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Posts Tagged ‘workshop di fotografia’

Fotografare i paesaggi spesso vuol dire passare molto tempo all’aperto, da soli: non andiamoci impreparati.

Ecco un post che può aiutare gli amici più pigri – o più ansiosi – che si sono avvicinati alla fotografia di paesaggio da poco.

Si tratta di un breve elenco pret-a-porter che ci può aiutare a non scordare nulla prima di uscire di casa e dirigerci verso la località che abbiamo scelto di immortalare.

Molti sorrideranno, ma vi assicuro che, nonostante lo faccia di mestiere e lo faccia da molto tempo (ma forse anche per questo), ci sono volte che mi faccio prendere dal panico e mi domando “ma l’avrò portato questo!?” e quello!? quello l’ho messo nella borsa!?”. E la conseguente ansia non è certo una sensazione piacevole da metabolizzare, quando poi, nel peggiore degli scenari, scopriamo che… no, questoquello sono rimasti a casa e noi siamo ben lontani ormai.

Una volta, alle prese con uno dei primi lavori on location, complice un’alzataccia e un po’ troppa pressione da parte del cliente, mi sono accorto, soltanto una volta arrivato sul posto, che avevo scordato la borsa con i flash a casa. Per fortuna ho sempre un SB900 con me e quel giorno me lo sono dovuto far bastare, ma poteva costarmi il lavoro.
Ecco perché non reputo banale un elenco di questo genere.
E, per iniziare, in questo post ho pensato ai fotografi di paesaggio.

COSA CONTROLLARE PRIMA DI USCIRE DA CASA (Landscape photographer)

  • Ho messo corpo macchina e obiettivi (tutti quelli che pensiamo possano servirci) nella borsa?
  • Ho pulito l’attrezzatura?
  • Ho inserito la batteria nel corpo macchina ed è carica al suo massimo?
  • Ho messo nella borsa almeno una batteria di scorta carica? (in inverno o, con temperature particolarmente rigide, meglio averne più di una di scorta e ben carica)
  • Ho abbastanza card?
  • Ho preso il cavalletto?
  • Ho preso l’eventuale piastra rapida per agganciare la macchina al cavalletto?
  • Ho preso lo scatto remoto? Se funziona a batterie, le ho caricate/sostituite con nuove?
  • Ho preso i filtri (polarizzatore, ND, stopper, o altro)?
  • Ho preso l’eventuale porta filtri (dipende dalla tipologia di filtro che usiamo)?
  • Ho preso il cellulare?
  • Ho caricato il cellulare?
  • Ho preso una carica di riserva per il cellulare?
  • Ho lasciato detto a qualcuno dove sono diretto, dando loro informazioni sulle mie intenzioni (orari di rientro previsti)?
  • Ho con me lo spray anti-zanzare (estate)?
  • Ho con me della crema solare (estate)?
  • Ho con me un cappello (leggero per l’estate, di lana o pile per l’inverno)?
  • Ho con me un paio di guanti (inverno)?
  • Ho con me una felpa (estate)?
  • Ho con me un guscio impermeabile?
  • Ho con me un piumino 100 g (estate, a seconda di dove siamo diretti e a che ora del giorno)?
  • Ho preso la protezione impermeabile per l’attrezzatura?
  • Ho con me una torcia carica?
  • Ho con me una coperta?
  • Ho con delle barrette energetiche o bevande?
  • Ho della carta igienica?
  • Ho preso nota di eventuali numeri telefonici d’emergenza locali?

Qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro scuoterà la testa, come per dire “ecco il festival dell’ovvio!”, “ci volevi tu per dirci queste cose!”. E in effetti ho prestato il fianco a questo tipo di critiche facili, ma non mi pento.
Credetemi, soprattutto per le prime volte,  soprattutto per chi si è avvicinato da poco, il solo fatto di spuntare un elenco lo aiuta a gestire l’ansia da prestazione e fa in modo che tutto fili su due binari, lasciando che la testa si preoccupi soltanto di scegliere le inquadrature migliori e che, una volta sul posto, ci si goda il momento in tutte le sue sfumature.


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Sporchiamoci le mani con i negativi digitali!

Molti di noi associano la parola “sviluppo” a tempi ormai lontani (anche se stiamo parlando soltanto di qualche decennio fa), durante i quali i pochi invasati di fotografia si chiudevano in stanzini illuminati da lampadine rosse e armeggiavano con bacinelle, pinzette e negativi. Era roba per pochi, era roba che confinava con l’alchimia (!) – ma che, nonostante l’abbia praticato per poco tempo, dava un gusto tutto particolare.

