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Posts Tagged ‘workshop di fotografia’

Ci siamo! Il conto alla rovescia è entrato nella sua fase calda: meno di un mese a Natale!
… giusto il tempo per prepararci e farci trovare pronti con uno degli appuntamenti fotografici per antonomasia, dettati dal calendari: le festività natalizie!

In questa manciata di settimane che ci separa dal fatidico venticinque, vi invito a fare un gioco, che, nella mia speranza, cela delle ottime possibilità per farci crescere come fotografi. Ci state!? Bene!
Si tratta di un gioco molto semplice: FINGIAMOCI DEI PROFESSIONISTI e proviamo ad impegnare il tempo che ci separa dalle festività come farebbero i professionisti alle prese con un progetto da svolgere – quello che nel jargon anglofilo si chiama assignment e cioè un lavoro assegnato al fotografo da un cliente o dal suo giornale: l’incarico.
Nel nostro gioco, l’incarico che ci è stato assegnato  è questo: FOTOGRAFARE IL NATALE.

Diamoci da fare, perché tutto sommato il tempo a disposizione non è mai abbastanza.
E ricordiamoci: siamo professionisti e non possiamo permetterci di bucare l’ìncarico – che in parole povere significa, “far cagare” (!!!).

Al lavoro, dunque!

Assignment: FOTOGRAFARE IL NATALE
Consegna: 6 gennaio 2018

Pianifichiamo il progetto

Solitamente il cliente passa al fotografo quello che viene chiamato brief, un documento nel quale esprime il tipo di progetto che si attende, il numero di scatti, il mood, e cose simile. Qualche volta, però, capita che il cliente lasci carta bianca al professionista – “fa come credi, ma portami qualcosa di nuovo/emozionante/personale” e, quando questo capita, il fotografo, da un canto, si rallegra perché non ha paletti o imposizioni da rispettare, da un’altro canto, è cosciente di prendersi un grandissimo rischio, caricandosi sulle proprie spalle tutto il peso del successo finale del progetto.
Nel nostro gioco, il cliente ci ha dato carta bianca, per cui, sarà meglio avere le idee chiare.
Pianifichiamo il nostro assignment.
Muniamoci di carta e penna o di tablet o di qualsiasi altra cosa e cominciamo a buttare giù tutto ciò che può darci una mano per mettere a fuoco il tipo di progetto che andremo a realizzare.
Prendiamo nota di cosa intendiamo fotografare (di quello che considereremo il nostro soggetto principale), del mood generale che vogliamo dare al nostro progetto, appuntiamoci il tipo di linguaggio che pensiamo di usare e il numero di scatti finale.
Poi, più sotto, elenchiamo le eventuali complicazioni legate alla logistica – luoghi e spostamenti – e poi fissiamo l’agenda del progetto, quando pensiamo di scattare, quando inizieremo a scegliere gli scatti buoni, magari a post-produrli, tenendo bene in mente le festività e la “data di consegna” – che introduce sempre un sano briciolo di ansia.
Nel buttare giù l’agenda del nostro progetto, teniamo conto di tutte le variabili possibili.
L’agenda del progetto ci deve aiutare a non imbarcarci in qualche cosa che ha bisogno di dieci giorni pieni di scatti fotografici, se tra una visita ai parenti e una recita a scuola del figlio, non che la messa di mezzanotte del 24, di giorni a disposizione ne abbiamo soltanto sei.
Consideriamo spostamenti e tempi per gli spostamenti. Documentiamoci su ciò che ci aspettiamo di trovare e sulla sua effettiva possibilità di fotografarlo.  Non c’è nulla di più frustrante arrivare sul posto e, di fronte al nulla, sentirsi dire, “ah, ma quello che vuole lei, c’era ieri”. Il web è una risorsa incredibile e va sfruttata per evitare fallimenti di proporzioni tragiche.
Ricordiamoci però che, anche la pianificazione più dettagliata, può saltare per colpa di una variabile del tutto al di fuori del nostro controllo, per cui, teniamoci sempre pronti ad essere costretti a cambiare in corso. Pensiamo sempre ad un piano B – soprattutto se il nostro progetto è fortemente legato alle condizioni meteorologiche.

Facciamo una lista, la lista delle idee

Chiediamoci cosa faccia Natale…

  • albero e/o presepe
  • luminarie
  • processione
  • candele
  • regali
  • dolci tipici
  • pupazzi di neve
  • agrifogli

Magari ci vengono anche altre idee… meglio ancora.
Buttiamole giù! Da questa lista, prenderà forma il nostro incarico.
Potremo scegliere un solo punto o due, tre, anche quattro o cinque… dipende soltanto da noi e da cosa intendiamo mettere nel nostro progetto. Ma, credetemi, vedere le idee una sotto l’altra, aiuta molto.

E ora… un’altra lista! La shot list.

Già vi sento… questo è fissato con ‘ste liste. Un po’, ma credetemi, aiutano davvero…
La seconda lista che vi consiglio di compilare e quella che i professionisti chiamano shot list.
La shot list mette in fila gli scatti che (come minimo) contiamo di portarci a casa per chiudere il progetto.
Nella nostra shot list elencheremo gli scatti che intendiamo realizzare, aggiungendo qualche indicazione tecnica (primo piano, istantanea, campo largo, ecc.) o qualche indicazione relativa a luoghi o alla logistica.
La shot list è uno strumento semplice, ma molto potente con il quale moltissimi professionisti riescono a definire con cura e precisione l’entità del progetto, il numero di scatti, gli eventuali ostacoli.
Non significa che se non è sulla lista, allora non lo scattiamo. Piuttosto, significa: ho scattato tutto quello che avevo messo in lista!?

