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Posts Tagged ‘workshop fotografico’

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Stavo pensando a cosa consigliare per chi volesse imbarcarsi in un breve viaggio fotografico fai da te la prossima primavera ed ecco che la lampadina si è accesa sull’ovvio, ma non per questo poco bello: SIENA e DINTORNI.

Come non pensare alla zona circostante Siena? Non si può.
Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia. Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole d’Italia. Colline dal profilo dolce si alternano a piane che rubano la corsa all’orizzonte, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la zona.. insomma, un piccolo concentrato di paradiso fotografico.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Preparatevi a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farvi gettare la spugna, ma deve invece spronarvi a cercare nuove inquadrature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano all’interno del centro storico in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Neppure il Duomo, a pochi passi dalla piazza, può mancare, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale.
GIrovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Fuori Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola ad una ventina di chilometri da Siena, famossa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paese.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

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A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paese della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arrivate da Monteriggioni, vi consiglio di farlo prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, vi troverete nel cuore tipico della Toscana, con a disposizione un panorama mozzafiato.

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Volterra è un’altra meta interessante. Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.
Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

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Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lasciare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può prendere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.


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Senzatetto di Delhi

SI-PUÒ-FA-RE!
Per citare un cult movie degli Anni Ottanta, Frankenstein Jr. di Mel Brooks, e sdrammatizzare un po’ l’argomento “composizione”, che spesso fa strabuzzare gli occhi di chi si è avvicinato da poco alla fotografia.

Fermo restante il concetto che, personalmente, considero la composizione fondamentale, mi rendo conto, soprattutto quando chi ho di fronte ha poca esperienza.
Per un vezzo dei tempi, servito su un piatto d’argento dalla rivoluzione digitale, il principiante tende a sbadigliare quando sente parlare di composizione fotografico.
Va molto di modo considerarsi fotografi istintivi – eufemismo per evitare di usare l’aggettivo “ignoranti”. Il fotografo istintivo è allergico per natura ad imparare la tecnica, figuriamoci a cimentarsi nella composizione, che. scatola chiusa, considera alla stregua di una perdita di tempo.

Chi invece prova a fare un passettino oltre e cerca di fare suoi i concetti della composizione fotografica, troppo spesso, sgonfiatosi l’entusiasmo dei primi giorni, tende a sedersi e a consegnare gran parte dei suoi scatti alla famigerata regola dei terzi.

La conosciamo tutti, non serve che ne riprenda i concetti base proprio qui, in un post con il quale cerco di suggerire ai più pigri che si può andare oltre

Ebbene sì, c’è vita oltre la regola dei terzi.
Durante i miei workshop, sia di tecniche di base, sia di composizione presento la regola dei terzi come il porto sicuro, una sorta di paracadute.
Non sai come disporre gli elementi della scena!? Mettili sui terzi e te la cavi con poca fatica.
D’accordo, siano benedetti i terzi che tolgono i peccati della fotografia e le castagne dal fuoco al fotografo più e più volte, ma si può andare oltre – e con risultati altrettanto soddisfacenti. La composizione da secoli offre all’artista visivo numerosi strumenti per assicurarsi un certo successo.
Sperimentarli non nuoce, male che va ci sono sempre i terzi.
Proviamo a vedere…

Cercate le linee, ad esempio.
Oltre le colonne d’Ercole dei terzi, ci sono le linee guida, ad esempio.
Proviamo a comporre guidando l’occhio di chi guarda attraverso delle linee guida.
Attenzione, impiegare le linee guida come strumento di composizione NON significa fotografare delle linee, ma individuare linee (reali o suggerite) che guidino l’occhio verso il nostro soggetto.
Il mondo reale offre linee in abbondanza, basta allenare un po’ l’occhio e prestare attenzione a quello che ci circonda.
Dove possiamo trovare delle solide linee da impiegare nella composizione di un’inquadratura? Nella prospettiva di un filare di alberi, ad esempio… nel susseguirsi dei lampioni ai bordi di una strada, nel profilo di una montagna, nel ripetersi delle colonne di un colonnato… basta guardarsi attorno e,  ricordandosi che la nostra macchina ragiona solo con due dimensioni, il gioco è fatto.

Orizzontali, verticali, diagonali e curve. Tutte le linee portano al soggetto.
Questo dovrebbe essere il senso.
Le linee orizzontali costruiscono un’immagini più statica, rispetto alle sorelle verticali.
Le diagonali aggiungono un pizzico di dramma e di tensione alla composizione, mentre le linee curve hanno il vezzo di portare un po’ a spasso l’occhio di chi guarda, rendendo la fruizione più giocosa.