Ora che siamo diventati tutti fotografi  (leggeteci pure un briciolo di sarcasmo, N.d.A), molti di noi accostano lo sviluppo solamente ai mercati asiatici o alla crescita dei propri figli.
E invece, nonostante la rivoluzione digitale, lo sviluppo resiste! Si è trasformato, ovvio, ma esiste e, proprio come nei giorni della pellicola, rappresenta il secondo passo – il primo dovrebbe avvenire in macchina – per liberare tutta la creatività e capacità di un fotografo.

Gli irriducibili del JPG avranno intuito da questa apertura che questo post non li riguarda, ma, se mai volessero porgere il fianco al mondo del RAW, scoprendo che in realtà si tratta più di un universo di possibilità, che di un mondo pericoloso e poco amico, sono i benvenuti.

Quando impostiamo il formato RAW è come se la nostra macchina non registrasse una vera e propria immagine, ma bensì generasse un file che contiene le informazioni di partenza per andare successivamente a costruire una delle infinite possibili immagini – chiaramente non sto parlando della possibilità di sostituire quello che si ha fotografato, ma di modificare con una estrema flessibilità praticamente tutti i parametri del nostro scatto, dall’esposizione, all’aberrazione cromatica, alla tonalità, alla correzione dei difetti delle ottiche e molto altro ancora.
Beh, se io fossi un fanatico del JPG, letto questo, avrei già deciso di abbandonare quel formato e passare senza ripensamenti alcuni al RAW.

Quello che tiene lontani ancora molti amici dalle potenzialità di scattare in RAW è sicuramente il fatto che scattando in RAW non siamo in grado di vedere e distribuire immediatamente quello che abbiamo scattato: è necessario un passaggio in più, lo sviluppo del negativo digitale.
Questo significa che per mettere i nostri scatti su Facebook, Instagram o per darli agli amici, dobbiamo applicarci un poco di più, ma credetemi il gioco vale la candela.

I file RAW, per essere convertiti in immagini (solitamente in formato JPG o TIFF) devono venir sviluppati con applicazioni dedicate – sia stand-alone, sia plug in dei software più comuni (Photoshop o Lightroom) – e lo sviluppo, per alcuni versi, è molto simile a quello che accadeva negli sgabuzzini di molti anni fa, con acidi, bacinelle e pinzette.

Cosa possiamo fare con un negativo digitale RAW
Importando un’immagine scattata in formato RAW all’interno di una di queste applicazioni (ad CameraRaw), il software ci mette a disposizione una gamma enorme di parametri sui quali intervenire.
Senza addentrarci troppo nello specifico, ma fermandoci ad esempio ai parametri più semplici da gestire e capire, possiamo intervenire con grande facilità su:

  • bilanciamento del bianco
  • tonalità generale
  • esposizione
  • contrasto
  • alte luci
  • ombre
  • bianchi
  • neri
  • chiarezza
  • vibranza
  • saturazione

e questo soltanto per fermarci ai primi parametri, perché volendo addentrarsi, incontriamo parametri per gestire la nitidezza, il rumore, le distorsioni legate all’obiettivo usato, i profili delle diverse macchine fotografiche e moltissimo altro ancora.

Il miracolo dello sviluppo digitale
Sì, miracolo! Avete letto bene, MI-RA-CO-LO!
Lo sviluppo digitale porta con sé un aspetto vagamente miracoloso – non che non ci fosse nello sviluppo dei vecchi negativi: qualsiasi modifica o intervento apportiamo non viene scritta direttamente sul file della nostra fotografia.
E allora!? E allora significa che il nostro scatto originale resterà sempre intatto, perché tutte le modifiche impartite in fase di sviluppo vengono scritte in un file accompagnatorio (un file XML) che viene salvato con il file RAW originale.
Indi per cui, possiamo sbizzarrirci nel creare tutte le versioni che vogliamo partendo dallo nostro scatto originale, senza timore di non poter tornare indietro. Non poco!
Facciamo un esempio.
Ci siamo alzati all’alba per cogliere la magia della kasba di Ait Ben Haddou e naturalmente scattiamo in RAW.
Una volta scaricato il file impostiamo una serie di parametri che ci sembra ci soddisfino ed ecco il risultato.

Sviluppo scelto

Il JPG sopra è il risultato dello sviluppo digitale che abbiamo scelto – in tutta onestà, non molto lontano dallo scatto originale.
Ma immaginiamo di voler provare sviluppi alternativi, ed ecco l’aspetto miracoloso.
Non facciamo che riaprire il file RAW originale, scegliere l’impostazione “come scattato”, per azzerare tutte le impostazioni che abbiamo usato per ottenere il primo risultato e ripartire, seguendo quello che la nostra creatività ci suggerisce.
Ad esempio…

… ecco uno sviluppo completamente diverso, ma possibile (anche se non ha nulla a che fare con l’atmosfera che ci siamo trovati davanti alla macchina fotografica quella mattina). È stato sufficiente modificare qualche parametro  generale: spostare il bilanciamento del bianco su una luce più fredda, introdurre una dominante giallo/verde, sottoesporre di circa 1EV, aumentare il contrasto, aprire un po’ le ombre e i neri e aumentare la saturazione.
Lo so, letto così potrebbe sembrare fuori portata per molti di noi, ma credetemi, si fa tutto spostando un po’ in su e un po’ in giù degli slider, con il conforto dell’anteprima su tutte le correzioni che stiamo apportando.