 

Controlliamo l’attrezzatura

Puliamo o portiamo a pulire la nostra macchina fotografica e gli obiettivi., tenendo bene a mente che il tempo potrebbe rivelarsi particolarmente tiranno.
Proviamo tutti gli accessori di cui disponiamo, se alcuni di questi sono alimentati a batteria, acquistiamo le varie batterie di ricambio. Arrivare sul posto, montare la macchina sul cavalletto, magari in una fredda sera di dicembre per poi scoprire che le batterie CR25 del nostro intervallometro sono completamente scariche, significa una cosa soltanto: dietro front, si torna a casa!
Acquistiamo le card necessarie e le eventuali batteria di ricambio.
Recuperiamo i vari manuali e diamo nuovamente un occhio a quei comandi o a quelle modalità che ancora non ci entrano nella testa o rispolveriamo come impostare i parametri di accessori che magari usiamo meno di altri.
È frustrante non ricordarsi come impostare il numero di scatti e l’incremento in EV, se abbiamo deciso di fotografare le festività in HDR, per colpa di quel maledetto manuale, che non leggiamo mai, ci tocca fare tutto a mano, quando la nostra reflex potrebbe fare più rapidamente e in automatico.
Controlliamo di possedere l’attrezzatura necessaria per fare quello che ci siamo appuntati in fase di pianificazione.
È perfettamente inutile aver scelto un progetto che si basa sui dettagli, se poi non possediamo un obiettivo in grado di esaltare i dettagli.

E ora qualche idea, per il nostro assignment natalizio…

Le luminarie.
Le luci di Natale offrono una grande opportunità fotografica e tra l’altro, ormai, compaiono sempre prima e questo potrebbe giocare a nostro favore. Vediamo come possiamo sfruttarle.
Possiamo farle diventare le protagoniste del nostro progetto, se ci piace e quindi trattarle come i soggetti principali. In questo caso, dovremo essere abili nel trovarne di interessanti e diverse tra loro.
Possiamo impiegarle come caratteristici elementi di sfondo. Le luci di natale, come ideali complementi il cui compito è quello di influenzare l’atmosfera dei nostri scatti – il mood.
Se pensiamo di fotografare le luminarie natalizie, prepariamoci a scattare poco prima dell’imbrunire, quando il cielo, cioè, conserva ancora un po’ di colore e ricordiamoci di portare il cavalletto, perché potrebbe quasi sempre essere necessario scattare con un tempo lungo.
Le luci di natale offrono la possibilità di scatti molto grafici, grazie al loro ripetersi e al loro essere segni grafici luminosi su uno sfondo, solitamente, scuro.
Componiamo con cura. Simmetria, ripetizione e cornici potrebbero essere le regole con le quali costruire le nostre inquadrature, senza però dimenticare l’impiego delle immagini sovrapposte (juxtapposition) o del riflesso. Qualunque sia il tipo di composizione che decideremo di usare, COMPONIAMO CON CALMA e CURA.
Per quanto riguarda l’esposizione, consiglio di leggerla su tutta la scena e di sovraesporre rispetto ai parametri consigliati – da 1/2 EV ad 1 EV o stop. Se scattiamo in manuale, basta aprire il diaframma, se invece stiamo scattando in una delle due modalità semi-automatica (priorità di tempo o priorità di diaframma), usiamo il tastino di compensazione dell’esposizione.
L’esperienza, mi dice che ci porteremo a casa un ricordo del Natale molto classico.
Portiamoci un cavalletto e, a meno che il tipo di scatto non sia costruito per avere uno sfondo completamente sfocato, impostiamo un diaframma piuttosto chiuso (f/ grande, per intenderci), in modo da garantirci la profondità di campo massima.
Una volta assicurata la macchina sul cavalletto e impostato un diaframma chiuso, verrà normale trovarsi a lavorare con tempi piuttosto lunghi. Se non possediamo uno scatto remoto, impostiamo l’autoscatto e… click!

L’albero di Natale
Per cogliere lo spirito delle festività, però, non è per forza necessario uscire nel freddo della sera. Nel caldo e nella comodità della nostra casa, l’albero e le sue luci ci offre un’ottima possibile alternativa.
Come per le luminarie, anche il nostro albero casalingo, può venire trattato come soggetto principale o come elemento accessorio, per raccontare le piccole grandi storie che vanno in scena tra le pareti di casa nostra – e credetemi, possono davvero essere moltissime: i nostri figli, la nostra compagna, i regali, nostro marito o nostra moglie, i nostri gatti o cani.
Qualsiasi siano le storie familiari che decideremo di raccontare, NON cediamo alla tentazione di spegnere tutte le luci della stanza e di lasciare solo il nostro albero, assicuriamoci invece che l’albero non diventi la fonte di luce principale, soprattutto se pensiamo di trattarlo come soggetto principale: rischieremmo di ottenere una serie si scatti male illuminati e poco suggestivi.
Se l’albero di natale fosse il nostro soggetto principale, consiglio a tutti di assicurare la macchina al cavalletto e sperimentare inquadrature alternative e spinte.
Se invece l’albero sarà soltanto un elemento accessorio dei nostri scatti, delle nostre storie fotografiche, tutto dipenderà da cosa abbiamo deciso di immortalare. Per qualche scatto posato, il cavalletto può tornare ancora molto utile, per il resto dovremo cavarcela scattando a mano.
Riuscire ad immortalare i nostri figli o nostra moglie o il nostro compagno, mantenendo tutta la naturalezza del momento, è una questione di rapidità, a questo proposito consiglio di impostare la macchina in una delle due modalità di scatto semi-automatiche – avremo un parametro in meno da impostare.
Ricordiamoci che l’esposimetro ci consiglierà, un tempo e un diaframma, ad un dato valore ISO, per ottenere uno stupendo grigio medio. Per cui, se vogliamo ottenere un mood più intimo, compensiamo sottoespoespondo, mentre se la gioia delle luci dell’albero, potrebbero voler richiedere una compensazione positiva. La scelta è SEMPRE nostra, ma è importante non dimenticare per cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: il grigio medio (!).
Attenzione al bilanciamento del bianco, soprattutto per chi di noi sceglierà di scattare in JPEG e non in RAW.
Le luci di casa sono generalmente luci calde, per cui premuriamoci di impostare il nostro punto di bianco su valori bassi, in modo che la macchina fotografica riesca a neutralizzare le dominanti eccessivamente rosse o arancio.
Controlliamo il manuale e impostiamo il bilanciamento del bianco corretto. I modelli più sofisticati permetto di impostare la temperatura in gradi Kelvin voluta, i modelli più economici offrono una o due impostazioni per neutralizzare le dominanti introdotte dalle lampade di casa: leggiamo per bene il manuale!

