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Ritratto low key di Anthony Hopkins - Helmut Newton

Ritratto low key di Anthony Hopkins – Helmut Newton

Visto il successo dello scorso post dedicato ad Helmut Newton, ho pensato di restare in zona e ho recuperato uno stralcio di un’intervista al maestro tedesco, che, in cinque punti, ci regala una lezione sulla fotografia di ritratto, adatta a  qualsiasi tipologia di fotografo, dal principiante, all’entusiasta.

1. Appunta le tue idee

“Investo molto tempo nella preparazione. Penso a lungo a ciò che voglio realizzare. Ho libri e piccoli quaderni, nei qualii scrivo tutto prima di una seduta fotografica, altrimenti dimenticherei le mie idee. Non godo di grande memoria.”

Quando posso faccio lo stesso. Mi preparo, anticipo mentalmente lo scatto che voglio realizzare, mi documento sul soggetto che dovrò ritrarre. Butto giù qualche appunto sull’atmosfera che voglio creare e sulla tecnica che penso di usare, penso al tipo di luce e a come le posizionerò.
Spesso poi, una volta al cospetto del mio soggetto, abbandono i miei appunti o magari li seguo solo in parte e lascio che sia il momento a guidarmi in modo definitivo. Ma so che l’aver preso appunti non è stato tempo buttato, anche quando non seguo nessuno degli appunti salvati.

2. Metti a suo agio il tuo soggetto

“Le persone comuni, davanti ad un obiettivo, non si comportano come le modelle: le modelle sono pagate per star lì. Un’attrice si sente fragile davanti l’obiettivo. Tutte le donne si sentono fragili, ma un’attrice più delle altre e lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, e hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simpatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela e metterla a sua agio.”

Se tralasciamo l’apertura sulle attrici – non credo che molti di noi avranno molte chances di fotografare un’attrice, il resto ci presenta una verità assoluta! Se teniamo al nostro soggetto, dobbiamo fare di tutto per ritrarlo al meglio e soprattutto liberarlo dall’ansia da macchina fotografica. Quasi sempre un buon ritratto è frutto della relazione che riusciamo a stabilire con il nostro soggetto, che va al di là dei parametri tecnici e della luce – nonostante, io credo, la luce sia il fattore chiave in qualsiasi ritratto.
Cercate di instaurare un rapporto cordiale con il vostro soggetto e lavorate affinché si senta a suo agio.
Ricordatevi che il vostro nervosismo si riflette sull’umore del soggetto.

3. Libera l’indole

“Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi mi faccio un giro e quando torno provo a cercare altre vie. Ma arrivo molto presto a un punto di saturazione, oltre il quale  tutto questo cercare mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.″

Spesso l’idea originale è quella giusta. E allora cominciamo col partire con quella, ma non fossilizziamoci, facciamo come Newton, cerchiamo alternative e mettiamole in pratica.
Ciò che conta, però, è percorrere ogni via creativa fino in fondo e non farsi prendere dalla fretta.
La fretta è una pessima compagna di lavoro durante una sessione fotografica.
Col tempo e con l’esperienza, impareremo ad essere più rapidi – che non significa affrettati.
Lasciamoci guidare dai nostri appunti, ma non diventiamone schiavi e lasciamo spazio all’indole creativa.
L’esperienza però mi ha insegnato che la creatività non può essere fine a se stessa. È necessario coglierla e metterla in pratica, altrimenti il rischio e diventare l’ennesima vittima di quella che chiamo creatività velenosa, fatta di fughe in avanti, troppe, e nessuna di loro portata a termine.
Altra cattiva compagna è l’adrenalina. L’adrenalina, nonostante possa innescare la creatività del momento, può rivelarsi fatale e può farci commettere errori a volte irrimediabili. Ho imparato che bisogna cercare un giusto equilibrio tra entusiasmo e razionalità, evitando fretta, voli pindarici e testardaggine.

4. Anche brutte foto, ma solo se funzionali al progetto

“Spesso cerco di fare delle ‘brutte foto’. Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, e anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta. Non penso mai al gioco grafico, o, se ci penso, è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.”

La fotografia è un’arte visiva, espressione delle nostra creatività, ma è anche tecnica e composizione.
Arte e creatività si esprimono a volte anche attraverso risultati che per gli altri possono sembrare errori, solo noi sappiamo quello che stiamo cercando di dire, anche attraverso un ritratto.
Non bisogna dimenticare però che le regole e la tecnica sono le infrastrutture sulle quali costruire la nostra arte fotografica.
Ernest Hemingway, pur non essendo un fotografo, ci lascia un monito incontrovertibile: “le regole sono fatte per essere infrante, ma solo dopo averle imparate”.

5. Non buttare via nulla

“Le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante – e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano.”

Anche in questo caso, ognuno di noi ha il suo modus operandi, di sicuro la buona abitudine di tenere tutto può tornare utile, soprattutto se torniamo a guardare a distanza di tempo quello che abbiamo scattato e magari, in prima battuta, scartato.
Tornare a guardare i vecchi scatti, a distanza di tempo, è  il modo migliore per  farsi un’idea precisa del percorso che abbiamo intrapreso, sia dal punto di vista creativo, sia dal punto di visto tecnico.
Personalmente mi è capitato poche volte di fare quello che descrive Helmut Newton e quasi sempre, anche a distanza di anni, ribadisco le mie scelte, anche se, tornare sugli scatti del passato, mi è molto utile e qualche volta mi suggerisce qualche scelta alternativa da affiancare a quelle che sono state le mie prime scelte.


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I sassi e il duomo di Matera appena dopo il tramonto.

Ecco un nuovo itinerario fotografico possibile – e non solo possibile, ma anche magico!