O ancora…

… qui invece è bastato azzerare la saturazione, per eliminare i colori, lavorare un po’ con l’esposizione e con i neri e i bianchi.

Queste sono soltanto due delle infinite possibili soluzioni di sviluppo e tutto senza  modificare fisicamente un singolo bit del file originale – tutte le modifiche vengono memorizzate in un secondo file XML.

Gli irriducibili del JPG urleranno: lo possiamo fare anche noi!
Vero – o quasi.
Lo possono fare anche loro, ma, innanzitutto, partendo da un file che è già stato processato dal computer della nostra macchina e che, facendo ciò, è intervenuto più o meno drasticamente sui dati originariamente immagazzinati dal sensore, tagliando qui, limando là…
Lo possono fare anche loro, a patto che non sovrascrivano il file originale, perché qualsiasi software di photo editing apporta le sue modifiche sui bit del file originale.
Lo possono fare anche loro, ma non tutte i parametri che mette a disposizione un applicazione di sviluppo digitale sono a disposizione per intervenire su file in formato definitivo (JPG, TIFF, GIF, ecc.).
Per non parlare poi della possibilità si salvare una serie di impostazioni di sviluppo, in  modo da poterle recuperare successivamente e riapplicare senza colpo ferire, o la possibilità di applicare lo stesso sviluppo ad uno stack di immagini, in modo di ottenere una consistenza e una continuità di risultati  – perfetto ad esempio per un gruppo di scatti fatti alla stessa ora o in condizioni simili.

Mi fermo qui. Non ho la supponenza di voler convincere nessuno a cambiare le proprie abitudini. Ognuno continui a scattare nel formato che più lo fa sentire tranquillo, ma, quando dall’altra parte del proprio metodo, c’è un’alternativa che offre infinite possibilità, io, magari un’occhiatina gliela darei.

Credetemi, i risultati ci ripagheranno della fatica di sviluppare i nostri file RAW.


Photo Avventure: viaggi fotografici e workshop. Dategli un occhio!


 

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Ecco un esempio di uso del colore, in questo caso di uso di una palette molto ridotta

Il colore è un incredibile mezzo per veicolare le emozioni.
Il nostro cervello reagisce ai diversi colori in modo diverso, per motivi legati all’inconscio, all’inprinting e al nostro modello culturale.
Per questo, è fondamentale conoscere quelle che possono essere le implicazioni emotive legate a certe tonalità, in modo che il messaggio che vogliamo trasmettere con i nostri scatti non vada disperso, anzi, i grandi fotografi spesso usano il colore o i colori proprio per esaltare il messaggio.

Ovviamente quando ci si addentra in questi campi è difficile individuare linee generali precise, ma posso provare a riassumere in una sorta di specchietto alcune “sensazioni” legate ai colori – naturalmente relativi alla cultura occidentale.
Quello che segue non vuole essere scolpito nella pietra, ma recupera nozioni legate alla psicologia del colore, una disciplina che arriva da lontano.

ROSSO
Positivo; forza, potenza, energia, mascolinità, coraggio, calore, passione, amore.
Negativo: pericolo, tensione, dramma.

ROSA
Positivo
: tranquillità, femminilità, sensualità, amore.
Negativo: privazione, inibizione, claustrofobia, debolezza

BLU
Positivo
:intelligenza, fiducia, conoscenza, serenità, senso del dovere, calma, saggezza, fede, profondità, etereo.
Negativo:freddo, mancanza di emozioni, notte, inimicizia, distanza, etereo.

VERDE
Positivo: armonia, equilibrio, tranquillità, pace, amore per l’ambiente, compostezza, giovane.
Negativo: stagnazione, noia, mediocrità, invidia, disagio.

BIANCO
Positivo: purezza, candore, integrità, igiene, sacralità, chiarezza, virtù, efficienza, minimalismo, sofisticato, vita
Negativo: sterilità, freddo, distanza, difficoltà.

GRIGIO
Positivo: neutralità, rigore, equilibrio.
Negativo:distanza, diffidenza.

NERO
Positivo
: efficiente, sofisticatezza, minimalismo.
Negativo: oppresso, freddo, pesante, morte

MARRONE
Positivo: serietà, calma, tranquillità, materico, legato alla terra, legato all’ambiente, posatezza, equilibrio, saggezza. vecchio.
Negativo: triste, ovvio, mediocre, statico, pesante.