 

Proviamo a raccontare piccole storie
Non dimentichiamoci che le fotografie che restano nella memoria sono quelle che raccontano storie.
Immortaliamo la preparazione dei dolci, i regali sotto l’albero. Scattiamo quando i nostri figli sono intenti a scartare i doni, magari cercando di essere il più invisibili possibile.
Ragioniamo in termini di storia. Scegliamo quello che sarà il nostro scatto principale, magari un ritratto e poi corrediamolo di qualche scatto più ampio, che documenti l’atmosfera, e di qualche dettaglio stretto su oggetti particolari (i biscotti, i disegni della carta da regalo, i fiocchi, le palline dell’albero, ecc.).
Per gli scatti ampi, scegliamo un grandangolo e un diaframma chiuso. Per i dettagli, preferiamo  una focale maggiore, aperta al massimo.
Le storie natalizie casalinghe sono ovunque: l’apertura dei doni, la famiglia a cena, la famiglia che cuoce i biscotti e molte altre ancora. Ogni casa ha le sue tradizioni e il fotografo di casa ha il compito di documentarle.

Il fotoreporter di casa

Ecco l’incarico nell’incarico! Perché no!?
Perché non improvvisarci fotoreporter e realizzare un reportage, squisitamente cronologico che documenti il Natale in famiglia, dalla sera della vigilia, alla sera del 25!?
Potrebbe regalarci un Natale diverso dal solito.
Come si fa!?
Documentiamoci. Diamo un occhio a qualche rivista o a qualche periodico, per farci un’idea di come sia costruito un reportage, in modo poi da essere in grado di cotruirne uno tutto nostro – il mio consiglio è una ventina al massimo di foto, da usare per documentare l’attesa, gli addobbi, la cena del 24 o l’apertura dei regali, il pranzo del 25, i parenti, la tombola, i dolci, le carte colorate e tutto quello che tradizionalmente succede nelle nostre case, tra la vigilia e il giorno di natale.
La cronologia potrebbe essere l’asse principale sul quale sviluppare il nostro personale reportage natalizio.
Concentriamoci sul creare un ritmo narrativo, questo riusciamo a farlo variando le inquadrature, alternando primi piani a campi allargati, scattando foto posate e scatti rubati, cogliendo qualche dettaglio molto stretto e, perché no, anche qualche ritratto.
Sono certo che non saranno le solite foto di Natale


A marzo, noi andiamo a fotografare in Marocco… vieni con noi!
Scopri qui come.


 

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Bangla Sahib, nel cuore di Delhi, scattata all’inizio della golden hour serale

Per molti di noi, la luce ambiente è la luce  con la quale ci misuriamo per la quasi totalità dei nostri scatti e credo sia fondamentale, soprattutto per coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia, capire alcuni concetti legati alla luce ambiente.

Non dobbiamo mai dimenticare che fotografare significa scrivere con la luce, per cui la luce è il nostro strumento principale, ancora più importante del modello di macchina che impieghiamo, ecco perché imparare a familiarizzare con la luce ambiente e con le diverse tipologie di luce ambiente lo considero un momento fondamentale della nostra formazione di fotografi.

Quanti di noi hanno sentito altri fotografi, magari più esperti, parlare della fatica luce giusta? Immagino molti.
In effetti il concetto di luce giusta NON esiste, o, quanto meno, è assolutamente soggettivo e legato al senso creativo del fotografo e al messaggio che si vuole legare allo scatto.
Personalmente, al concetto di luce giusta, io contrappongo quello, INOPINABILE, di luce piatta, che nel mio modo di intendere la fotografia, è la luce che non dovremmo mai e poi mai impiegare.
Detto questo, passiamo a vedere come la luce ambiente varia durante le ore della giornata, in modo da comprendere quando è meglio farsi trovare pronti.

 

Il ciclo solare per il fotografo
Ecco il ciclo completo della luce ambiente durante la giornata:

  • blue hour mattuttina
  • alba
  • golden hour mattutina (30’/60′ dopo l’alba)
  • sole alto pre-meridiano
  • massima altezza – sole di mezzogiorno
  • sole alto post-meridiano
  • golden hour serale (30’/60′ prima del tramonto)
  • tramonto
  • blue hour serale (30’/60′ dopo il tramonto)
  • buio

Come vediamo il ciclo della luce si estende da poco prima dell’alba a dopo il tramonto. La posizione del sole nel cielo influenza sia l’intensità della luce, sia la sua direzione, temperatura e qualità, tutte caratteristiche che dobbiamo imparare a riconoscere e sfruttare al meglio per i nostri scatti.
Soprattutto se ci dedichiamo alla fotografia di paesaggio, è necessario comprendere che il momento in cui scattiamo – e quindi la luce legata a quel particolare momento della giornata – influenza in maniera molto importante il nostro scatto.
In parole semplici: scattare all’alba non è come scattare poco prima del tramonto o con il sole a picco di mezzogiorno.

 

Qualità e caratteristiche della luce durante il ciclo solare

Blue hour
Direzione:  non specifica
Intensità:  bassa
Colore:  molto freddo (nella blue hour serale) – freddo (nella blue hour mattutina)
Contrasto: basso
Durezza: nessuna

Golden hour
Direzione: molto specifica
Intensita: da moderata a bassa
Colore: da molto caldo a caldo
Contrasto: moderato, ma presente
Durezza: moderata

Sole di mezzogiorno
Direzione: specifica
Intensità: da alta a molto alta
Colore: neutro
Contrasto: estremo
Durezza: molto dura

Il contrasto cresce dalla golden hour mattutina fino al sole a picco di mezzogiorno, per poi decrescere fino alla golden hour serale.


Vieni a fotografare con noi in Marocco. Ancora pochi posti a disposizione.
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Al di là dell’esposizione, al di là della composizione, al di là dell’evidente colpo di culo, questa foto serve e soddisfa l’intento che mi ero prefissato prima di scattare: fare emergere l’umanità varia che vive e rende vivi i treni locali indiani.

Una delle domande che spesso mi sento rivolgere durante gli workshop o durante i photo tour, soprattutto da chi si è avvicinato alla fotografia da poco è: “ma questa come va fotografata?”.
Ecco, questa è una di quelle domande alle quali non si può rispondere, tant’è  vero che finisco quasi sempre col rispondere che non ho idea, gettando nella confusione e nello sconforto chi mi ha posto la domanda e si aspettava una ricetta pronta all’uso, una sorta di soluzione liofilizzata per lo scatto d’effetto.