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Nella realtà – drammatica – del ponte di Chelmsworth Road di Delhi non ci sono linee, ma nella rappresentazione bidimensionale delle nostre macchine fotografiche ecco che miracolosamente compaiono, Sfruttiamole per indirizzare lo sguardo, ma soprattutto impariamo a vederle.


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Abluzione mattutina nel Gange, Varanasi

Fotografare significa registrare la realtà.
NO! Non è così! E chi pensa che sia così, non potrebbe cadere in un errore più grave.

Quando scattiamo una fotografia, non registriamo quello che ci sta davanti.
Quando scattiamo una fotografia,  creiamo una realtà bidimensionale tutta nostra, che, del mondo reale, prende solo spunto, ispirazione.
Non mi stancherò mai di dirlo nei miei workshop.

Molti di noi, troppi, sono portati a pensare che fotografare significhi registrare la realtà.
Ma non c’è nulla di più mendace e di più subdolo.
Dobbiamo essere consapevoli, sin da subito, che la fotografia è SEMPRE una versione manipolata della realtà e quando dico “manipolata”, non intendo corretta attraverso qualche diavoleria di post-produzione.

La manipolazione della realtà è intrinseca nell’atto di fotografare, perché, anche la fotografia più realistica è sempre il prodotto di un processo creativo.
Ma se nella pittura, ad esempio, l’intervento della creatività del pittore è ovvio, nella fotografia, a parte alcuni esempi di fine art photography, la manipolazione spesso è meno evidente, ma c’è e c’è sempre.

La fotografia è frutto di una scelta che siamo chiamati a fare arbitrariamente inquadrando.
L’INQUADRATURA definisce un nuovo spazio e una nuova realtà, nonostante gli elementi all’interno di essa facciamo parte del mondo reale.
Inquadrando operiamo una scelta – più o meno consapevole – su cosa dovrà esistere nello scatto finale e su cosa invece no.
Ed ecco la prima vera manipolazione della realtà!
Attraverso l’inquadratura ci apprestiamo a creare un nuovo mondo a due dimensioni.
Molti di noi sottovalutano l’importanza di questo passaggio, che personalmente ritengo fondamentale.

L’inquadratura  isola un frammento di realtà,  ne delimita un mondo (nuovo) che vive in cattività, all’interno del perimetro dettato dai lati del formato.

Dopo il click, per chi guarderà la nostra fotografia, QUELLO CHE STA FUORI DALL’INQUADRATURA, NON ESISTE e quello che sta dentro è governato  dalle regole della composizione e vive e racconta una storia tutta sua, che potrebbe anche essere completamente diversa, se non opposta, a quella raccontata dal mondo reale al momento del click.

Questo è il paradosso creativo più singolare e più potente della fotografia, che, nata per registrare il mondo, si trova a crearne uno nuovo, che risponde alla visione del fotografo.
Questo paradosso può essere anche piuttosto fuorviante, soprattutto quando al fotografo è chiesto di rispondere ad un’etica morale e professionale, come ad esempio ai fotoreporter, dai quali ci aspettiamo che raccontino la realtà, per altro richiesta in qualche maniera utopica: ognuno dei loro scatti racconterà la loro soggettiva della realtà, prodotto delle loro ispirazioni, visioni, convinzioni e intenzioni. Ciò che conta è non lasciarsi sorprendere in modo fin troppo ingenuo.

Tornando all’inquadratura è il primo momento creativo che ci mette a disposizione la fotografia. Attraverso l’inquadratura abbiamo il potere di indirizzare lo scatto e di isolare un mondo, più o meno soggettivo, più o meno rispondente alla realtà.
Solo questo dovrebbe inebriarci, non trovate!?

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In questo scatto, il vecchio si bagna nel Gange, al centro dell’inquadratura, solo, lambito appena da un taglio di luce calda. Tutto suggerisce pace, tranquillità.
Non saprete mai se, quella mattina all’alba, tutto era davvero così pacifico come ho voluto suggerirvi, come non saprete mai se attorno all’uomo c’erano barche o altre persone.
Nel mondo che ho creato c’è soltanto un uomo nell’acqua e tutto suggerisce pace.
Questo è un esempio di quello che ho cercato di argomentare sin qui.
Inquadrare significa fare una scelta, fare una scelta significa creare. Fotografare significa creare.

Pensiamoci la prossima volta che usciamo a scattare.

Scegliamo con cura le nostre inquadrature, pensiamo a ciò che vogliamo far vivere nel nostro nuovo mondo e pensiamo a quello che vogliamo lasciar fuori.

Inquadrare è un gesto potente.


 

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Non poteva mancare, dopo il post sulla sottoesposizione, ecco un post dedicato alla tecnica contraria, cioè quella di creare immagini volutamente sovraesposte.