VIOLA
Positivo: spirituale, attento, verità, esotico, creativo, lussuoso, sofisticato, ricco, mistero, esoterico.
Negativo: decadente, maligno, dolore, mistero, esoterico.

GIALLO
Positivo: ottimismo, felicità, autostima, dinamico, estroverso, amicizia, creatività,
Negativo: paura, irrazionale, fragile, depresso, ansia

ARANCIONE
Positivo: fisico, consapevole, sicurezza, sensualità, passione, divertimento, entusiasmo, prosperità
Negativo:  privazione, frustrazione, frivolezza, immaturità.

Ok, come dicevo in apertura, non prendiamo questo elenco come un diktat, ma proviamo a ricordarcene quando scattiamo.
C’è ancora una cosa che possiamo fare, per aumentare la nostra consapevolezza della forza emotiva del colore: prendiamo qualche foto che troviamo ci comunichi qualcosa, proviamo ad analizzare la palette di colori impiegata nello scatto, e poi confrontiamola con l’elenco che vi ho proposto in questo post. Vedremo che, alla fine, seppur si tratti di una sorta di bigino, il mio elenco non si allontana poi di moltissimo.

 

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Il porto di Essaouira, in Marocco

Ci siamo, le vacanze sono alle porte e per molti di noi questo significa anche la possibilità di fotografare di più e di fotografare soggetti non sempre a portata di reflex durante il resto dell’anno.

In questo post mi occuperò di porti e pescatori.

I porti di pesca rappresentano un ottimo soggetto fotografico, ideale per i maniaci dei ritratti, perfetto per coloro che invece impazziscono per i dettagli e assolutamente perfetto per chi ama i panorami.
I porti di pesca offrono davvero materiale fotografico per tutti i gusti.

Quando fotografare
Il grosso delle attività, nei porti di pescatori, si concentra al mattino presto, quando i pescherecci fanno rientro e i pescatori scaricano il pescato. Quello è il momento nel quale farci trovare sul posto con la nostra macchina fotografica in mano.

Il mio consiglio è quello di arrivare al porto con un po’ di anticipo, in modo da studiare le possibili inquadrature.
Il non plus ultra sarebbe quello di fare visita al porto una mattina senza macchina e in quell’occasione scambiare due parole con i pescatori e spiegare loro le nostre intenzioni, in modo da renderli partecipi. Il fatto di farli sentire parte di un progetto e non semplici soggetti di qualche scatto può aiutarci ad entrare nelle loro grazie e di sicuro la cosa ci aiuterà quando torneremo con la macchina fotografica.

Quale attrezzatura portarsi
Va da sé che il tipo di attrezzatura che ci si porta appresso riflette il tipo di fotografia che ci caratterizza.
Per cui, prendete i miei consigli come una sorta di indicazioni generiche e generali:

Uno zoom è la soluzione ideale, ci consente di coprire focali piccole, ideali per le inquadrature larghe, e di spingersi un po’ più in su, per scattare ritratti o dettagli.

I porti offrono molte possibilità di ripresa.
Usiamo lo zoom come grandangolo e dedichiamoci ad inquadrature ampie, perfette per vedute d’insieme.
Con una certa pratica, riusciremo ad usare il grandangolo anche per scattare interessanti ritratti ambientati, ma ricordiamoci sempre che con un grandangolo siamo costretti ad avvicinarci molto al soggetto e non sempre questo ci è possibile – o è cosa gradita da parte del soggetto.
Usiamo lo zoom su lunghezze focali più spinte.
Ci servirà sia per i ritratti – e molti volti di pescatori parlano come libri stampati – e ci servirà per i dettagli.
I dettagli sono scatti accessori molto importanti. Attraverso i dettagli riusciamo a completare il nostro racconto fotografico. I dettagli hanno la forza di portare chi guarda dentro la scena – non dimentichiamolo.

Flash e cavalletto non sono indispensabili – anche se per quello che mi riguarda, un flash lo porto sempre con me e spesso mi toglie le castagne dal fuoco, soprattutto di giorno.

Cosa fotografare
I porti di pescatori offrono davvero molti spunti.
Naturalmente barche e pescatori quasi sicuramente saranno i soggetti più alla portata.

Le barche, con i pescatori, saranno quasi sicuramente i nostri soggetti principe, cerchiamo inquadrature insolite, quanto meno

Possiamo spingerci oltre, naturalmente. Le reti e gli ami costituiscono altri soggetti interessanti, così come il pescato.

Non dimentichiamoci di cogliere l’azione.