Matera e i suoi Sassi. Un presepe incantato, una città unica, già set per il ‘Vangelo secondo Matteo di Pasolini’ e per ‘La passione di Cristo’ di Mel Gibson.

Raggiungere Matera può sembrare  un po’ complicato – e in effetti lo è –  ma una volta sul posto la città e i suoi Sassi sapranno ripagarvi con scorci panoramici mozzafiato e dettagli fotografici di grandissimo prestigio.
L’aeroporto più vicino meglio servito è quello di Bari e da Bari, raggiungere Matera è  questione di circa un’ora di macchina, che si può facilmente noleggiare in aeroporto.

La città offre sistemazioni per tutte le tasche, ma io consiglio uno dei numerosi bed and breakfast sparsi tra il centro storico e i Sassi stessi, per il costo di alcuni di essi, la posizione che offrono è di sicuro invidiabile.

I Sassi, la Murgia e le chiese rupestri.
I Sassi sono sicuramente l’attrazione principale di Matera: un’intero insediamento antico di secoli, scavato nel tufo e costruito in verticale e ricco di angoli e spunti per la fotografia.
Le visite guidate ai Sassi sono numerosissime e potrebbe essere il caso di prenotarne una, per meglio comprendere la storia di questa singolarissima città nella città.

Con i Sassi, Matera offre la possibilità di visitare e fotografare chiese rupestri e la Murgia, o Gravina, un vero e proprio canyon sulle pareti del quale sono tutt’ora presenti grotte abitate già nel Paleolitico.

Quando andarci
In estate, soprattutto in agosto, la città può risultare piuttosto affollata. Meglio pianificare un weekend lungo tra settembre e ottobre o in primavera, quando clima e turismo sono più clementi.
Il 2 luglio nelle strade del centro si può assistere alla processione della Bruna, che rivela essere uno spettacolo davvero unico.

Cibo squisito, ospitalità Made in Sud e scenari unici fanno di Matera la base per un photo tour possivbile alla portata di tutti.

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Dunque, RAW o  JPEG?

Sulla diatriba si sono scritti – e sprecati – centinaia di post e fiumi di inchiostro sulle riviste di settore.
Anche io mi sono già occupato qualche tempo fa della cosa, ma credo che tornare a  parlarne possa in qualche modo chiarire le idee ai chi ancora sembra indeciso.
Via quelle espressioni perplesse, non intendo scrivere un trattato, ma semplicemente mettere in fila qualche informazione di base che possa aiutarvi a scegliere.

Prima di tutto cos’è il formato RAW?
Il formato RAW è il formato del file immagine esattamente come viene registrato del sensore della nostra macchina fotografica e, a seconda del modello, può presentare dati a 12 o 14 bit.
RAW non rappresenta nessun acronimo, ma bensì è la parola inglese che esprime il concetto di grezzo. Ed infatti il file prodotto nel formato RAW è l’insieme grezzo (e totale) dei dati registrati dal sensore della nostra macchina, prima che qualsiasi algoritmo intervenga, riducendoli nel numero, per comprimere l’ingombro del file.

E ora, per par condicio, che cos’è il JPEG?
Noterete che non ho scritto formato JPEG. In realtà il JPEG non è propriamente un formato, ma bensì una convenzione che specifica come debba essere “ridotta” un’immagine raster prima di venire memorizzata, per cui in realtà, quello che tutti (praticamente) chiamano JPEG – o JPG – sarebbe più corretto chiamarlo “file contenente un’immagine compressa secondo gli algoritmi specificati dal Joint Photographic Expert Group”, un gruppo di esperti che si è dedicato anima e core a trovare il modo migliore per rendere le immagini digitali, leggere e portabili.
Questo immagino non vi dirà molto… fingete dunque che non lo abbia scritto e continuiamo pure a definire il JPEG come un formato – se la cosa ci aiuta.
Un’immagine JPEG è il prodotto di una compressione. Un algoritmo, cioè, processa il file originale prodotto dal sensore e riduce il numero di informazioni presenti prima di memorizzarlo.
Appare immediatamente ovvio che, in termini assoluti di qualità, il file compresso, offra una qualità minore – ed infatti il formato jpg viene comunemente detto di “compressione a perdita di informazioni”.

Ma comprimendo un file raster e memorizzandolo secondo gli standard del JPEG – generando cioè un “.jpg” – quanto andiamo ad incidere sulla qualità della nostra foto?
Dipende dal livello di compressione che scegliamo e il JPEG ce ne offre ben 12, dove il livello 1 corrisponde alla compressione maggiore, ma anche alla perdita di informazioni maggiore, mentre il livello 12 garantisce file di qualità maggiore, ma non molto compressi.
Compressione maggiore significa però anche dimensioni più ridotte – questo va considerato, qualche volta.

La profondità di colore di un file compresso JPEG è di 8 bit per canale, che significa che, per ognuno dei tre canali (RGB) a disposizione, abbiamo 256 sfumature (2 elevato all’ottava) e siccome i canali sono tre, le combinazioni possibili di sfumature totali per definire il colore di ciascun pixel è di circa 16,8 milioni (256 elevato alla terza).
Una profondità di 16 milioni di colori è adeguata per visualizzare ququel colore su un monitor o stamparlo su una stampante di casa o da ufficio

Meglio scattare in RAW o in JPG?
Quando scattiamo in JPEG, la macchina scatta un RAW e successivamente, prima di memorizzare lo scatto sulla card, elimina parte delle informazioni e scrive un file a 8 bit per canale, facendoci risparmiare un bel po’ di spazio, ma facendoci dire addio anche ad una bella fetta di informazioni.
Con questo non sto dicendo che sia sacrilego memorizzare successivamente le nostre foto in JPG, ma vorrei sottolineare che trovo abbastanza limitante decidere a priori di rinunciare a quelle informazioni, dicendo alla macchina di “scattare in JPEG”.