Riepilogo per coloro che non avessero letto il post precedente, NON ESISTE UN’ESPOSIZIONE CORRETTA, MA SOLTANTO UN’ESPOSIZONE CHE LA MACCHINA SUGGERISCE e questo viene fatto sugli standard per i quali l’esposimetro è tarato (un bel grigetto pallido),

Ciò detto, qualche volta vale la pena intervenire e dire alla macchina di bruciare.
Così facendo si creano scatti diafani, eterei e vagamente magici.
Quando farlo?
Ad esempio in occasione di soggetti in controluce, bruciando tutto quello che sta attorno al soggetto.
O in occasioni di scene che trattate come high key producono immagini di gran lunga più poetiche di qualsiasi scatto esposto correttamente.

Nella foto che ho scelto per aprire potete vedere come un palese errore di esposizione abbia, in realtà, dato vita ad uno scatto del tutto unico e potente.
Se fossi stato più presente a me stesso come fotografo e mi fossi ricordato di riportare gli ISO ad un valore normale prima di scattare, avrei forse ottenuto un altro scatto banale, così, nell’errore d’esposizione, invece, ho creato un’immagine molto eveocativa e per nulla scontata.

Come per la sottoesposizione volontaria, anche la sovraesposizione funziona molto bene. Pensatela in alternativa all’esposuzione corretta e pensate alla tecnica in questione come ad una possibilità di ampliamento del vostro linguaggio creativo.

Osare qualche volta ripaga. Anche nel caso della sovraesposizione, non limitatevi a sovraesporre di un misero stop, osate, andate oltre, bruciate! 2, 3 stop e vediamo che succede.

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Priorità di diaframma (A per Nikon, AV per Canon) e controllo quello che voglio mantenere a fuoco e quello che voglio sfocare

Ma quale modalità devo scegliere!? Questa domanda credo di averla sentita fare almeno un centinaio di volte negli ultimi workshop che ho tenuto. È la tipica domanda che si pone chi comincia e ancora non ha sviluppato la dovuta confidenza con la macchina fotografica. Proviamo a tornarci sopra. Parliamo di MODALITÀ SEMI-AUTOMATICHE… Partiamo dall’inizio. Cosa diavolo sono le modalità semi-automatiche? Sono modalità che ci danno più controllo del modo P e un po’ meno del modo Manuale. Le modalità semi-automatiche sono 2:

  • Priorità di diaframma (A per Nikon e AV per Canon)
  • Priorità di tempo (S per Nikon e TV per Canon)

La PRIORITÀ DI DIAFRAMMA è quella particolare modalità di scatto dove la macchina sceglie il tempo corretto (corretto per eseguire una corretta esposizione) dopo che NOI abbiamo impostato il diaframma. Al contrario, la PRIORITÀ DI TEMPO è la modalità dove la macchina sceglie il diaframma corretto, una volta che NOI abbiamo scelto il tempo di posa.

E questa è la base, diciamo… Ma la base non ha ancora risposto alla domanda iniziale: quale modalità scegliamo?

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI DIAFRAMMA quando ci troviamo in situazioni dove vogliamo avere il massimo CONTROLLO SULLA PROFONDITÀ DI CAMPO – sulle cose che vogliamo tenere a fuoco e su quelle che vogliamo invece sfocare.
Controllare la profondità di campo ci permette di comporre con attenzione, creare interesse sui primi piani e togliere l’interesse dallo sfondo, oppure ci consente di essere certi che tutto, primo piano e sfondo, risultino perfettamente a fuoco. Per cui, nel caso di ritratti o dettagli, sceglieremo un diaframma aperto, mentre nel caso di panorami o di scene corali, imposteremo diaframmi più chiusi. E non ci dovremo preoccupare del tempo di posa, perché di quello se ne occuperà la nostra macchina.

SCEGLIAMO LA PRIORITÀ DI TEMPO quando invece abbiamo a che fare con l’azione, con il movimento.
Se decidiamo di congelare il movimento del nostro soggetto, imposteremo un tempo rapido – 1/125, 1/250 o addirittura 1/500. Se invece vogliamo fare in modo che il nostro soggetto in movimento risulti mosso – strisciato, per intenderci – dobbiamo impostare tempi più brevi, ad esempio 1/30 o 1/15 o 1/8. Come per la modalità precedente, la macchina fotografica, una volta impostato il tempo di posa, sceglierà per noi il diaframma corretto.

Ora forse le cose sono un po’ più chiare… no!?