Le attività al porto sono molte e tutte offrono possibilità per buoni scatti.
I pescatori che scaricano il pesce pescato, quelli che ripongono o riparano le reti, quelli intenti a sciacquare le barche.
In molti porti di pesca si tiene un vero e proprio mercato del pesce fresco ed ecco un’altra occasione per scattare delle buone fotografie.
E naturalmente i volti.
I pescatori spesso offrono lineamenti molto interessanti, che raccontano in modo perfetto la vita in mare aperto.
Ricordiamoci di chiedere sempre il permesso prima di scattare chiunque – ecco perché qualche paragrafo sopra ho menzionato l’importanza di fare amicizia con qualche pescatore prima di scattare.
Il mio consiglio, nel caso di ritratti di pescatore, è quello di cercare una certa drammaticità, preferendo magari una luce dura o una luce radente, capace di esaltare rughe e imperfezioni della pelle – tutto serve per portare a casa il risultato.

Dettagli interessanti sono davvero ovunque, in un porto di pescatori. Dobbiamo soltanto essere bravi a scovarli.


Questo scatto dimostra come un dettaglio possa raccontare una storia molto interessante e portarci immediatamente dentro l’atmosfera del porto. È bastato isolare il gesto del vecchio pescatore, tutti intento a rammendare la sua rete per ottenere una fotografia “di contributo” – come si dice nel gergo professionale – ma di indubbio valore narrativo.

Possiamo però spingerci oltre e dedicarci ad un tipo di fotografia più grafica.
Reti, secchi, chiglie, gli stessi pesci pescati, possono trasformarsi in incredibili pattern grafici. Per questo è necessario astrarsi dagli oggetti reali e concentrarsi sulle loro forme – credetemi, è più semplice di quanto suoni, ma richiede un po’ di pratica in più.

Pesci, d’accordo, ma soprattutto pattern grafici

 

Barche, d’accordo, ma anche pattern grafici

E ora dipende soltanto da no!


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Il gesto della mano, sfocato, completa lo sguardo (fuori quadro) del vecchio al mercato di Leh. Carpe diem. Secondo voi c’era tempo per ragionare su come sfocare lo sfondo e congelare il gesto? Io dico di no. Motivo per il quale è necessario fare i propri ragionamenti prima.

Carpe diem, dicevano i latini. Cogli l’attimo. E, quando si parla di fotografia, forse nessuna locuzione racchiude così tanto significato.

Spesso osservando uno scatto, nostro o di altri, ci rendiamo conto che tutta la sua forza sta nell’essere riusciti a cogliere esattamente quel momento.

Si può insegnare a cogliere l’attimo? È possibile imparare ad immortalare l’espressione giusta, il gesto particolare?
La mia risposta è… anche. Anche!? Sì, anche!
Premetto che una certa dose di fortuna – altresì nota anche come Fattore C – è necessaria, ma anche in fotografia, la fortuna aiuta gli audaci e, in questo caso, per audaci bisogna leggere quei fotografi che si sono fatti trovare pronti al momento giusto, che non si presenta bussando alla porta o suonando le campane.
Cosa può insegnarci questo?
Che dobbiamo farci trovare pronti il più spesso possibile.

Lo scrittore britannico Geoff Dyer, in un’intervista, si è chiesto “Quanto può durare una coincidenza, prima che cessi di essere tae?”. La risposta è: MOLTO POCO, ecco perché, se siamo a caccia di quelle coincidenze (leggete gesti, espressioni, pose…), dobbiamo essere consapevoli del fatto che non dureranno in eterno, ma soprattutto che forse non dureranno neppure il tempo perché noi si possa, comodamente, leggere la scena, inquadrare, comporre, impostare tempo, impostare diaframma e poi, finalmente, scattare.

Non buttiamoci giù!
In qualità di fotografi, possiamo migliorare… anzi, no! DOBBIAMO MIGLIORARE.

LAVORARE SUGLI AUTOMATISMI.
Come lo sportivo ha fatto dei movimenti base una serie di automatismi, il fotografo ha il dovere di fare diventare automatici alcuni processi mentali e alcune azioni, come ad esempio la scelta dell’inquadratura nel primo caso e le varie operazioni che sono necessarie per impostare l’esposizione voluta.
E soltanto la pratica e la conoscenza profonda della propria macchina fotografica e delle sue funzioni ci possono venire incontro.
Dobbiamo riuscire a passare da un diaframma aperto ad uno chiuso senza pensare a come si fa, senza domandarsi se la ghiera va girata verso destra o verso sinistra. Dobbiamo impostare la profondità di campo che riteniamo opportuna senza doverci fermare a pensare se è il diaframma che la influenza, oppure è il tempo, e senza chiederci se ad un diaframma più aperto corrisponda più o meno profondità di campo.
Questi sono soltanto due degli aspetti che dobbiamo imparare ad automatizzare.
La pratica, l’abitudine, ci aiuteranno a rendere anche il processo di composizione sempre più rapido, tanto che comporremo sui terzi quasi inconsciamente, o appoggeremo il nostro soggetto su forti linee guida, senza neppure perderci un secondo per pensarci.
Ma anche questo è soltanto parte di quello che serve.