In realtà, la mia risposta è onesta solo in parte – mentre ciò che mi spinge a rispondere in questo modo è onestà al 100%.
Mi spiego. Non è vero che non abbia idea di come fotografare quello che mi viene indicato in quel momento, anzi, quasi sempre ho almeno un paio di idee che magari possono trasformarsi in scatti interessanti, ma quelle sono soltanto le mie idee, cioè, riflettono come fotograferei io la scena e non come va fotografata, semplicemente perché non esiste un modo corretto e unico per scattare una scena.

Sviluppiamo la nostra visione personale

Soprattutto chi si è avvicinato da poco alla fotografia si pone moltissime domande.
È una cosa perfettamente normale fino a quando non subentrano certi automatismi dati dalla pratica.
Alcune delle domande che ci poniamo sono lecite e ci aiutano a fare scelte ponderate, altre non fanno altro che confonderci le idee e altre ancora sono SEMPLICEMENTE MAL POSTE… sì, in parole povere: sbagliate!
Ed una su tutte, è proprio quella con cui ho aperto il post: “ma questa come va fotografata?”.

Facciamo un passetto indietro…
… ognuno di noi fotografa per ragioni personali e inseguendo obiettivi altrettanto personali.
C’è chi si accontenta di ottenere fotografie ben esposte, chi insegue maniacalmente la composizione, chi vuole esprimere un proprio lato creativo, chi invece vuole raccontare la realtà… vabbè, insomma credo abbiate capito quello che intendo dire… qualunque sia la ragione che ci fa prendere in mano una macchina fotografica e ci fa uscire a fotografare rappresenta quello che io chiamo l’intento.
È appunto questo intento che ci prefiggiamo di soddisfare che determina in qualche modo la fastidiosa dicotomia giustosbagliato. L’intento ha a che fare con la nostra visione della fotografia e soltanto in relazione a questo possiamo ragionare in termini di giustosbagliato.
In tutti i processi autorali consapevoli alla base di tutto c’e sempre l’intento e cioè quello che l’autore vuole dire. Lo si ritrova nella letteratura, nella composizione musicale, nella pittura e nella scultura. Intento e visione.

Tutto gira attorno a quello che vogliamo dire intentovisione. La nostra visione e cioè il nostro personalissimo modo di vedere le cose, il mondo. Per questo dobbiamo imparare a svilupparla e dobbiamo imparare a rifletterla nel nostro modo di fotografare.

Per cui, tornando alla domanda incriminata, dovremmo provare a riformularla e a chiederci: “qual è il modo migliore per riflettere il mio intento, la mia visione?”.
Potrebbe sembrare un tantino roboante messa in questi termini, ma soltanto così riusciremo fare le scelte corrette.

Ovviamente arrivare ad una visione coerente con tutto ciò che scattiamo non solo è un lavoro metodico e lungo, ma spesso non è neppure quello che fa per noi, soprattutto se non siamo dei fotografi professionisti.
Ad esempio, se siamo in viaggio, possiamo ragionare sull’intento che ci spinge a ritrarre le persone, che potrebbe essere diverso da come ci poniamo nei confronti, ad esempio, della natura o di un panorama.
Spero di non avervi confuso, ma quello che voglio dire è che, a diversi livelli di fotografia, corrispondono diversi livelli di coerenza di visione e che molto spesso possiamo anche accontentarci di avere un intento specifico, semplicemente legato alla scena che stiamo per scattare.

La cosa fondamentale è intuire il nostro intento, dichiararlo e cercare di capire come tecnica e composizione possano venire impiegate per trasmetterlo in maniera soddisfacente. 

Ogni volta che ci riusciamo, ogni volta che il nostro scatto riflette il nostro intento, abbiamo fotografato la scena come va fotografata.

Personalmente lego l’intento alla specificità di uno scatto e la visione più all’omogeneità di quell’intento nel corso di vari scatti, di progetti diversi e nel corso del tempo – ma non voglio annoiarvi con un pistolotto di semantica della fotografia.

Intento, visione, voce dentro di noi

Chiamiamolo come meglio crediamo, ma è questo il punto di partenza ed ha a che fare soltanto con noi stessi, con la nostra personalità, con la nostra cultura, con la nostra educazione e con il compito che assegniamo alla fotografia (altra questione assolutamente personale, se non addirittura intima).
C’è chi ha uno spiccato senso per l’ironia, tra i mostri sacri Erwitt, ad esempio, chi, invece, dà precedenza ai colori, chi fotografa per scioccare, ad esempio La Chapelle, o chi ancora si sente molto ispirato dal linguaggio didascalico e documentaristico, Robert Capa, per citare il primo, o Don McCullin.

Ognuno di noi ha caratteristiche peculiari diverse e sono appunto queste che ispirano e contraddistinguono – o dovrebbero farlo – il modo che abbiamo di fotografare.
Smettiamo di chiederci “come” e cominciamo a domandarci “perché” – anche se il come è fondamentale, ma subordinato al perché.

La visione non è rigida

Impariamo a sviluppare una nostra visione personale, ma non diventiamone schiavi.
È bello anche fare qualche deviazione, provare ad uscire dal nostro consueto modo di vedere le cose qualche volta.
Questo però non significa fotografare senza intento. Cerchiamo di avere sempre un intento chiaro alla base di ogni nostro scatto, anche potrebbe essere a volte meno in linea con la nostra visione generale, ma evitiamo di scattare senza intento.
Soprattutto non pensiamo alla visione come ad un concetto rigido e fisso nel tempo.
Se guardo le foto che ho scattato negli anni, mi accorgo di come il mio modo di fotografare sia cambiato nel corso del tempo, è vero, riconosco un certo percorso, che contribuisce continuamente a formare la mia personalissima visione. Non si tratta di incoerenza, credo, ma di crescita o quanto meno di cambiamento. Cambiavo io, cambiava con me il mio modo di fotografare, anche se in realtà, l’intento di base è rimasto pressoché immutato.
Questo per dirvi, soprattutto se avete ancora poca esperienza alle spalle, di non cercare la rigidità, ma di accettare il viaggio che farete, e soprattutto capire da subito che la meta di questo viaggio è il viaggio stesso.

