATE SEMPRE UNA STORIA!

 

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Arrivano la primavera e l’estate e arriva il momento delle feste e dei fuochi artificiali… quante volte li abbiamo ammirati e quante volte ci sarebbe piaciuto tornare a casa con una bella serie di fotografie. Ci portiamo la nostra macchina, cominciamo a scattare e quando torniamo a casa… i nostri scatti sono poveri e non rendono giustizia allo spettacolo pirotecnico al quale abbiamo appena assistito.

Qualche divagazione tecnica
Fotografare i fuochi artificiali comporta alcune sfide tecniche.
Cerchiamo di capire che cosa stiamo fotografando, cosa sono i fuochi artificiali? Stiamo fotografando strisce di luce su un fondo scuro, il cielo. Il fatto di fotografare su un cielo nero non è un dettaglio, perché non viene registrato dal sensore e questo ci permette di tenere aperto l’otturatore per tutto lo spettacolo di fuochi – o quasi.
Per cui, per farla breve, fotograferemo i fuochi artificiale in manuale, impostando un diaframma corretto e il tempo di posa su B. “Tempo B” significa che l’otturatore rimane aperto per tutto il tempo che vogliamo noi e la chiusura è manuale e comandata da noi.

Muniamoci per cui di un cavalletto solido e di uno scatto flessibile o remoto – per qualche informazione sui cavalletti leggete qui.

Spegniamo l’autofocus e mettiamo a fuoco su un punto lontano – cerchiamo di commettere l’errore di girare semplicemente la ghiera della messa a fuoco al massimo, ma puntiamo con una certa precisione.

Impostiamo gli ISO sul minimo (100 o 200) e impostiamo il diaframma su f.8 o f.11 – prendete il consiglio per buono…

Ora siamo pronti, muniamoci di un cartoncino e via!
Schiacciamo il tasto del controllo remoto, se il nostro comando ne è dotato, blocchiamo la chiusura e cominciamo a registare il primo fuoco artificiale, se il comando non ha blocco, assicuriamoci che l’otturatore rimanga sempre aperto. Possiamo anche coprire – delicatamente – l’obiettivo con il cartoncino, tra un fuoco e l’altro, non è fondamentale farlo, visto che il cielo è nero.

In fase di inquadratura, cosa che dovremo aver fatto prima di iniziare,
ricordiamoci di includere qualche dettaglio di panorama, un edificio, un castello, un ponte, degli ombrelloni, il mare, un fiume, ecc. in modo da non avere soltanto dei fuochi nel nero.

Fotografando i fuochi in tempo B riusciremo a cogliere più di un fuoco solo in una solo scatto, dando così il senso di festa e di gioia propri degli spettacoli pirotecnici

E ora buon divertimento.

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Fill-in flash… flash di riempimento… colpo di schiarita… una tecnica che può aiutarci a casa un bel ritratto in condizioni non ottimali di luce, ma con poche conoscenze tecniche.

Non entriamo nei dettagli della tecnica di illuminazione mista falash+luce, ma cerchiamo di imparare il trucchetto del colpo di schiarita  e di riprometterci di utilizzarlo ogni volta .

Diamo una descrizione seria e poi passiamo alla pratica:

Si chiama flash di riempimento – o fill-in flash –  l’uso del flash con tempo di posa molto vicino, se non uguale, al tempo di posa suggerito per l’esposizione senza flash della stessa inquadratura.

‘mbè!? che cosa vuol dire?! vuol dire, in soldoni:  MISURARE L’ESPOSIZIONE PER LA LUCE AMBIENTE DISPONIBILE E AGGIUNGERE UN COLPO DI FLASH PER RISCHIARARE LE PARTI IN OMBRA.

Quando usiamo questa tecnica?
Ad esempio in situazioni di forte controluce o con il nostro soggetto inquadrato davanti ad un cielo terso o a un muro molto chiaro.
In questi casi saremmo chiamati a fare una scelta e per non rischiare di bruciare lo sfondo,  sovraesponendo rispentto alla lettura che ci consiglia l’esposimetro, finiremmo col sottoesporre irrimediabilmente  per cogliere i dettagli del primo piano.

fill flash

A destra SENZA FILL IN FLASH, a sinistra CON FILL IN FLASH

 Nell’esempio sopra, la ragazza era illuminata da un sole a piccco che le creava brutte ombre sotto il mento e attorno ad occhi e zigomi, con un colpo di schiarita, abbiamo salvato il risultatato.

Ci serve un flash dedicato?
Non necessariamente, il flash a scatto va benissimo per essere impiegato come fill-in flash.