HIC ET NUNC. QUI E ORA
Ecco un altro aspetto. Quando osserviamo uno scatto particolare, che ha colto in modo sapiente una certa coincidenza, dobbiamo dirci, lui era lì! È così, lo scrittore può ricreare un certo quartiere, una certa stanza, un certo mondo, addirittura una certa sensazione, senza neppure uscire di casa. NOI NO! Noi dobbiamo essere sul posto, in quel preciso istante.
Hic et nunc! Ancora i latini, qui e ora, e mai si dimostra inflessibilmente vero.
La fotografia, quella che immortale le coincidenze, i gesti, le espressioni, vive nel presente, nel qui ed ora e non concede proroghe e non regala bis. O ci siamo, o non se ne fa nulla.

Se non fossi stato in barca sul Gange, all’alba, con la macchina fotografica in mano, questo scatto non lo avrei potuto fare.

ESSERCI NON BASTA
Se bastasse esserci per cogliere tutto quello che pensiamo valga la pena cogliere, saremmo tutti dei premi Pulitzer per la fotografia.
Essere presenti è la condizione necessaria, ma non sufficiente. Servono altre condizioni affinché si riesca a cogliere le coincidenze.
La sola condizione per la quale non possiamo allenarci è il culo, la fortuna.
La fortuna è cieca, si dice, per cui rassegniamoci, prima o poi bacerà anche noi, l’importante e che quando le sue labbra si poseranno sulla nostra fronte, il nostro occhio sia ben incollato al mirino e la nostra reflex pronta a scattare.

ATTENZIONE
Non ci sono statistiche, non esistono tabelle di probabilità da consultare per sapere se una tale coincidenza possa più o meno avverarsi, per questo dobbiamo imparare ad essere sempre all’erta e pronti a scattare.
Impostiamo la macchina nella modalità che più ci dà tranquillità. Per assurdo, la mia è quella manuale, ma riconosco che scattare in A o S (T per i canonisti) regala una certa rapidità.
Preferiamo la raffica allo scatto singolo e l’autofocus al fuoco manuale. Uno zoom di certo aiuta, ma chiaramente dipenda da cosa siamo usciti a cacciare.
Non spegniamo mai la macchina e mettiamo via il tappo dell’obiettivo.
Agli ISO consigliati dal buon senso, aggiungiamone qualche centinaia, giusto per regalarci del margine.
E teniamo gli occhi aperti! Restiamo calmi, ma vigili.

La piccola mendicante ha bussato al finestrino del mio taxi mentre eravamo fermi al semaforo per chiedere l’elemosina. Quanto può essere durata questa coincidenza? Meno di un minuto, credo. Avevo la macchina pronta e mi aspettavo che qualcosa del genere potesse accadere, lo speravo, a dire il vero. Avevo visto uno scatto di McCurry piuttosto simile e speravo di tornarmene a casa con uno tutto mio. Beh, eccolo!

IMPARARE A LEGGERE LE  SITUAZIONI
Questo è un aspetto che si migliora molto con la pratica.
Ci sono situazioni e luoghi che promettono decine di coincidenze e altre che invece non ci regaleranno particolari soddisfazioni.
Impariamo a capire se la scena che abbiamo davanti agli occhi è della prima specie o della seconda. Non significa che, a priori, in una strada vuota non possa accadere qualcosa di interessante, ma la statistica ci dà ragione sul fatto che in un mercato affollato, ad una festa in piazza, in un luna park, ci siano più possibilità di imbatterci in qualcosa di valido.
Mentalmente prepariamoci possibili inquadrature e teniamo la macchina impostata correttamente per scattare nel minor tempo possibile.
Impariamo a muoverci su quello che io chiamo il perimetro delle situazioni, ai bordi della scena, alla periferia. Questo ci dà una certa visione più ampia di quello che ci succede di fronte.
Ma impariamo a capire quando è il momento di abbandonare l’angolo per tuffarsi nel centro di quello che accade, perché è lì che vogliamo essere e potrebbe trattarsi anche solo questione di pochi attimi.

A Covent Garden le situazioni favorevoli possono essere molte. Impariamo ad andare a scovare luoghi che possono offrircene. E impariamo a capire quali sono i momenti migliori, sia del giorno, sia della settimana, o del mese o dell’anno.