Giusto per essere chiari

Qualunque sia la ragione per la quale fotografiamo, qualunque sia il nostro intento e la nostra visione, dobbiamo capire che ogni foto che scatteremo sarà sempre e soltanto il nostro modo di vedere il mondo e non il mondo – perché questo è il più grande paradosso della fotografia, nata per documentare la realtà, ma che invece si è trovata a crearne un’altra, personale e parallela.

Senza visione non c’è storia

Questo per me è un diktat: se non ci poniamo un intento, non riusciremo a raccontare proprio nulla con i nostri scatti, non faremo che riempire card di fotografie mediocri, magari anche ben esposte o ben composte, ma nessuna storia.
E sono le storie che appassionano la gente, indipendentemente che per raccontarle noi usiamo le immagini.

Spero di non avervi annoiato, anzi spero di avervi in qualche modo stimolato.
Torneremo ancora sulla narrazione fotografica o story telling fotografico.


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Giada, in uno scatto per un progetto personale durante lo shooting per Tucano Urbano

Una delle regole auree della fotografia di ritratto insegna che gli occhi del soggetto DEVONO sempre essere a fuoco.
Naturalmente, come tutte le regole, può benissimo venire superata, nel nome della creatività, ma prima di farlo, io invito sempre tutti ad imparare a metterla in pratica, a riempire card (una volta avrei detto rullini) con ritratti dove gli occhi sono a fuoco e, soltanto dopo, darsi alla “ricerca” – come piace tanto dire oggi a molti (troppi).

Per cui, in questo post, proverò a buttar giù qualche consiglio pratico per aiutare ad ottenere ritratti dove gli occhi del soggetto risultino a fuoco.

Dove sta il problema!? Vi domanderete…
Il problema sta tutto nel fatto che i ritrattisti solitamente scelgono aperture significativa, come f/1.4 o f/1.8, difficilmente si spingono oltre f/2.8, per sfruttare il massimo del bokeh e la minima profondità di campo, in modo da esaltare il soggetto ritratto.  Ma, come sappiamo tutti, lavorare con il diaframma così aperto implica una certa difficoltà a tenere a fuoco le cose che contano e per farlo serve una certa pratica.

Il mio 85mm (re incontrastato per i ritratti), ad una distanza di 1 metro e mezzo, con diaframma f/1.8, mi dà una profondità di campo di circa 3 cm (!!!), che si riducono drasticamente a poco più di 1 (!!!!!!!), se mi avvicino a circa un metro dal soggetto.
Capite che con numeri di questa portata, la certezza di avere gli occhi a fuoco richiede molto cura.

Che fare allora?
Intanto ci si interroga se è davvero così necessario e vitale scattare con una profondità di campo così ridotta e, magari, scopriamo che, tutto sommato, non lo è.
A questo punto, possiamo scegliere un’apertura meno azzardata, magari salendo a f/3.5, con il quale il circolo degli elementi a fuoco, per lo meno raddoppia, dandoci un po’  di agio in più. Quando avremo finalmente  preso la mano con il fuoco chirurgico possiamo anche avventurarci tra aperture estreme.

Sono un fanatico del bokeh e della scarsa profondità di campo, ma credetemi, molto spesso può risultare fastidiosa, e, se il soggetto ritratto non è perpendicolare all’asse di ripresa, aprire troppo, può rischiare di gettare drasticamente fuori fuoco gran parte del volto, con un risultato finale, magari creativo, ma discutibile. Certo, può darsi  che siamo riusciti a tenere gli occhi a fuoco, ma il resto è sfocato, solo perché abbiamo insistito a scattare a f/1.4! Non la trovo granché come strategia. Meglio allora chiudere un po’ e lavorare con diaframmi meno spinti, con la certezza di ottenere un risultato più piacevole.

Se poi siamo alle prese con ritratto che include più soggetti, meglio darsela a gambe levate dai diaframmi troppo aperti e scegliere di non scendere mai sotto f/8, che con un 85mm, a 5 m dal soggetto, ci regala un metro e mezzo abbondante di profondità di campo, ad esempio, sufficiente perché due soggetti possano posare uno accanto all’altro senza rischiare che uno dei due risulti sfocato. Teniamo a mente, più soggetti abbiamo, più profondità di campo ci serve, a meno che non si decida di schierarli in riga, stile condannati al plotone d’esecuzione o a meno che non si tratti di una squadra di calcio, in ogni caso, perché rischiare!?

Sgombrato il campo per ciò che concerne il ruolo (fondamentale) del diaframma, prendiamo in considerazione il tempo di posa.
Direte, “beh, il tempo di posa non è così rilevante in un ritratto!”… vero, ma non va sottovalutato, perché cadere nell’errore di scegliere un tempo di posa troppo lento, può introdurre del mosso e non basta assicurare la macchina ad un cavalletto per risolvere l’empasse, perché il mosso potrebbe essere legato ad eventuali movimenti, anche minimi, del nostro soggetto – non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non con oggetti inanimati.

E sarebbe un peccato non ottenere gli occhi del soggetto perfettamente a fuoco, una volta risolto l’aspetto diaframma, solo perché il tempo scelto è troppo lento.

A proposito di tempo.
Una buona regola pratica è quella che ci consiglia di non scendere mai con il tempo di scatto sotto il doppio della focale usata. Ad esempio, se monto il mio 85mm, sarebbe buona pratica cercare di non scattare mai con tempi più lunghi di 1/170″, che qualcuno sceglierà di arrotondare ad 1/125″, ma che io consiglio di portare ad 1/180″, se non ad 1/250″.
Chiaramente è tutto molto soggettivo.
Dal lato fotografo la regola del doppio della focale può essere un’ottima indicazione, anche se poi molti di noi riescono a mantenere una presa salda anche con tempi attorno a 1/15″ , se non addirittura 1/8″.
Dal lato soggetto, tutto dipende dalla posa e dalla situazione. E ogni volta dobbiamo essere bravi a valutare entrambe.
Una posa semplice o naturale, o un soggetto abituato a posare, ci permettono di osare anche con tempi lunghi.
D’altro canto, una posa più complicata, o un ambiente meno riservato, o, ancora, un soggetto in imbarazzo o poco abituato a posare, ci devono immediatamente suggerire di scegliere un tempo più rapido.
Nel dubbio, piuttosto che sacrificare il tempo, alziamo gli ISO.