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Porta nuova10

Le città moderne offrono enormi possibilità fotografiche, soprattutto per scatti molto grafici.
Le linee pulite degli edifici sono una garanzia, dobbiamo solamente trovare il tempo e uscire a fotografare,

UN CAVALLETTO
Il cavalletto è il primo nostro alleato, anche se pensiamo di uscire in pieno giorno. Utilizzare in cavalletto ci impone tempi di scatto più ragionati, che sono il segreto per comporre la nostra inquadratura con attenzione e rigore.

COMPOSIZIONE
Questo tipo di fotografia vive di inquadrature e di composizione.
È fondamentale dedicare alla composizione il giusto tempo.
Semplice è meglio! questo deve diventare il nostro motto.
Componiamo tenendo bene in mente la semplicità, asciughiamo le nostre inquadrature, puliamole da elementi che potrebbero risultare fuorvianti e ragioniamo sempre su come rendere protagonista gli edifici che inquadriamo.
Magari, inizialmente, misuriamoci con riprese semplici, per andare via via a scegliere punti di vista più azzardati.

GIORNO O NOTTE?
Dipende dal tipo di fotografia che volgiamo realizzare. Se scattiamo a colori, la città moderna di solito dà il meglio di sé al crepuscolo.
Abituiamoci a farci trovare pronti a quell’ora del giorno. Scattiamo quando il cielo non è ancora nero e quando le luci della città sono già accese.
Se invece scattiamo in bianco e nero, allora possiamo anche provare l’ebbrezza di uscire e scattare di notte, usando il cielo nero come un fondale da studio.

BASSI ISO E DIAFRAMMA CHIUSO
Forti dello nostro cavalletto, impostiamo gli ISO più bassi, in modo da ottenere il minimo rumore, e un diaframma attorno a f.16/f.18.
Viste le condizioni di luce (immagino di essere al crepuscolo), scatteremo con tempi di posa piuttosto lunghi, ma abbiamo la macchina ben salda sul cavalletto e se non possediamo uno scatto flessibile o remoto, il mio consiglio è quello di impostare lo scatto ritardato, in modo da non fare vibrare la macchina premendo sul pulsante.

NO FLASH!
Ricordiamoci di disattivare la modalità di flash automatico, il flash in questo tipo di foto è perfettamente inutile, anche se scattiamo di notte.

GIOCARE CON I GRAFISMI
Le linee pulite, i materiali moderni offrono possibilità grafiche pressoché infinite. Il limite è soltanto la nostra creatività nello scovare scorci e inquadrature interessanti e non banali,

Sempione 5

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Lo so, la maggior parte di noi pensa che l’obiettivo deputato per gli scatti panoramici sia il grandangolo.
In effetti, grazie al suo largo campo visivo, il grandangolo è la tipologia di lenti che offre forse la massima possibilità quando vogliamo scattare un panorama, ma non dobbiamo assolutamente sottovalutare il teleobiettivo.

Nonostante il suo ristretto angolo di ripresa, il teleobiettivo offre una caratteristica del tutto inesistente nelle lenti grandangolari: la compressione.
Molti di noi diranno, e allora!? e allora è molto semplice, possiamo sfruttare la compressione offerta dai tele per scattare interessanti paesaggi.

Dunque, i teleobietttivi tendono a comprire i piani, per cui possiamo sfuttare questa caratteristica per creare scatti paesaggistici un po’ diversi dal solito.

Per scattare panorami con un tele il punto di ripresa è fondamentale, di solito questa tecnica di ripresa/composizione funziona meglio se il punto di ripresa è dominante rispetto alle scena che stiamo inquadrando.
Naturalmente anche il soggetto è fondamentale. I soggetti che funzionano meglio sono quelli che presenatano una successione di piani guardando verso l’orizzonte – pensiamo a catene montuose, a colline, ad alberi che si ripetono, a siepi, ecc.
L’ora di ripresa è altrettanto fondamentale, anzi oserei dire che l’ora è il vero elemento che farà la differenza tra uno scatto buono e un tentativo.
Questa tipologia di scatti paesaggistici funziona molto bene se si gioca con la foschia tipica del mattino presto e con la luce radente del tramonto e del crepuscolo.
Per cui armiamoci di buona volontà e facciamoci trovare pronti all’ora giusta.
L’orientamento non è fontamentale, ma scattare in verticale offre una drammaticità maggiore, ricordiamocelo.

Cosa dobbiamo fare?

  • un sopralluogo, in modo da aver ben chiaro che tipo di inquadratura andremo a fare
  • portiamoci un cavalletto
  • documentiamoci sull’ora del tramonto o dell’alba e sulla direzione che avrà la luce in quel momento (questo si è fondamentale).
  • esponiamo con calma, proviamo prima a esporre per le luci e poi per le aree più scure (il risultato finale cambierà in modo impressionante)

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