In che modalità dobbiamo usare il flash?
Se utilizziamo un flash esterno, di quelli da montare sulla slitta, abbiamo diverse modalitrà tra le quali scegliere. Se non siamo esperti, restiamo nelle acque sicure del TTL, sofisticata modalità che dialoga con la macchina, opera scelte complicati e accurate, ma – in questi casi – ci toglie le castagne dal fuoco. Deciderà il flash, in TTL, quanta potenza erogare.

Compensiamo o non compensiamo?
Senza compensazione, il rischio è di illumirare troppo il soggetto in primo piano.
Io consiglio di fare un piccolo intervento di compensazione. Se utilizzimo il flash a scomparsa, vista la sua potenza ridotta, possiamo tranquillamente compensare con  -0.3 o -0.7 EV, con un flash dedicato possiamo scenndere anche a -1 EV.
Compensando in negativo, otterremo un risultato più morbido.

fill flash 2

Senza flash, con il flash in TTL automatico e con il flash in TTL, ma compensato negativamente di 1 EV

E ora c’è soltanto da uscire e provare a scattare i nostri ritratti in controluce!

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Abbiamo appena comprato la nostra reflex, finalmente, e il kit comprende un obiettivo… diciamoci la verità, di solito l’obiettivo che ci vendono con il kit non è mai un gran che… vogliamo sostituirlo? O magari vogliamo completare il nostro parco lenti, ma il portafogli piange… che si fa!?!?!

Il mercato ci impone una scelta: ci compriamo un’ottica originale, oppure optiamo per un’ottica universale?

Oroginale vs. universale
Sulle ottiche originale è inutile che mi dilunghi, quelle sono e quelle restano, se abbiamo il budget per acquistarle, non possiamo sbagliare, sono studiare per la nostra macchina e di solito, eccezione fatta per gli entry level, le lenti originali sono una buona scelta, infatti, solitamente – e dico solitamente – le ottiche originali sono una piccola garanzia, garanzia che però spesso paghiamo cara.
Però, se abbiamo i soldi… spendiamoli e compriamoci un obiettivo originale,
E se i soldi invece non li abbiamo?!?!
Bè in questo caso abbiamo due opzioni: aspettare e risparmiare, oppure acquistare un’ottica universale.

Che cos’è un obiettivo universale?
È un obiettivo costruito e venduto da una terza parte che si premura di renderlo compatibile con le due/tre marche leader del mercato – leggi Nikon e Canon.

Questo è un passaggio cruciale: assicuriamoci che l’obiettivo che abbiamo scelto abbia l’attacco per la nostra macchina fotografica – di solito gli universali vengono prodotti per Nikon e per Canon, ma qualche volta si trovano anche per Pentax, Sony e Olympus, sinceriamocene prima di strisciare la carta di credito!!!

Il vantaggio di un obiettivo universale è tutto nel prezzo, infatti a parità di caratteristiche (focale e diaframma massimo), gli obiettivi universali costano decisamente meno dei loro equivalenti originali.

Due marche la fanno da padrone nel mercato delle ottiche universali: Sigma e Tamron,
Personalmente preferisco Sigma, e, all’interno della gamma degli obiettivi Sigma, si può trovare una linea di pregevolissima fattura – la linea EX, che però ha un costo leggermente più alto, ma offre anche performance di tutto rispetto,
Tamron, che comunque offre un’elevata qualità, costa sensibilmente meno di Sigma. A voi la scelta.

Consiglio dunque a tutti di andare sui relativi siti e di confrontare le offerte,
Sia Sigma, sia Tamron offrono la completa compatibilità in termini di diaframmi e auto focus s con reflex Nikon e con reflex Canon, controllate la compatibilità con le altre marche.

Da qualche anno a questa parte si è affacciata sul mercato una marca sud coreana, la Samyang, che di sta distinguendo per obiettivi di ottima fattura.
Samyang produce e commercializza un validissimo 8mm e un buon 70/200 mm, oltre ad un obiettivo tilt and shift, utilissimo per chi fa fotografia di architettura. Chi ne mastica sa che un 8mm fisheye è un pezzo costoso e pregiato, per non parlare di un tilt and shift 85mm

I prezzi di Samyang sono molto competitivi, anche se confrontati con le altre marche universali. Purtroppo però molti degli obiettivi Samyang non sono completamente compatibili – ad es. siamo costretti ad impostare manualmente il diaframma, o non supportano l’autofocus – ma ancora una volta consiglio di dare un occhio al sito ufficiale e alle specifiche tecniche delle varie ottiche e qualche volta, il piccolo sacrificio di impostare manualmente il diaframma può essere facilmente superato…

Per concludere: non sto spingendovi a non acquistare gli obiettivi originali, se il budget ce lo consente, credo sia la scelta più ovvia, ma dico, non spaventatevi e guardatevi attorno, esistono alternative.

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