L’aritmetica ci aiuta a capire e ve lo dice uno che non è mai stato un genio in matematica, a scuola:

  • 8 bit generano  256 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore (2 elevato alla 8a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra 16,8 milioni di combinazioni
  • 12 bit generano 4096 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevato alla 12a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra poco meno di 6 miliardi di combinazioni
  • 14 bit generano 16384 toni per canale di ogni pixel del nostro sensore  (2 elevata alla 14a), ogni pixel e definito dai tre canali RGB, per ciò questo ci dice che ogni pixel può indicare un colore esprimendolo tra… no, non riesco neppure a scriverlo, ma sono tantissimi le combinazioni!

Se ancora mi seguite e non vi ho fatto venire il mal di testa, capirete da soli che, scegliendo di scattare direttamente in JPG, vi giocate davvero moltissime sfumature possibili, già al momento del click, sfumature che non sarete mai più in grado di recuperare, non importa la vostra capacità di post-produzione.

Per amore della sintesi, dico che scattando in RAW le possibilità di catturare il colore salgono in modo impressionante.
La cosa naturalmente ha un costo in pesantezza dei file generati. Mediamente un RAW di pari dimensioni in pIxel pesa circa sei volte più di un JPG.

Ciò scritto, mettiamo i due contendenti uno di fronte all’altro…

JPG, pro e contro.

PRO:

  • E’ un formato standard, accettato sia per la stampa, sia per il web
  •  È visualizzabile mediante qualsiasi software grafico e sistema operativo.
  • Genera files di dimensioni ridotte, adatte per l’archiviazione o la trasmissione
  • Le immagini risultano più nitide, più contrastate e più sature, rispetto allo stesso scatto memorizzato in RAW.
  • Le fotografie sono già pronte per essere stampate, inviate per mail o pubblicate su internet. 

CONTRO:

  • Comprime secondo un processo con “perdita” (anche se viene rimossa l’informazione “meno percettibile”)
  • Non offre una profondità di colore molto elevata
  • Gli scatti vengono processati dall’hardware/firmware della fotocamera e, anche se conta quanto ci avete speso, state comunque sacrificando la qualità del file originale
  • Ad ogni modifica si ha una degradazione dell’immagine.

RAW, pro e contro

PRO

  • Possiede un’elevata profondità di colore: 14 bit per canale nelle fotocamere più moderne, 12 bit per le altre.
  • Non ha nessuna perdita di informazione, tutti i dati acquisiti vengono memorizzati
  • Le immagini risultano più morbide (spente, dice qualcuno), rispetto allo stesso scatto realizzato in JPEG.
  • Il RAW perdona molto di più gli errori di esposizione

CONTRO

  • Non è un formato standard. Ogni casa produttrice adotta il suo formato RAW proprietario
  • E’ caratterizzato da files di grosse dimensioni,
  • I files non sono direttamente utilizzabili, richiedono software specifici che li sviluppi digitalmente.

Lo sviluppo digitale
Il grande vantaggio di scattare in RAW – che secondo me giustifica lo scompenso del peso dei file e del passaggio all’interno di applicazioni dedicate – è lo sviluppo digitale. Per trasformare le informazioni grezze contenute nei vostri file RAW è necessario svilupparli – proprio come si faceva un tempo con le pellicole. Ed è proprio nella fase di sviluppo che siete in grado di scegliere ed applicare i parametri definitivi, come contrasto, ombre, neri, bianchi, esposizione, temperatura colore, tonalità, saturazione, per parlare di quelli di base, ma anche andare più in profondità ed intervenire su aberrazioni cromatiche, aberrazioni prospettiche legate all’ottica e altro ancora.
Ho parlato di parametri definitivi, ma in realtà non è quello che succede esattamente quando sviluppiamo un file RAW.
E il bello sta proprio qui!
I parametri che scegliamo – tutti! – vengono scritti in un file XML che l’applicazione associa alla nostra immagine e nessuna modifica viene effettivamente apportata all’immagine originale, secondo quello che gli informatici chiamerebbero processo di editing costruttivo, opposto ad un editing distruttivo.
Salvando il vostro file RAW, una volta scelti i parametri di vostro gradimento, l’applicazione assocerà al file originale il file XML con tutti i parametri dello sviluppo, in qualsiasi altro momento potrete riaprire il file originale e modificare qualsiasi parametro di sviluppo, per ottenere due versioni dello stesso scatto, basterà salvare i due file RAW con nomi diversi – ad esempio RAW_1 potrebbe essere una versione sottoesposta e contrastata, mentre RAW_2 potrebbe essere una versione sovraesposta e morbida.
Questo è un aspetto fondamentale del flusso di lavoro che prevede di utilizzare il formato RAW: significa che potrete sempre tornare allo scatto originale o potrete crearvi tutte le versioni che intendete.
Non mi pare che questa sia una cosa da sottovalutare.
Potrete ad esempio produrre diversi sviluppi digitali per lo stesso scatto e decidere successivamente quale faccia per al caso vostro o potrete creare una foto HDR partendo da un singolo scatto RAW e svilupparlo simultaneamente con esposizioni diverse. E altro ancora…

Ricordate: gli interventi sul file diventano irreversibili solo quando deciderete di salvarlo in un altro formato per poterlo rendere disponibile e usabile – come ad esempio JPG o TIFF.