IMPARIAMO AD ANTICIPARE, IMPARIAMO AD ATTENDERE

Anticipare i movimenti dei soggetti, gli svolgimenti possibili, i gesti, è una delle caratteristiche principali del cacciatore di coincidenze. E per nostra fortuna è un aspetto che possiamo allenare e migliorare, anche senza macchina in mano.
Anticipare però significa aver scelto quello che per noi è fondamentale e attendere che si concretizzi. Non è detto che succeda, non è detto che il vecchietto di fronte a noi alla fine farà quel gesto o che nostro figlio si allargherà in un sorriso splendido, ma noi dobbiamo sapere anticipare sia il gesto, sia il sorriso.
Anticipare significa imparare ad osservare, cogliere il ritmo delle azioni.
Anticipare significa avere ben chiaro nella nostra testa soggetto e inquadratura.
Anticipare significa anche attendere, attendere per non scattare il banale, l’ovvio, attendere per riuscire a cogliere la coincidenza nel suo pieno.

Tenevo d’occhio la bimba da qualche minuto. Ho atteso e inaspettatamente anche l’uomo davanti a me ha alzato lo sguardo, quella era la coincidenza che ha reso lo scatto ancora più interessante (per me). Se non mi avesse mai guardato, avrei scattato comunque la bambina, ma forse non sarebbe stata la stessa cosa. Ho atteso che la bimba guardasse indietro e ho anticipato l’inquadratura, aspettando e sperando che lo facesse. Poi l’uomo ci ha messo del suo – questo è il famigerato “Fattore C”.

Chi va a caccia di coincidenze deve essere un fine osservatore e un conoscitore delle relazioni umane, se il suo soggetto è l’uomo.
Esistono altre coincidenze nella realtà e queste spesso sono più semplici da immortalare, ad esempio il sole che spunta da un certo edificio, o il riflesso di nell’acqua di un lago. Non meno, però, bisogna farsi cogliere impreparati.

Per finire: saper cogliere una coincidenza non è soltanto questione di culo.

 


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Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Composizione e attenzione alla direzione della luce, due aspetti fondamentali per scattare paesaggi innevati

Fu Napoleone Bonaparte, nel corso della sfortunata campagna di Russia, a coniare il termine “Generale Inverno”.
Per il Corso, “Il Generale Inverno” fu un nemico imbattibile, per noi, invece può diventare un’incredibile alleato nel fornirci spunti per fotografie delle quali andare fieri.

La neve che sta cadendo in abbondanza in questi giorni su gran parte del nostro Paese è un ottimo banco di prova per le nostre velleità di immortalare i colori e le atmosfere dell’inverno.
Per cui, bardiamoci per bene ed usciamo.