La post-produzione non compierà il miracolo!
Chi spera di salvare uno sguardo sfocato in post, si metta il cuore in pace: ci riuscirà soltanto parzialmente e con il rischio di dare al ritratto un tocco drammaticamente artificiale. La post-produzione non è la via da seguire, per cui: gli occhi a fuoco IN MACCHINA!

Nonostante la posa frontale, è necessario prendere in considerazione i volumi occupati da volto e corpo del soggetto e scegliere un’apertura di diaframma  adeguata. Giada – progetto personale all’interno dello shooting per Tucano Urbano

Sfruttiamo la luce!
Cerchiamo di fare in modo che gli occhi del soggetto siano illuminati – su come farlo, ci sono milioni di post e tutorial un po’ ovunque e qualcuno anche qui, negli articoli dedicati al ritratto o alla tipologia di luce.
Personalmente mi piace quando la luce colpisce, di riflesso o direttamente, gli occhi del soggetto dall’alto, con un’inclinazione tra i 45° e i 10°, e possibilmente un po’ disassata rispetto al soggetto stesso, diciamo tra i 20° e i 70° (destra o sinistra, secondo il gusto). Restando all’interno di questo range di angoli, riusciamo a dar vita allo sguardo, infatti nelle pupille del soggetto compaiono i cosiddetti catchlight – quelle lucine, che altro non sono che il riflesso della fonte luminosa nelle pupille.
Avendo cura di illuminare la zona degli occhi – posizionando con attenzione i flash o  spostando il soggetto affinché ciò accada, nel caso stessimo scattando soltanto con la luce ambiente – ci aiuterà a mettere a fuoco con precisione e darà al ritratto una forza maggiore, legata anche alla definizione.

Usiamo un cavalletto!
Ci verrà incontro, anche se solo parzialmente. Dobbiamo sempre fare i conti con i movimenti del nostro soggetto.

Controlliamo le diottrie del nostro mirino!
Può sembrare banale, ma molti non lo fanno mai – alcuni addirittura nemmeno sanno della possibilità di farlo.
Le diottrie del mirino VANNO impostate in base alla nostra vista e lo si fa attraverso una rotellina solitamente posta a fianco del mirino. Può sembrare banale o ovvio, ma non è raro, quando ad esempio si passa alla messa a fuoco manuale, che i nostri scatti risultino sfocati perché il mirino non è tarato correttamente per la nostra vista.

Scegliamo il pattern di autofocus giusto!
… o addirittura passiamo alla messa a fuoco manuale.
Nel caso  invece decidessimo di  lasciar fare alla macchina, selezioniamo il pattern di autofocus a punto singolo.
Se il soggetto posasse in modo non completamente frontale, scegliamo l’occhio più vicino.
Assicuriamoci di non avere attivati algoritmi di messa a fuoco dinamici – per capirci, quei pattern assistiti dal computer della macchina che inseguono in maniera intelligente soggetti in movimento, o che determinano al posto nostro qual è il soggetto da mettere a fuoco. Queste diavoleria – indispensabili nella caccia fotografica o nella fotografia sportiva – possono giocarci brutti tiri, come ad esempio modificare il punto di messa a fuoco, in seguito ad un cambio, anche non significativo, di inquadratura.

Bene, siamo arrivati in fondo. Forse questo post non ci avrà trasformati in Richard Avedon o Annie Leibowitz, ma spero almeno che queste mille e quattrocento parole ci abbiano indotto  a pensare un po’ e che, la prossima volta che decidiamo di scattare un ritratto a qualcuno, ci possano tornare in qualche modo utili per non fallire.

 


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La kasbah di Ait Ben Haddou. La foto all’alba era una voce “obbligatoria” nella shot list che ho preparato per il photo tour del Marocco dello scorso anno e doveva incastrarsi perfettamente nella logistica di tutto il viaggio

Alzi la mano (virtuale) chi di noi è tornato da un viaggio o da un weekend fotografico e si è reso conto solamente una volta a casa di non aver fotografato questo o quel soggetto, magari anche soltanto perché, preso dal sacro fuoco creativo, se ne è semplicemente scordato, o perché, soverchiato dalle emozioni e dalle novità dei luoghi, ha posticipato, posticipato, posticipato… fino a che poi non è stato troppo tardi.

La mia mano è alzata! Lo ammetto, con più o meno imbarazzo.

Esiste un metodo per evitare di scoprire a casa, quando cioè è troppo tardi, che abbiamo dimenticato di fotografare qualche soggetto al quale, magari, tenevamo: quelli veri la chiamano SHOT LIST  (elenco degli scatti) e noi possiamo rubare un po’ il mestiere e cominciare a familiarizzare con questo semplice, ma efficace concetto, soprattutto quando stiamo per affrontare un viaggio irripetibile e non vogliamo cadere in frustrazione, una volta tornati.

La shot list altro non è che l’elenco degli scatti – ma farei meglio dire, nel nostro caso,  dei soggetti, o delle categorie – che ci prefiggiamo di portare a casa, per ritenerci soddisfatti del nostro personale reportage.
La shot list può essere più o meno dettagliata e cioè possiamo corredare ogni scatto inserito nell’elenco con dettagli più specifici (ad es. l’ora del giorno preferibile, la località precisa, l’inquadratura, ecc.). Può sembrare pedanteria di poco conto, ma spesso, soprattutto quando i giorni a disposizione sono contati e l’aspetto logistico (spostamenti, pernottamenti, tempi di trasferimento) è soverchiante.

Per i professionisti, le shot list, rappresentano una risorsa fondamentale che solitamente viene concordata con il cliente in fase di briefing, e cioè prima di affrontare il lavoro vero e proprio. Le shot list dei professionisti in genere sono molto dettagliate e offrono per ogni scatto indicazioni molto precise – dobbiamo tener presente che ad uno shooting prende parte un nutrito team di professionisti e tutti devono essere consapevoli del risultato che ci si prefigge e di quali sono i compiti di ognuno per raggiungerlo.
Nel caso di una sessione fotografica di moda, ad esempio, di solito le shot list indicano il capo o i capi da scattare, i modelli da usare, l’orientamento dello scatto, l’importanza dello scatto nell’economia del servizio, eventuali accessori noleggiati da utilizzare, i professionisti che vengono coinvolti e altre informazioni che hanno a che fare con la logistica, oltre ad indicazioni generali, come ad esempio il mood (l’atmosfera) e le aspettative del cliente per quel particolare scatto.