Quando JPG basta e avanza?
Ci sono situazioni per le quali scattare in jpg è più che sufficiente, se non addirittura necessario, ad esempio se state producendo gli scatti di un timelapse o della fusione di più scatti (ad esempio per catturare il movimento delle stelle).
In questi due casi, vi trovereste con centinaia di scatti intermedi che dovreste montare attraverso applicazioni specifiche e trovarsi a gestire, ad esempio, un batch di  300 file da 60 MB l’uno, potrebbe mettere in crisi il processore del vostro computer.

Insomma…
Io scelgo RAW senza nessuna titubanza. Mi dà più possibilità e paga volentieri lo scotto di dover processare i mie scatti in CameraRaw prima di poterli distribuire o usare. Per quanto riguarda le dimensioni dei RAW… vale lo stesso discorso – e io scatto con una macchina che ha un sensore da 36 mega pixel (con RAW da 75 Mb l’uno)… vorrà dire che porterò  qualche card in più, che comprerò card più veloci e che stresserò un po’ di più il mio computer…

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Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Secondo voi perché questo scatto funziona, al di là della scelta del soggetto, che trovo decisamente interessante?

Una delle doti di spicco di un buon fotografo è la sua capacità di vedere – contrapposta al verbo guardare.
Ma cosa significa vedere in questo caso?

Sicuramente significa riuscire a cogliere quello che per molti occhi passa inosservato, ma molto più anche saper guardare il mondo come lo vede la nostra macchina fotografica. e cioè una rappresentazione a due dimensioni della realtà.
Imparare a vedere come la macchina fotografica è un esercizio fondamentale, se intendiamo diventare fotografi migliori.
Riducendo la realtà a tre dimensioni ad una rappresentazione bidimensionale ci accorgiamo che tutto si riduce a forme geometriche semplici e soprattutto a linee.

Se impariamo a vedere le linee che compongono e sorreggono la scena, impariamo a costruire scatti più interessanti e più potenti.

Chi segue i miei post sa quanto sono fissato con la composizione, che ritengo basilare per una buona fotografia. Lo scopo della composizione, nella fotografia e nelle arti visive in genere, è quello di guidare l’occhio di chi guarda attraverso la scena inquadrata – o dipinta. Uno degli strumenti di base della composizione, incredibilmente potente, è l’impiego delle linee di forza.

Spesso, durante alcuni esercizi nei miei workshop dedicati alla composizione, chiedo ai partecipanti di comporre le loro fotografie usando le linee ed ecco che scatta il qui pro quo e molti di loro si lanciano entusiasti a fotografare inferriate, tapparelline e attraversamenti pedonali, credendo, erroneamente, che “comporre impiegando le linee” significhi “fare foto di elementi lineari”.
No! No! No!

Impiegare le linee come elemento compositivo significa organizzare l’inquadratura in modo che l’occhio di chi guarda venga inequivocabilmente guidato attraverso la scena da linee precise verso il punto focale (elemento principale).

Chi ha iniziato da poco a fotografare può sentirsi un po’ spiazzato ed ecco che cerca immediatamente conforto nella realtà e cerca linee realmente esistenti, ma molto spesso le linee di forza sono linee immaginarie, che riusciamo a cogliere soltanto se impariamo vedere la scena reale come la sua rappresentazione bidimensionale – quello che io, nei miei workshop chiamo irriverentemente, “la schiacciatina” e cioè una versione schiacciata del mondo.
Nella schiacciatina le line di forza ci appariranno chiare, evidenti, quando spesso nel mondo reale, disturbati dalla terza dimensione, non è così.

Le linee di forza sono spesso delle illusioni ottiche, delle connessioni mentali, una sorta di trompe-l’oeil che compie la mente di chi compone e, di conseguenza, di chi guarderà successivamente,  ma non per questo sono meno  potenti di linee reali.
Nella nostra rappresentazione a due dimensioni della realtà (la scena inquadrata) qualsiasi elemento, o combinazione di più elementi, può tramutarsi in linee di forza, una strada che corre in prospettiva, una sequenza di paracarri, un colonnato, il profilo delle colline, le cabine in spiaggia… e così via.
Riconoscere le linee di forza richiede un po’ di esercizio, ma col tempo ci verrà naturale riconoscerle senza troppa fatica.

Ricordiamoci che linee di forza suggeriscono:

  • un senso di lettura all’inquadratura
  • il punto focale a chi guarda – e dunque la chiave del nostro scatto.

Le linee di forza possono essere rette, indifferentemente orizzontali, verticali o diagonali, continue o discontinue e curve.

L’impiego di linee orizzontali o verticali produce una composizione più statica e più riposante, mentre l’uso di linee di forza diagonali introduce immediatamente un elemento di tensione nella nostra composizione. Le curve hanno un effetto più ludico, portano in giro l’occhio di chi guarda, ma lo fanno con più dolcezza delle cugine diagonali.

Torniamo alla foto di apertura, il ragazzino di strada alla stazione della metro di Delhi.
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Sicuramente il soggetto contribuisce alla riuscita dello scatto: è difficile non restare agganciati a quello sguardo, esaltato dalla  scelta dell’angolo d’inquadratura.
Ma se analizziamo l’immagine scopriamo che, nonostante si tratti di un’istantanea che ho scattato mentre facevo la fila per il token della metropolitana, poggia su una composizione molto curata che sfrutta al massimo le linee di forza, in questo caso diagonali (diagonale = tensione).

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Le linee di forza suggeriscono un flusso di fruizione principale (!) che va dall’angolo basso destro verso l’alto dell’immagine, passando per il centro, dove incontra il punto focale: gli occhi del soggetto.

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Notiamo una serie di linee di forza diagonali (sinistra alto/destra basso) costituite dal gradino della colonna e dalla stessa posa assunta dal soggetto.