  1. Batterie cariche al massimo
    Quando si decide di uscire al freddo è sempre bene ricordare che le batterie delle nostre reflex lo accusano anche più di noi.
    Il freddo ha un impatto decisamente negativo sulle batterie, riducendone prestazioni e durata.
    Per cui, quando decidiamo di uscire a fotografare nel gelo invernale, dotiamoci di batterie nuove, se ci è possibile, o quanto meno, assicuriamoci di affrontare le basse temperature con batterie cariche al 100%.
    Portiamoci inoltre almeno una batteria di riserva e, mentre siamo all’aperto, facciamo di conservarla in un posto sufficientemente caldo.
    Mettiamo in atto tutte le tattiche che ci possono aiutare a consumare di meno: spegnamo il visore o facciamone un uso parsimonioso, mettiamo a fuoco manualmente, evitiamo di utilizzare la messa a fuoco automatica continua, tenendo premuto a metà corsa il pulsante di scatto,  disinseriamo i dispositivi per la stabilizzazione dell’immagine, se non necessari, spegniamo eventuali GPS, ed escludiamo la funzione di riduzione del rumore automatica. Si tratta di trucchetti spiccioli, ma possono fare la differenza, soprattutto in situazioni critiche con temperature davvero rigide.
  2. Batterie al caldo, macchina al freddo
    No, non sono diventato pazzo, ma se per le batterie di scorta il mio consiglio è quello di tenerle in un posto caldo – le tasche interne del nostro giubbotto, ad esempio, vanno benissimo, per quanto riguarda la nostra macchina fotografica, dobbiamo evitare assolutamente di cadere nella tentazione di proteggerla dal freddo, infilandola magari sotto il piumino o sotto il cappotto.
    Gli sbalzi termici, tra il freddo dell’ambiente esterno e il caldo, per di più umido a causa del  nostro corpo, che si trova sotto il nostro giubbotto  può causare non pochi grattacapi, primo tra tutti la formazione di condensa sulle lenti e sul mirino, che potrebbe addirittura tradursi in fastidiose e anche pericolose ghiacciate, quando tireremo fuori nuovamente la macchina per scattare.
    Il mio consiglio è dunque quello di tenere la macchina fuori per tutto il tempo, anche se fa freddo.
    Il freddo, se la temperatura non è estrema, non influisce negativamente sulle prestazione della macchina  – i modelli di questi anni sono garantiti per funzionare con una latitudine termica che va dagli 0° ai 40°, ma in realtà il range si estende, a seconda del modello, dai -15° ai 50°.
    Il vero nemico delle nostre macchine non è il freddo, bensì l’umidità e gli sbalzi termici.
    Quindi, batterie al caldo e macchina freddo.
  3. Sovraesponiamo
    Non dimentichiamoci su cosa sono tarati gli esposimetri delle nostre macchine: sul grigio medio.
    Questo fa sì che, quando effettueremo la lettura esposimetrica della nostra scena (ad esempio un candido campo innevato), l’esposimetro ci fornirà un risultato non adeguato.
    Quasi sicuramente le scene invernali conterranno molto bianco (neve, ghiaccio, brina, ecc.) e l’esposimetro, indipendentemente dal prezzo della nostra macchina, cercherà di ridurre tutto quel bianco ad un grigio medio, col risultato
    di portarci a scattare foto nelle quali il candore della neve sarà più simile ad una distesa grigia.
    Per risolvere questo intoppo, non ci resta che sovraesporre. E allora osiamo e sovraesponiamo, ma con giudizio!
    Apriamo di 1 stop o di 1 stop 1/2  – o se, scattiamo in una modalità semi-automatica, compensiamo di 1 o 1,5 EV.
    Così facendo, riporteremo la neve al suo bianco naturale.
    Attenzione però a non esagerare. Se sovraesponiamo troppo, rischiamo di bruciare dettagli nelle alte luci e non ci sarà nessun santo della post-produzione in grado di intercedere per noi e di restituirci quanto perso.
  4. Luce radente o controluce
    La neve è un ottimo riflettore e la sua composizione granulosa viene esaltata se illuminata da una luce radente.
    Aspettiamo che il sole scenda sull’orizzonte e facciamo in modo di inquadrare la scena con una luce laterale
    e radente, il campo innevato rivelerà una trama (texture) inaspettata e rifletterà i raggi del sole, conferendo forza alla scena.
    Con il sole basso, anche le ombre si allungheranno e contribuiranno a conferire tridimensionalità.
  5. Luci e luci fredde
    Più ci avviciniamo alla sera e più la neve conferisce alla scena una tonalità bluastra.
    Cerchiamo dunque di  includere fonti di luce più calde, come ad esempio lampioni o finestre illuminate, in modo da contrastare con fonti di luce calda la generale atmosfera fredda.
    Meglio la finestra di una casa (se non è un neon) che un lampione, perché la luce di certi lampioni potrebbe introdurre una dominante verdognola poco piacevole. Di solito, la luce di una finestra ci assicura un punto di calore molto piacevole invece.

    Le luci (calde) degli addobbi dell'albero offrono un valido controcanto alla luce fredda che domina complessivamente la scena

    Le luci (calde) degli addobbi dell’albero offrono un valido controcanto alla luce fredda della neve,  che domina complessivamente la scena

    Nella scelta del bilanciamento del bianco, evitiamo di compensare la dominante fredda, tipica soprattutto dei paesaggi innevati a partire dal tardo pomeriggio, scegliendo una temperatura  alta.
    Le scene invernali con paesaggi innevati, nelle ore del tardo pomeriggio,  presentano una luce la cui temperatura si aggira tra i 7000° K e gli 11000° K, ma se impostiamo il bilanciamento di conseguenza, cioè su valori alti, la nostra macchina introdurrebbe una dominante calda contraria, che avrà la colpa di azzerare l’atmosfera fredda della neve, producendo un risultato piuttosto discutibile dal punto di vista generale.
    Al contrario, abbassando troppo i gradi del bilanciamento, rischiaremmo di ottenere delle foto fin troppo bluastre ed irreali.
    Se proprio vogliamo intervenire… non facciamolo.
    Fidiamoci del bilanciamento automatico, per una volta. Ma se proprio non riuscissimo a farne a meno, il mio consiglio è quello di scattare con un bilanciamento del bianco attorno i 4000° K (per i modelli che non permettono di impostare i gradi Kelvin, consiglio il preset “fluorescenza”, a patto che per il nostro modello non sia impostato su una correzione molto fredda, ma più ci avviciniamo al crepuscolo e più consiglio di salire, per non cadere nella trappola blu.
    E allora vestiamo caldi, ma leggeri (meglio se con abiti tecnici) e non dimentichiamo i guanti… e usciamo, immortaliamo l’inverno. Il Generale Inverno è nostro alleato!


    Vieni con noi a fotografare l’incanto del deserto del Sahara!
    Clicca qui per saperne di più.


     

 

 

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