Quando ad esempio ho affrontato il mio progetto editoriale “So Special” avevo una necessità diversa, trattandosi di un libro fotografico. In quel caso dovevo essere certo che gli undici team di preparatori Triumph che fotografavo su e giù per l’Italia godessero tutti dello stesso trattamento, per cui ho preparato una shot list che mi guidasse in modo blindato e mi aiutasse  a portare a casa, per ognuno dei team le foto che mi servivano per completare la sezione a loro dedicata, all’interno del libro:  “una foto orizzontale passante per le aperture”, almeno “tre foto accessorie”, almeno cinque “contributi” e una “foto verticale per la chiusura” – credetemi, quando tutto dev’essere fatto in modalità “buona la prima”, avere una guida solida è una manna.

Senza diventare dei maniaci compulsivi dell’elenco, ognuno di noi può beneficiare di un po’ di pianificazione.
Come spiego sempre negli workshop che dedico allo storytelling fotografico, il successo di un reportage, e non importa se si tratta delle nostre vacanze in riviera o dell’attraversamento in piroga del Mekong, dipende largamente dalla nostra capacità di pianificare, sia l’aspetto logistico, sia l’aspetto esecutivo.
Imparare a compilare una shot list, senza esagerare con la meticolosità, va in questa direzione e non può che farci crescere come fotografi.

Ad esempio, un buon inizio potrebbe essere quello di raggruppare i “generi”  che vogliamo fotografare, ad esempio “monumenti”, “mercati”, “paesaggi”, “eventi pubblici”.  Piano piano, possiamo imparare ad essere più specifici e ad entrare più nel dettaglio.

Se stiamo preparando un viaggio fotografico che ricopre una certa importanza, compilare una shot list che includa  luoghi precisi, ore del giorno e indicazioni sugli spostamenti, ci aiuterà a pianificare meglio il viaggio e a non dover rinunciare a qualche scatto che riteniamo fondamentale, solo perché “pensavamo di riuscirci, ma poi siamo dovuti salire sul treno…”
Sappiamo bene tutti che alcune fotografie vanno realizzate in ore specifiche della giornata, come ad esempio l’alba o i tramonto, e inserire queste indicazioni di fianco ad alcuni scatti, ci aiuta a pianificare con maggior precisione gli spostamenti e il nostro viaggio in generale – può sembrare banale, ma fidatevi non è così, contare “di quante albe o di quanti tramonti abbiamo bisogno” ci dà immediatamente un’idea se, con i giorni pianificati, riusciremo a fotografare quello che ci prefiggiamo.

Una shot list spesso aiuta anche a vincere l’ansia da prestazione o il blocco creativo.
Seguire un elenco, ci permette di  evitare di scattare a zonzo – anche se ritengo che sia un’attività che un suo grandissimo e rispettabilissimo perché . Seguendo un elenco possiamo fotografare procedendo per “categorie” e questo, qualche volta, risulta molto più proficuo, soprattutto per chi di noi ha poca familiarità con la fotografia di viaggio e lo storytelling fotografico.

Diciamo che lavorare con una shot list non solo ci aiuta, ma può risultare anche molto stimolante, oltre a farci sentire un po’ più professionisti e un po’ meno allo sbaraglio.
Uno shot list ci ricorderà quello che abbiamo già scattato (anche soltanto in termini di “categoria generale”) e quello che ancora ci manca e magari ci obbligherà anche ad uscire un po’ dalla nostra comfort zone, spingendoci ad avventurarci in categorie fotografiche che magari non sono proprio nelle nostre corde. E anche questo ha il suo merito nel percorso di crescita di un fotografo.

“Ma io non ho bisogno di scriverle certe cose! Io so quello che voglio fotografare e non mi dimentico!”
Già li sento… e forse hanno anche ragione, ma allora che male c’è a buttare giù un elenco!? Scripta manent verba volant, dicevano i latini e se poi scoprissimo che ci aiuta anche oltre che a restare bene in vista!?
Ora sta a voi.


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Tra spettacolo e combattimento, l’arte marziale indiana kalari payat offre spunti incredibili per provare a congelare l’azione.

Uno degli aspetti forse più intriganti della fotografia è proprio la sua capacità di congelare l’azione, permettendoci così di cogliere il momento, come altrimenti non saremmo in grado di fare, ma scattare buone fotografie con soggetti in movimento richiede una certa esperienza, che soltanto la pratica ci può dare.

In quasi tutte le situazioni dinamiche, esiste un particolare momento che riassume in modo efficace l’intera sequenza del movimento e noi dobbiamo essere capaci di cogliere esattamente quel momento – il climax dell’azione – e per fare questo possiamo scegliere tra due approcci: anticipare il movimento del soggetto oppure scattare una raffica di scatti in rapida successione.
Qualunque sia la nostra filosofia di scatto, scatto singolo o raffica, dovremo in ogni caso avere la macchina pronta, con tutti i parametri fondamentali (ISO, apertura e tempo) impostati correttamente per lo scatto, perché, mediamente, non ci sarà tempo per regolarli mentre si svolgerà l’azione che intendiamo congelare.
Facciamo molta attenzione all’inquadratura. Evitiamo di stringere troppo in fase di scatto, in modo da non tagliare inavvertitamente il soggetto, potremo sempre intervenire in fase di editing e apportare un crop più stretto.
Attenzione anche quando scegliamo focali più corte: tenderanno chiaramente ad offrire una maggiore profondità di campo e, nel caso fossero presenti più elementi, l’inquadratura potrebbe risultare un po’ affollata e così distogliere l’attenzione di chi guarda da ciò che davvero conta – con obiettivi corti, dobbiamo comporre con maggior cura.

L’arena di un combattimento di kalari payat attraverso l’occhio di un 8mm. Maggiore è il campo inquadrato e maggiore dovrà essere la cura che mettiamo nel comporre e nella scelta del momento da immortalare. Il ruolo del soggetto principale dev’essere sempre chiaro.

Se vogliamo congelare l’azione con successo, DOBBIAMO, anticipare i tempi, che significa fondamentalmente comporre l’inquadratura prima, impostare il tempo che riteniamo sufficiente per congelare il movimento del soggetto, impostare il diaframma corretto, tenendo conto anche di come il diaframma vada ad influenzare ciò che sarà a fuoco e ciò che invece risulterà sfocato.
Fatte queste operazioni… dito sul pulsante di scatto e occhi ben aperti!