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Alla prima griglia di linee se ne sovrappone una seconda, perpendicolare alla prima, anch’essa diagonale (basso sinistra/alto destra).

Nessuna delle linee di forza di questo scatto è reale, ma si tratta di suggerimenti visivi. Più sono evidenti e più l’occhio è guidato. In questo caso, l’occhio di guarda, se non fosse catalizzato dallo sguardo del ragazzino, può contare su una doppia sovrastruttura compositiva inequivocabile che lo porta dritto al punto focale.

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Il soggetto, oltre a poggiare sulla sempre viva regola dei terzi, è incorniciato dentro un’area virtuale circoscritta dalle linee di forza.
Il risultato è uno scatto potente.
Ho volutamente scelto una candid, un’istantanea, per tagliare sul nascere i commenti del tipo “eh, ma non c’è sempre tempo di stare a comporre”. Blah, blah, blah… ok, ero a Delhi, ma la fila per il token non è durata più di qualche minuto… ok, avevo la macchina pronta e avevo visto il ragazzino… blah blah blah

Componete, gente, componete!

 

 

 

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Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Migliorare significa impegnarsi, non sedersi e non cedere al richiamo di quello che ci viene più semplice. Per migliorare serve grinta.

Già immagino lo sguardo un po’ schifato degli snob, ma tiro dritto e me ne frego – come faccio di solito!
Già li sento… “Chi è ‘sto qui per dirmi come fare a diventare un fotografo migliore!?”
Beh, forse hanno ragione, però qualche consiglio provo a darlo comunque…

Anche se sono convinto che ognuno debba seguire la sua personalissima curva d’apprendimento, credo anche che ci possano essere piccoli accorgimenti che aiutino questa maledetta curva a diventare un filo più ripida.
Intendiamoci, non è oro colato quello che sto per scrivere e tutto quello che leggerete in questo post è opinabile o, male che va, poco efficace per dare una mano al vostro talento addormentato.
Sono altrettanto convinto però, che se butterete un po’ del vostro tempo a mettere in pratica qualcuno dei consigli che sto per  buttare giù, può darsi che qualche miglioramento lo ravvisiate davvero. Fatemi sapere, poi…

Tutto, naturalmente, è frutto dell’esperienza personale e del fatto che, in molte situazioni per così dire stagnanti, ci sono passato anch’io e spesso le ho superate così. Che dire, se non vi pare troppo, provate…

  1. USCIAMO A FOTOGRAFARE ANCHE COL BRUTTO TEMPO
    Non aspettiamo la bella stagione per spolverare la macchina fotografica. Non rimandiamo solo perché il meteo volge al peggio o perché si è alzato un po’ di vento o è scesa un po’ di nebbia.
    Usciamo! Usciamo lo stesso e abituiamoci a scattare anche quando le condizioni atmosferiche non sono esattamente quelle ottimali o quelle che ci aspettavamo.
    Impareremo ad aggirare l’ostacolo e a vedere nuove opportunità, anziché soltanto ostacoli.
    Bardiamoci e usciamo!
  2. USCIAMO A FOTOGRAFARE NELLE ORE SBAGLIATE
    Ok, l’ho ripetuto fino alla nausea… i panorami migliori si scattano attorno al tramonto e poco dopo (golden e blue hours), facciamo finta di dimenticarcelo e presentiamoci sul posto a mezzogiorno. Proviamo a cavare la proverbiale castagna dal fuoco nelle condizioni di illuminazioni peggiore. Forse saremo costretti a rivedere l’inquadratura, forse dovremo ingegnarci su come lasciar fuori tutto quel cielo slavato e insignificante… che lo si creda o no, ci servirà.
  3. OSCURIAMO IL DISPLAY
    Ritagliamo un pezzo di cartoncino nelle dimensioni del display posteriore della nostra reflex e, con del nastro adesivo, sistemiamolo in modo che non ci sia possibile vedere quello che abbiamo appena scattato.
    Può sembrare una sciocchezza, ma credetemi, molti di noi cominceranno a sentirsi in ansia e molto, molto, molto meno sicuri e bravi di quanto pensavano. Io stesso (per quello che può significare, of course…) l’ho fatto e credetemi, la sensazione è stata spiazzante – eppure ho fotografato quasi trent’anni in una condizione del tutto simile e la cosa mi sembrava assolutamente normale, che diamine!
    Beh, facciamolo! Oscuriamo il display e usciamo a fotografare. Sarà come fare un salto indietro nel tempo e saremo costretti a ragionare molto di più di quanto non siamo abituati a fare adesso, grazie alla rassicurante tecnologia.
    Ci faremo molte più domande e saranno quasi sempre le domande giuste… ho esposto correttamente? ho composto correttamente? c’è abbastanza profondità di campo? il tempo di posa è sufficiente per bloccare il soggetto?
    Una volta a casa, avremo tutte le risposte alle nostre domande e anche qualche risposta in più, credetemi, ma di sicuro, sarà stata un’uscita stimolante – anche se un filo frustrante, forse.
  4. DIAMOCI UN TEMPO LIMITE
    Altra variabile che crea una certa ansia: il tempo.
    E allora usiamola per metterci alla prova e migliorare. Anziché uscire e cazzeggiare, aspettando l’ispirazione o scattando in totale relax, fissiamo un tempo massimo, magari con un timer, e cerchiamo di stare in quel tempo.
    Ci servirà a concentrare le energie e a fare la punta allo sguardo, allenarlo a vedere e non soltanto a guardare, perché il tempo scorre molto più veloce quando scorre contro  di noi.
    Questo non significa che dobbiamo abituarci a scattare con fretta o a cottimo, ma ci aiuta a pretendere il massimo da noi stessi, quanto meno dal punto di vista fotografico, in una finestra di tempo fissa.
  5. DIAMOCI UN NUMERO LIMITE DI SCATTI
    Fingiamo di avere caricato un rullino anziché la card. Fingiamo che il tasto “Cancella” non esista e diamoci un numero massimo di scatti. Partiamo con 50, per esempio. Magari per le prime volte stiamo larghi, ma poi, proviamo ad uscire e darci come limite massimo di scatti, diciamo, 36 – che tanto mi ricorda i giorni della pellicola.
    Impariamo a non sprecare scatti, impariamo a stare nel numero minore di scatti, ci aiuterà ad essere più attenti, più selettivi, più accurati sia nel scegliere i nostri soggetti, sia nel scegliere le inquadrature e la composizione, oltre che a valutare l’esposizione corretta per l’effetto voluto – ogni tentativo di avvicinamento ci costerà uno scatto e avere a che fare con un numero limite di scatti sarà soltanto fieno in cascina, per così dire.

Se non avessi deciso di stilare un elenco di cinque punti, ne aggiungerei un sesto dedicato alla post-produzione, e direi, più o meno, limitiamo gli interventi di post-produzione al minimo e cerchiamo di ottenere lo scatto in macchina, ma ormai avevo deciso per cinque punti e quindi… quindi, bene così.

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Non per forza "comodo" è sinonimo di "banale". Qui un mio "scatto comodo", grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un'atmosfera tutt'altro che banale.

Non per forza “comodo” è sinonimo di “banale”.
Qui un mio “scatto comodo”, grazie a una composizione rigorosa e una tavolozza di colori ridotta, crea un’atmosfera tutt’altro che banale.

Lo scatto comodo equivale ai leaks per i chitarristi rock, cioè a quel numero di scale o melodie sempre pronte e che garantiscono al musicista una certa tranquillità, magari mentre improvvisa. Lo scatto comodo equivale alle forme retoriche per gli scrittori, dalle quali molto spesso attingono quando la pagina fatica a schiodarsi.

Io chiamo scatto comodo quella tipologia di foto nella quale scivoliamo per:

  • noia
  • pigrizia
  • estrema familiarità con i luoghi fotografati
  • estrema familiarità con la natura dei soggetto fotografati
  • stanchezza
  • confusione
  • scarsa pianificazione (nel caso di un progetto)
  • stress, ansia, blocchi creativi in generale

Più che di scatto comodo, farei meglio a parlare di area comoda, rappresentata sia da alcune precise categorie di soggetti, diverse per ognuno di noi, ma anche di inquadrature, scelte compositive, atmosfere, e, per in più esperti set di luci, e, addirittura, tecniche di scatto.
Se proviamo ad essere onesti con noi stessi, ammetteremo che ogni qual volta si fa sentire la stanchezza, scarseggiano le idee, l’ansia morde la bocca dello stomaco o il blocco creativo ci manda a nero il cervello, ricadiamo ci rintaniamo in un’area comodo, entro il cui perimetro ci sentiamo al riparo.  Un po’ come se quei soggetti, quelle inquadrature e quelle atmosfere, a noi molto (forse anche troppo) familiari, alzassero una sorta di protezione dall’ansia, nei momenti di scarsa creatività, ci facessero consumare meno energia, quando la stanchezza si fa sentire, o ci illudessero di stare comunque fotografando, quando la pigrizia ci assale.

Inizialmente vivevo questo tirare i remi in barca e ripiegare sul sicuro con un certo fastidio e una certa indolenza, poi ho cominciato a capire che poteva essere un momento da sfruttare, una sorta di trampolino.
Vediamo prima però il lato negativo dello scatto comodo.

 

Sul danno dello scatto comodo.

Il primo rischio degli scatti comodi è l’ovvietà, se non addirittura la loro banalità.
Non sto affermando che nessuna foto scattata all’interno della nostra area comoda possa essere una buona foto, se non addirittura un’ottima foto. Tutto dipende da quale perimetro circoscrive la nostra area comoda. Vi faccio un esempio molto personale, quando fotografo in viaggio e la stanchezza o la pigrizia cominciano a dire la loro, io mi rifugio nelle porte e nelle finestre, che rappresentano il mio scatto comodo per la strada. Difficilmente ci tirerò fuori scatti memorabili, anche se qualche rara volta è capitato. Quando invece  mi muovo ad un livello tecnico superiore, ad esempio nella fotografia con flash, mi rendo conto che un certo tipo di illuminazione (bank con grid, luce a sinistra della macchina, dall’alto) rappresenta la mia confort zone, ma questo non significa che quella tipologia di luce produca dei brutti scatti, semplicemente che non faccio altro che ripetere situazioni che conosco molto bene. E questo introduce il secondo rischio.
Quando l’area comoda  va oltre una semplice tipologia di soggetto, ma diventa una certa tecnica o una certa inquadratura, anziché un certo tipo di illuminazione, il rischio che si corre è quello di autocompiacerci e di accontentarci.
Probabilmente otterremo buoni scatti, ma a lungo andare tutte le nostre fotografie sembreranno poco più di fotocopie l’una dell’altra. Restare all’interno del perimetro sicuro, ci preserva dagli errori e dallo stress, ma non ci fa crescere come fotografi.

Il danno assoluto dello scatto comodo si materializza quando è la pigrizia a spingerci all’interno dell’area comoda. Se ci accorgessimo che è quello il caso, spegniamo la macchina e facciamo altro, almeno per un po’.

 

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Tecnica e composizione per superare la pigrizia di fotografare il Taj Mahal come in milioni di altri scatti.