Quale tempo scegliere?

Quello più rapido possibile, mi verrebbe da dire. Mai come quando decidiamo di congelare il movimento, abbondare con la rapidità del tempo di posa non può che aiutare.
A volte però conviene scegliere un tempo meno rapido, che riesca a congelare il grosso del movimento, ma che lasci intuire il dinamismo della scena attraverso alcuni dettagli mossi.

Un tempo rapido, ma non troppo rapido, ed ecco che rendiamo lo scatto ancora più dinamico

Quale modalità di scatto usare?

Il manuale, il famigerato manuale, potrebbe risultare un po’ macchinoso da gestire, per cui il mio consiglio, quando abbiamo a che fare con l’azione, è quello di impostare la macchina su una  delle due modalità semi-automatiche – A e S per i nikonisti, Av e Tv per i canonisti.

Quale scegliere tra le due modalità?
Molti risponderanno sicuri “priorità di tempo!” (S o Tv).
Corretto.  Se consideriamo il fatto che è proprio il tempo di posa che influisce sul congelamento dell’azione, scegliere di scattare in priorità di tempo è sicuramente la scelta corretta.
Per cui, impostiamo un tempo che riteniamo sufficientemente rapido per congelare l’azione e lasciamo che sia la macchina a scegliere il diaframma per noi. Click! Gioco fatto.

Ma non sarebbe neppure sbagliato scegliere di scattare in priorità di diaframma (A o Av).
Impostando il diaframma controlliamo meglio la profondità di campo e la profondità  di campo ci permette di isolare ancora di più il soggetto. Dunque anche la priorità di diaframma potrebbe risultare una scelta corretta,  a patto però  che non si perda di vista il tempo di posa suggerito dalla macchina.
In condizioni di luce buona, scegliendo un diaframma molto aperto, la macchina imposterà un tempo molto rapido – che va benissimo – ma, in condizioni di luce scarsa, potrebbe darsi che il tempo suggerito non sia sufficientemente rapido per lo scopo che ci proponiamo. Per cui, dobbiamo fare maggiore attenzione se scegliamo di scattare in priorità di diaframma una scena dinamica, con l’intenzione di bloccare il movimento del soggetto.

Ricordiamoci che nelle modalità semi-automatiche, la macchina suggerisce il secondo parametro, che sia diaframma o tempo, in modo da esporre correttamente e cioè riportare la scena al fatidico grigio medio, per cui non dimentichiamoci di lavorare di compensazione, positiva o negativa, per ottenere l’esposizione che preferiamo.

Quando scattavo ancora in pellicola, me ne sarei guardato bene, ma ora mi affido allo scatto a raffica, mi garantisce, con un ridotto margine di errore, la certezza di cogliere il momento giusto all’interno di una sequenza.

ISO automatici?

Perché no!? Impostare la macchina su ISO automatici ci garantisce una flessibilità maggiore, in quanto sarà proprio la nostra reflex ad apportare le necessarie modifiche della sensibilità, nel caso fosse necessario – ad esempio nel caso in cui il soggetto, durante il suo percorso, attraversasse una zona d’ombra molto più buia della media della scena.
Per inciso, questa funzione, interviene sugli ISO per garantire un’esposizione corretta in corrispondenza di qualunque coppia tempo/diaframma impostata (fino, naturalmente al massimo del valore disponibile).

Il fuoco è tutto.

Un fuoco preciso, in uno scatto che congela l’azione, fa la differenza, anche se mettere a fuoco con precisione assoluta un soggetto che si muove, soprattutto se il movimento è casuale, non è assolutamente semplice.
L’autofocus ci toglie le castagne dal fuoco – quasi sempre.
Ma se vogliamo evitare brutte sorprese, dobbiamo conoscere a fondo le modalità di autofocus che che ci mette a disposizione la nostra macchina. E, ahimè, ci tocca aprire l’odiato manuale.
Innanzitutto impostiamo la modalità fuoco continuo, in questo modo la macchina continuerà a mettere a fuoco il soggetto inquadrato fin tanto che terremo premuto per metà il pulsante di scatto.
Questo ci permetterà di seguire il soggetto in movimento, mantenendolo sempre a fuoco ed è il punto di partenza per cimentarsi con soggetti che si muovono.
Ogni modello di reflex offre poi modalità più o meno complesse e flessibili di messa a fuoco automatica – più sofisticato è il nostro modello e, in genere, più ampia è la scelta delle modalità di autofocus.
Non ci resta che leggere a fondo il manuale del nostro modello e passare in rassegna quello che il nostro modello ci mette a disposizione.
Solitamente la differenza tra le varie modalità di messa a fuoco automatica è legata al numero di punti sui quali la macchina prende il fuoco, sulla loro disposizione all’interno dell’inquadratura (pattern), sulla possibilità che, attraverso un algoritmo, la macchina possa anticipare il movimento del soggetto, fin tanto che teniamo il pulsante premuto a metà, e passare da un punto di messa a fuoco al successivo.
Insomma, ça va sans dir, DOBBIAMO LEGGERE CON ATTENZIONE IL MANUALE. È fondamentale per capire quali possibilità ci offre la nostra macchina, quali sono i limiti e i vantaggi di ognuna delle modalità di messa a fuoco automatica.

A prescindere dalla modalità di autofocus che sceglieremo, il consiglio della vecchia guardia resta sempre fondamentale: dobbiamo imparare ad anticipare il movimento del soggetto e questo ce lo regala soltanto la pratica.

Riassumendo…

  • impostiamo una modalità di scatto semi-automatica
  • impostiamo l’autofocus e scegliamo la messa a fuoco continua
  • scegliamo la modalità di autofocus
  • impostiamo i parametri tempo e diaframma
  • impostiamo la funzione ISO Automatici (ci può aiutare)
  • componiamo l’inquadratura prima
  • teniamo il pulsante premuto a metà per tenere il soggetto a fuoco e aggiornare i parametri dell’esposizione
  • e lavoriamo con tempi rapidi!

E ora fuori, a fare pratica!


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A breve i nuovi programmi, non perderli.


 

 

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Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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