Ci sono poi aspetti difficili da gestire che sono in genere dettati da un’estrema familiarità con i luoghi che fotografiamo o con i soggetti che fotografiamo, che possono renderci pigri o annoiati, poco stimolati.
Le difficoltà  si ripresentano piuttosto frequentemente se ciò che fotografiamo porta con sé un altissimo valore iconico.
In entrambi i casi, possiamo concedere qualche scatto comodo, ma dobbiamo scrollare di dosso la pigrizia o l’apparente incapacità di trovare alternative – spesso basta sostituire l’ottica, cambiare la focale, ripensare l’inquadratura, eccetera.

 

 

Sull’utilità dello scatto comodo.

Ve l’ho detto, inizialmente, quando mi accorgevo che stavo di nuovo puntando l’obiettivo su porte e finestre, la reazione era di rabbia e frustrazione. Poi ho cominciato ad imparare che anche lo scatto comodo o l’area comoda possono essere fondamentali per il processo creativo.
Usiamolo per disinnescare l’ansia. Usiamolo per partire, per scaldare il motore creativo, approcciare in maniera cauta un luogo che non conosciamo o un progetto che ci intimidisce. A patto che poi ci si cominci a sganciare e si provi ad abbandonare la comodità in favore di inneschi e derive meno scontate, meno ovvie (per noi, ma anche per gli alti, magari).
Vediamo lo scatto comodo come una sorta di trampolino per affrontare sfide creative più impegnative.
Spesso lo scatto comodo non richiede molto di più che puntare la macchina e inquadrare, perché rientra in ampi automatismi creativi e tecnici, questo ci dovrebbe regalare la leggerezza per iniziare, o riprendere, senza il peso dello stress.
Se il nostro problema è mostrare un buono scatto, può darsi che lo scatto comodo assolva a questo compito e una volta sistemati ego e coscienza, saremo più liberi di fotografare e sperimentare.
Per strada, durante viaggi anche piuttosto scomodi, bombardato da stimoli e con magari la pressione di dover portare a casa scatti per forza buoni, stempero l’ansia abbandonandomi, di tanto in tanto, alla mia confort zone. Funziona come una sorta di valvola di scarico. Scatto due o tre porte, fino a quando non mi annoio e posso tornare a concentrarmi su altro.
Quando affronto un progetto complesso – soprattutto se alle spalle c’è un assignment, cioè un cliente – parto sempre da ciò che conosco meglio e che so che non mi crea né stress, né complicazioni. In questo caso parto dalla mia area comoda, che uso come fondamenta sulle quali appoggiare il mio lavoro e farlo crescere. Non è per forza necessario produrre scatti dall’alto tasso alternativo. Spesso ciò che è profondamente nelle nostre corde, si rivela anche essere lo scatto giusto. Ma è doveroso provare ad esplorare il terreno esterno al perimetro sicuro dell’area comoda.

 

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Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

Il dinamismo della scena è reso attraverso la composizione sulle diagonali

La composizione è uno dei migliori alleati dello story telling fotografico. Faremmo bene a ricordarcelo!

La prima decisione da prendere riguarda l’inquadratura. Inquadrare NON significa semplicemente puntare la nostra macchina sulla scena, SIGNIFICA, come riprendere la scena e soprattutto decidere cosa rimarrà nella nostra foto e cosa no – questo è il primo atto autorale/creativo e forse anche il più importante.

Decidere come inquadrare,  cosa va nell’inquadratura e cosa invece no, e dove posizionarlo sono le basi dalle quali partire per raccontare con efficacia la nostra storia fotografica. Siamo appena entrati  nel fantastico mondo della composizione, che è poi quello che differenzia chi (semplicemente) scatta da chi (invece) fotografa.

La composizione – cioè le regole attraverso le quali creiamo le relazioni visive tra gli elementi all’interno della nostra inquadratura  – aiuta chi guarda a focalizzare la sua attenzione su ciò che per noi ha importanza, dal punto di vista del racconto fotografico. Ad esempio, la composizione indica il soggetto principale, suggerisce relazioni tra gli elementi, i pesi narrativi, in modo esplicito e meno esplicito. Dobbiamo pensare alla composizione come ad una sorta di  grammatica dell’inquadratura.

C’è una frase che amo ripetere, non è mia, è di un fotografo canadese che ho avuto il piacere di incontrare qualche tempo fa a Kathmandu, David du Chemin: “ciò che non è nell’inquadratura non esiste”. Questo per me è molto più di un diktat, qualcosa forse più vicino ad un mantra. Con questo postulato bene in mente, cerco di capire come comporre al meglio perché la mia storia appaia evidente a chi non è lì con me in quel momento.

Personalmente credo che questo sia davvero il punto di partenza per ogni scatto: decidere cosa includere e cosa no nell’inquadratura ed essere consapevoli che quello che decidiamo di escludere scomparirà per sempre, come se non fosse mai esistito.

Per nostra sfortuna, però, è vero anche il contrario e cioè che tutto quello che includiamo nell’inquadratura assume un significato per chi guarda. Anche questa è una cosa da tenere a mente, per cui se includiamo un dettaglio, un dettaglio qualsiasi, quel dettaglio, per chi guarda, assume immediatamente importanza, anche se lo facciamo per errore o per superficialità.
Pensiamoci bene quando inquadriamo, perché non potremo dire a chi guarderà i nostri scatti “no guarda, quello non c’entra”…

Un piccolo esempio pratico sul dentro o fuori.

Ho usato una foto scattata mentre io e il mio amico Mauro Cout, guida alpina di Champoluc, siamo alle prese con il ghiacciaio del Felik, sul Monte Rosa.
La prima è lo scatto originale: una composizione semplice e il soggetto sui terzi. Sulla sinistra compare la cima del Felik, un dettaglio minimo, la cui presenza, però racconta la storia (grazie anche ad un deciso sbilanciamento verso sinistra):  una cordata protesa alla meta.
felik

La seconda foto è invece una versione appositamente ritoccata, dove, con Photoshop, ho eliminato la roccia del Felik.
Nonostante la composizione sia identica – stessa foto di partenza (!) – l’assenza del piccolo, quasi insignificante, sperone di roccia sul bordo sinistro racconta un’altra storia. In questa seconda versione, l’occhio di chi guarda, ha soltanto due riferimenti: l’alpinista e l’orizzonte, in questa versione non ci sono mete e sembra quasi che l’alpinista vada incontro all’ignoto, quasi inghiottito dal nulla della natura inospitale del ghiacciaio.

senzafelik

Eppure la differenza tra le due versioni sta tutta in un piccolo dettaglio addirittura relegato ai margini dell’inquadratura – zona dove spesso dimentichiamo elementi del tutto estranei alla storia, ma presenti nell’inquadratura.

Spero che quest’esempio ci aiuti a comprendere l’importanza che  ricopre la scelta di ciò che decidiamo di includere o escludere dall’inquadratura, su quanto questa scelta vada considerata parte integrante del processo autorale e creativo, al pari della scelta del soggetto principale, e a quanta cura sarebbe bene le dedicassimo.

La composizione come guida.

Le regole della composizione ci devono aiutare a rendere intelligibile il messaggio che intendiamo trasmettere con i nostri scatti.
Lo storytelling fotografico passa inesorabilmente per le regole della composizione, esattamente come per lo scrittore è fondamentale la scelta dei verbi, che lo aiutano a  rendere il giusto ritmo narrativo.
Nello storytelling fotografico non è sufficiente trovare un buon soggetto. Un buon soggetto è un ottimo punto di partenza, ma sono poi l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, il linguaggio fotografico scelto che completano il processo. Occhio, sensibilità, linguaggio… e tutti passano per la composizione.

Comporre significa guidare l’occhio di chi guarda.

Abituiamoci a considerare l’atto di comporre – di disporre cioè gli elementi all’interno dell’inquadratura – come un momento imprescindibile del processo creativo che genera uno scatto fotografico.

Esploriamo le varie possibilità che la composizione ci offre. Cerchiamo quale composizione possa meglio raccontare la nostra storia. Terzi, simmetria, linee guida, curve, armonie di colori, colori a contrasto, forme… le regole sono molte, esploriamole, applichiamole, non fermiamoci a quelle più ovvie – sarebbe come per uno scrittore impiegare sempre gli stessi vocaboli.

Pensiamo all’uso della profondità di campo ad esempio (uno dei pochi strumento tecnico/compositivo propri della fotografia e non mutuati dalle arti visive del passato), pensiamo a come la capacità di mettere a fuoco in maniera selettiva questo o quell’elemento della nostra scena possa modificare, se non ribaltare, la storia che stiamo raccontando con la nostra macchina fotografica.

Non starò qui a dilungarmi oltre sulla composizione, troverete tutto e di più un po’ ovunque  – ad esempio potete partire dai vari post che ho pubblicato su “Fotografia Facile”, li trovate sotto la categoria “Composizione”.
Sperimentate con le varie possibilità, ma soprattutto, sul campo, prendetevi il tempo necessario per comporre con attenzione, molto spesso un buono scatto diventa memorabile grazie ad un’attenta composizione.

Gli strumenti compositivi.

Per i fanatici delle liste, ecco alcune regole di base per comporre:

  • La simmetria
  • La regola dei terzi
  • Le linee verticali, orizzontali, diagonali e curve
  • Le linee d’entrata
  • Le forme
  • La ripetizione degli elementi
  • Quinte, cornici e vignette
  • Più piani
  • Il colore

Comporre significa suggerire la storia

In questo scatto ho usato due regole di composizione contrastanti tra loro: la simmetria e i colori a contrasto.
La simmetria rigorosa suggerisce uno stallo ed esalta la posa statica del saddhu, gli occhi, posizionati esattamente al centro catalizzano l’attenzione di chi guarda. La forza dell’espressione del saddhu scardina una posa fin troppo accademica.
Ha scalzare lo stallo estetico introdotto dalla simmetria, ho usato una tecnica di composizione avanzata, che gioca con i colori.
In questo caso, con l’aiuto di un flash ho forzato un po’ la realtà. Ho impostato il bilanciamento del bianco su “incandescenza”, che introduce una decisa dominante fredda, cioè blu/azzurra. Ho poi gellato il flash con un filtro arancione (1/2 CTO). Il filtro ha colorato il colpo di flash con una dominante arancione e fin dove ha colpito il lampo, la dominante arancione ha pulito lo scatto della dominante blu. Un giochino un po’ complicato, che però ha saputo produrre due piani cromatici distinti: lo sfondo blu e il primo piano giallo/arancione, due colori contrastanti, e comporre con due colori contrastanti assicura uno scatto dinamico, carico di tensione, tensione che ha spezzato lo stallo della simmetria usata per la posa.

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Saddhu sui ghat di Varanasi. Luce mista (flash + ambiente)

Al di là dei tecnicismi, più o meno astrusi, questo era per dire che la composizione gioca un ruolo davvero importante nella creazione di una storia fotografica. Sull’argomento, fortunatamente, si trova davvero molto – io stesso ho dedicato numerosi post, che trovate sotto la categoria “Composizione”.
Documentiamoci, sul web, sui libri, osservando gli scatti dei grandi maestri della fotografia e sperimentiamo, cercando di far diventare l’atto di comporre un’automatismo del nostro approccio fotografico sul campo.

Proviamo a fare il grande salto, smettiamo di essere gente che scatta e basta e cominciamo a diventare gente che fotografa.

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